sabato 28 aprile 2018

Michel Déon, “Pony selvaggi” ed. 2018


                                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                                   romanzo 'romanzo'

Michel Déon, “Pony selvaggi”
Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 510, Euro 16,15


       I pony selvaggi che danno il titolo al libro compaiono per la prima volta in una lettera di Georges Saval all’amico che è anche l’io narrante che sta scrivendo un libro su di loro stessi, gli amici che si erano incontrati nel 1938 a Cambridge,- loro due (‘i francesi’) e Barry e Horace detto Ho e Cyril. Georges vede i pony dalla finestra di una locanda nella New Forest e lo incantano. Galoppano nella bruma argentea dell’alba, nitriscono e trottano via sparendo nella foresta. “Sono i primi pony selvaggi che vedo in vita mia e forse gli ultimi. Stiamo andando verso un mondo in cui ci saranno sempre meno pony selvaggi”, dice Georges alla ragazza che lo attende tra le lenzuola. E che poi morirà, perché questi sono gli anni di guerra e la vita è attaccata ad un filo. E i pony selvaggi- che ritroveremo, non a caso, alla fine, quando Georges si è comprato due pony dopo essersi trasferito a vivere in Irlanda- diventano un simbolo di bellezza e di libertà, di tutto quello che la guerra finirà per distruggere.

     E’ la storia di cinque amici in un tempo che va dagli anni ‘30 agli anni ’70 del ‘900- tutto il mondo fa da sfondo alle varie vicende, Inghilterra e Francia, Italia e Grecia, Yemen e Russia, Algeria e Israele. E ci rendiamo conto, seguendoli, di come ci sia sempre qualche guerra in qualche angolo del mondo, di come non si smetta mai di combattere. E quando c’è una pausa nei conflitti tra gli stati, si accendono le guerre interiori, quelle dei sentimenti, tra uomini e donne, tra amico ed amico.
     Impossibile e inutile provare a dare un’idea della ricchezza della trama, tra bravate di tipo goliardico (il furto di un quadro dagli Uffizi), tragedie di guerra (la ritirata di Dunkerque dove muore Cyril- è stato Barry a dargli il colpo finale?), imprese di spionaggio e controspionaggio (Ho sarà arrestato dai russi dopo aver provato a passare il confine con la moglie), reportages giornalistici di Georges, ideali politici che si smitizzano nel tempo, amori, tanti e di diverso tipo, soste incantate nelle isole della Grecia.

    Un vecchio professore (quello che gli ha fatto amare la poesia, quello che poi si ritira a vivere a Galway e lascerà la sua casa in eredità a Georges) mantiene i contatti con loro, sembra quasi che sia lui a tirare le corde dell’amicizia- era lui che li aveva fatti giurare “di rifiutare destini mediocri e di volare gli uni in soccorso degli altri quando servirà”. La narrativa è a tratti interrotta dalle lettere, del professore o di Georges o di uno degli altri amici, e non possiamo non rimpiangere il tempo in cui si scriveva una lettera invece di un breve messaggio, con tutte le possibilità di divagare e di esplorarsi.
E poi, oltre ai cinque amici, ci sono figure di donne memorabili nel romanzo. Sarah, che Georges ha conosciuto come bambina ebrea rifugiata in Inghilterra e che sposa e che amerà per sempre, lasciandola libera di inseguire i suoi tormenti, di cacciare un uomo dopo l’altro, per un patto stretto tra di loro quando Sarah si era scoperta incinta. Delia, la sorella di Cyril nata pochi giorni dopo la sua morte, che sembra la reincarnazione di Cyril e vive per sapere la verità sulla fine del fratello. Chrysoula, la grossa puttana del Pireo- non si capisce come Barry abbia potuto innamorarsi di lei. Un amore fatale, peraltro. Anna Ivanovna, la moglie di Ho che si lascerà conquistare dal capitalismo. E’ questa folla di personaggi che passano sul palcoscenico del romanzo ad affascinarci, per la loro varietà e molteplicità di sfumature.
     “Pony selvaggi” è il primo dei romanzi di Michel Déon (1919-2016) che la casa editrice e/o inizia a ripubblicare, un romanzo traboccante della vita di mezzo secolo, con il gran pregio di un linguaggio ricco e fluido che però può trovare anche il suo unico difetto proprio nella sua stessa abbondanza di parole.



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