venerdì 8 marzo 2024

Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata- Intervista del 2005

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         Anni di piombo

Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata

Ed. Rizzoli, pagg. 356, Euro 17,00

    “La peggio gioventù”: un titolo, quello del libro di Valerio Morucci, che contiene già un giudizio, opposto com’è a quello del film dei fratelli Giordana, un indizio su quello che il libro vuole essere, e cioè un ripensamento in cui i fatti trovano la loro collocazione, ma soprattutto un tentativo di comprendere come si sia passati dall’essere “la meglio” gioventù alla “peggio”. E il sequestro che si concluse con l’uccisione di Moro è il nodo centrale verso cui convergono le memorie e i pensieri dell’autore, c’è un prima e un dopo quei cinquantacinque giorni della primavera del 1978. Un prima- la sua formazione in un’epoca di fermenti generazionali e in un’Italia che dava segni di cambiamento, il ‘68 e la rivoluzione studentesca, l’autunno caldo delle lotte operaie l’anno seguente, Potere Operaio e le Brigate Rosse, il primo omicidio delle BR, quello del giudice Coco nel ‘76- e si arriva al punto di non ritorno, la preparazione accurata del sequestro di Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta e poi quella del presidente della DC. Il dopo è una lucida analisi degli anni caldi della politica italiana, la decisione di Morucci e della Faranda di dissociarsi dalle BR, l’arresto, la prigione: “eravamo uomini che hanno creduto e hanno sbagliato. Siamo uomini pronti a riconoscere l’errore. E, subordinato a questo, siamo uomini consapevoli che non solo nostro è stato.”



 INTERVISTA A VALERIO MORUCCI, autore de “La peggio gioventù”  (2005)

 

    La stampa ha sempre bisogno di dare un soprannome alle persone, per renderne più facile l’identificazione ai lettori: Valerio Morucci era “il postino” del sequestro Moro, quello che dava indicazioni perché venissero ritirate le missive del presidente della DC. “Ma quelle lettere, Adriana e io, le rileggevamo anche la sera nel nostro appartamento…e le parole scorrevano lente. E ognuna lasciava il suo segno”. D’altra parte, nel primo capitolo del suo libro “La peggio gioventù”, Valerio Morucci si riferisce a Moro come “l’Uomo”, mentre descrive la concitata sequenza del sequestro. “L’Uomo” che proprio nel suo essere “uomo” è simile agli “uomini delle Brigate Rosse” a cui rivolge il suo appello il Pontefice perché il prigioniero venga rilasciato senza condizioni. Ed è per questo che Morucci si era opposto alla sua uccisione, perché, oltre ad essere politicamente un errore, era “un abominio”, inaccettabile perché Moro non era un nemico senza volto, ma un uomo prigioniero. Si rivolge ad un immaginario interlocutore, Valerio Morucci, in questa rievocazione di un passato vecchio di trent’anni, un’interpretazione dall’interno della storia delle BR con stralci di ricordi autobiografici e critiche aperte sia dei capi delle BR sia di quelli dei partiti del Governo, per come non hanno saputo o voluto gestire il sequestro Moro. Morucci, condannato dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni nel ricorso in appello e infine a ventidue anni e mezzo per l’applicazione della legge sulla dissociazione, ha finito di scontare la pena nel 1994 e ha iniziato a lavorare nel campo dell’informatica. Stilos ha parlato con lui.

 Che cosa ha voluto dire per lei, fronteggiare il suo passato mettendo ordine nei suoi pensieri, per scrivere questo libro?


       Affrontare il passato non è mai semplice, perché i piani sono sempre due: da una parte un’analisi dei fatti e quindi una ricostruzione storica e politica, dall’altra quello che c’è sotto e il peso delle azioni compiute che si incastra storicamente nei fatti analizzati ma non trova collocazione nel rapporto con se stessi e con le proprie intenzioni. E sono due piani che potrebbero tendere a confondersi- nel libro mi sembrava di essere stato chiaro che la storia non giustifica nessuno ma si potrebbe pensare che questa profusione di pensieri analitici sulla storia e sulla politica sia tesa a nascondere la necessaria riflessione sull’etica. Per me fronteggiare il passato vuol dire questo, trovare ad ogni passo giustificazioni storiche e politiche, e, più ne trovo, meno giustificazioni etiche per contro trovo. E’ un problema che ho io e che abbiamo tutti davanti alle nostre azioni, per quanto siano necessitate. Quando le si riguarda, si vede che questa necessità negava i principi etici fondamentali.

 Secondo lei, la strage di Piazza Fontana è da considerarsi la madre di tutte le stragi, come è stata definita da molti, o il sangue che è stato sparso dopo sarebbe stato ugualmente versato?


     Secondo me la strage di Piazza Fontana è la madre di tutte le stragi di quel segno. Non certo del terrorismo di sinistra. E’ stata la prima feroce azione nel tentativo di fermare l’Italia da un possibile avvento al potere del partito comunista, strategia di vecchia data partita nel ‘48. E tutte le forze estere e italiane che temevano la vittoria comunista, da allora hanno iniziato a muoversi anche su terreno illegale per contrastare questa possibilità. Chi ha voluto questa strage non temeva certo le lotte studentesche e quelle operaie, ma temeva che queste potessero portare ad un rafforzamento elettorale del partito comunista, e dagli stessi intenti sono motivate le stragi fasciste- l’Italia è l’unico paese occidentale in cui siano maturati così tanti tentativi di colpi di stato. E però la strage di Piazza Fontana non è da considerarsi come l’origine del terrorismo, la nostra strada era già segnata. Può aver costituito un motivo in più di odio e di accelerazione, ma non ha determinato la scelta. Questa è una grossa fandonia della ricostruzione perché la nostra era una scelta rivoluzionaria basata sull’ideologia comunista che prevede che la rivoluzione sia un atto violento. In Italia solo i Gap di Feltrinelli hanno usato le armi per contrastare un possibile ritorno al fascismo. Nessuna altra formazione armata è nata per contrastare tentativi golpisti.

 La scelta di sequestrare Moro fu dettata dalla volontà di colpire lui in quanto regista dell’operazione di avvicinamento tra DC e PCI oppure fu una scelta più “casuale” dettata dalla fattibilità dell’impresa?

     No, la scelta di sequestrare Moro non ha niente a che fare con la sua operazione di avvicinamento tra la DC e il PCI, perché la scelta di sequestrare un alto esponente della DC è maturata nelle BR dopo il sequestro Sossi, quando questo avvicinamento era considerato impossibile ed è naturale perché, dopo che lo Stato è intervenuto per impedire la liberazione dei detenuti già accordata e il sequestro è fallito, le BR hanno capito che il problema era lo Stato e non bastava sequestrare localmente chicchessia, ma bisognava impattare con lo Stato. Tant’è che le prime inchieste in questo senso furono svolte da Franceschini nel ‘74-‘75. E perché Moro? Perché nell’analisi delle BR sullo stato dell’invasione delle multinazionali si torna a Lenin e allo stato imperialista e ad altre analisi prodotte nella sinistra non comunista italiana. Ed era un’analisi che si era rivelata giusta nel cogliere le linee di fondo, errata perché, essendo comunque di matrice marxista- comunista, individuava sempre nelle forme statali- esplicite del potere- la manifestazione di un’involuzione autoritaria del capitalismo. E’ evidente invece che, seppure in parte può sembrare così oggi, la realtà è che le multinazionali, proprio in quanto tali, non hanno bisogno di uno Stato. Cioè riescono ad operare al di fuori di qualsiasi controllo. In quella lettura che facevano le BR era la macchina statale che doveva acquisire una maggiore efficienza e quindi maggiore autoritarismo per rispondere alle esigenze delle multinazionali. E dato che Moro era fautore del rinnovamento della DC nel senso di maggiore efficienza come partito-Stato, si è pensato che questa sua intenzione coincidesse con le indicazioni delle multinazionali, laddove invece era evidente che Moro poteva essere tutto fuorché un esecutore dei desideri autoritari degli americani.. Il suo intento di rinnovamento era dovuto al fatto che comunque i partiti in Italia- tutti, e la DC in quanto partito di governo- erano fermi al dopoguerra, inadeguati alla società di massa scaturita dallo sviluppo capitalistico.


 Se 30 anni fa la scelta fu quella di combattere il capitalismo delle multinazionali servendosi da un lato delle armi e dall’altro dell’apparato ideologico comunista, oggi che di quest’ultimo è rimasto ben poco, che cosa si sente di opporre lei a quel capitalismo che lei stesso definisce l’ultimo degli “ismi” coercitivi rimasti?

     Trent’anni fa era molto forte la convinzione che ci fosse un sistema alternativo a quello capitalistico e per questo si è combattuto. Oggi che non è più così, a maggior ragione occorre riconsiderare l’errore di base compiuto allora, che è stato quello di smettere di potenziare la propria parte, le proprie ragioni, gli ideali, i valori, nel tentativo impossibile di azzerare quelli dell’avversario. E quindi oggi per me, arrivati al punto in cui il crollo dell’ideologia si è portato necessariamente appresso il crollo della politica come sistema di mediazione separato dalla società, appannaggio di una casta di sacerdoti della politica, l’unica possibilità è quella di riportare un movimento di trasformazione sul terreno del confronto, che è in alto e che non è tra sistemi politici né tra politiche apparentemente contrapposte, ma è quello della preminenza dell’etica sullo sviluppo selvaggio privo di ogni regola del mercato globale.

 Adesso che la DC come grande partito di massa e di governo non esiste più, qual è il suo giudizio sull’operato di questo partito che per 50 anni ha governato l’Italia?

      Il giudizio è quello dato dalla Storia più che il mio. La DC è scomparsa e non può certo dirsi che è scomparsa perché i suoi esponenti sono stati sotto processo per le tangenti. Questo è un giudizio sicuramente ingenuo perché, per quanto se ne possa dare un giudizio negativo, va considerato che quello che ha fatto la DC nei quasi 50 anni di governo va letto in un quadro sia interno che internazionale di blocco dovuto alla guerra fredda e alla presenza in Italia del più forte partito comunista europeo. Quindi, in parte la DC non è stata capace di adeguarsi allo sviluppo della società perché era preminente questa funzione di blocco anticomunista- e su questo posso aggiungere a titolo personale che di questo le va reso merito perché, se i comunisti disgraziatamente fossero andati al governo, si sarebbe instaurato un regime ben più oppressivo di quello democristiano.


 Secondo lei, quanto influì il ritardo del PCI nel riconoscere quei limiti dell’ideologia comunista che lei oggi lucidamente indica, sui giovani che in quegli anni scelsero la strada della lotta armata?

     Il PCI in parte aveva già aggiustato più volte e attenuato una ferrea identificazione con l’ideologia comunista, e già questo era stato preso da noi come un tradimento. Se l’avessero portato più a fondo, probabilmente sarebbero stati per noi ancora più traditori. Ciò non toglie che l’incapacità del PCI di adeguare il proprio apparato ideologico in modo consequenziale alle scelte già fatte nel ‘44 e allo sviluppo della società di massa conseguente all’espansione capitalistica, e quindi anche di diventare un moderno partito di opposizione, ha lasciato integro quel sottostrato rivoluzionario nel quale noi siamo cresciuti.

 Secondo lei è cambiata la percezione che noi abbiamo del terrorismo dopo l’11 settembre?


     Sicuramente è cambiata perché il terrorismo odierno è un terrorismo che viene dall’esterno ed essendo un vero terrorismo colpisce indistintamente. Il nostro era un terrorismo di azioni militari, il vero terrorismo che colpisce senza distinzioni fa sì che tutti siano delle vittime potenziali, a differenza di quello che avveniva negli anni ‘70, quando incuteva paura solo a chi si voleva colpire.


Nel suo libro ci sono degli “intermezzi”: chi sono i protagonisti di questi intermezzi e che significato ha voluto aggiungere?

      Gli intermezzi sono dei racconti che ho inserito nella narrazione. Scrivo racconti già da molto tempo. Finita l’ubriacatura della politica c’è stata da parte mia una repulsione ad affrontare questo argomento in termini politici perché imperava e impera una lettura manichea del fenomeno antagonista degli anni ‘70. Ho pensato allora che lo strumento della letteratura consentisse di proporre degli argomenti che toccassero altre corde più emozionali che razionali. In parte per sfuggire alla cappa del monopolio dei partiti sulla lettura degli anni ‘70 e in parte per offrire al lettore un altro punto di vista ho scritto dei racconti e li ho inseriti, in modo che da una parte c’è l’analisi che richiama nel lettore l’attenzione con la parte razionale e dall’altra i racconti che sollecitano la sua parte emotiva. I racconti danno di quello stesso argomento un altro punto di vista., ampliandolo.

 Oltre ai due libri autobiografici, lei ha appena pubblicato un thriller: pensa di continuare a scrivere letteratura di genere?

      L’unico genere di cui non vorrei più scrivere è quello terroristico. Quello che vorrei non fare è scrivere altri libri su quegli anni. Possiamo offrire il nostro contributo ma adesso devono essere gli altri a parlare, noi siamo troppo la parte in causa.

L'intervista a Valerio Morucci è stata fatta a Roma nel 2005 e pubblicata sulla rivista letteraria "Stilos"



 

                                                           

 

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