martedì 5 marzo 2024

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare” ed. 2024

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            anni di piombo

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare

Ed. Marsilio, pagg. 296, Euro 20,00

 

  Intelligentissimo, spiritoso, distratto, poco incline alle apparenze, ma moderno e curioso di tutte le novità.

È così che Igino Domanin descrive lo zio Emilio Alessandrini, il giudice della procura di Milano assassinato da due killer di Prima Linea il 29 gennaio 1979.

È questa data, seguita da brevi frasi lapidarie- il giudice Alessandrini, gli anni di piombo, un romanzo familiare- che funge da sottotitolo, una sorta di spiegazione di intenti, del libro “Un eroe comune” di Igino Domanin. Perché, tenendo in mente quella data, non dimenticando mai che è di Emilio Alessandrini che si vuol ricostruire la vicenda, è degli ‘anni di piombo’ (iniziati con l’altra fatidica data, quella della strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969) che è necessario parlare. E Igino Domanin lo fa raccontando la Storia di quel periodo nero dell’Italia intrecciandolo con la storia della sua famiglia, con i ricordi di se stesso, poco più che un bambino all’epoca.


   Un ricordo incancellabile- Domanin viveva in Sicilia con i genitori, quel giorno lo avevano fatto uscire prima da scuola, lo aveva colto l’angoscia, il timore che fosse morto suo padre, poi una premonizione strana che gli aveva fatto chiedere, “è successo qualcosa a mio zio a Milano?”. E poi la disperazione della madre, legatissima a quel fratello sempre allegro, che si univa a loro d’estate sulla spiaggia di Pescara, che andava a trovarli in Sicilia, che condivideva con il nipote la passione per il cinema, che amava la musica di De André e andava a curiosare nei locali hippie, come Macondo.

   Le prime indagini di Emilio Alessandrini si erano svolte in un contesto neofascista, dal ’72 al ’74, nel clima della strategia della tensione. Il suo metodo di indagine si basava sulle analisi minuziose, sul reperimento di corpi di reato, su letture, schedature e interrogatori- era come se si immergesse all’interno di situazioni e ambienti nei quali si muovevano i responsabili delle azioni eversive.

   È un tempo estremamente complesso, quello che Igino Domanin analizza nel suo libro. Complesso per il numero di associazioni che si forma e si scioglie, dando origine ad altre associazioni, uguali e diverse. È difficile stare dietro a tutte, finiamo per ricordare le Brigate Rosse e Prima Linea, forse quelle che hanno compiuto azioni più tragicamente spettacolari. Un tempo complesso per quello che si cela dietro alla lotta armata, per le trame oscure intese a confondere le piste.

   È anche un tempo estremamente violento e crudele, soprattutto quando si passa dai rapimenti alle uccisioni- è una mattanza, un bagno di sangue. Il paese è precipitato nella follia.


Il sequestro e la morte di Moro accadono nel 1978, eppure Emilio Alessandrini non si riteneva minacciato, perché faceva parte anche lui del cambiamento che i terroristi auspicavano. Ecco, non aveva capito che nel 1979 Prima Linea aveva cambiato strategia, mirava a colpire una figura di vertice, se la sarebbe presa con gli uomini progressisti e onesti che svolgevano il proprio compito. Anzi proprio per quello- si era tanto più nemici del popolo e servi dei padroni quanto più si faceva bene il proprio dovere. Come Emilio Alessandrini.


   Leggere il libro di Igino Domanin significa chiedersi di continuo come tutto quello che è successo sia stato possibile e il lettore non riuscirebbe a sopportare l’angoscia di rivivere quegli anni e la loro cupa atmosfera se non ci fosse il sollievo delle pagine di ‘romanzo familiare’ che ci riportano ad un’altra Italia più ‘leggera’, quella di Carosello e della Citroën, dei film comici e delle vacanze al mare.

    Un libro da leggere, per sapere, per ricordare un uomo che è stato un ‘eroe comune’ per aver fatto al meglio il suo lavoro (ce ne vorrebbero di più, di uomini come lui), perché il nome di Emilio Alessandrini non resti muto su una targa all’ingresso di un parco.



 

 

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