martedì 13 settembre 2016

Nicole Krauss, “La grande casa” ed. 2011

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
         Diaspora ebraica
         Shoah
          il libro ritrovato


Nicole Krauss, “La grande casa”
Ed. Guanda, trad. Federica Oddera, pagg.334, Euro 18,00
Titolo originale: The Great House   

     Ma colui che cerca questa scrivania non è come gli altri, disse poi. Non riesce a dimenticare neppure un poco. La sua memoria non si lascia invadere. Più passa il tempo, più i suoi ricordi diventano nitidi. E’ in grado di evocare i fili di lana del tappeto su cui stava seduto da piccolo. Può immaginare di aprire il cassetto di una scrivania che non vede dal 1944 ed esaminarne il contenuto, pezzo per pezzo. Ciò che ricorda è per lui più reale, più definito dell’esistenza che sta vivendo, che ai suoi occhi diventa sempre più nebulosa.

    “La grande casa”.  Apprendiamo alla fine che il titolo del nuovo romanzo di Nicole Krauss si riferisce alla scuola talmudica del rabbino ben Zakkai sorta per trasformare Gerusalemme, città amata e perduta, in un’idea: ogni ebreo avrebbe conservato la memoria di un frammento della grande casa, dell’edificio che era Gerusalemme e che era stato ridotto in cenere. E se si fossero congiunte le memorie di tutti gli ebrei, sarebbe rinata una memoria totalmente compiuta, copia perfetta dell’originale. Ma non solo, perché la grande casa diventa nel libro una metafora per le stanze della nostra mente, ognuna delle quali rinchiude un ricordo, al pari dell’enorme scrivania con diciannove cassetti che serve da filo conduttore per le quattro storie del romanzo.
     Non è nuova l’idea di un oggetto che passa di mano in mano, narratore silente delle vite di chi lo ha posseduto, padrone di un tempo che si estende da una generazione all’altra (vengono i mente i versi de “L’ode ad un’urna greca” di Keats). Ma la scrivania dalle dimensioni inusuali, che pare ‘risucchiare tutta l’aria’ della stanza, sembra qui essere associata anche ad un’idea di morte- uno dei personaggi dice che era ‘come se la morte stessa vivesse insieme a noi in quella stanza minuscola’- e di una terribile solitudine: come per il proprietario originale, anche per le due scrittrici e per il giovane poeta che la useranno in tempi diversi la scrivania sarà il luogo dell’isolamento dal resto del mondo, per rinchiudersi nell’universo della loro mente e delle parole. O dei loro ricordi.

   C’è un personaggio chiave nel romanzo- l’antiquario Weisz che è una sorta di ebreo errante senza pace e che spesso si infila in sordina nelle storie prima di rivelarsi alla fine, ma non tutte le storie dei personaggi sono direttamente collegate con la scrivania- per una il legame è così tenue da farci comprendere che sono parecchi i temi su cui dovremmo riflettere. Perché la prima voce che ascoltiamo è quella di Nadia, l’ultima ad usufruire del mobile a lei affidato negli anni ‘70 da Daniel Varsky, il poeta che non può portarla con sé in Cile dove rientra e che a sua volta l’ ha avuto in regalo dalla scrittrice Lotte Berg. Nadia si rivolge ad un magistrato, ‘Vostro Onore’ (e pensiamo ad un altro poeta inglese, il Browning dei monologhi drammatici)- ne scopriremo il motivo nella seconda parte del libro. Pure Nadia è una scrittrice e ha alle spalle un matrimonio fallito: in un momento di epifania capirà quanto sia stata arida la sua vita, avendo sacrificato tutto per scrivere libri che- se ne rende conto tardi- non hanno alcun valore. Dopo Nadia, la donna che ha rinunciato ad avere figli, ascoltiamo la voce di un giudice israeliano, incapace di relazionarsi con uno dei suoi figli: Dov avrebbe voluto fare lo scrittore, lui lo ha scoraggiato e, dopo una terribile esperienza in guerra, Dov ha seguito le sue orme. A Londra però, troncando i rapporti con i genitori, tornando solo per il funerale della madre. Come si fa a fare il padre? Anche Weisz, che ha dedicato la sua esistenza a ricomporre, mobile dopo mobile, fino all’ultimo pezzo mancante (la scrivania dai diciannove cassetti per l’appunto), lo studio del proprio padre, saccheggiato dai nazisti a Budapest nel 1944, è un padre autoritario nei confronti dei due figli a cui ha modellato la vita. Di loro sapremo dalla voce della ragazza timida che è innamorata di Yoav Weisz, mentre di Lotte Berg (fuggita dalla Germania come accompagnatrice di un treno di bambini prima della guerra) ci racconterà il marito Arthur Bender, devastato dal segreto che ha scoperto in uno dei cassetti, dopo la morte della moglie.
scarpe di bronzo sulla banchina del fiume a Budapest
    La famiglia, la paternità o il rifiuto della maternità, la memoria e la perdita di questa (benedizione e maledizione dell’Alzheimer di cui muore Lotte Berg), il valore della scrittura (è giusto rinchiudersi in una torre d’avorio?) e quello degli oggetti che possono racchiudere un mondo, la guerra. Dietro tutte queste storie c’è il dolore e la distruzione della guerra: quella nazista che ha portato al genocidio (e ha trasportato la scrivania rubata da un paese all’altro), ma anche quella di Israele per sopravvivere e quella nel Cile di Pinochet che inghiotte nel nulla Daniel Varsky.

Non sono i personaggi e neppure le storie delle loro vite a colpirci, ne “La grande casa”. Piuttosto la capacità inusuale per una scrittrice giovane di scavare nella sofferenza. Pensando alle traversie secolari del popolo ebraico- è un gene che si tramanda e che si può ereditare, la conoscenza del dolore?

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


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