giovedì 26 maggio 2016

Veit Heinichen, “La calma del più forte” ed. 2009

                                                      Voci da mondi diversi. Area germanica
             cento sfumature di giallo
             il libro ritrovato


Veit Heinichen, “La calma del più forte”
Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 329, Euro 18,00

   E’ un vero peccato non poter dire che Veit Heinichen è uno dei migliori giallisti italiani. Semplicemente perché, nonostante Herr Heinichen viva ormai da moltissimi anni a Trieste, nonostante che i suoi libri siano tutti ambientati in questa città, che abbiano a che fare con gli svariati crimini della società italiana e che i personaggi siano italiani, resta il fatto che Veit Heinichen è tedesco. Potremmo allora dire che Veit Heinichen è uno dei migliori scrittori di gialli, o noir che dir si voglia, che hanno a che fare con il mondo del crimine italiano proprio perché non è italiano, il che gli facilita un punto di vista più distaccato e obiettivo, una libertà di affondo senza alcuna remore, un coraggio che non è da tutti nel fare nomi e nel denunciare traffici eccellenti.
     Il nuovo romanzo, “La calma del più forte”, si apre con una scena insolita che diventerà metaforica per quanto accadrà più tardi: Pina Cardareto, la piccola ispettrice calabrese di stanza a Trieste da tre anni, viene aggredita da un pitbull durante il quotidiano allenamento in bicicletta. Pina zoppicherà per tutta la durata della vicenda; del cane apprenderemo il nome e la storia in capitoli in corsivo in cui la finzione narrativa esige che sia lui stesso a raccontare la sua vita da cani. Perché è lui, il cane Argo, la vittima rappresentativa di tutte le vittime. Argo che si chiama come il fedele cane che riconosce Ulisse dopo la lunga assenza e che viene addestrato per diventare un cane da combattimento, dopato, sottoposto ad un trattamento di una crudeltà indicibile, senza possibilità alcuna di reagire. Non occorre essere un animalista per indignarsi, per sentirci in qualche modo tutti colpevoli della sua fine.

E’ il dicembre del 2007, aria di Natale, aria di bora a Trieste, aria di esultanza perché il 20 di dicembre, entrando in vigore l’accordo di Schengen, cadranno le frontiere tra Italia e Slovenia. Ci sono segnali di allarme (e il combattimento illegale dei cani serve da accompagnamento), manifesti con la scritta ISTRIA LIBERA. DALMAZIA NOSTRA e- come nelle locandine che appaiono nei film sul Far West, con il volto del Ricercato di turno- il viso raffigurato è quello di un uomo d’affari molto noto che viene minacciato di morte. Nessuno viene mai minacciato di morte per niente: l’affascinante Goran Newman, che abita poco al di là della frontiera in una splendida casa isolata e super-sorvegliata, che indossa sempre sottili guanti grigi che si fa arrivare da Londra, che si fa chiamare Duke come il famoso jazzista, è tra gli speculatori finanziari che hanno portato avanti la criminosa politica di nuova colonizzazione di cui il suo stesso figlio lo accusa. La terra sulla costa croata viene venduta a prezzi irrisori, espropriando legalmente la popolazione che viene cacciata nell’interno. E lì, in riva al mare, sorgono complessi alberghieri che favoriranno il turismo, certo, ma com’è che non c’è nessun comune cittadino croato a trarre profitto da tutto ciò? Mentre scoppiano in cielo i fuochi d’artificio per festeggiare lo storico evento, solo un orecchio più fine potrebbe distinguere altri botti…


    La piacevolezza dei romanzi di Veit Heinichen deriva dall’equilibrio tra tensione e placidità e tra pubblico e privato, il tutto insaporito dal colore locale di ricette e vini e illuminato dal colore dell’aria della città che una volta era il porto asburgico sull’Adriatico. Le trame di Veit Heinichen traggono sempre spunto da avvenimenti veri- scandali, fatti di cronaca, traffici illeciti di ogni tipo- ed è come se lo scrittore ci costringesse a prendere atto che i crimini di cui parla si svolgono sotto i nostri occhi, ingenui, incuranti, benpensanti. E tuttavia il brivido d’indignazione suscitato nel lettore viene volutamente attenuato (all’italiana?) dall’atmosfera domestica intorno al commissario Proteo Laurenti, che si preoccupa per il figlio Marco che si fa le canne e per la figlia prediletta che è incinta, che ha ancora un guizzo di rimpianto per una storia d’amore extraconiugale ormai finita, che occhieggia sorridendo i bottoni slacciati della camicetta della segretaria. E poi c’è l’ombrina con tartufo bianco d’Istria, ci sono le bistecche d’orso (certamente non sono tra i piatti prediletti da Montalbano), le salsicce di cui arriva il profumo anche al lettore- ci viene il dubbio che forse Veit Heinichen abbia scelto Trieste come sua dimora perché è un gourmet.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


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