mercoledì 9 settembre 2015

Arthur Phillips, “Angelica” ed. 2007

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                        il libro ritrovato


Arthur Phillips, “Angelica”
Ed. Rizzoli, trad. Annalisa Garavaglia, pagg. 428, Euro 19,00
Titolo originale, “Angelica”


   Una voce sussurrava dietro la porta di Angelica, e Constance entrò, il corpo ad un tratto congelato e madido. Lo vide benissimo: fluttuava pochi centimetri sopra Angelica, la faccia rossa come una lingua e contorta proprio come lo era stata quella di Joseph. Calava sulla bambina addormentata, come un angelo della morte o un antico dio dell’amore, determinato a spezzare quel corpicino per soddisfare i suoi desideri.

     Ci sono degli scrittori che scrivono sempre lo stesso libro e altri che sono capaci di stupirci con qualcosa di diverso ogni volta che un loro romanzo viene pubblicato: Arthur Phillips è certamente uno di questi. “Praga” era la storia di un gruppo di giovani espatriati americani arrivati a Budapest nel 1989 per “vivere” dove si stava facendo la Storia, dopo la caduta del muro di Berlino; “L’Archeologo” raccontava, con una stupefacente ricchezza di inventiva, l’intricata storia di un ambizioso e monomaniacale egittologo. “Angelica”, il terzo romanzo di Phillips, è una vicenda buia e leggermente morbosa ambientata in una Londra di fine ottocento dove un assassino ammazza le donne e tronca loro le mani (una modalità diversa per una figura marginale che ricorda Jack lo Squartatore).

    Arthur Phillips usa nuovamente i diversi punti di vista per raccontare la sua storia, ma in maniera differente da “L’Archeologo” e con un’abilità raffinata e sottile. Perché il libro è diviso in quattro parti con un personaggio centrale in ogni parte e la narrativa è in terza persona, tranne che nell’ultima sezione. L’effetto che si crea è quello di vivere gli avvenimenti come li vive il protagonista del momento, tendiamo a credere a quello che leggiamo, l’interpretazione ci pare chiarissima e coincide con quella del protagonista. Questo è particolarmente efficace nella prima parte, intitolata “Constance Barton”, che stabilisce l’atmosfera del romanzo: il marito di Constance non intende più sopportare che la loro bambina di quattro anni, Angelica, dorma in camera con loro. Angelica ha la sua stanza, deve dormire da sola. Intuiamo subito i motivi di Constance per aver tenuto così a lungo la bimba nel lettino a pié del lettone, anche se, in sintonia con l’ambientazione ottocentesca, tardano a divenire espliciti- si parla degli ordini del medico per la fragile salute di Constance, si sottolinea l’origine italiana e passionale del marito Joseph, si accenna ad un matrimonio di convenienza per la bella Constance, commessa in una cartoleria.
Comunque la bambina cambia stanza e la storia vira verso il gotico, con visioni di fantasmi che tormentano Angelica nello stesso tempo in cui il marito si avvicina a Constance, e i sospetti si accumulano su Joseph Barton che rivolgerebbe attenzioni indebite alla figlia, non potendo esercitare i diritti coniugali sulla moglie. E noi lettori siamo certi che sia così- purtroppo non sarebbe strano, né allora né oggi. E continuiamo a pensarlo anche leggendo la seconda parte, in cui il punto di vista è quello di Anne Montague, una ex attrice diventata truffatrice a spese di donne credulone che la credono capace di scacciare i fantasmi. La sezione di Anne è importante, perché è lei- personaggio esterno alla storia- che può aggiungere dettagli, descrivere i coniugi Barton, sottolineando la disparità fisica tra i due, come fosse l’unione della Bella e la Bestia.
La terza parte del libro è quella di Joseph Barton e sembra finalmente di approdare alle spiagge della ragione e della ragionevolezza. Dal suo punto di vista rileggiamo gli stessi episodi raccontati febbrilmente nella prima parte e ci appaiono in luce totalmente diversa. Se prima era lui il “cattivo”, il pervertito, ora ci pare che Angelica debba essere difesa da una madre folle. E infine è Angelica stessa a parlare- la sua è l’unica parte narrata in prima persona e si rivolge ad un “signore”, un medico, e dal suo racconto vengono fuori altre cose, sul passato di Constance, su altre violenze subite.
Ma il lettore non si aspetti un finale che sveli la verità, perché Angelica confessa di non saper distinguere quello che ha visto, quello che le è stato raccontato, quello che ha sognato.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


                                                                                                     



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