lunedì 29 maggio 2017

Affinity Konar, “Gemelle imperfette” ed. 2017

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                       Shoah
        FRESCO DI LETTURA

Affinity Konar, “Gemelle imperfette”
Ed. Longanesi, trad. Elisa Banfi, pagg. 360, Euro 16,90

 Due premesse, prima di parlare di questo libro molto bello. Una è un ringraziamento alla casa editrice Longanesi per non obbligarci a ricordare a date fisse per poi sbarazzarci della memoria per tutto il resto dell’anno, dopo il 27 gennaio. La seconda è puntualizzare che non mi piacciono i romanzi che sfruttano la memoria storica dell’Olocausto costruendo trame sensazionali fatte per titillare il gusto del morboso. “Gemelle imperfette” di Affinity Konar è diverso. Neppure il paragone con “La vita è bella” è giusto, anche se c’è una venatura poetica nello stile narrativo di Affinity Konar, perché non c’è nessuna favola ad addolcire la realtà di Auschwitz per Pearl e Stasha, le due gemelle dodicenni di Lodz che scendono dal treno per affrontare la selezione insieme alla mamma e al nonno nell’ottobre del 1944.
    I gemelli sono ospiti speciali nel campo- chissà quanto ha durato l’illusione della loro mamma. Sono subito dirottati allo ‘Zoo’ del dottor Josef Mengele- bell’aspetto, sorrisi e caramelle ai bambini, si fa chiamare ‘Zio’, dopo sarà conosciuto come ‘l’Angelo della Morte’. Erano oggetto di studi ed esperimenti, i gemelli, soprattutto quelli identici, come Pearl e Stasha.
Si può spezzare la loro uguaglianza? E che risultati si possono provocare, sia fisicamente, sia psicologicamente? Non sarò certo io a dilungarmi sugli esperimenti del dottor Mengele, visto che non lo fa la scrittrice che, con grande destrezza e sensibilità, li suggerisce soltanto, per come le due bambine li intuiscono e li vivono su di loro e li osservano sulle altre coppie delle baracche dello Zoo. Pearl e Stasha si alternano nel raccontare, oppure no, è una voce unica che si sdoppia. Perché sono sempre state indistinguibili- una poteva iniziare un discorso e l’altra proseguire come se l’avesse incominciato lei. Ognuna sapeva sempre che cosa l’altra stesse pensando, o sognando- erano solite sedere schiena contro schiena, disegnare e poi paragonare i disegni: sempre uguali. Eppure, a poco a poco, come succede alle altre coppie dello Zoo, ‘grazie’ alle cure dello Zio, sorgono delle differenze tra le gemelle. E poi, ad un certo punto Pearl scompare. Come può Stasha continuare a vivere senza l’altra parte di sé? Che cosa succeda a Pearl lo sapremo nella seconda parte del libro, dopo la liberazione del campo, mentre la narrazione prosegue durante l’arrancare di Stasha insieme ad un ragazzino che è rimasto diviso a metà come lei, che, come lei, vuole una sola cosa: trovare il dottor Mengele e vendicarsi.
     Quando erano arrivate ad Auschwitz, Pearl, la più brillante e intraprendente delle due, aveva deciso che si sarebbero divise i compiti: lei, Pearl, si sarebbe fatta carico delle cose tristi, di quelle buone e del passato, mentre a Stasha toccavano le cose divertenti, quelle cattive e il futuro. La scelta di Affinity Konar, di guardare il Male di Auschwitz attraverso gli occhi di due gemelle (sentiamo un brivido di orrore pensando ad una delle scene iniziali, quando Stasha vede di sfuggita una parete di occhi fissati con gli spilli come farfalle), raddoppia l’intensità del dolore della lettura. I gemelli sono l’essere perfetto e completo, sono complementari, sono l’uno il vero ‘doppio’ dell’altro. Se i gemelli condividono i pensieri anche a distanza, se uno sente nella propria carne il dolore fisico dell’altro, tutto è raddoppiato. E con la scomparsa di Pearl, non c’è più niente di buono e non ci sono ricordi, Stasha resta dimezzata, con il peso del male e del futuro, perché non c’è proprio niente di divertente ad Auschwitz. Quanto al futuro, esiste un futuro dopo Auschwitz? Esiste un futuro finché il dottor Mengele si aggira libero e impunito? “Dobbiamo imparare ad amare il mondo di nuovo”, sono le parole che chiudono il libro.


    Le parole de “L’idiota” di Dostojevskji, la bellezza salverà il mondo, ricorrono parecchie volte nel libro, sono nei ricordi delle gemelle, dette a loro dal padre. Dobbiamo crederlo se vogliamo andare avanti. E, ad ogni modo, è la terribile bellezza che Affinity Konar dà alla sua narrazione che rende possibile la lettura della più grande tragedia del secolo passato.


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