venerdì 8 luglio 2016

David Malouf, “Io sono Achille” ed. 2010

                                                       Voci da mondi diversi. Australia
         il libro ritrovato


David Malouf, “Io sono Achille”
Ed. Frassinelli, trad. Francesca Pe’, pagg. 213, Euro 17,50


      Il venerando veglio entrò, non visto da veruno; e tosto fattosi innanzi, tra le man si prese le ginocchia d’Achille, e, singhiozzando, la tremenda baciò destra omicida, che di tanti suoi figli orbo lo fece.
    Così, nella traduzione di Vincenzo Monti, canta Omero nel ventiquattresimo canto dell’Iliade che conclude il poema epico con la scena del vecchio re Priamo che si reca al campo degli achei per chiedere ad Achille la restituzione del corpo del figlio Ettore.
Nel romanzo “Io sono Achille” lo scrittore David Malouf, di origini anglo-libanesi ma nato e residente in Australia, ci offre una straordinaria versione dell’ultimo canto dell’Iliade, mantenendo fermi tutti i dettagli della vicenda- una storia di guerra e di vendetta, di perdita e di amore, di umiliazione e di perdono- interpretandola però in maniera moderna, sostituendo il sogno all’ordine degli dei, scavando nei sentimenti dei due protagonisti, offrendo ad entrambi la possibilità di un cambiamento radicale, di un’esperienza interiore che segnerà la loro vita.

     Secondo la mitologia greca la guerra di Troia scoppiò in seguito al rapimento di Elena, regina di Sparta, da parte di Paride, figlio di Priamo, re di Troia. Troia fu assediata dagli eserciti del marito Menelao e di Agamennone, fratello di questi, e la guerra durò circa dieci anni. L’Iliade di Omero non finisce con la sconfitta dei troiani e la distruzione della città, ma con la cerimonia funebre per Ettore e il rogo del suo corpo.
Il libro di Malouf inizia con il dolore di Achille per la morte di Patroclo, l’amico-quasi-fratello, o forse più che un fratello. E Malouf è grande nell’essere capace di suggerire tutto quello che sta dietro l’eroe greco: Achille è accovacciato sul declivio di ciottoli che scende verso il mare. “La voce che quest’uomo aspetta di udire è la voce di sua madre”: è sufficiente questo per farci ricordare il mito secondo cui Achille è figlio di un uomo e di una ninfa immortale, madre sfuggente come le onde del mare, di cui il ragazzo Achille soffrirà la mancanza. Finché era arrivato Patroclo, accompagnato dal padre, re di Opunte, che chiedeva un rifugio per lui, reo di aver ucciso il figlio di un funzionario di corte. Poche righe bastano per illustrare il legame che unirà due ragazzini soli che saranno per sempre l’uno il sostegno, quasi il doppio dell’altro. E ora che Achille è di nuovo solo, non gli basta sfidare Ettore, l’uccisore di Patroclo, e vincerlo. La morte non è vendetta sufficiente. Ettore deve mangiare la polvere anche da morto, il suo cadavere deve essere straziato: ogni giorno, per undici giorni, il suo corpo viene legato al carro di Achille che lo trascina in una folle corsa intorno al tumulo delle ossa di Patroclo.

    Dentro le mura di Troia Priamo piange la morte del figlio. E ha un sogno che gli rivela quello che deve fare: vestirsi con la tunica più semplice e farsi accompagnare al campo di Achille con un carretto trainato da muli. Sul carro metteranno un tesoro da offrire per riscattare il corpo di Ettore. La moglie e i figli obiettano- è impensabile, per un re, comportarsi così. Priamo insiste, Priamo si infuria quando i suoi ordini non vengono eseguiti ed appare un cocchio con splendidi destrieri. Priamo sente di doversi spogliare di qualunque insegna che lo rende diverso dagli altri: Priamo si recherà da Achille come un uomo e come un padre che reclama il figlio morto. Naturalmente la spunta, si farà come vuole lui.
    C’è qualcosa della figura di Cristo in questo vecchio in un’epoca ben lontana dalla venuta di Cristo sulla terra. Qualcosa del figlio di Dio che si fa uomo e soffre come un uomo per riscattare il peccato del primo uomo. Dopo tutto anche Cristo era entrato a Gerusalemme a dorso di un asino. Per Priamo è un’esperienza nuova in ogni suo dettaglio. E’ nuovo indossare una semplice veste bianca, nuovo sedersi sulla dura panca a fianco del carrettiere che non ha mai visto prima, nuovo sentirsi rivolgere la parola in maniera così diretta da qualcuno che non ha la minima idea delle formule con cui ci indirizza ad un re. Sono nuove le cose che si sente raccontare da quest’uomo, le esperienze di vita quotidiana che lui non conosce affatto.

Priamo impara ad essere un ‘uomo’ dallo sconosciuto carrettiere e si rende conto, per la prima volta, di quanto abbia perso nella vita- lui che aveva tutto. Ha perso la percezione del reale che viene dal cuore. Il viaggio verso Achille diventa- come tutti i viaggi- un percorso di apprendimento. E quando Priamo arriva a destinazione, è pronto per incontrare il temuto eroe, gli è facile trovare le parole giuste. Ne segue un accordo e una breve pace per l’anima di entrambi gli uomini in lutto.

    “Io sono Achille” ci ricorda il valore dei miti: vecchi come il mondo eppure sempre attuali. E il valore della poesia. Perché Malouf scrive in una splendida prosa poetica, trasforma la poesia aulica del poema omerico in una poesia fatta di immagini e di parole, di frasi costruite in maniera che non hanno bisogno della rima per essere poesia.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


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