venerdì 5 giugno 2015

Elizabeth Strout, “I ragazzi Burgess” ed. 2013

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       il libro ritrovato


Elizabeth Strout, “I ragazzi Burgess”
Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 444, Euro 18,50

    Di tutti gli incipit, quello dell’”Anna Karenina” di Tolstoj, “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, è uno dei più famosi. Anche se poi non è del tutto vero, perché non esistono famiglie interamente felici- forse lo sono solo in superficie-, e, proprio per questo, anche ogni famiglia felice lo è a modo suo.
    Prendiamo i Burgess, protagonisti del bellissimo romanzo di Elizabeth Strout. Quanto sono felici o infelici, i tre fratelli Burgess? In apparenza a Bob e Susan (da bambini erano spesso considerati un’unità, “i gemelli”) è toccata la fetta più grossa di infelicità: Susan è stata lasciata dal marito e ha cresciuto da sola il figlio Zachary,  mentre la moglie di Bob ha chiesto il divorzio perché voleva dei figli che Bob non riusciva a darle (e Bob continua ad amarla). In più Bob ha vissuto tutta la vita schiacciato dal senso di colpa per aver causato la morte del padre, quando lui aveva solo quattro anni. In apparenza il destino ha riservato l’intera felicità al maggiore dei tre, Jim, brillante e duro come un diamante, avvocato diventato famoso per aver fatto assolvere un cantante (colpevole del crimine di cui era accusato), felicemente sposato da oltre trent’anni, tre figli che non gli danno alcun pensiero. In apparenza. Perché gli eventi della storia dei fratelli Burgess, tra New York dove vivono Jim e Bob e Shirley Falls, nel Maine, dove è rimasta Susan, porteranno ad un rovesciamento degli equilibri di felicità e infelicità, ci saranno delle crisi all’interno della famiglia e nei rapporti tra membri della famiglia e la comunità in cui vivono- è questo il cardine del romanzo, l’importanza dell’unione famigliare e, parallelamente, del vivere armonico nella società che è, in fin dei conti, come una grande famiglia allargata.
    Zachary, il diciassettenne figlio di Susan, ha fatto qualcosa di molto stupido e oltraggioso: ha scagliato una testa di maiale dentro la moschea affollata di somali in preghiera. Scatta la solidarietà famigliare: gli zii si precipitano a Shirley Falls, dove non tornavano da anni, per cercare di tirarlo fuori dai guai. Il ragazzo rischia una condanna per crimini d’odio, la situazione è molto delicata, il Maine- lo stato più ‘bianco’ d’America- è stato letteralmente invaso, di recente, da immigrati somali.
E la gente non li vede di buon occhio, si sono instaurate le tipiche reazioni dettate da paura e ignoranza, basti dire che i più li chiamano ‘somalesi’- non sanno nulla della tragica terra che hanno abbandonato in fuga, dei campi profughi in cui hanno sofferto la fame. Neppure sanno della loro cultura, e quindi non la rispettano. Con la totale mancanza di fantasia dovuta all’ignoranza, non immaginano lo sconcerto paralizzante degli immigrati davanti a tutte le novità che spesso non capiscono, ai congegni elettrici di cui non sanno l’uso. E però l’America bianca deve dimostrare che si prende cura di questa gente e la punizione del ragazzino fragile e spaventato dovrà essere esemplare.
   La grandezza di Elizabeth Strout è nel saper intrecciare le due tematiche, i problemi della famiglia Burgess e quelli della pacifica convivenza: comprensione, apertura e generosità sono richieste sia tra fratelli sia nei confronti di chi è al di fuori della cerchia famigliare. E la capacità di perdonare deriva dalla comprensione: perdonerà Bob, a cui la vita è stata rubata dal fratello, perdonerà il somalo Abdikarim, oltraggiato dall’atto di Zachary, perdonerà la moglie tradita di Jim e anche Susan, che non ha mai superato il trauma di essere stata abbandonata.


   “I ragazzi Burgess” è un romanzo straordinario. Lo è non perché sia particolarmente nuovo o originale. Anzi, lo è proprio perché non è affatto nuovo o originale, ma Elizabeth Strout rielabora vecchi temi innestandoli su nuove problematiche con un’arte che non si può definire altro che elegante. Perché eleganza è misura e armonia, è sobrietà e pacatezza. E’ attirare l’attenzione perché non c’è nulla di stonato o di superfluo. Perché è la perfezione.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


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