venerdì 14 ottobre 2022

Saša Filipenko, “Ex figlio” ed. 2022

                                                     Voci da mondi diversi. Bielorussia

Saša Filipenko, “Ex figlio”

Ed. e/o, trad. Claudia Zonghetti, pagg. 190, Euro 17,10

 

    Rip van Winkle, nel famoso racconto di Washington Irving, aveva dormito per vent’anni e, quando si era svegliato, il mondo in cui aveva vissuto era del tutto cambiato.

  Christiane, nel film “Good-bye Lenin” diretto da Wolfganf Becker, ha un ictus e cade in coma poco prima della caduta del muro di Berlino, nel 1989. Quando si risveglia, nove mesi più tardi, per proteggerla dal trauma che potrebbe causarle un altro attacco di cuore, i figli si danno da fare per nasconderle la caduta della Repubblica Democratica tedesca e il trionfo del capitalismo.

   Dai Wei, in “Pechino è in coma” di Ma Jian, resta in coma dopo essere stato colpito alla testa da un proiettile durante la rivolta di piazza Tiennanmen il 4 giugno 1989. Quando si sveglia, trova una Cina diversa da quella che ha popolato i suoi ricordi nel lungo sonno durato dieci anni.

   Anche Francysk, il ragazzo sedicenne protagonista del pluripremiato romanzo di Saša Filipenko, resta in coma per dieci anni, ma, a differenza di quanto accade agli altri personaggi delle storie che si basano sulla stessa metafora di immobilismo, quando si risveglia scopre che nulla è cambiato nella sua città, nulla è cambiato nel suo paese. I cambiamenti riguardano la sfera privata- sua madre è convolata a nozze con il primario dell’ospedale e ha avuto un altro bambino, il suo migliore amico ha sposato la ragazza che era stata il suo primo amore, la sua amata nonna è morta proprio quando lui pronunciava le prime parole confuse dopo il lungo mutismo. E, dopo quello che è come un preambolo- il racconto del concerto, della pioggia improvvisa, della fuga verso il riparo della metropolitana, della calca in cui moltissimi erano morti, molti erano rimasti feriti e a Francysk era toccato in sorte quel limbo tra la vita e la morte- inizia la spietata descrizione del presente in uno stato mai nominato che è la Bielorussia (facilmente riconoscibile, schiacciato tra il Grande Fratello a Oriente e i paesi capitalisti dell’Occidente), governato dal 1994 da un presidente dittatore mai nominato che è Lukašenka.

Lukašenka.

    Mentre Francysk giace nel letto dell’ospedale, a poco a poco intorno a lui si fa il vuoto. Solo la nonna resta accanto a lui, testarda nella sua convinzione che il nipote si risveglierà prima o poi, costante nei tentativi di aiutarlo a riprendere conoscenza, senza mai smettere di parlargli, di raccontargli, di stimolarlo. E, insieme a lei, l’amico più caro, Stas, che commenta quanto avviene nel paese, o meglio, quanto non avviene- “Dorme il paese, ronfa anche tu”, gli dice. Chi può ottenere un visto se ne va, questo sì. Poi c’è chi scompare, c’è chi si suicida (troppi suicidi sospetti e, guarda caso, sono tutti oppositori del regime). Dai canali televisivi non viene nulla che si discosti dalle posizioni del presidente.

    Francysk sapeva, ma la consapevolezza del ragazzino di sedici anni non è la stessa del giovane uomo di ventisei che prova ad unirsi alla protesta per poi tirarsi indietro, spaventato dalla violenza della repressione. “Ditemi cos’è permesso…Voglio fare solo quello che si può fare…”, dice l’amico in sogno.

“Voglio non avere paura”, dice Francysk, e decide di chiedere il visto per raggiungere la famiglia adottiva in Germania (mentre era in ospedale si era alzato il sipario sull’esperienza dei bambini mandati in vacanza in Germania dopo il disastro nucleare di Chernobyl). “So che non dovrei andarmene mentre qualcun altro lotta, mentre un sacco di gente è in prigione perché non si rassegna a quello che accade nel paese, ma davvero non ce la faccio più”.

Minsk

     Riuscirà ad andarsene Francysk?

Lucido, amaro, ironico, profondamente triste e doloroso, di quella tristezza che si prova quanto si vede con chiarezza una realtà su cui non si può incidere, di quel dolore che ci prende quando non c’è speranza per chi amiamo- e poco importa se si tratta di una persona o di un paese.

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