giovedì 1 settembre 2022

Elisabeth Åsbrink, “Abbandono” ed. 2022

                                                           vento del Nord

                    saga

Elisabeth Åsbrink, “Abbandono”

Ed. Iperborea, trad. Alessandra Scali, pagg.312, Euro 18,50

 

    All’inizio avevo pensato di intitolare questo libro semplicemente Solitudine.

    Leggendo il nuovo romanzo- ‘romanzo-verità’ o saga familiare, lo definisce la scrittrice- di Elisabeth Åsbrink, pensiamo che sì, entrambi i titoli sono giusti.

“Abbandono” che si può interpretare sia nella forma attiva sia in quella passiva- abbandonare ed essere abbandonato- e “Solitudine” perché il libro che ricostruisce le loro vite è una ricerca dentro la loro solitudine- quella della scrittrice, di sua madre, di sua nonna, di suo nonno infine, che lei non aveva mai conosciuto. Per cercare di capire la propria, Elisabeth Åsbrink deve capire la loro, risalire sulle loro tracce, lungo quel percorso personale e storico che li aveva portati dal Mar Mediterraneo al Mare del Nord, dall’assolata Salonicco alla grigia Svezia passando per l’uggiosa Gran Bretagna.

   “Abbandono” è diviso in due parti, la prima non incomincia affatto dall’inizio ma da quel primo di dicembre 1949 in cui la nonna Rita si era sposata e prosegue con la storia di lei, la nonna. La seconda, invece, dopo un avvio in cui la scrittrice è protagonista (con la sua storia di abbandoni), prosegue con una ricerca più difficile e dolorosa, quella del nonno a Salonicco che si innesta nella storia degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel secolo XIV.

Cuenca

    La nonna Rita si sentiva sola, quel giorno di nozze del 1949. Nozze arrivate troppo tardi, dopo una ventina d’anni in cui Rita e Vidal Coenca avevano finto di essere sposati perché Vidal non avrebbe mai potuto dire alla madre che aveva un’amante non ebrea da cui aveva avuto una figlia. E la paura dell’abbandono era sempre stata lì, come la solitudine delle settimane passate in attesa del sabato quando Vidal sarebbe venuto. Anche la madre di Rita era stata sola, abbandonata da un marito inaffidabile dopo che avevano deciso di emigrare, di abbandonare Francoforte per andare in America. Peccato che lui si fosse bevuto tutti i soldi e il viaggio si era arrestato nei sobborghi più miseri di Londra.

    Prevalgono le figure femminili nella famiglia di Elisabeth Åsbrink e nel romanzo- la bisnonna, la nonna Rita e sua sorella, la madre Sally (abbandonata dal marito, un ebreo ungherese di cui era proibito pronunciare il nome), la scrittrice stessa che fin da bambina aveva preso su di sé la responsabilità di alleviare la solitudine della madre che minacciava di suicidarsi. Eppure il personaggio di Vidal Coenca giganteggia. Lui e la sua ascendenza ebraica che gli aveva insegnato la lezione che cerca di impartire alla figlia- piegarsi per non spezzarsi, non raccogliere le provocazioni quando Sally è vittima di bullismo a scuola, con la sua carnagione olivastra e i capelli scuri che ha ereditato da lui, quando i compagni storpiano il suo cognome chiamandola Cocoa. Il cognome Coenca derivava da Cuenca, il paese in cui abitavano i loro antenati quando il re Ferdinando e la regina Isabella espulsero tutti gli ebrei dalla Spagna nel 1492.

Hagios Dimitrios- Salonicco

    Dalla Spagna la scrittrice segue le loro orme fino a Salonicco, facente parte allora dell’Impero ottomano che garantiva protezione e uguaglianza agli ebrei. È un viaggio triste e frustrante, fino a Salonicco dove ogni traccia della presenza ebraica è scomparsa. Peggio. Tra eccidi e distruzioni, ogni traccia è stata spazzata via con la violenza. Neppure negli archivi si può trovare nulla. E quello che è più doloroso di tutto è la distruzione del cimitero. Che cosa resta della presenza di una comunità quando neppure i morti sono più lì? Era l’inverno del 1942 quando il cimitero sefardita fu ridotto ad un cumulo di macerie. E nel marzo 1943, quando il primo treno carico di ebrei partì da Salonicco diretto in Polonia, fu autorizzato l'uso delle lapidi del cimitero per altri scopi- costruzione dei bagni in una scuola, di una cappella nel cimitero cristiano, del Teatro Reale, di alcune chiese. Si cammina sulle lapidi delle tombe degli ebrei per avvicinarsi alla chiesa di Hagios Dimitrios. E la gente non lo sa.

  ‘La Guerriera dei ricordi perduti’ ha terminato la sua ricerca. Senza trovare la pace. “Io non perdono”, sono le parole con cui termina questo libro che è nello stesso tempo storia di una famiglia e della Storia che ne ha determinato la sorte, che ha foggiato i caratteri, che è la Storia di una scomparsa incolmabile.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



  

 

Nessun commento:

Posta un commento