martedì 29 marzo 2022

Marzio Mian e Francesco Battistini, “Maledetta Sarajevo” ed. 2022

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

              guerra dei Balcani

Marzio Mian e Francesco Battistini, “Maledetta Sarajevo”

Ed. Neri Pozza, pagg. 400, Euro 19,00

 

     C’è una canzone che idealmente può fare da colonna sonora al libro “Maledetta Sarajevo” di Francesco Battistin e Marzio Mian. Una canzone il cui titolo suggerisce un amore struggente in contrasto con il titolo del libro- “Sarajevo, ljubavi moja” (Sarajevo, amore mio) di Kemal Monteno-, i cui versi dicono: Siamo cresciuti insieme, città, tu ed io…Dovunque io vada, io sogno di te…Adesso il ragazzo è un uomo e l’inverno/ copre le montagne/ Il parco e i capelli sono grigi, ma la neve/ andrà via/ La primavera e la giovinezza allora riempiranno/ la mia Sarajevo, la mia unica città.

    Sarajevo, amore mio, la città martire che subì l’assedio più lungo della storia bellica del XX secolo, 4 anni dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, più lungo ancora di quello di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Sarajevo è al centro del libro dei due giornalisti italiani, storia di una guerra durata dieci anni, iniziata dopo la dissoluzione della Repubblica socialista federale di Jugoslavia e che vide il coinvolgimento dei tre principali gruppi nazionali, serbi, bosniaci e bosgnacchi. Fu una guerra ‘anomala’, in parte guerra civile, in parte guerra tra etnie e religioni diverse (musulmani i bosgnacchi, ortodossi i serbi, cattolici i croati) per cui Tito era stato un collante e che avevano convissuto pacificamente a Sarajevo per secoli. Un libro appassionante- sì, appassionante, anche se narra una guerra di una crudeltà inaudita-, questo di Mian e Battistini, perché vivacizzato dalle interviste a testimoni, a vittime, a capi di stato, al giudice della corte dell’Aja, al generale francese che comandava i caschi blu dell’Onu (che cosa fecero per impedire il massacro di Srebrenica?), allo stesso Radovan Karadžić, ex presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, il latitante più ricercato che sembrava giocare al gatto e al topo, apparendo e sparendo sotto gli occhi di tutti, condannato all’ergastolo come criminale di guerra, rinchiuso nella prigione dorata dell’isola di Wight.


    Partiamo da una data maledetta, una strana coincidenza che fa sì che il giorno di san Vito, 28 giugno, ad anni di distanza siano accaduti eventi cruciali per la Storia dei Balcani. Hanno la memoria lunga, i serbo bosniaci. Il 28 giugno 1389 il principe Lazar, a capo dell’esercito dell’alleanza balcanica, affrontò l’Impero Ottomano nella Piana dei Merli per bloccare l’invasione turca in Europa. Ci sono altri popoli che festeggiano una sconfitta?

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo Gavrilo Princip uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando facendo precipitare l’Europa nella Grande Guerra. Sempre il 28 giugno, cinque anni dopo, veniva firmato il Patto di Versailles che metteva fine all’Impero austro-ungarico e all’impero ottomano.

Seicento anni dopo la Piana dei Merli, il 28 giugno 1989, Slobodan Milošević

 pronunciò il discorso che risvegliò l’orgoglio nazionale dei serbi dando origine a violenti scontri che anticipavano lo scoppio delle guerre balcaniche.

Ci furono altri significativi 28 di giugno, ricordiamone ancora uno, il Vidovdan 2001, quando Milošević fu arrestato e trasportato all’Aja per essere processato per crimini di guerra davanti al Tribunale Penale Internazionale.


    Partiamo da un 28 di giugno per un lungo calvario di guerra che vide vicini di casa trasformarsi in mostri di odio, donne sottoposte a sevizie al cui confronto gli stupri dell’Armata Rossa a Berlino sembrano quasi irrilevanti, i cecchini in agguato, il famoso tunnel scavato a mano che portava all’aeroporto di Sarajevo, la crudeltà di Mladić che quasi impazzì diventando ancora più selvaggio dopo il suicidio della figlia, le tigri di Arkan, principale organizzatore della pulizia etnica voluta da Milosevic. E poi Srebrenica, il genocidio di 8000 musulmani nel luglio 1995. Impossibile perdonare Srebrenica.


    La penna felice di Mian e Battistini riesce ad alternare le voci dei personaggi, gente comune e le persone il cui nome è diventato tristemente famoso, ad inserire i versi delle poesie di Karadžić, lo psichiatra poeta che si è improvvisato guaritore, a descriverci lo sguardo e il gestire dell’uno e dell’altro con tocchi di amara e beffarda ironia che ci aiuta a ‘digerire’ quello che leggiamo.

   Gli autori scrivono che, da quando si ha una memoria storica, ci sono stati nel mondo solo 14 giorni senza una qualche guerra. Ne stiamo vivendo una in questi giorni, vicino a noi, proprio come quella di trent’anni fa in Bosnia. La tragedia si ripete senza fine.

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Francesco Battistini


  

Marzio Mian

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