mercoledì 5 gennaio 2022

Giuseppina Manin, “Complice la notte” ed. 2021

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

         biografia romanzata

Giuseppina Manin, “Complice la notte”

Ed. Guanda, pagg. 240, Euro 17,10

 

   Nella notte tra il 28 febbraio e il primo marzo 1953, nella dacia di Kuncevo, moriva il Piccolo padre, Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio conosciuto come Stalin. La sua morte è entrata nella leggenda, fuori fiocca la neve, nel tepore della dacia l’uomo di acciaio giace sul divano, il grammofono (regalo di Churchill) si è fermato, sul piatto il disco da 78 giri con il Concerto per pianoforte e orchestra K488 di Mozart, al piano Marija Judina.

   Il romanzo di Giuseppina Manin, “Complice la notte”, si apre con questa scena per poi ricordare come e quando quel disco era stato inciso- Stalin che ascoltava il concerto alla radio, la sua richiesta di averne la registrazione, il panico che si era diffuso perché non c’era nessuna registrazione, ma si poteva dirglielo? Bisognava suonare nuovamente il pezzo, svegliare Marija e richiamarla, un direttore dopo l’altro si era sottratto all’impegno, e poi quella splendida esecuzione, diversa da quella originale, con un Adagio che suona come un atto di accusa, un memento della folla di uomini deportati nelle isole Solovki per ordine di Stalin, affamati, torturati, trucidati.


Stalin manderà un biglietto di ringraziamento a Marija, insieme a ventimila rubli. Che Marija- somma ironia- regalerà alla Chiesa rispondendo che ringraziava e avrebbe pregato il Signore di perdonare i grandi peccati che Stalin aveva compiuto nei confronti del popolo e del Paese. Che donna. Che ardire. Una leggenda. Eppure Stalin non la toccherà. Perché riconosce in lei una jurodivaja, l’innocente, lo stolto di Cristo, come l’idiota di Dostojevskij. Gli jurodivyi sono intoccabili, incarnano la libertà interiore, la coscienza del popolo, sono gli idioti sapienti che denunciano le malefatte del tiranno. Chi li tocca non sarà mai perdonato, lo sa bene l’ex seminarista Stalin.

    Marija Judina, con questo cognome che rivela la sua ascendenza ebraica, era nata nel 1899 a Nevel, una cittadina della Russia occidentale. Lei si era convertita al cristianesimo e portava sempre una croce al collo sui lunghi abiti neri di foggia monacale. Il libro, un’accurata ricostruzione storica, narra la sua vita, dagli studi al Conservatorio di san Pietroburgo (città che sarebbe diventata Leningrado, così amata da Marija che vi tornò durante l’assedio, superando l’accerchiamento), agli amici, musicisti come Shostakovich e Sofronickij e altri ancora, letterati come la poetessa Achmatova e più tardi Pasternak che proprio nell’appartamento di Marija avrebbe letto, nel 1947, la prima stesura del suo romanzo, al suo grande amore, il giovane Kirill che sarebbe morto durante una scalata in cui Marija, ricoverata in ospedale, non aveva potuto accompagnarlo. Marija, dopo un paio di brevi storie giovanili, aveva conosciuto il grande amore con Kirill e terminò con lui la sua vita sentimentale. Non era propriamente bella, Marija, ma aveva un fascino intenso, e poi, quando suonava, calamitava gli sguardi sulle sue mani che volavano sul pianoforte e stregava i suoi ascoltatori. Era generosa nello spirito del vero cristianesimo, i regali che riceveva, fossero soldi, cibo, capi di vestiario, li dava a chi riteneva avesse più bisogno di lei, e, se qualcuno che conosceva era stato arrestato, Marija non temeva di esporsi inoltrando richiesta di clemenza.

   


Sono anni terribili, quelli in cui vive Marija. Dapprima l’entusiasmo per la Rivoluzione (ma lei non poteva non provare orrore per l’eccidio della famiglia Romanov), poi la delusione quando il governo del popolo si era trasformato nel governo di uno solo, le delazioni, gli arresti, la paura, la fame, la guerra, le deportazioni nell’Inferno bianco della Siberia. Per Marija la musica allevia ogni pena, regna sovrana. Mozart, Bach, Beethoven, ma anche Shostakovic, Nono, tutti quei compositori ‘nuovi’ invisi al regime. Come possa la musica essere considerata pericolosa e sovversiva, non si sa. Eppure Marija fu penalizzata per questo. Lei continuava a suonare, a salire sul palco con le scarpe da ginnastica e l’abito da monaca, il crocefisso al collo. Perché suonare significava parlare con Dio.

    Un romanzo suggestivo, risuonante di musica in ogni pagina, evocativo di un ricco ambiente culturale, di un tempo buio della Storia di Russia ed anche di uno splendido paesaggio innevato, di icone dorate, di cupole scintillanti che si riflettono nella Neva.  

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