mercoledì 19 aprile 2023

Patrick Hamilton, “Schiavi della solitudine” ed. 2023

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Patrick Hamilton, “Schiavi della solitudine”

Ed. Fazi, trad. Isabella Zani, pagg. 304. Euro 20,00

 

     Ah, l’impagabile piacere di leggere una ‘British novel’! perché è innegabile che “Schiavi della solitudine” sia un romanzo britannico, anche se ora devo affrontare la difficoltà di chiarirne il perché.

    Per l’ambientazione, prima di tutto. Una pensione dal nome decisamente britannico, Rosamund Tea Rooms. L’unico romanzo che mi viene in mente e che si svolge in una pensione in Italia, è stato scritto da un inglese- è il delizioso “Una stanza con vista” di E. M. Forster.

   Per i personaggi. Una pensione è un microcosmo che offre la possibilità di raggruppare una serie di personaggi che hanno in comune la solitudine- se non fosse così, avrebbero una casa loro e una famiglia. E tra i personaggi ci sono sempre un paio di anziane signorine, qualche vecchietto strambo, qualche donna che, per età, può essere definita con il desueto termine di ‘zitella’, l’occasionale giovanotto e, infine, la padrona della pensione, che appare ai margini, impegnata a difendere la rispettabilità di quell’alloggio.

   Per lo stile, raffinato e mai sboccato, preciso, tinto di umorismo lieve ed ironia, colmo di empatia per questi protagonisti che vivono ai margini della vita.


    Ha un nome e un cognome sgradevoli, il personaggio principale di “Schiavi della solitudine”. Si chiama Enid Roach. Cockroach è la parola inglese per scarafaggio- facile immaginare come il suo cognome passasse di bocca in bocca tra gli studenti, quando insegnava, trasformandosi in un dileggiante ‘blatta’ o perfino ‘vecchia blatta’. Quando, alle Rosamond Tea Rooms, la situazione degenererà e quel vecchio soprannome balzerà di nuovo fuori, sarà un brutto colpo per lei. Miss Roach ha trentanove anni, lavora ancora a Londra presso una casa editrice ma si è rifugiata nella cittadina di Thames Lockdon dopo i pesanti bombardamenti. È il 1943, sono molti i soldati americani di stanza in Inghilterra. Un incontro casuale di Miss Roach con uno di questi, il tenente Pike, dà inizio ad un flirt su cui lei si illude, pensa anche che lui le abbia chiesto- tra i fumi dell’alcol- di sposarlo. Saprà dopo che non lo ha chiesto solo a lei. E comunque Miss Roach ha un sussulto di giovinezza, incomincia ad uscire la sera per incontrare il tenente al pub e bere insieme a lui. Finché la coppietta diventa un triangolo, quando pure Vicki, l’amica tedesca di Miss Roach, prende in affitto una stanza nella pensione.

     Miss Roach pensava di essere stata generosa, offrendo la sua amicizia ad una tedesca in tempo di guerra, quando tutti guardavano storto i tedeschi, sospettando che ognuno di loro potesse esser una spia, o comunque simpatizzasse con i nazisti. Verrà ricambiata molto male dall’amica che ne farà oggetto di frecciate malevole, aizzando contro di lei anche il già sgradevole vecchietto a cui piaceva punzecchiarla.


   “Schiavi della solitudine” è una commedia amara che sembra essere la controparte di “Camera con vista” dove l’amore sbocciato tra le stanze della pensione aveva un lieto fine, le chiacchiere intorno al tavolo da pranzo avevano la leggerezza di una vacanza e il paesaggio era quello soleggiato delle colline toscane. Nel romanzo di Hamilton c’è solo un ultimo sogno d’amore che dura un attimo, lo scambio di battute è spesso malevolo e per lo più sotto l’influsso di abbondanti libagioni, il colore che prevale è il grigio- quello delle macerie che ingombrano le strade di Londra, dell’aria, degli abiti, del cibo stesso. E il rombo degli aerei in volo non ci lascia mai dimenticare che c’è una guerra in corso.

    A chiusura del libro una bella postfazione di Doris Lessing ci parla di questo scrittore (nato nel 1904) ingiustamente dimenticato.



  

lunedì 17 aprile 2023

Paul Harding, “Un altro Eden” ed. 2023

                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

 


Paul Harding, “Un altro Eden”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 221, Euro 18,00

 

     Dal 1793 al 1912- tanto lunga o tanto breve è stata la vita di una comunità sull’isola di Malaga, nel golfo del Maine, rinominata Apple Island nel romanzo di Paul Harding.

    L’isola delle mele perché in quella fine del secolo XVIII Benjamin Honey, nero nato in schiavitù, e la moglie irlandese erano arrivati sull’isola con un sacchetto di semi di mela- era il sogno di Benjamin, di diventare un frutticultore. A poco a poco l’isola si era popolata con una comunità di emarginati, pescatori afroamericani, bianchi poveri, irlandesi, indiani, che vivevano di pesca e di quel poco che la terra offriva, in condizioni veramente miserande. Non se ne rendevano conto, però- si può sentire la mancanza di quello che non si sa neppure esista?

    Era inevitabile che, essendo così pochi, si accoppiassero tra di loro- padri con le figlie, fratelli con sorelle. Nella Bibbia non ci viene detto, ma, dopo la fine del diluvio universale, non avevano fatto forse lo stesso, per ripopolare la terra, quelli che erano sull’arca e si erano salvati? Era inevitabile anche che ci fossero delle conseguenze geneticamente e che, nella stessa famiglia, ci fossero bambini dalla pelle scura, mulatti, o biondi e rosei. I Lark, poi, erano tutti ‘scoloriti’, pallidi come fantasmi e non sopportavano la luce del sole- i genitori dei bambini erano fratello e sorella. C’erano poi gli Honey, discendenti di Benjamin-, la vecchia Esther il cui figlio era anche suo fratello. Lei aveva avuto la tentazione di ucciderlo. Aveva ucciso qualcun altro. E c’erano le due sorelle che passavano le giornate lavando i panni degli altri, e Zachary Hand to God Proverbs che viveva dentro un albero cavo intagliando piccole sculture di legno.


    E poi c’era il missionario bianco Matthew Diamond che remava ogni giorno fino all’isola e insegnava ai bambini a leggere e scrivere. Una delle bambine aveva imparato perfino il latino, un’altra era un genio della matematica, un altro era un artista. Eppure Matthew Diamond non poteva fare a meno di esprimere il suo disgusto di fronte ad un nero e fu proprio lui a portare la catastrofe sull’isola segnalando la presenza della comunità che viveva secondo le sue proprie leggi al governatore del Maine.

    Quando sull’isola arrivano medici e specialisti con strani attrezzi per misurare il cranio degli abitanti e per verificare le condizioni di vita, non vedono nessun paradiso terrestre ma solo la sporcizia, i pidocchi, la promiscuità, gli stracci che fungono da abiti, la puzza, l’incredibile puzza. E decretano la fine di questo piccolo mondo: i quarantasette residenti saranno deportati, alcuni di loro saranno internati in un istituto per deboli di mente.

     La scena dei preparativi, del prelievo forzato, della partenza è straziante. È verso una vita migliore che vengono condotti? Può qualcuno arrogarsi questo diritto?


    Lo stile di Paul Harding infonde poesia nel realismo, raggiunge un tono epico nel racconto dell’uragano fatto dalla vecchia Esther che narrava come se lei stessa fosse stata la donna che si arrampicava su un albero stringendo un bambino al petto per resistere alla furia del vento e delle acque. È come rivivere la scena della Bibbia, è un anticipo della fine che verrà veramente, un secolo dopo, ma allora erano state le forze della natura a scatenarsi, adesso erano uomini quelli che strappavano altri uomini dalle loro case e dalla loro terra.

     Dopo il libro di Caroline Laurent, “La riva della collera”, un altro romanzo, simile per molti versi, che ci rivela un sopruso, uno sradicamento, una tragica fine.

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venerdì 14 aprile 2023

Kwon Yeo-Sun, “Lemon” ed. 2022

                                      Voci da mondi diversi. Corea

cento sfumature di giallo

Kwon Yeo-Sun, “Lemon”

Ed. il Saggiatore, trad. Benedetta Merlini, pagg.131, Euro 15,00

 

   Kim Hae-on indossava un vestito giallo come un limone quando era stata ritrovata morta, uccisa con un colpo di mattone alla testa e abbandonata in un parco. Sotto il vestito, niente. E però non recava tracce di violenze.

Era bellissima, Kim Hae-on. Un poco strana, questo sì. La sorella minore, Da-on, doveva controllare ogni giorno che si vestisse adeguatamente, che ricordasse di mettersi la biancheria. Chi poteva averla uccisa? La polizia sospetta di due ragazzi- Shin Jeong-jun e Han Manu. Il primo è un rampollo di buona famiglia, era lui al volante dell’automobile su cui Kim Hae-on era stata vista. Ed è stato Han Manu a testimoniare di averla vista sull’automobile, lui era sul motorino, aveva finito di fare le consegne a domicilio e stava andando a casa. Sul sellino dello scooter, dietro di lui, c’era Taerim, una ragazza che gli aveva chiesto un passaggio. Ma che motivo avevano, l’uno o l’altro, per uccidere Kim Hae-on? Vengono rilasciati entrambi per insufficienza di prove.


    È un ‘giallo’, o meglio, un ‘mystery’ diverso dai soliti, il romanzo della scrittrice sud-coreana Kwon Yeo-sun. Perché manca un’indagine poliziesca, chi continua a fare domande- in un arco di diciassette anni- è la sorella della vittima, ma scoprire chi sia il colpevole non è quello che importa. Quello che viene fuori sono correnti nascoste di rivalità e gelosie, discriminazioni e differenze sociali che incidono pesantemente sulla vita, ad iniziare dal benessere fisico per terminare con una dubbia innocenza comperata.

     Tre ragazze ci parlano di Kim Hae-on, di quanto è successo e delle conseguenze- Da-on, una sua amica e Taerim. I capitoli si alternano e deve esser il lettore a capire chi stia parlando. Uno di questi singolari racconti è sotto la forma di una telefonata in cerca di un supporto psicologico e, naturalmente, noi sentiamo solo una voce e non quella che fa domande all’altra estremità del filo. Sono soprattutto Da-on, la sorella della ragazza assassinata, e Taerim ad aver sofferto per quell’omicidio. Da-on, addirittura, è ricorsa alla chirurgia plastica per assumere le sembianze della sorella morta. Ci è riuscita? Non molto se l’amica, quando la rincontra a distanza di tempo, pensa che ci sia qualcosa di ‘dissonante’ in lei, che Da-on sia ‘a metà tra una Hae-on vecchia e una Hae-on deformata’.

    Il punto di vista dell’amica è quello esterno, quello che è più obiettivo nel parlarci della straordinaria bellezza di Hae-on, delle correnti che ha percepito, a scuola, tra lei ed altri studenti. Da-on è il punto di vista interno alla famiglia, sopraffatta dai ricordi, scossa da come il lutto abbia trasformata la madre che vuole cambiare anagraficamente il nome della figlia morta, dandole quello con cui avrebbe dovuto essere chiamata, incapace di interrompere la ricerca del colpevole. Taerim, infine, è la più elusiva. Ha finito per sposare il ragazzo con cui Hae-on era in automobile- era gelosa di lei? sospettava che il marito fosse colpevole? Perché altrimenti era stato mandato a studiare in America?


     Quanto ai due ragazzi sospettati, il loro ruolo è quello di dimostrare quanto sia ingiusta la vita, quanto siano ingiusti gli uomini. Perché uno è ricco e uno è povero, i loro alibi si equivalgono ma Han Manu, il ragazzo povero, quello che ha soltanto visto Hae-on seduta in automobile, continua ad essere tartassato, l’altro no. In più Han Manu sembra proprio essere perseguitato dalla sorte- ammalato di tumore, gli viene amputata una gamba e ne morirà, MA, se non fosse stato un poveraccio, se gli fosse stata prestata più attenzione, quando si lamentava mentre faceva il servizio militare, non avrebbe potuto salvarsi?

    “Lemon” è un libro interessante, anche se non appassionante. Interessante per quello che ci dice, per vie traverse, sulla Corea, pur lasciandoci perplessi sul finale, come se avessimo in bocca il gusto aspro del limone.




martedì 11 aprile 2023

Andreea Simionel, “Male a Est” ed. 2023

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

     romanzo autobiografico

Andreea Simionel, “Male a Est”

Ed. Italo Svevo, pagg.265, Euro 18,00

    Una città in Romania. Il nome della città lo sapremo molto dopo, quando la ragazzina che è l’io narrante non vive più in Romania ma in Italia ed è inutile dire da dove viene- non la capiscono, glielo fanno ripetere, lo pronunciano sbagliato. Botoşani. La città che ha dato i natali al poeta Mihai Eminescu che viene citato di continuo, una città con dei nomi molto belli per le strade, Strada della Pace, dove abitano loro, dove è difficile attraversare, Strada della Primavera…

   Una famiglia di tre persone- la madre e due figlie- perché il padre è andato a lavorare a Torino, in Italia.

   La prima metà del libro di Andreea Simionel è ambientata in Romania- la scuola, i compagni di scuola, le incursioni nel cimitero che è dietro la Strada della Pace, i piccoli litigi tra le sorelle, i messaggi che mandano al padre sul cellulare, i pacchi che arrivano dall’Italia, attesi con ansia, scartati con gioia sia che contengano cibo (sembra sempre squisito, ‘viene dall’Italia’) o articoli di vestiario. È la madre che sente di più l’assenza dell’uomo di famiglia, che chiede che lui ritorni- due anni sono stati lunghissimi. Quando lui ritorna, lo accoglie come un innamorato.

Eminescu

    Poi la partenza. Ritorneranno tutti con lui in Italia. Anche il cane, sì, anche il cane avrà i documenti per andare a Torino. L’aereo costa caro, il viaggio è lungo e scomodo.

   Torino. E qui il sogno si infrange. Dapprima c’è l’abbuffarsi di tutte le novità, compreso il cibo spazzatura. Dopo viene lo scontro con le difficoltà, con l’essere stranieri ed estranei, con l’essere messi al margine di tutto. A scuola, prima di tutto. Andreea non frequenterà la scuola media, come avrebbe fatto in Romania. In Italia ci sono cinque anni di elementari. E poi non sa la lingua. No, non è stupida, ci vuole tempo per imparare. Dopo otto mesi tutti si meraviglieranno di come parli bene, senza accento. Ci sono poi i litigi in famiglia, per i soldi che non bastano, perché il padre china la testa sul lavoro e non sa farsi valere, perché quello che sembrava bello dentro i pacchi quando li ricevevano i Romania, non lo è più a Torino quando tutti i compagni di scuola riconoscono che viene dal mercato di Porta Palazzo. Non è facile ambientarsi.

Botoşani.

    È la sua propria esperienza che Andreea Simionel racconta, in “Male a Est”. E la racconta nella lingua che ha fatto sua con fatica e che usa in una maniera tutta personale in uno stile secco, asciutto, dalle frasi corte e brusche come di chi ha le idee ben chiare di che cosa vuole dire. E niente come questo tono brusco velato di ironia potrebbe rendere meglio il contrasto tra due tempi e due stili di vita, tra il sogno e la realtà, tra un mondo di certezze e la destabilizzazione causata da chi vive nelle sue proprie certezze e neppure fa lo sforzo di capire ‘l’altro’, lo straniero, la bambina che si chiama Andreea con due e e quello è un nome femminile nel paese da dove viene.

    Un bel romanzo, da leggere perché non esiste una sola verità e neppure una sola realtà, ‘l’altro’ è qui con noi ed è il nostro futuro.

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sabato 8 aprile 2023

Arno Camenisch, “Anni d’oro” ed. 2023

                                                      Voci da mondi diversi. Svizzera


Arno Camenisch, “Anni d’oro”

Ed. Keller, trad. Elisa Leonzio, pagg. 124, Euro 13,50

   Un chiosco con la pompa della benzina, ma anche con barattoli di caramelle ben in mostra, giornali e la possibilità di bere un caffè o una bibita. E poi non è un chiosco qualunque, ha un’insegna luminosa che si vede da lontano, che attira i viaggiatori. E questa insegna, vanto di Margrit e di Rosa-Maria che da cinquantun anni gestiscono il chiosco, assume un valore simbolico- la luce non è solo quella dell’insegna, è pure quella che emanano le due anziane signorine, con la loro empatia, con il loro amabile chiacchiericcio che riporta in vita il passato. Perché loro due sono lì ‘per ascoltare’, per raccogliere le confidenze e gli sfoghi delle persone.

   Cinquantun anni è già più di mezzo secolo. Mezzo secolo visto da un piccolo angolo di mondo in Svizzera, con i ricordi che iniziano dallo storico allunaggio nell’estate del 1969. E già abbiamo un’idea di ‘come’ Margrit e Rosa-Maria (del loro aspetto sappiamo poco o niente, solo che Rosa-Maria deve sempre spingere in su gli occhiali dorati che le scivolano sul naso) rievochino il passato, mescolando le notizie che hanno la vivezza delle immagini viste in televisione o su uno dei giornali che vendono nel chiosco, con qualche aneddoto, qualche battuta che aggiunge un tocco ilare alla notizia ‘pubblica’. Immaginiamo, ad esempio, che qualcuno si sia perso la scena del primo uomo sulla luna perché proprio in quel momento doveva andare al cesso- per sempre lo avrebbe raccontato così, a sua vergogna.


Il tour dei ciclisti che passava sulla strada (e non si parlava allora di doping e neppure di biciclette che in pratica vanno da sole), personaggi famosi, il parroco che va a comprare dei giornaletti che loro gli danno facendo finta di niente, le pene d’amore del postino, le grandi catastrofi naturali, allagamenti e uragani, il compaesano che è rifiorito dopo che la moglie lo ha lasciato, osservazioni sui cambiamenti climatici (e a loro vengono in mente i Moonboots che furoreggiavano in passato quando le temperature erano spesso sotto lo zero, così come i colbacchi di pelliccia), Chernobyl e le conseguenze, qualcuno che ha il vizio del gioco e qualcuno invece che vince al biglietto della lotteria, l’allegria della gente quando è caduto il muro di Berlino…


    “Anni d’oro” è una straordinaria carrellata su cinquant’anni della nostra Storia, mescolando piccole vicende private con eventi di importanza mondiale, perché la nostra Storia è proprio in quel miscuglio, e le vite dei ‘piccoli’ hanno la stessa importanza di quelle dei ‘grandi’ di cui sono un riflesso. E il fascino di questo racconto è proprio in questo, è nella voce delle due donne che sembrano aver vissuto attraverso la vita degli altri- di loro non sappiamo quasi nulla, a parte una serata stravagante di cui parlano gioiosamente.

    Terminiamo la lettura pensando che l’oro del passato è negli occhi e nella mente di chi lo ricorda, è nello scenario illuminato dall’insegna che è come un faro per i viaggiatori, che indica la strada da seguire- e non solo letteralmente.



mercoledì 5 aprile 2023

Hwang Sōk-yŏng, “Il signor Han” ed. 2023

                                                       Voci da mondi diversi. Corea



Hwang Sōk-yŏng, “Il signor Han”

Ed. ObarraO, trad. Andrea De Benedittis, pagg. 144, Euro 14,00

 

  Storia di un uomo, che per ora chiameremo solo ‘signor Han’, come nel titolo di questo breve romanzo- una cronaca dice il titolo originale- dello scrittore coreano Hwang Sōk-yŏng

 

   Storia di una tragica guerra, quella che durò tre anni in Corea- dal 1950 al 1953.

   Storia di un paese che nel 1945 era stato spezzato in due, con un tratto di demarcazione al 38° parallelo.

   Storia vera perché ispirata alla vita dello zio materno dell’autore, medico a P’yŏngyang, nonché alla sorella di questi, madre di Hwang Sōk-yŏng. Da parte sua lo scrittore, nato in Manciuria nel 1943, visse e crebbe a Seoul dove i suoi genitori si erano trasferiti quando lui aveva quattro anni, lasciando il resto della famiglia nella Corea del Nord.


   Storia vera perché anche la traumatizzante esperienza personale di Hwang Sōk-yŏng entra nel romanzo- lui stesso, come avviene al signor Han, fu condannato a ben sette anni di reclusione quando fu considerato colpevole di crimini contro la sicurezza nazionale al suo rientro nella Corea del Sud dopo essersi recato a P’yŏngyang su invito della Federazione della Letteratura. In totale isolamento, Hwang Sōk-yŏng aveva fatto lo sciopero della fame per ben diciannove volte, aveva perso quattordici denti, aveva cercato di continuare a leggere ma poi si era arreso, dimenticando perfino le parole della sua lingua. Fino a risorgere, con uno sforzo di volontà eccezionale, per non diventare un relitto.

P’yŏngyang oggi

    Un relitto. È così che ci appare il signor Han quando lo conosciamo, all’inizio del libro. È il 1971 e lui abita da tre anni in una vecchia casa dove alloggiano altre quattro famiglie. Ha un aspetto miserando, cicatrici sul viso, soffre di insonnia, è spesso ubriaco, tutti lo evitano. Qualcuno ha visto, nella sua stanza, una fotografia in cui il signor Han, ben vestito e giovane, ha al suo fianco una donna molto bella e due bambini. Adesso è giunta l’ultima ora per il signor Han. Mentre i vicini speculano per impossessarsi della sua stanza, il fratello e un amico tratteggiano una prima immagine di questo eroe misconosciuto. Un uomo che ‘era troppo severo con tutti, anche con se stesso’ (prima di tutto con se stesso, come vedremo), che ‘si è sempre fatto carico dei mali di tutto il mondo’, che ‘era inevitabile che finisse vittima di un mondo di carnefici come il nostro’.

    Torniamo indietro nel tempo, un salto brusco che ci presenta il dottor Han Yŏng-dŏk, già professore del Collegio di Medicina di P’yŏngyang ed ora medico presso l’Ospedale del Popolo. È proprio lui, il signor Han, ma un altro uomo, in un altro luogo e in un altro tempo, stimato ginecologo e chirurgo. C’è grande agitazione intorno a lui, la maggior parte dei suoi colleghi sono stati mobilitati, i nemici avanzano, l’ospedale trabocca di feriti. Ecco, come veniamo a conoscere il dottor Han. Per lui i feriti sono tutti uguali, lui non accetta di dare la precedenza ai membri del Partito, sta operando una bambina che ha una scheggia nell’addome, per lei sottrae la morfina e le garze, non si cura delle conseguenze. Ci saranno conseguenze, di tutto il suo comportamento, del suo estraniarsi dalla politica, della sua onestà, della sua integrità. Sfuggirà ad una esecuzione di massa dopo un arresto, fuggirà al Sud e qui- paradossale- sarà accusato di essere una spia del Nord. Si adatterà a fare da copertura, con il suo titolo, in uno studio di sedicenti medici che sono dei macellai. E poi…e poi…finirà come abbiamo visto, diventerà il signor Han.

Seoul oggi

    Soltanto in apparenza il signor Han è un vinto. È lui il vincitore, l’eroe misconosciuto che si piega sotto le torture, ma è solo il suo corpo che si piega, straziato, non il suo spirito. Muore l’ometto alcolizzato e solo, non muore il grande uomo che non è mai venuto meno al giuramento che ha fatto di salvare le vite umane qualunque sia il prezzo personale che deve pagare. Il signor Han ci dà una lezione di coraggio, di umanità, di generosità.

Da leggere.

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lunedì 3 aprile 2023

Alexandra Lapierre, “La donna dalle cinque vite” ed. 2023

                                                      Voci da mondi diversi. Francia

   biografia romanzata

Alexandra Lapierre, “La donna dalle cinque vite”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 678, Euro 25,00

 

      Sono appena tornata dalla Russia.

   Ho appena finito di leggere il bellissimo libro di Alexandra Lapierre che mi ha fatto vivere in Russia per più di 600 pagine che ho divorato. E non è vero che sono tornata. Sono ancora là, con la mente. Sono ancora là con Mura Zakrevskaja, protagonista assoluta di questa biografia romanzata accuratissima, ricca di estratti da lettere, corredata di fotografie. Anche io, come Robert Bruce Lockhart (il suo grande amore), come Maxim Gorkij, come H.G.Wells, mi sono innamorata di lei. Perché il fascino di Marija Zakrevskaja detta Mura non era solo nella sua bellezza, era nella sua forza vitale, nella sua intelligenza e nella sua grande capacità di amare- amare per la vita, continuare a provare affetto per coloro che avevano avuto un posto nella sua esistenza, continuare ad interessarsi di loro e ad aiutarli.


Così per le sorelle gemelle (Alla che finirà dipendente dall’oppio nonostante i tentativi di Mura di farla disintossicare e Anna, gravata dal peso di una famiglia che si sfiancava di mantenere nell’esilio forzato dopo aver lasciato la Russia), così per i suoi propri figli e la figlia illegittima di Alla che aveva cresciuto come fosse sua, così per Gorkij gravemente ammalato che lei era tornata di nascosto a trovare a Mosca (rischiando un’altra volta l’arresto),
così per quel vizioso del secondo marito, il barone Nikolaj Budberg, che aveva sposato per avere un passaporto che le permettesse di fuoriuscire dalla Russia e che mantenne a vita, così per l’amatissima fidata governante irlandese che l’avrebbe sempre chiamata Marydear come quando era bambina e che l’avrebbe sostituita in Estonia a fianco dei suoi due figli, Paul e Tanja, quando lei, Mura, era bloccata a San Pietrogrado, dalla Rivoluzione, dalla madre ammalata, dal suo amore per Lockhart.
Robert Lockhart

    Questa biografia straordinaria di una donna straordinaria inizia proprio con il personaggio secondario (essenziale, però, nella vita di Mura) della governante, di come le sue vicende personali l’abbiano spinta ad abbandonare i due figli in Inghilterra e ad accettare l’offerta di lavoro del senatore russo Ignaty Platonovich Zakrevsky che voleva che le tre figlie imparassero l’inglese. Mura era nata a Poltava, in Ucraina, nel 1892, e la prima parte del libro ci porta nella Russia zarista, tra i fasti della corte, nel lusso di grandi dimore con servitori e ricevimenti e abiti di seta e velluto e pellicce e slitte nella neve. Un mondo che scomparirà, nel sangue dell’eccidio della famiglia dello zar, nella fuga di chi riuscirà ad andare ad ovest, nella guerra civile, nella carestia e nella fame, nel nuovo regime del terrore- gli arresti, la Lubjanka, le torture, le deportazioni, la morte. Nulla restava dello splendore di un tempo, per chi aveva conosciuto lo splendore.

   Mura si era sposata giovanissima, nel 1911, con un diplomatico di una famiglia baltico tedesca, Jon Benckendorf. Troppo giovane per sapere che cosa fosse l’amore. E infatti il grande amore si presentò con il diplomatico inglese Robert Bruce Lockhart- era un agente segreto per la corona britannica? Progettava veramente di assassinare Lenin? Fatto sta che fu arrestato, e Mura con lui. Lockhart fu poi rimpatriato, ma Mura non poté seguirlo.

Maxim Gorkij

   La vivezza di queste pagine ci fa conoscere questa donna in tutte le pieghe del suo cuore, nello strazio per essere separata dall’uomo di cui aveva aspettato un figlio, nel dilemma morale di che cosa dovesse fare davanti alla proposta di diventare un’informatrice (per tre volte fu imprigionata nella Lubjanka), nell’intelligenza delle sue scelte, nel coraggio e nella dignità con cui affronta la povertà- lei che aveva conosciuto ben altro. E quando notizie superficiali ci dicono che fu l’amante di grandi scrittori come Maxim Gorkij e di H.G.Wells, noi che l’abbiamo ‘conosciuta’ pensiamo a quanto sia riduttiva e offensiva la qualifica di ‘amante’. Mura amò Maxim Gorkij, fu la sua segretaria, la sua agente letteraria, la sua musa, la sua pari intellettualmente. Mura amò H.G.Wells rifiutando le sue proposte di matrimonio. Mura amò-sempre, nonostante la sua incostanza- il bel Robert Lockhart. Fu una spia? Fu una informatrice? Non ci sono prove certe.

  

H.G.Wells

    In queste pagine la seguiamo, da San Pietroburgo, diventata Pietrogrado e poi Leningrado, a Mosca, dall’Estonia a Londra e poi a Capri e poi ancora a Londra e in Estonia, sempre attiva, sempre al centro della società intellettuale del suo tempo, fino a quando si spengono le luci, per chi l’ha amata e per lei stessa.

     Una lettura appassionante e appassionata. Un libro che ci dispiace di terminare di leggere. Concludo anche io con le parole di H.G.Wells citate da Alexandra Lapierre: E Mura resta Mura, la Mura di sempre. Umana, imperfetta, saggia, buffa, pazza, e io la amo.


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