Voci da mondi diversi. Francia
prima guerra mondiale
Bérénice Pichat, “La piccola cameriera”Ed. Salani, trad. Francesco Bruno, pagg. 250, Euro 16,05
La prima cosa che ci colpisce, iniziando la
lettura del libro di Bérénice Pichat, è la grafica. A pagine intere se ne
alternano altre in cui il testo appare in una sorta di brevi versi sciolti sulla
sinistra della pagina e altre in cui i versi sono stampati sulla destra. Al
nostro primo sconcerto segue la comprensione. I punti di vista della narrazione
sono diversi: le pagine in prosa sono quelle del signore e della signora
Daniel, quelle in versi sciolti sono della piccola cameriera- il presente sulla
sinistra e il futuro sulla destra.
Sono gli anni ’30 del secolo scorso a Parigi. E’ una vita faticosa, quella della piccola cameriera che si reca in case diverse per fare le pulizie, uscendo presto di casa al mattino, con il cesto pesante degli attrezzi- come sarebbe bello se potesse avere una bicicletta! Ma si accontenta della vita che ha, in una piccola stanza, con un uomo che le vuole bene (quando non ha bevuto). Si sente perfino fortunata in confronto ai signori Daniel. Si respira tristezza in casa loro. Di più, si respira la tragedia di una vita spezzata, una vita che ti fa pensare che forse la morte è meglio. Lei si chiama Alexandrine, ha una bellezza dolce, un po’ sfiorita. Lui si chiama Blaise, è un mutilato di guerra, non c’è più niente dell’uomo che era, non il viso, non le gambe, non le mani. Le mani- era un pianista.
Tutto si svolge nel breve arco di 48 ore. E
però, con questa grafica singolare che accentua anche la differenza di classe
sociale tra i padroni e la servetta, veniamo a sapere anche del passato dei tre
protagonisti- per i Daniel un passato che risuona di musica, dell’incanto
dell’innamoramento, dei primi tempi del matrimonio e poi la guerra, per lei
l’attesa di notizie e il tremendo shock quando l’aveva rivisto nell’ospedale da
campo, per lui il momento fatale in cui solo per un attimo era sfuggito alla
morte. E sarebbe stato meglio che morisse lì, sul colpo. Alexandrine era rimasta
al suo fianco, una infermiera ormai, non una moglie. E il passato della piccola
cameriera? Anche lei ha conosciuto da vicino la morte…
Ora la signora Daniel è stata invitata da un’amica ad un fine settimana in campagna per una battuta di caccia. Non ha mai lasciato il marito, ma lui insiste, la piccola cameriera può prendersi cura di lui, a lei farà bene allontanarsi. E lei va, divisa tra il sollievo di non dover respirare per due giorni l’aria della stanza di un grande invalido e gli scrupoli di coscienza, il senso di colpa per sentirsi leggera. Lui, diffidente e un poco sprezzante nei confronti della servetta, finisce per ricredersi. In fin dei conti gli piace che lei lo tratti normalmente, come se lui fosse un bambino viziato.
Parrebbe andare tutto bene, il diversivo
della partita di caccia, il piacere di far scoprire la musica alla piccola
cameriera, un nuovo guizzo vitale di Blaise. Finché tutto si trasforma in
delusione e tragedia. E sono sempre i miseri della terra quelli che patiscono le
conseguenze. I versi sciolti sulla destra della pagina, appena riusciamo ad
interpretarli bene, ci offrono uno scorcio del futuro, dapprima con quella che
sembra una punizione ingiusta e poi con un nuovo equilibrio, una pace
riconquistata.
È un libro che si legge con angoscia- e
pensiamo a “La stanza degli ufficiali” di Marc Dugain dove già avevamo letto
dello stravolgimento delle vite degli sfigurati vittime di quella che è stata
chiamata La Grande Guerra, una guerra che era stata una carneficina in un’epoca
in cui la scienza medica non offriva riparazioni. C’è qualcosa di uguale,
comunque, in tutte le guerre- le vittime non sono solo gli uomini che hanno
riportato ferite e mutilazioni ma anche le loro famiglie, le donne che gli
erano a fianco.



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