martedì 11 settembre 2018

Chen He, “A modo nostro” ed. 2018


                                                Voci da mondi diversi. Cina
cento sfumature di giallo
     noir


Chen He, “A modo nostro”
Ed. Sellerio, trad. Paolo Magagnin, pagg. 345, Euro 16,00

      Mai avrebbe immaginato, il camionista Xie Qing, che sarebbe andato a Parigi. Mai avrebbe immaginato che avrebbe rivisto la moglie Yang Hong, da cui aveva divorziato tre anni prima, in un commissariato di Parigi. Morta in un incidente. Era finita fuori strada con la sua auto, precipitando in un corso d’acqua. Era notte, aveva bevuto (come mai? Yang Hong non beveva alcolici). Era riuscita a telefonare al numero di emergenza ma i soccorsi erano arrivati troppo tardi. Aveva anche digitato un altro numero: chi aveva cercato di contattare? E comunque Xie Qing, arrivato a Parigi con viaggio pagato per riconoscere il cadavere della moglie, ha uno sprazzo di furbizia e si rifiuta di firmare frettolosamente. Vuole saperne di più sulla morte della ex moglie. e chissà che non riesca anche a guadagnare di più su questa morte.

    Inizia così, e seguendo un doppio filone, la vicenda di questo Candide cinese catapultato da Wenzhou in Cina in un Occidente di cui ha tanto sentito parlare e in cui fatica a muoversi. E’ il 1993, è da poco che in Cina tira un’altra aria. Nelle due storie noi seguiamo le peripezie di Xie Qing a Parigi, dove per fortuna è ospite di un amico già emigrato da qualche anno, e, alternativamente, riviviamo il passato suo e di Yang Hong, figlia di un quadro che si è suicidato. L’ambiente in cui viveva Yang Hong, lo stesso in cui si muoveva un’altra ragazzina che era stato il primo amore di Xie Qing, il fatto che entrambe abitassero nella Residenza 118 con il suo alone di lusso sconosciuto ai comuni cinesi, affascinava Xie Qing. Anche lui sarebbe voluto partire per la rieducazione insieme a Yang Hong- si era dovuto accontentare di aiutarla a salire sull’autobus che la portava lontano. Il loro era stato un matrimonio destinato a fallire, troppa differenza di classe sociale anche in un paese che glorificava l’uguaglianza. Non per nulla Yang Hong non aveva voluto avere figli da Xie Qing. Chi era il padre, allora, del bambino di un anno che adesso era rimasto affidato ad una gentile coppia francese?

     Mentre cerca di scoprire il mistero della vita di Yang Hong che abitava in una splendida villa a Parigi, Xie Qing si lascia a poco a poco coinvolgere in lavori diversi che sono solo in apparenza onesti. Dalla Francia passerà all’Italia, in Grecia (la vista delle rovine del Partenone lo lascia perplesso) e infine in Albania per coordinare il traffico umano dell’immigrazione clandestina. Nel filone che ha Yang Hong come protagonista seguiamo invece lo sviluppo dei piccoli commerci per cui i cinesi sono famosi- la vendita di merci contraffatte. Condividiamo lo sconcerto di Yang Hong quando esperimenta le condizioni lavorative dei cinesi nelle piccole fabbriche in Francia e sorridiamo insieme a lei quando, diventata venditrice ambulante sulle spiagge, si stupisce di come gli europei amino passare il tempo sdraiati a cuocere al sole, senza fare nulla.

     Scoprirete da voi come finisce l’esperienza di due cinesi nel paradiso occidentale. “A modo nostro” è un romanzo realista, un noir singolare che ci offre una tripla visuale- quella del nostro mondo visto dall’esterno, da qualcuno che è del tutto digiuno della nostra cultura e del nostro modo di vivere, quella di una Cina di un passato travagliato che ormai vive nel ricordo e quella dei cinesi trapiantati in Occidente, per nulla assimilati, in lotta per sopravvivere ed emergere (che cosa fanno i principini rossi che sembrano membri di un club esclusivo e che accolgono a braccia aperte la figlia di un quadro morto suicida?). Il filo conduttore di tutto resta la corruzione, un’avidità illimitata che si fa strada incurante dei cadaveri che si lascia alle spalle.

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sabato 8 settembre 2018

Ludmila Ulitskaya, “Il sogno di Jacov” ed. 2018


                                                        Voci da mondi diversi. Russia
        storia di famiglia
     la Storia nel romanzo

Ludmila Ulitskaya, “Il sogno di Jacov”
Ed. La Nave di Teseo, trad. M. De Michiel, pagg. 606, Euro 20,40

        Una cosa è certa: se il nostro mondo esisterà ancora, se non si verificheranno visioni apocalittiche del futuro, tra cento anni nessuno dei nostri discendenti troverà pacchetti di lettere scritte a mano e legate insieme da un nastro. E’ una delle più gravi perdite del nostro tempo. Ce ne rendiamo conto, una volta di più, leggendo “Il sogno di Jacov”, il nuovo romanzo di Ludmila Ulitskaja, che inizia proprio così, con Nora che, alla morte della nonna Marusja, trova un bauletto di vimini con la corrispondenza di nonno Jacov e nonna Marusja ad iniziare dal 1911. Non sono solo le cimici a scivolare fuori dal cumulo di carte, quelle sanno di sporcizia e vecchiume, mentre il passato, la storia d’amore, il quadro dei tempi che furono, rivivono nelle parole delle lettere, delle cartoline, dei telegrammi, fanno sembrare attuale quello che non è più, ci fanno riflettere su come sia cambiato anche il modo di vivere i sentimenti, suscitano nostalgia e rimpianto per un tempo più lento che lasciava spazio alla lettura, allo studio, alla meditazione. La faccia politica del passato sembra essere volutamente lasciata nell’ombra, pur avendo molto peso nella vita dei protagonisti- sono tanti gli anni che Jacov e Marusja non passano insieme, quando Jacov viene mandato ai lavori da una parte all’altra dell’Unione Sovietica, fino all’ultima dura esperienza della Siberia, quando poi, a sua insaputa, Marusja chiede il divorzio da lui. Per motivi di censura le lettere di Jacov contengono solo allusioni, e inoltre il suo carattere lo porta a guardare avanti, a sfruttare al massimo le possibilità che ha senza compiangersi. Mentre il tempo della narrazione slitta verso il presente, altre guerre rumoreggiano sullo sfondo- il nostro sguardo resta fisso sulla famiglia di Nora Osetskaya, sulle quattro generazioni che ci portano fino al 2011- Jacov, il figlio Henrich (che rinnegherà, per paura, il padre), l’anticonformista Nora e suo figlio Jurik.

     “Il sogno di Jacov” è un romanzo corposo, come da tradizione russa. La trama è fin troppo ricca, troppo dettagliata e, in certi punti, troppo lenta. Ma il fascino dei personaggi è grande, perché Jacov, Marusja e Nora hanno tutti qualcosa di straordinario. La forza morale di Jacov e la sua sete di cultura, le aspirazioni di Marusja all’indipendenza- una femminista ante-litteram che calca il palcoscenico e non vuole rinunciarci, né per amore del marito né per l’arrivo di un figlio-, la ribellione di Nora, innamorata di un geniale regista georgiano, sceneggiatrice, che decide di avere un figlio con un ex compagno di scuola autistico e con un’intelligenza matematica fuori dal comune (senza però chiedere se lui sia d’accordo).
Tra Kiev e Mosca, e poi l’America dove Jurik corre il rischio di perdersi, la narrativa tiene il passo e acquista vivacità perché si sposta di continuo nel tempo mentre segue le vicende dei quattro membri della famiglia cambiando il tono di voce- difficile dire quale di loro ci appassioni di più. Forse Jacov, perché giganteggia, per quello che ha dovuto sopportare, per la sua coerenza, per la sua sete di sapere. E’ un romanzo che trabocca di citazioni letterarie, di nomi di grandi scrittori e non solo romanzieri, di musica e di compositori- da Rachmaninov ai Beatles su cui si fissa l’interesse di Jurik, bambino intelligente e strambo quanto il padre. E se c’è una parola che può sintetizzare questo romanzo della Ulitskaja è ‘passione’- è un recupero appassionato del passato (la scrittrice si è ispirata alle vere lettere di suo nonno), un inno appassionato alla vita nel suo scorrere tra asperità e calma tranquilla.

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mercoledì 5 settembre 2018

Elizabeth Jane Howard, “Cambio di rotta” ed. 2018


                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
       love story
     romanzo di formazione

Elizabeth Jane Howard, “Cambio di rotta”
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 450, Euro 18,50

      Un dramma all’inizio del nuovo-vecchio romanzo di Elizabeth Jane Howard, la scrittrice inglese riscoperta dalla casa editrice Fazi che finalmente ha i riconoscimenti che merita. “Cambio di rotta” si apre con il tentativo di suicidio di Gloria, segretaria dello scrittore Emmanuel Joyce dopo che le è stato detto che non lo accompagnerà a New York. E’ facile per noi sospettare che ci sia altro dietro questo atto estremo- Elizabeth Jane Howard è bravissima (lo sappiamo) nel costruire atmosfere, nel dire senza dire, nel farci capire con un’occhiata scambiata dai personaggi, con una mezza parola. Tanto per cambiare Emmanuel deve averla corteggiata, illusa, fatta innamorare, forse sedotta. Lillian, la moglie, deve essere abituata a chiudere gli occhi trincerandosi dietro la sua condizione di perenne ammalata di cuore perennemente in lutto per la morte della piccola Sarah avvenuta quattordici anni prima. E il segretario Jimmy, fedele come un cucciolo a Emmanuel che l’ha tirato fuori da un orfanotrofio, deve aver gestito situazioni analoghe di ragazze con cuori infranti chissà quante altre volte.

      Uscita di scena Gloria, entra sul palcoscenico una nuova segretaria in questo romanzo che procede alternando le voci narranti e spostando l’ambientazione dall’Inghilterra all’America e poi alla Grecia. Si chiama Alberta, è giovanissima. Anzi, non si chiama affatto Alberta, sono Jimmy ed Emmanuel a cambiarle il nome. Il suo vero nome lo vedremo in calce alle lettere che scrive a casa e ci sarà un momento in cui le viene restituito- Emmanuel la chiamerà Sarah quando la vedrà nella luce di una figlia e potrebbe esserlo, sua figlia, con i quarant’anni di differenza tra di loro.
Alberta, che sembra uscita da un romanzo di Jane Austen, o dal “Middlemarch” che sta leggendo (e se Alberta assomiglia a Dorothea di George Eliot, c’è molto in comune tra Mr. Casaubon e Mr. Joyce), con la sua faccetta pulita, i vestitini cuciti dalla zia, la sua innocenza e il pensiero costante rivolto alla sua numerosa famiglia, si inserisce perfettamente nel piccolo gruppo abituato al lusso e agli ambienti sfavillanti della gente di teatro. In maniera inspiegabile ne diventa il centro, il punto di riferimento.
Alberta è di una saggezza commovente e, pur essendo così giovane (impossibile non sottolineare che si chiama Young di cognome), ha ben chiaro quello che è giusto e quello che è sbagliato. Nell’incertezza pensa a suo padre, ministro della Chiesa anglicana, il personaggio assente ma sempre presente in “Cambio di rotta”. Il padre di Alberta finirà per influenzare i comportamenti di tutti attraverso i ricordi della figlia. Continuando ad usare il linguaggio teatrale, più che mai adeguato per questo romanzo che si svolge nel tempo in cui si fanno provini per l’attrice che deve interpretare una commedia di Emmanuel, quando il reverendo Young esce per sempre di scena, sarà Emmanuel- finalmente- ad accollarsi il ruolo di padre che più si addice alla sua età, abbandonando le sue velleità di conquistatore. E, nelle ore convulse tra un traghetto e l’altro per arrivare a prendere l’aereo che li riporterà da Atene in Inghilterra, ci sarà un ‘cambiamento di rotta’ per tutti, una trasformazione che implica un guardarsi dentro e decidere che è giunto il momento di cambiare la propria vita. Radicalmente- per Emmanuel, per Lillian, per Jimmy. Con Alberta (che è tornata ad essere Sarah) inconsapevole, incerta tra la paura e la fiducia nel futuro.

    C’è sempre qualcosa di molto personale che rende unici i romanzi di Elizabeth Jane Howard- la sua passione per il teatro che era condivisa da Louisa nella saga dei Cazalet diventa qui quella di Emmanuel, la sua incresciosa esperienza come oggetto di desiderio da parte del padre (anche Louisa ne era stata vittima) è qui ombreggiata negli sguardi di Emmanuel verso Alberta (restiamo con il fiato sospeso per tutto il libro, temendo che il lupo sbrani l’agnello), la deliziosa voce di Alberta assomiglia a quella della dolce Clary. La descrizione dei paesaggi, poi, è superlativa, perfetta come un accompagnamento musicale- un avvio tranquillo nella pace della verde Inghilterra, frenesia di vita superficiale a New York, l’incanto dell’isola in Grecia dove la luce del sole mette a nudo la verità di ogni comportamento.

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sabato 1 settembre 2018

Kamila Shamsie, “Io sono il nemico” ed. 2018


                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
       love story
     la Storia nel romanzo

Kamila Shamsie, “Io sono il nemico”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. pagg. 282, Euro 18,00

        Una parola: pietas. Un personaggio mitico: Antigone. Una scultura: la Pietà di Michelangelo, sia quella che ammiriamo in San Pietro, sia quella, ancora più dolorosamente tragica, conservata al Castello Sforzesco di Milano. Parola, personaggio e scultura si rincorrono nella nostra mente quando terminiamo di leggere “Io sono il nemico”, il romanzo di Kamila Shamsie che ha vinto il “Women’s Prize for Fiction 2018”. Pietas con il significato latino, l’insieme di doveri verso gli uomini, la scultura di Michelangelo che meglio esprime lo strazio della morte di una persona amata, l’Antigone della tragedia di Sofocle che esige la sepoltura del fratello anche se è diventato il nemico della loro città. Riscrivendo un’ “Antigone” ambientata nei tempi moderni, Kamila Shamsie testimonia la validità eterna di certi comportamenti e di certi doveri etici.
     Isma, Aneeka e Parvaiz Pasha sono figli di pakistani trapiantati a Londra, e Londra, insieme a Amherst (Massachussets), Istanbul, Raqqa (Syria) e Karachi, sono i cinque luoghi- come i cinque atti di una tragedia- in cui si svolge la trama. I tre Pasha sono orfani, Isma si è occupata dei gemelli Aneeka e Parvaiz dopo la morte della madre ed ora che sono grandi ha ripreso gli studi- seguirà i corsi per un dottorato ad Amherst. Il padre è scomparso presto dalle loro vite- era un terrorista o era un eroe? E comunque è morto in circostanze misteriose mentre veniva portato nel carcere di Guantanamo. Ad Amherst Isma conosce per caso Eamonn,  figlio del Ministro degli Interni britannico, un pakistano che ha preso le distanze dall’islam, che ha una moglie irlandese e ha irlandesizzato il nome arabo del figlio maschio (ricordiamo che, in Sofocle, il fidanzato di Antigone si chiamava Emone). Questo preludio dell’azione è una lenta introduzione, come tutti i primi atti. Sappiamo poco  di Parvaiz  mentre Isma è ad Amherst, soltanto che le due sorelle non lo vedono da un po’ di tempo. E ‘il primo atto’ termina con Aneeka che accusa la sorella di essere stata lei a denunciare Parvaiz alla polizia.

    Il romanzo di Kamila Shamsie sembra, dapprima, una doppia storia d’amore, quella, frustrata, di Isma per il fascinoso e nullafacente Eamonn, e poi quella, trionfante di splendida giovinezza, della spregiudicata Aneeka (si copre il capo con l’hijab ma non si fa problemi ad andare a letto con Eamonn appena lo conosce). E potrebbe anche essere un re-make della storia d’amore di Romeo e Giulietta: come può non essere contrastato il legame tra la figlia di un terrorista e il figlio del ministro dell’Interno che intende togliere la cittadinanza britannica a chiunque abbia a che fare con i jihadisti? Ma: se Aneeka sapeva di chi è figlio Eamonn, aveva un secondo fine quando lo ha seguito a casa sua? E: che cosa succederà quando Eamonn saprà che Parvaiz ha inseguito il mito del defunto padre, eroico combattente? Perché questo è quello che ha fatto Parvaiz, e le pagine in cui il gemello diciannovenne è al centro della scena sono uno studio delle tecniche reclutatrici jihadiste, una trappola mistificante e ingannatrice.

    Quando il dramma si sarà compiuto, è il tempo delle scelte. Qual è il dovere primario nei confronti di un morto? Quale quello nei confronti di chi lo piange? La pietas è segno di debolezza? Aneeka non ha dubbi, lei sa che cosa fare, madonna piangente sul corpo del fratello nella bara di ghiaccio. Lei non cederà. Isma è solidale con la sorella- non accetteranno che si ripeta quello che è successo al padre, scomparso nel silenzio. Come si comporterà il ministro che ora si vede attaccato sia dai britannici sia dai musulmani? E il fragile Eamonn acquista la sua grandezza, diventa un uomo. Troppo tardi, perché questa è una tragedia e sappiamo come finiscono le tragedie.
   Bello, da pensarci sopra, da leggere.

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mercoledì 29 agosto 2018

Robert Menasse, “La capitale” ed. 2018


                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
        satira
  cento sfumature di giallo

Robert Menasse, “La capitale”
Ed. Sellerio, trad. M. Pugliano e V. Tortelli, pagg. 452, Euro 16,00

     C’è un personaggio singolare che campeggia e ci resta in mente a fine lettura de “La capitale”, il romanzo con cui lo scrittore austriaco Robert Menasse ha vinto il Deutcher Buchpreis 2017. E’ un maiale. Sfreccia attraverso una piazza di Bruxelles nelle prime pagine, mentre chi lo ha visto si chiede se ha avuto un’allucinazione, ricompare ogni tanto in altri luoghi della capitale, diventa protagonista di articoli di giornali e di una sorta di concorso indetto per dargli un nome- il concorso verrà accantonato quando il nome più gettonato è Muhammad. E il maiale (Muhammad?) diventa una metafora quasi quanto lo scarafaggio kafkiano- pensiamo a di che cosa si nutre un maiale e, leggendo delle discussioni all’interno della Comunità Europea, il raffronto è inevitabile.
    Maiale a parte, tralasciando l’altra immagine di animali fornita dal soprannome di ‘salamandre’ date agli ucraini, non c’è un solo protagonista ( e non potrebbe essercene uno solo, in un romanzo in cui si parla della Unione Europea) ne “La capitale”. Questo è un romanzo corale con tante storie personali che si collegano- a volte labilmente- al tema centrale: dare un nuovo impulso agli ideali della Comunità Europea. L’idea viene ad uno dei membri della Comunità durante un viaggio di rappresentanza ad Auschwitz- sembra un paradosso ma, se alla base della Comunità c’era stato quell’intento, ‘mai più Auschwitz’ per superare i nazionalismi e il razzismo, perché non fare di Auschwitz la capitale dell’Unione Europea? Perché non costruire ad Auschwitz una città interamente nuova, come era stato fatto per Brasilia?

    L’ironia è la cifra stilistica di Robert Menasse, un’ironia sferzante che colpisce tutti i personaggi mentre le varie trame che li vedono protagonisti mettono in luce come l’unione si stia disgregando, come gli accordi bilaterali stiano tornando a prendere il sopravvento- lo dimostra la sottotrama che riguarda gli interessi cinesi nell’acquistare le orecchie di maiale (da noi sono uno scarto- e gli ungheresi ruberanno il mercato agli austriaci) mentre, nello stesso tempo, gli allevatori di maiali sono obbligati a ridurre il numero delle bestie all’ingrasso-, come i rappresentanti siano scarsamente motivati (nessuno vuole essere al dipartimento della Cultura perché è irrilevante) e in rivalità fra di loro.
Solamente i pochi personaggi che non appartengono alla cerchia della Comunità sono diversi- il cocciuto ispettore di polizia  a cui viene intimato di non proseguire le ricerche sul delitto all’Hotel Atlas (che cosa c’è dietro? la Nato? il Vaticano?), il politologo che sembra il superstite di un tempo scomparso e l’anziano David de Vriend, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz che sia ancora in vita. Scomparirà la memoria con la morte di David de Vriend? Già ora una bambina gli si avvicina per mostrargli che anche lei ha un tatuaggio sul braccio, è finto ma da grande se ne farà uno vero. Che senso avrà ‘mai più Auschwitz’ nel futuro?
     Intelligente, caustico, insolito. Un libro del nostro tempo.

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lunedì 27 agosto 2018

Kamila Shamsie, “Ombre bruciate” ed. 2010


                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                    la Storia nel romanzo
                                                    il libro ritrovato

Kamila Shamsie, “Ombre bruciate”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Guido Calza, pagg. 386, Euro 18,60

Titolo originale: Burnt Shadows

Hiroko esce in veranda. Dal collo in giù il suo corpo è una colonna di seta bianca, con tre gru nere che si slanciano da una parte all’altra della schiena. Guarda le montagne e tutto le sembra più bello rispetto a com’era di prima mattina. Nagasaki le sembra bellissima. Volta il capo e vede le guglie della cattedrale di Urakami; anche Konrad la sta guardando, quando uno squarcio si apre tra le nuvole. La luce del sole lo attraversa, e spinge ancor più lontano le nubi.
Hiroko.
E poi il mondo diventa bianco.


   E poi il mondo diventa bianco: il 9 agosto 1945, quando gli americani sganciarono la seconda bomba su Nagasaki, del giovane tedesco Konrad Weiss rimase solo un’ombra su una roccia, quasi il negativo di una pellicola. Quella mattina la ventunenne Hiroko Tanaka aveva indossato un kimono di seta con delle gru nere dipinte sulla schiena: “schiena d’uccello”, la descriverà con amore l’indiano Sajjad Ashraf che la sposerà anni dopo. Perché la pelle ustionata della schiena di Hiroko aveva proprio la forma delle gru. Se Hiroko avesse insistito, se avesse ripetuto “Rimani” una terza e quarta volta a Konrad, che le aveva appena dichiarato il suo amore, Konrad si sarebbe salvato. Così, invece, Hiroko aveva seppellito nel cimitero la roccia su cui credeva di riconoscere l’impronta dell’amato.

      “Ombre bruciate”, il nuovo romanzo di Kamila Shamsie,  inizia a Nagasaki quella mattina in cui “il mondo era ignaro” (come dice il titolo del primo capitolo) e termina nel 2001-2002, tra l’Afghanistan e New York. C’è un prologo brevissimo, tuttavia, che torneremo a rileggere a lettura terminata. Un uomo viene portato in una cella, lo fanno spogliare, sa che gli daranno una tuta arancione. E si chiede: Come siamo arrivati a questo?
Il romanzo di Kamila Shamsie non è un romanzo a tesi, eppure quella domanda dell’uomo che non sappiamo ancora chi sia ci perseguita per tutta la lettura, contrassegnandola di indizi, come se gli eventi, uno infilato sull’altro, portassero inesorabili a quella fine.
“Ombre bruciate” è la storia di due famiglie unite dal destino, o dalle affinità- i Weiss-Burton e i Tanaka-Ashraf- e dal Giappone la scena si sposta in India e poi in Pakistan, in Afghanistan e a New York. La Storia, che spesso è la stessa cosa del Caso, ha fatto incontrare persone di nazionalità diverse, quasi in un minuscolo crogiuolo dentro quello più ampio del mondo. Perché Ilse, la sorellastra di Konrad Weiss, aveva sposato l’inglese Burton, avvocato del Raj in India e, allo scoppio del conflitto, era troppo imbarazzante per loro ospitare il nemico, anche se nelle vesti del fratello di lei. Lo avevano ‘esiliato’ a Nagasaki, nella casa di uno zio ed era stato così che Konrad aveva incontrato Hiroko.
Dopo- e ‘dopo’ per Hiroko significherà per sempre dopo la bomba, dopo che Konrad era diventato un’ombra, dopo che Hiroko non aveva riconosciuto il proprio padre, trasformatosi in un serpente squamoso che strisciava, dopo essere stata curata- Hiroko aveva fatto da interprete per gli americani, a Tokyo. Fino al giorno in cui un americano aveva detto che la seconda bomba era necessaria per evitare altre morti americane. Hiroko era partita per Delhi, con l’indirizzo della sconosciuta sorella di Konrad- sarebbero diventate amiche, lo sarebbero state per tutta la vita. Anche dopo che Hiroko avrebbe sposato l’indiano Sajjad, andando con lui a Karachi in seguito alla Spartizione. E da Hiroko e Sajjad sarebbe nato Raza, il miracolo vivente che non recava traccia di conseguenze delle radiazioni, il ragazzo che- con il suo miscuglio di tratti somatici- si sarebbe sentito estraneo in entrambi i mondi dei genitori.
Era un quadro necessario da fare, questo, perché le due famiglie sono un microcosmo in cui l’amore supera le barriere e la propensione linguistica che accomuna Konrad a Hiroko, ereditata da Raza (Voglio parole in tutte le lingue, dice Raza ad un certo punto) e dal nipote di Konrad, è lo strumento più forte per la comprensione di chi appartiene a culture diverse, è il lasciapassare per altri mondi.
      Dal fungo atomico di Nagasaki, per evitare altre morti americane, all’11 settembre a New York: dai settantacinquemila morti civili giapponesi  ai tremila deceduti nel crollo delle Torri Gemelle.
Nel mezzo, altre guerre, altre morti, altre tragedie- e nel libro leggiamo solo di quelle che toccano da vicino i personaggi: la fine dell’Impero britannico e i disordini che hanno preceduto la Spartizione con gli esilii forzati, e poi l’Afghanistan, ennesimo terreno di gioco per le superpotenze (Creiamo la desolazione e la chiamiamo pace, dice Henry, nipote di Konrad, dapprima agente della Cia e poi nel suo braccio armato), vivaio di terroristi, nodo di tutti i drammi.
      Sono passati dieci anni da “Sale e zafferano”, il primo romanzo di Kamila Shamsie. E si vede, si sente nella maturità tematica ed espressiva della scrittrice. Scrivere un romanzo così vasto come “Ombre bruciate” poteva sembrare ambizioso, c’era il rischio di rallentare la scrittura, di eccedere nel dettaglio, di perdersi nell’insignificante. Non è così. Kamila Shamsie procede per salti temporali, cogliendo l’essenziale e, nello stesso tempo, arricchendo l’ordito del romanzo con un sottotesto di riferimenti letterari che gli danno colore e spessore. C’è E.M.Forster nel suo libro: anche per “Ombre bruciate” potrebbe servire l’epigrafe “Only connect” che è così importante per i romanzi dell’inglese; la gita di Hiroko, Sajjad e i Burton al Qutb Minar ricorda quella alle Malabar Hills in “Passaggio in India”, anche se il presunto assalto sessuale che accade alle Malabar Hills, con tutto quello che ne consegue, viene spostato più avanti (e modificato, naturalmente) nel libro della Shamsie. C’è Kipling con il suo romantico rimpianto per l’India del Raj, che è lo stesso di Henry Burton che aveva imparato l’urdu da Sajjad e che chiamerà sua figlia Kim; c’è Anita Desai e c’è Kiram Desai, perché anche questo è un libro sulla perdita.
Qutb Minar- Delhi
E’ anche un libro sulla lealtà e sul tradimento, sul coraggio di cambiare quando ci si accorge che ci fa orrore quello che siamo diventati. E comprendiamo che la fine di tutto non poteva essere altrimenti. Come siamo arrivati a questo?- e la domanda non è più soltanto quella dell’uomo che ormai sappiamo chi è e sappiamo che è a Guantanamo, ma di tutti noi, dei capi di governo, delle nazioni intere.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

a breve la recensione di "Io sono il nemico", il nuovo romanzo di Kamila Shamsie



sabato 25 agosto 2018

Ernst Lothar, “Una viennese a Parigi” ed. 2018


                                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
     seconda guerra mondiale
     love story

Ernst Lothar, “Una viennese a Parigi”
Ed. e/o, trad. Monica Pesetti, pagg. 512, Euro 19,00


     “Una viennese a Parigi”, un altro splendido libro intramontabile, non per niente pubblicato nella collana che si chiama proprio così, gli Intramontabili, dalla casa editrice e/o che ha già pubblicato gli altri libri dello scrittore viennese Ernst Lothar emigrato in America nel 1938, “La melodia di Vienna” e “Sotto un sole diverso”. La prima edizione di “Una viennese a Parigi” uscì in inglese nel 1941 (una storia attualissima nel pieno della guerra, un fortissimo grido di denuncia del nazismo) e soltanto dieci anni dopo un’altra edizione riveduta e ampliata fu data alle stampe in Austria. Sia il titolo inglese (A Woman is Witness), sia quello tedesco (Die Zeugin. Pariser Tagebuch einer Wienerin), si focalizzano sulla parola ‘testimone’, come I Shall Bear Witness, i Diari di Viktor Klemperer, la testimonianza più capillare e straordinaria della vita quotidiana sotto il nazismo in Germania. Anche il libro di Ernst Lothar è scritto sotto forma di diario e la protagonista nonché voce narrante è una ragazza di poco più di vent’anni, Franziska Langer, emigrata a Parigi, benché ariana, benché non perseguitata in alcuna maniera, per non essere costretta a dare la sua adesione all’Anschluss, dando il suo voto in quella farsa di plebiscito dopo che l’esercito tedesco aveva già invaso l’Austria.

    Franziska è una privilegiata, la sua è una famiglia nota e ricca e non è difficile per lei ambientarsi a Parigi dove sono in molti a prodigarsi per lei, spianandole la strada per i documenti e per un permesso di lavoro che le permetta di continuare quello che stava già facendo in un’agenzia di produzione cinematografica americana. La nostalgia per Vienna, per i suoi genitori e per il fidanzato viene subito superata. Vienna era bella prima di essere pavesata di bandiere con croci uncinate. A Parigi si respira aria di libertà, a Parigi si può dire quello che si pensa, si può parlare male di Hitler ad alta voce. In questa disposizione d’animo, con lo sguardo di chi è giovane e pieno di entusiasmo, le è facile innamorarsi di Pierre Durand, un giornalista impegnato e antinazista che la corteggia con romanticismo e con tenerezza. Il fidanzato tedesco non ha alcuna possibilità di riconquistarla, tanto meno quando, in una visita a Parigi, Franziska si rende conto che l’uomo che vuole sposarla e riportarla a Vienna è diventato un fedele seguace e ammiratore del Führer.

    Il diario di Franziska Langer, tra il 1938 e il 1941, registra i cambiamenti di quello che avviene dentro di lei- i suoi sentimenti per Pierre, i sospetti sulla vita privata di lui e poi l’accettazione di un legame che una volta le sarebbe parso inaccettabile (e sa che tale sarà per i suoi genitori), la diffidenza verso alcuni colleghi (si mostrerà giustificata)-, a Parigi (è possibile che anche i francesi, come già gli austriaci, abbiano gli occhi bendati e non vedano la minaccia nazista che si avvicina giorno dopo giorno?), in Europa (l’invasione della Polonia, il patto di non aggressione, l’ambigua politica italiana, la persecuzione sempre più sfacciatamente evidente degli ebrei, l’esercito tedesco in Belgio). Fino alla dichiarazione di guerra, a quando Pierre viene mandato al fronte. E dopo…

     “Una viennese a Parigi” è una sorta di continuazione de “La melodia di Vienna”- lo è, almeno, il tempo dell’azione, quello dell’atmosfera che si incupisce sempre di più mentre il Reich diventa una realtà. Ammiriamo la straordinaria bravura di Ernst Lothar nel dar voce ad un personaggio femminile- mai avvertiamo una stonatura, un tono falso. E Franziska Langer, con la sua spavalderia, i suoi timori di donna innamorata, la sua coerenza morale e politica fino all’ultima azione di ribellione, è un’eroina che ricorderemo.

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