lunedì 14 ottobre 2019

Orly Castel-Bloom, “Romanzo egiziano” ed. 2019


                                                        Voci da mondi diversi. Israele
      storia di famiglia


Orly Castel-Bloom, “Romanzo egiziano”
Ed. Giuntina, trad. Shulim Vogelmann, pagg. 151, Euro 17,00

     Ha detto che verrà con il trattore attraverso i campi.
  …Ed era il giorno del suo matrimonio.
Queste due frasi nel paragrafo iniziale di “Romanzo egiziano” ci fanno presagire che leggeremo una storia di famiglia e che sarà una storia insolita. Perché Charlie, lo sposo che si presenta alle nozze in trattore, arriva da un kibbutz (e ci tornerà subito dopo la cerimonia, ligio al dovere) ma, quasi subito, veniamo a sapere che sia lui sia lei fanno parte del gruppo egiziano, che entrambe le sorelle di lei, Viviane, si erano sposate nella sinagoga del Cairo, che la madre di Charlie era sepolta al Cairo, che la famiglia di Viviane viveva da secoli in Egitto perché faceva parte della tribù che aveva disubbidito a Mosé e, al momento dell’esodo, si era rifiutata di andarsene. Ed erano rimasti lì per centinaia di anni, per accogliere gli ebrei ‘di ritorno’, scacciati dalla Spagna dai Re cattolici nel 1492. Come i Castil.

      Sono quasi troppe notizie da assimilare tutte insieme in una pagina- romanzo intrigante, questo “Romanzo egiziano” della scrittrice israeliana Orly Castel Bloom che ci racconta la storia della sua famiglia dando i nomi soltanto alle due coppie dei genitori e degli zii, Charlie e Viviane, Vita e Adele. Loro, la generazione più giovane, sono ‘la figlia grande’ e ‘la figlia piccola’ (di Charlie e Viviane), e ‘la figlia unica’ di Adele e Vita (fratello di Charlie). E, dopo quell’inizio che ci travolge, il romanzo tiene lo stesso passo, saltellante e vivace, che obbliga il lettore ad adeguarsi, divertito da tutti quei piccoli aneddoti, da quel lessico famigliare, da tutte quelle storie a volte buffe, spesso tristi e drammatiche ma sempre raccontate con un sorriso. E senza seguire un ordine temporale. Il kibbutz e l’espulsione dal kibbutz, il matrimonio, la malattia della figlia unica, la compagna di scuola con i capelli lunghi che erano rimasti impigliati nella cerniera a lampo dell’insegnante, le manifestazioni contro il re Faruk al Cairo nel 1952 e poi, con un salto indietro, eccoci in Spagna nel 1492 quando i Castil fuggono in Portogallo senza aspettare l’ultimo momento. Tutti i sette fratelli tranne uno con una storia terribile che è un segreto di famiglia, con lo spettro dell’Inquisizione e delle conversioni forzate. E siamo di nuovo nel presente, con la vita che scorre, la cerimonia di un giuramento in Marina, chi muore ed è troppo presto per morire, chi muore dopo aver dedicato la sua vita al suo nuovo paese, chi si ammala, chi va in Inghilterra per un’operazione.

C’è una specie di parola d’ordine, però, in famiglia. Come una parola magica che incoraggia a non arrendersi, ad andare sempre avanti. “Yallah, yallah, Kilimangiaro!”, erano state le parole di un manifestante egiziano caduto in acqua insieme allo zio Vita quando, durante i moti del 1952, la polizia aveva fatto alzare il ponte sul Nilo dove si trovavano centinaia di dimostranti. Perché Vita era stato preso dallo scoramento, vedendo cadaveri galleggiare ovunque, ed erano state quelle parole a dargli forza. E Vita ne aveva fatto il suo motto. Se da una parte incombeva il maktùb, il destino, dall’altra giganteggiavano tutte le montagne più alte del mondo, Yallah, Yallah, Kilimangiaro, Yallah, Yallah, Everest, Yallah, Yallah, Monte Bianco. Si deve guardare avanti. Si deve guardare in alto. E, quando il maktùb era particolarmente duro da sopportare, tra una montagna e l’altra Vita mormorava in giudeo-spagnolo Pacensia.
     È questa bellissima lezione di vita che ci rimane impressa in mente quando terminiamo di leggere questo romanzo che non ha una fine perché in una famiglia non esiste la parola ‘fine’, si passa soltanto il testimone, dall’uno all’altro. 
Yallah, yallah, Kilimangiaro. E se non è sufficiente, ci sono almeno altre quattro montagne da scalare.

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