sabato 21 gennaio 2017

Ruth Rendell, “La morte in versi” ed. 2004

                                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                      cento sfumature di giallo
                                                      il libro ritrovato

Ruth Rendell, “La morte in versi”
 Ed. Fanucci, trad. Giuseppe Costigliola, pagg. 239, Euro 13,00

I gomiti massicci poggiati sulla scrivania e le mani giunte formavano una terribile piramide di carne. Eccola lì, l’incarnazione della legge. Che l’ispettore affermasse di aver visto Primero quella sera era un fatto che non si poteva confutare, perché Wexford era incorruttibile. Era quasi come se l’avesse visto Dio. Sconvolto, Archery si irrigidì  e diede un colpo di tosse secco.

     La casa editrice Fanucci ce l’aveva promesso: dopo “Con la morte nel cuore”, prosegue la ristampa dei romanzi di Ruth Rendell, la scrittrice inglese di crime stories così famosa da essere insignita del titolo di Baroness Rendell of Babergh. E’ appena uscito “La morte in versi”, un nuovo caso dell’ispettore Wexford. Un nuovo caso che risulta poi essere un vecchio caso, perché il vicario Henry Archery solleva degli interrogativi sulla colpevolezza di Painter, giustiziato quindici anni prima per aver ucciso la sua anziana datrice di lavoro. Era stato il primo caso di omicidio dell’ispettore Wexford e lui non è disposto a rimetterlo in discussione: era certo allora ed è certo adesso sull’identità dell’assassino. Ma per Archery è molto importante, no, non è per amore di giustizia, ma per un senso di decoro, per il perbenismo borghese e una certa facciata di ipocrisia: il suo unico figlio si è innamorato della figlia di Painter e vuole sposarla.
George Baker nei panni del commissario Wexford
Ci si stupisce che la figlia di un assassino studi a Oxford, che possa essere così bella: dopotutto suo padre veniva chiamato “Beast” invece che con il suo vero nome, Bert. E poi, il figlio di un vicario che sposa la figlia di un criminale? Anche se la ragazza ha la parola di sua madre in cui credere, che suo padre non è un assassino. 
    Sono molte le qualità che ci fanno apprezzare questo romanzo poliziesco di Ruth Rendell, e tutte contribuiscono a farne un classico del genere. E’ un tipico giallo ad enigma, tanto per incominciare, cioè c’è un problema da risolvere, determinare chi è colpevole dell’assassinio della vecchia signora Primero. Le prove erano già state raccolte a suo tempo, ma adesso vengono vagliate nuovamente da Archery e da suo figlio, che si improvvisano ispettori, l’uno per amore del figlio, l’altro per quello della sua ragazza. In concorrenza e in contrasto con Wexford. Si ipotizzano altre soluzioni, si ritorna sulla scena del delitto- e lo stile della Rendell ha la capacità quasi cinematografica di farci vedere la dolce campagna inglese che sembra così idilliaca e nasconde invece tracce di sangue, villini immersi nella quiete che può celare una minaccia, cimiteri di paese che fanno pensare alla famosa elegia del poeta Grey, perché anche qui è sepolto un poeta oscuro, morto giovane (si capirà solo alla fine il significato del bel titolo dell’edizione italiana).
E soprattutto si vedranno le conseguenze che un crimine porta con sé, perché ci sono altre vittime oltre alla morta, le due bambine che allora avevano cinque anni, le loro madri, le nipoti della signora Primero. Perché la vita è complessa, non tutte le colpe vengono perseguite, e alla fine anche un compassato vicario non più giovane può innamorarsi come un ragazzino e capire all’improvviso la testardaggine di suo figlio. Ci vuole veramente una grande abilità per costruire una storia su un solo delitto avvenuto nel passato, calibrando la tensione, stuzzicando la curiosità, tratteggiando dei personaggi di cui apprezziamo l’umanità. Il tutto in uno stile pulito, estremamente piacevole.

la recensione è stata pubblicata su www.pickwick.it





venerdì 20 gennaio 2017

Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” ed. 2016

                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           guerra
           FRESCO DI LETTURA

Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”
Ed. Il Sirente, trad. B.Benini, pagg. 275, Euro 12,75

       Era il 2012 quando la città di Aleppo, in Siria, iniziò ad essere al centro della guerra civile fra forze governative e ribelli. Adam, il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, rappresenta tutti noi che viviamo lontani e siamo ignari delle cause che hanno scatenato la guerra, che facciamo fatica a capire. Anche Adam non capisce: ha quattordici anni ma non si comporta e non si esprime come un suo coetaneo. Sembra più infantile, ci dice lui stesso che sente dire di sé che è ‘strano’ e che i compagni di scuola lo prendono in giro per questo e lo lasciano in disparte. E’ il più giovane in una famiglia numerosa- ha tre fratelli e una sorella. Ed è la sorella Jasmine che si prende cura di lui dopo che la mamma è morta. Adam non vuole essere toccato, non vuole che il suo cibo sia mescolato a quello di altri e ha una passione per i colori. Anzi, ha una predisposizione per il disegno e la pittura, riesce ad esprimere nei suoi quadri quello che ha dentro di sé e mai riuscirebbe a comunicare con le parole- sono i colori che gli danno la chiave di accesso della realtà. Jasmine è rosso rubino per lui- e il rosso è un colore di forza vitale e d’amore. Prima dell’inizio dei bombardamenti l’atmosfera di Aleppo è arancione e azzurro di cielo e di luce e di sole. Anche i libri hanno un colore: Aschenbach, il protagonista di “Morte a Venezia”, è grigio (d’altra parte il grigio della cenere è nel suo stesso nome, anche se Adam non lo sa). Poi cambierà tutto, perché il rosso diventerà il colore del sangue, Adam arriverà a dipingere con il sangue, e il mondo si incupirà nelle tonalità del nero e del grigio e del viola.

      Quello che Sumia Sukkar, nata e cresciuta in Inghilterra in una famiglia siriana-algerina, descrive, è un frammento di guerra, con scene apocalittiche viste attraverso gli occhi di un ragazzino che forse ha la sindrome di Asperger, che si chiede che cosa stia succedendo, chi siano i buoni e chi i cattivi e perché si fanno la guerra? non sono forse tutti siriani? I suoi punti fermi crollano uno dopo l’altro, proprio come gli edifici che si sbriciolano in un grigiore di polvere e macerie- prima un fratello (l’intellettuale che scrive poesie), poi l’altro (ritornerà preceduto da una scena raccapricciante), poi la sorella (sappiamo che cosa attenda una donna catturata durante una guerra, e il velo in testa non è certo uno scudo. Quando riappare, Adam non la riconosce), il padre è precipitato in una demenza precoce causata dal dolore. Soltanto un gattino, salvato dalle rovine, può ricompensare, in parte, Adam per quello che ha perso. La lunga marcia verso Damasco è il cammino della speranza verso la salvezza di un riparo.


     Il romanzo di Sumia Sukkar non ha la pretesa di essere un libro di storia, pare essere un libro scritto di getto, come se la giovane scrittrice fosse rimasta sconvolta nel vedere la distruzione nelle immagini del paese in cui la sua famiglia ha radici. Manca di precisione e alcune delle scene descritte appaiono improbabili (le reazioni di feriti gravissimi in ospedale, il ritorno di un fratello in condizioni che non voglio anticipare ma che sono in contrasto con il suo comportamento troppo naturale). Non viene mai detto chiaramente quale sia la sindrome di Adam ed è meglio così: se non è definita, per il lettore è più facile accettare le discrepanze tra i suoi atteggiamenti. E tuttavia, ciò detto, è un libro che si legge facilmente e che ci avvicina ad un paese, ad una guerra, ad un dramma che non possono lasciarci indifferenti.


giovedì 19 gennaio 2017

Albrecht Goes, “Notte inquieta” ed. 2007

                                               Voci da mondi diversi. Area germanica
             seconda guerra mondiale
              il libro ritrovato

Albrecht Goes, “Notte inquieta”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Ruth Leiser, pagg. 120, Euro 11,00

   In genere è alla fine di una recensione che è permesso dire che un libro è bello, dopo aver messo in luce il perché. Per questo sottile romanzo dello scrittore tedesco Albrecht Goes, “Notte inquieta”, lo diremo all’inizio, a mo’ di introduzione, e alla fine, come conclusione e invito alla lettura. Perché è bellissimo.
    Tutto avviene in una notte dell’ottobre 1942, in poche ore di buio, pochissime destinate al sonno. E’ una notte inquieta in cui c’è chi si prepara ad essere vicino ad un condannato a morte nei suoi ultimi istanti di vita, chi teme il momento in cui dovrà ordinare di far fuoco, chi fa l’amore prima di partire per il fronte, conscio che quasi certamente non vivrà per sapere se la sua ragazza porta in grembo suo figlio. Dorme il maggiore Kartuschke della Kommandantur (“ci sono uomini che non dovrebbero esistere. E costui era uno di quelli”). Dorme, perché non sa che è la sua ultima notte, il ventiduenne Baranowski, condannato per diserzione. Gli altri vegliano, perché mai come in una guerra è imperativo chiedersi il significato di ogni singola azione che compiamo, se si vuole mantenere la dignità di essere umano. Anche un piccolo gesto come stringere la mano al maggiore Kartuschke ha la sua importanza- e il cappellano militare, che è il protagonista e voce narrante (“il clown del paradiso”, lo ha chiamato il maggiore con disprezzo), sa bene che quel contatto, di pura cortesia in altra situazione, lo bolla come un vinto in questo contesto. E tuttavia ben altro valore assume lo stesso gesto, il dare la mano all’uomo che di lì a poco sarà fucilato. Per trasmettergli calma e forza. In qualità di servo del Vangelo, dalla parte dei vinti.

Mai come in una guerra le parole “vincitori” e “vinti” sono nella mente di ognuno, e in questo ottobre 1942, si può iniziare a riflettere su quale sarà l’esito della guerra per la Germania. I più hanno capito che ormai Hitler non riuscirà a vincere. Sono pochi, invece, quelli che, come il cappellano, o come il tenente Ernst- pure lui un pastore della Chiesa, in un altro mondo e in un’altra vita-, sono consapevoli che è necessario perderla, quella guerra, se in futuro vorranno ancora avere una vita degna di un uomo. Perché - e stiamo parlando ad un livello strettamente personale-, come può il tenente Ernst ordinare di sparare su un uomo? Perché se non lo fa lui lo farà un altro? E in maniera peggiore? Si può fare del male per prevenire il Male? E, se lui e il cappellano si paragonano a Kartuschke, dov’è la differenza? Sono peggiori perché sanno quello che stanno facendo? O sono quantomeno diversi perché non approvano l’ingiustizia? Ma questo è il crimine peggiore dei regimi totalitari, di rendere tutti complici, tutti colpevoli.

    Non c’è solo morte e attesa della morte, del corpo e dell’anima, in questa notte inquieta. C’è anche un barlume di luce in uno spazio angusto che riesce ad essere senza confini- nella locanda sovraffollata un capitano (si chiama Brentano, come il poeta romantico) chiede al cappellano se può far salire la sua ragazza nella stanza che condividono. Lui è stato inviato a Stalingrado (e sa bene che è una condanna a morte pure la sua) e sarà la sua prima e ultima notte d’amore.

   Un libro che riesce a parlare di Bene e di Male, di vita e di morte, di odio e di amore verso il prossimo, senza sentimentalismi e senza retorica. Un libro bellissimo. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.it


mercoledì 18 gennaio 2017

Ruth Rendell, “Con la morte nel cuore” ed. 2004

                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Ruth Rendell, “Con la morte nel cuore”
 Ed. Fanucci, pagg. 192, Euro 6,72

     Chissà se c’è qualcosa nell’aria inglese che fa sì che ci sia un così alto numero di eccellenti scrittrici di romanzi “gialli” in Inghilterra. Facciamo solo tre nomi, Agata Christie, P.D.James, Ruth Rendell. Sono le tre signore del giallo, anzi, qualcosa di più di semplici signore, perché tutte e tre hanno ricevuto un titolo onorifico: la Christie è Dame of the British Empire, P.D. James è Baroness James of Holland Park e Ruth Rendell è Baroness Rendell of Babergh. Ed è di Ruth Rendell che la casa editrice Fanucci ristampa adesso tutte le opere, iniziando con “Con la morte del cuore”, il primo romanzo con il personaggio dell’ispettore Wexford pubblicato per la prima volta quarant’anni fa con un titolo intraducibile, “From Doon with Death”, bellissimo per l’allitterazione e il gioco di parole che contiene- perché Doon è un personaggio del libro, ma, cambiando la n finale, diventa la parola “destino”. Semplice l’intreccio: siamo in un paese, dove i prati sconfinano con i boschi; un marito denuncia la scomparsa della moglie: impossibile che sia scappata con un uomo, è una predicatrice laica della chiesa metodista, tipo tranquillo lei, tipo tranquillo lui, insignificanti entrambi; la donna viene trovata morta nel bosco.
Con il passo lento che ha la vita in un paese di campagna l’ispettore Wexford inizia a indagare, in fin dei conti tutti dovrebbero conoscersi in paese e poi la signora Parsons aveva frequentato la scuola laggiù. Con reticenza le vecchie amiche ricordano, salta fuori un vecchio corteggiatore, c’è una fotografia che racconta una storia e un misterioso Doon che le regalava libri classici con dei versi dell’800 per dedica. E si arriva alla conclusione, che contiene un segreto piuttosto trasgressivo per gli anni ’60. E’ l’atmosfera che conta, nei romanzi di Ruth Rendell, la ricostruzione di un ambiente e di uno stile di vita che fa dei suoi libri un documento eccezionale dal punto di vista sociale, tracciando con mano leggera uno schizzo in bianco e nero di persone, abitudini e comportamenti.
George Baker interpreta il commissario Wexford per la serie televisiva
E poi l’interesse per la psicologia dei suoi personaggi: è singolare che la protagonista di “Con la morte nel cuore” sia una donna che non conosciamo mai da viva e che, tuttavia, è viva in queste pagine quanto le sue compagne di scuola, o lo scialbo marito appassionato di letteratura poliziesca, o l’avvocato donnaiolo. Il tutto narrato con uno stile elegante, né minimalista né esagerato, senza forzature o dissonanze- un piacere per la lettura. 

Una sorprendente scoperta per chi non conosce ancora la Rendell (teniamo d’occhio le prossime uscite, che includono anche i romanzi- alcuni molto belli- che la scrittrice ha pubblicato con lo pseudonimo di Barbara Vine), un ritorno felice per chi la considera come un autore classico nel suo genere, un “must” assoluto per tutti.

la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it





martedì 17 gennaio 2017

Albrecht Goes, “Il sacrificio del fuoco” ed. 2017

                                               Voci da mondi diversi. Area germanica
             Shoah
             seconda guerra mondiale

Albrecht Goes, “Il sacrificio del fuoco”
Ed. La Giuntina, trad. Giada D’Elia, pagg. 50, Euro 10,00

    E’ straordinaria, la capacità di Albrecht Goes, pastore luterano che prestò servizio come cappellano militare durante la seconda guerra mondiale pregando per la sconfitta dei tedeschi, di dire tanto in un romanzo di poche pagine, di condensare in una breve storia domande che continuano a martellare nella nostra mente dopo aver terminato la lettura. Era successo quando avevamo letto “Notte inquieta”, succede ancora con “Il sacrificio del fuoco” (prima edizione in tedesco nel 1954 e appena pubblicato dalla casa editrice Giuntina).
   Una donna racconta al bibliotecario che ha preso in affitto una alloggio presso di lei. E' la moglie del macellaio ed è una donna tormentata, ha il viso segnato dalla cicatrice di un’ustione. E’ titubante. Inizia con una domanda, “Rievocare l’accaduto: ma a quale scopo?”. Si risponde da sola- non è per continuare ad odiare ma perché sia un avvertimento a non superare mai un certo limite. Aggiunge: “Abbiamo dimenticato”, poi in parte corregge la nota negativa della dimenticanza con un’altra domanda, “come potrebbe vivere chi non può dimenticare?”, per rettificare ancora: “Talvolta deve pur esserci qualcuno che ricorda”.

   Il pensiero della signora Walker è rivolto al passato, al tempo in cui lei sapeva poco degli ebrei. Conosceva un paio di famiglie, poi erano scomparse. Nessuno si faceva domande- sì, ora lo sa che era sbagliato, che avrebbero dovuto farsi domande, ma ci si  abitua a tutto. Si era stupita la prima volta che una cliente era entrata nel negozio con la stella gialla cucita sul cappotto. Si era abituata anche a quello. Un giorno- era già il 1940 e suo marito era stato chiamato in guerra- due uomini della direzione politica erano entrati in negozio e le avevano comunicato l’ordine del Gauleiter: la sua sarebbe diventata una macelleria ebraica. Tutti gli ebrei della città avrebbero potuto comprare la carne solo da lei e solo il venerdì dalle cinque alle sette di sera- l’ora in cui si accendono le candele e si dà il benvenuto al sabato, ma neppure quello lei sapeva, lo aveva capito dopo. Mentre gli altri clienti lanciavano frasi di scherno nei confronti degli ‘sporchi’ ebrei, lei, la moglie del macellaio, aveva invece imparato a conoscerli, a offrire loro, nei limiti del possibile, qualche grammo di carne in più di quello concesso dalle tessere annonarie, a schermarli quando entravano le arroganti camicie brune, a partecipare lei stessa alla riverente preghiera dell’inizio del sabato. E poi c’è la storia della carrozzina, il punto di volta della vita della signora Walker, quello che la fa decidere che lei, proprio lei, deve offrirsi come vittima sacrificale, una vita per tutte quelle portate via, perché “se succede questo nel mondo, le cose non possono migliorare”.

    Non è sola a raccontare, la signora Walker. E quello che ricorda non lo dice soltanto a voce. C’è anche una sua lettera, perché a volte è più facile scrivere che parlare, e c’è un’altra lettera che colma la storia e spiega la cicatrice sulla guancia. Questa lettera arriva dall’Inghilterra ed è scritta dal padre di Sabine, la ragazza del bibliotecario che la moglie del macellaio ha riconosciuto all’istante quando l’ha incontrata- ma come, se Sabine non l’ha mai vista? Come fa  a sapere il suo nome? Come mai le ha chiesto di suo padre? Come fa a conoscerlo?
   C’è una sorta di postilla alla storia della signora Walker, una tessera del puzzle che il bibliotecario trova su un’inserzione su un vecchio giornale che annuncia la riapertura della macelleria.
E’ indicato un versetto della Bibbia, “Mosé guardò, ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma non si consumava”. E il bibliotecario capisce che c’è un piano superiore, che l’immolazione della signora Walker non è stato accettata perché Dio aveva in mente un altro disegno per lei, per tutti. Non serve annullare la colpa nel fuoco. Servono “un’anima angosciata e un cuore spezzato”.

    Un piccolo libro essenziale e bellissimo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


lunedì 16 gennaio 2017

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima. ed. 2013

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
               saggio
               il libro ritrovato

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima.
Ed. Bietti, pagg.262, Euro 19,00

 Se l’esplosione della Bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki e l’occupazione statunitense hanno lasciato un segno indelebile sulla produzione di anime almeno fino alla fine degli anni Settanta, di certo lo stesso accadrà con il terremoto e lo Tsunami del marzo 2011. Ciò che più ci preme sottolineare è che il pubblico, in questi momenti, dovrebbe riuscire a cogliere l’insegnamento che l’arte propone attraverso gli occhi e la riflessione degli stessi artisti.

     Una volta si chiamavano ‘fumetti’ e ‘cartoni animati’. Una volta imperavano i fumetti e i cartoni animati di Walt Disney, con i suoi paperi e piccoli topi. Finché sono arrivati i nuovi personaggi giapponesi, i fumetti sono diventati ‘manga’ e i cartoni animati ‘anime’, abbreviazione di animeshon che è la traslitterazione giapponese di animation. Del tutto diversi dal buffo Paperino, dall’avido Paperon de Paperoni, dal simpatico Topolino. Alcuni nomi di questi nuovi protagonisti sono entrati nell’immaginario- Mazinga o Lady Oscar, per nominarne due che sono letteralmente agli antipodi. Penso che pochi, anche tra i lettori abituali di manga o tra gli spettatori amanti del genere ‘anime’ al cinema, si siano mai chiesti che cosa nascondano- o meglio, che cosa rivelino- questi personaggi. Il libro “La bomba e l’onda” di Andrea Fontana è illuminante, apre un nuovo mondo, incuriosisce i profani, appassiona gli esperti, ci consegna una chiave di lettura. Perché leggiamo la Storia del Giappone, tra l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima nel 1945 e quella della centrale nucleare di Fukushima causata dall’onda dello tsunami del 2011, attraverso la storia dell’animazione giapponese.

    La prima cosa che apprezziamo in Andrea Fontana è la sua capacità di schematizzare e sintetizzare- correremmo il rischio di perderci nella vastità dell’argomento trattato. La Storia del Giappone e dell’anime è così divisa in tre fasi: “I figli della bomba”, “I figli del boom” e “I figli della bolla” (bella l’allitterazione che aggancia i tre titoli incidendo sulla memoria di chi legge), dove i figli della bomba sono gli artisti dall’immediato dopoguerra fino agli anni settanta, seguiti dai figli della inarrestabile crescita economica del Giappone negli anni ‘80 e infine da quelli che hanno vissuto gli anni della peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale.
     Il Giappone che esce dalla guerra è un paese traumatizzato, che vede le forze americane di occupazione sul proprio territorio e i vecchi valori messi in discussione. Lo shock della bomba atomica ritorna come un’ossessione nei manga e nell’anime, come immagine di un’apocalisse che ha lasciato pochi sopravvissuti che cercano di ricostruire un mondo nuovo. Questa prima narrazione si innesta su una seconda narrazione che introduce le figure dei robot, tipici personaggi del genere giapponese. I robot sono necessari per vincere l’invasione da parte di potenti esseri di un’altra razza: i giovani giapponesi, spesso orfani, si servono dei robot per vincere la guerra che i loro padri sono stati incapaci di vincere.

     Quando arrivano i ‘figli del boom’ negli anni ‘80, la ricchezza raggiunta dal paese permette un deciso cambiamento di atmosfera. I temi trattati nell’anime sono più spensierati, più leggeri- il romantico personaggio di Lady Oscar ben rappresenta la nuova tendenza, influenzata anche dall’apertura del Giappone alle influenze culturali occidentali. E non è solo il cinema americano con i suoi divi ‘macho’, Schwarzenegger, Stallone, a strisciare dentro l’anime giapponese. E’ un vero e proprio fenomeno di globalizzazione: il regista Rintarô, nel lungometraggio “Alexander”, si ispira (come dice il titolo) a personaggi, fatti, ideologie e filosofie greco-macedoni adattandoli ai principi dello shintōismo.

     La crisi economica iniziata negli anni ‘90 porta un ulteriore cambiamento di stile, di tematiche e di personaggi: la nuova generazione non ha ideali, è priva di riferimenti culturali e politici. I due avvenimenti traumatici che introducono questo periodo sono il terremoto del 1995 e la strage nella metropolitana di Tokyo nello stesso anno. C’è di che giustificare il pessimismo che permea l’anime del tempo, insieme ad una preoccupazione ecologica non nuova ma più sentita e alla perplessità riguardo alla partecipazione del Giappone alla guerra del Golfo.

   Questo lo sfondo storico in cui Andrea Fontana introduce, ad uno ad uno, i grandi autori di animazione, illustrandoci le loro opere per sommi capi ma in maniera esauriente: leggere il libro di Andrea Fontana (corredato da immagini illustrate, una cronologia comparata e tre saggi di completamento) è un appassionante viaggio in Oriente in compagnia di personaggi dal ciuffo sbarazzino e gli occhi grandi e di giganteschi robot che mostrano come la scienza non sia solo distruttiva. E’ un libro-saggio chiaro ed essenziale, per gli esperti che aggiungeranno qualcosa alla loro conoscenza e per i profani che saranno invogliati a ‘vedere’ ciò di cui hanno letto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 15 gennaio 2017

Aryeh Lev Stollman, "Una vecchia amica" ed. 2003

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America              
        diaspora ebraica
        il libro ritrovato

Aryeh Lev Stollman, "Una vecchia amica"
 Ed. Mondadori, trad.Francesco Francis, pagg.251, Euro 17,00

    Niente potrebbe essere più in contrasto che gli studi dello scrittore-narratore e quello che racconta: è specializzato in neuroanatomia, fa ricerche sul cervello, gira per il mondo tenendo conferenze e, di recente, vede che lei, la vecchia amica che gli ha ispirato un libro che lo ha reso famoso, lo segue e appare nelle sale dove lui tiene i suoi interventi. Solo lui la vede, figura incorporea che viene dal nulla e da ogni dove. La storia della sua prima apparizione, cinquant'anni prima, ha un tono favolistico da leggenda: era un giorno di giugno, c'era stata una fioritura eccezionale di rose e l'aria ne era carica del profumo, lei, la straniera, era apparsa sulla porta in una pozza di luce, con un abito di un blu-verde, i capelli rossi e così alta da toccare l'architrave. Una figura celeste che avrebbe cambiato la vita della loro famiglia.
Si chiamava Eva, come la prima donna; era imparentata con il sole, per via del marito giapponese lontano parente dell'Imperatore; arrivava dal Vecchio Mondo; conosceva sette lingue e un'infinità di storie. Aveva compiuto un primo piccolo miracolo  convincendo Asa, il fratellino del narratore, a "guardare" il mondo, anche se i medici avevano pronosticato che sarebbe diventato cieco. Asa che rappresenta la bellezza, come Eva, invidiato per questo da Joseph, il narratore, lo studioso della Bibbia. L'immaginazione, l'uno; la ragione, l'altro. Ed Eva li lega a sé in una sorta di incantesimo con le storie che racconta, da quella giapponese di Genji a quella della sua fuga in treno attraverso la Siberia, da quella della giraffa magica dell'imperatore di Mongolia al suo viaggio in nave dal Giappone, e poi gli spostamenti in America: anche lei è come l'Ebreo errante, condannata a spostarsi di continuo: qual è la sua colpa? Se lei stessa dice che né conoscenza né bellezza possono far diventare buona una persona, sono valide anche per lei queste parole? C'è qualcosa di prezioso che Eva ha portato con sé nella sua fuga, un antico manoscritto finemente miniato che è sempre appartenuto alla sua famiglia. Suo padre giudicava troppo pericoloso che Eva lo portasse con sé e lei lo aveva preso a sua insaputa.
Quando viene a sapere che il padre è morto, impiccato nel ghetto, Eva apprende anche che il manoscritto avrebbe potuto salvarlo - c'è un ex nazista che lo vuole ad ogni costo e che è adesso sulle tracce di Eva. Che deve riprendere il suo errare e svanisce nel nulla. Meglio il titolo originale del libro, "The illuminated soul", invece del più terreno "La vecchia amica". Come già nel titolo "Ogni cosa è illuminata" di Jonathan Safran Foer, l'aggettivo "illuminated" illumina, per l'appunto, una molteplicità di significati del romanzo: l'anima illuminata che è il bene più prezioso di ogni uomo, l'unica cosa che nessuno ci può portare via, a differenza del manoscritto illuminato di cui alla fine si impadronisce Joseph salvando, forse, Eva; Eva stessa è un'anima illuminata che diffonde luce intorno a sé.
Se il difetto del romanzo di Stollman (che ha già pubblicato per Marsilio "Il lontano Eufrate") è una certa didatticità, una mancanza di credibilità e corporeità nel suo personaggio femminile, il suo pregio è l'altro aspetto del suo difetto, il tono arioso da leggenda con cui racconta anche le storie più drammatiche, allacciandole l'una con l'altra, in bilico tra realtà e immaginazione - come le personalità speculare dei due fratelli Asa e Joseph- lasciando anche noi incerti tra dubbio e fede.



la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos