martedì 9 ottobre 2018

Sujata Massey, “Le vedove di Malabar Hill” ed. 2018


     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America/India
                                             cento sfumature di giallo


Sujata Massey, “Le vedove di Malabar Hill”
Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 442, Euro 18,00

     Bombay 1921. La ventitreenne Perveen Mistry lavora nello studio legale del padre, un insigne avvocato. I Mistry sono una famiglia parsi, seguace di Zoroastro e di origine iraniana. Perveen, con una laurea in legge a Oxford, oltre ad avere la funzione di procuratore legale, affianca il padre come segretaria, traduttrice e contabile- lei stessa non può apparire in tribunale, la legge indiana non ha ancora aperto questa strada alle donne. Eppure, come si vedrà in questo primo romanzo di una serie che promette di essere intrigante, proprio il suo essere donna le permetterà di avvicinare e mettersi al servizio di donne che non avrebbero altrimenti possibilità di comunicazione e di difesa.
     La vicenda sembra iniziare come un caso legale. Lo studio Mistry deve occuparsi dell’esecuzione testamentaria di un cliente musulmano che ha lasciato tre vedove. Le tre mogli sono purdanashin, cioè vivono in totale isolamento: l’unico uomo che poteva vederle era il marito, con gli altri possono parlare solo attraverso il jali, la grata di marmo o di ferro che le protegge dagli sguardi maschili. Studiando i documenti Perveen si insospettisce: è possibile- come dice una lettera scritta in inglese dall’amministratore dei  beni di famiglia- che le tre vedove siano tutte consenzienti a rinunciare alla rendita che spetta loro a favore di un fondo di beneficienza? Come faranno a mantenersi, dopo? Anche le firme delle donne sono sospette, considerando che, in un documento precedente, una delle tre aveva firmato con una croce. Ecco perché viene utile che Perveen sia l’unica donna avvocato di Bombay, l’unica che possa essere ammessa alla presenza delle vedove di Malabar Hill. Poco dopo il primo incontro, però, e dopo il primo ‘scontro’ con lo sgradevole e prepotente amministratore, è la stessa Perveen a trovare il corpo senza vita di quest’ultimo: Mr. Mukri è stato ucciso con uno stiletto.

     Originale, coinvolgente, intelligente e interessante- “Le vedove di Malabar Hill” di Sujata Massey (padre indiano, madre tedesca, nata in Inghilterra ed emigrata negli Stati Uniti con la famiglia all’età di cinque anni) è tutto questo. Perché ci sono in realtà due storie, entrambe ricche di suspense, nel romanzo. Una è quella delle vedove di Malabar Hill e abbiamo il privilegio di entrare con Perveen nello zenana, le stanze riservate alle donne che osservano il purdah, di constatare con stupore quanto poco sappiano le purdanashin del mondo esterno e di cercare di capire le correnti di gelosia e di rivalità nel dover dividere le attenzioni del marito. In una bambina, figlia della prima moglie, nel suo desiderio di parlare inglese e nella sua curiosità vivace avvertiamo la fine non lontana di questa clausura così limitante e mortificante per le donne.
Taj Mahal Palace Hotel
   L’altra storia è quella personale di Perveen- è raccontata in capitoli che portano la data del 1917. E’ una storia minore ma altrettanto importante- una Perveen diciannovenne che ha abbandonato la facoltà di legge perché vittima di pesanti scherzi da parte dei compagni (tutti uomini, Perveen è stata ammessa alla frequenza grazie alla posizione del padre) si innamora del cugino di un’amica. Sembra un amore senza speranza. In India sono i genitori che combinano i matrimoni, il fratello maggiore di Perveen deve sposarsi prima di lei, Cyrus Sodawalla è di Calcutta, ci vorrebbe tempo per raccogliere informazioni sulla sua famiglia. A suo favore che sia un parsi, come Perveen. L’amore è cieco, i genitori acconsentono, la storia di questi Romeo e Giulietta sembra avere un finale felice con il fastoso matrimonio a Calcutta. Ma…
     La vicenda di Perveen e Cyrus ci svela un altro mondo chiuso di un’arretratezza impensabile. La stanzetta in cui Perveen viene relegata nei giorni ‘impuri’ è una prigione che lascia indovinare dell’altro, impossibile da sopportare.

E allora, mettendo insieme i due filoni, “Le vedove di Malabar Hill” è molto di più di un ennesimo thriller con folklore indiano. E’ un capitolo della storia delle donne e delle difficoltà che hanno dovuto (e che devono) superare in un mondo che appartiene agli uomini. L’ambientazione, poi, soprattutto quella di Bombay che spazia dai quartieri esclusivi alle zone del porto, ha il ‘colore’ giusto che non infastidisce. Anzi, tutt’altro.

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sabato 6 ottobre 2018

Ben Pastor, “La notte delle stelle cadenti” ed. 2018


                                                   Casa Nostra. Qui Italia     
                                                                cento sfumature di giallo
                                                               seconda guerra mondiale




Ben Pastor, “La notte delle stelle cadenti”
Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito, pagg. 539, Euro 15,00


      No, non poteva mancare. Non poteva mancare il capitolo cruciale dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 nel grande affresco storico della serie di romanzi di Ben Pastor che hanno per protagonista l’ufficiale della Wehrmacht Martin Bora, il personaggio che ormai non vive più solo sulla carta ma è diventato ‘vero’, un uomo di cui sappiamo quasi tutto (o crediamo di sapere quasi tutto, finché qualche altro dettaglio del suo passato o della sua vita famigliare non ci viene rivelato dalla scrittrice, o finché noi stessi non osserviamo i cambiamenti che la guerra ha provocato in lui). Ne “La notte delle stelle cadenti” Martin è richiamato a Berlino per i funerali di uno zio. Sono passati dieci mesi da quando Martin ha perso la mano sinistra in un attentato dei partigiani in Italia. Martin soffre per questa menomazione, soffre perché la moglie Benedikta lo ha lasciato, perché suo fratello Peter è morto in Russia, perché si sente responsabile della morte di un fratello che lo idolatrava e seguiva il suo esempio in tutto, perché pensa che forse sua madre Nina avrebbe preferito fosse stato lui, Martin, a morire. Soprattutto Martin soffre perché è un realista che non si fa illusioni- la Germania sta perdendo la guerra, è inutile nasconderselo, solo i fanatici possono credere altrimenti. Soffre perché è stato testimone delle colpe di cui i tedeschi si sono macchiati in Polonia e Russia e sa che un castigo terribile si abbatterà su di tutti loro.

     C’è un’atmosfera da temporale incipiente su Berlino, quando Martin atterra a Schönefeld, nubi di una tempesta che si avvicina e che non è solo atmosferica. Una frase ossessiona Martin, ricorre lungo tutto il romanzo, ‘le cose vanno a pezzi’, e  rispecchia in parole la minaccia del futuro che Martin avverte. Riconosciamo i versi della poesia “Il secondo Avvento” di Yeats, il poeta irlandese  che aveva vissuto il trauma della Grande Guerra e che profetizzava il massacro di un’altra guerra che non avrebbe visto (morì nel 1939): tutto si disgrega; il centro più non regge;/ pura anarchia si scatena per il mondo,/ la fiumana torbida di sangue si scatena, e ovunque/ è sommerso ogni rito di innocenza. In questo mondo che cade in pezzi e che ha perso l’innocenza, in una città disseminata di macerie che Martin fatica a riconoscere, lo zio di Martin si è suicidato (un suicidio forzato non è però un omicidio?), ma è di un’altra morte che Martin si dovrà occupare. Il cosìddetto Mago di Weimar, un veggente dai molti alias, è stato assassinato nella sua casa. Perché è stato chiamato proprio Martin per un caso in cui la vittima- non possiamo non notarlo- pareva avere facoltà di guardare nel futuro? Perché c’è dell’altro, nel futuro imminente, ci sono dei segnali che Martin coglie e che lo opprimono quanto la minaccia della tempesta. Ufficiali che, all’Hotel Adlon, parlano tra di loro, l’ex comandante di Martin in Russia che è sull’orlo di un crollo nervoso e supplica Martin di aiutarlo ad uscire dalla Germania, l’amico che Martin va a trovare in ospedale e che accenna, pure lui, a qualcosa.
Claus von Stauffenberg e la moglie Nina
  Finché Martin riesce a farsi ricevere dal suo doppio, da Claus von Stauffenberg, l’eroe di guerra che ha perso un occhio, una mano e due dita dell’altra. Bello questo incontro in cui l’alter ego di von Stauffenberg cerca di convincerlo della inopportunità dell’attentato in questo momento e con la modalità programmata. Non è necessario il Mago di Weimar per prevedere che finirà in un bagno di sangue (la fiumana torbida di sangue si scatena). Questa è Storia.
   La cupezza dell’ultimo anno di guerra, il soffio di morte che Martin sente sul collo, che rimbomba nello sferragliare del treno che porta le vacche al mattatoio e che ricorda a Martin quello di altri treni con il loro carico umano, è rischiarata da due figure femminili, dall’amore o dal desiderio o da quella forza vitale di cui parlava Shaw che in definitva salvano il mondo. Nina, la giovane madre di Martin, è ancora innamorata di un uomo, un giornalista, che non ha potuto sposare (sarebbe potuto essere lui il padre, o il patrigno, di Martin?) e Martin, dapprima restio nella sua cocciuta fedeltà al ricordo della moglie, riceve nella sua stanza una ragazza che ha incontrato nell’ospedale dove è ricoverato il suo amico. Mentre suona la sirena di un allarme aereo, mentre il mondo va in pezzi, Martin fa l’amore con Emmy. Più tardi rimpiangeranno, entrambi, di non aver ‘fatto’ un bambino.

    “La notte delle stelle cadenti” è uno dei più bei romanzi della serie del ‘nazista buono’. Con mille spunti di riflessione, citazioni che ci rimandano a possibilità di approfondimenti, con una storia dentro la Storia, con personaggi veri insieme a quelli fittizi che diventano altrettanto veri. E, nell’epilogo,  un’anticipazione del futuro dei vari personaggi. Ma che ne sarà di Martin? Abbiamo solo le ultime parole del suo diario, ‘sta arrivando la notte’.

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martedì 2 ottobre 2018

Jón Kalman Stefánsson, “Storia di Ásta” ed. 2018


                                          vento del Nord
     storia di famiglia


Jón Kalman Stefánsson, “Storia di Ásta”
Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 479, Euro 19,50

   “Le pagine che seguono  raccontano la storia di Ásta, che un tempo è stata giovane, e che ormai è piuttosto anziana”… “Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo- e soprattutto, è legittimo farlo?”
    Lo dice il titolo, lo ribadisce lo scrittore, Jón Kalman Stefánsson, ad inizio libro- questa è la storia di Ásta, ma non solo. Ásta, abbandonata a sette mesi dalla madre Helga, cresciuta da una balia, mandata in una fattoria nei fiordi Occidentali per una sorta di ‘rieducazione’, rimasta incinta poco più che ventenne, una, due, tre lauree in diverse università europee, tante brevi avventure insignificanti e una storia d’amore con un uomo scomparso- perché, “che cos’è l’amore- e come lo misuriamo, se non con il dolore dell’assenza?”.

   Bella domanda, ‘che cos’è l’amore?’. Se solo ci fosse un’unica risposta. Si amavano anche i genitori di Ásta, le avevano dato questo nome non solo perché era quello del personaggio di un libro che sua madre Helga amava, ma anche perché ast significa amore in islandese. Che cosa era successo perché Helga se ne andasse, lasciando il marito e due figlie? Come era passato, il padre di Ásta, dall’amore all’odio, all’innamorarsi di un’altra donna che poi aveva sposato? Queste sono storie che è proprio il padre di Ásta a raccontare, in lunghi flashback mentre giace al suolo dopo essere caduto da una scala. E lui, il padre, è solo un secondo narratore che si sovrappone alla narrativa principale della storia di Ásta, in parte raccontata in terza persona inframmezzata dalle lettere che Ásta scrive all’uomo che non c’è più- il ragazzo Josef incontrato nei fiordi Occidentali dove un’Ásta quattordicenne aveva ricevuto le prime vere lezioni di vita.

    Perché il romanzo di Jón Kalman Stefánsson è un romanzo polifonico e dobbiamo affinare l’orecchio per riconoscere le diverse voci. Forse è l’autore stesso che si nasconde dietro lo zio di Ásta, il fratello del padre, il poeta che sta scrivendo la storia della famiglia, di cui noi leggiamo degli stralci che integrano quello che abbiamo letto raccontato da altri. Un vicino di casa invadente offre allo zio scrittore la possibilità di vivere nella casetta del faro- sarebbe una bella attrattiva per i turisti curiosi di vedere dove e come viva un famoso uomo di lettere. “Trasformarmi in una specie di pulcinella di mare. In un cliché per attirare i turisti…Siamo arrivati a tanto, la letteratura si è ridotta a questo, fa parte dell’intrattenimento, dell’industria? Un autore islandese è un pulcinella di mare…E’ come l’aurora boreale.”. E’ a lui, allo scrittore che alla fine accetta la proposta con un filo di disprezzo per quella che considera una prostituzione, che dobbiamo le frasi più poetiche del libro, come pure quelle che ci fanno riflettere, o quelle in cui leggiamo noi stessi. “Una volta ero giovane e impaziente di vivere. Che cosa è successo? Eppure mangio lo yogurt naturale, compro uova biologiche.” “Mia figlia dice che…devo scrivere per salvare il mondo. So che ha ragione. Ma più leggo articoli d’attualità, più mi sembra che il mio compito diventi più vasto, la mia responsabilità più grave.”

   A ben pensare, tutte le storie di famiglia si assomigliano, non ci sono poi molte varianti di vita. Che cosa rende diversa e memorabile “La storia di Ásta”? E’ proprio l’insieme di leggerezza e profondità, di realismo dei troppi bicchieri di brennivin bevuti, del grigiore di una vita ‘tetra e insulsa, tanto che gli uccelli che sorvolano il paese muoiono di noia e cadono al suolo come sassi’, e di squarci della bellezza suprema delle aurore boreali che sono ‘il sogno di Dio’, di vita rurale e di citazioni di brani musicali e titoli di libri.
     Non si può non leggere un romanzo di Jón Kalman Stefánsson.

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venerdì 21 settembre 2018

Simon Sebag Montefiore, “Cieli di fuoco" ed. 2018


                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
  seconda guerra mondiale



Simon Sebag Montefiore, “Cieli di fuoco”
Ed. Corbaccio, pagg. 383, Euro 17,00

     Dopo “Sašenka” e “L’amore ai tempi della neve”, ecco “Cieli di fuoco” a concludere la trilogia di Mosca di Simon Sebag Montefiore. Una trilogia che è un affresco dell’Unione Sovietica dagli albori alla fine della seconda guerra mondiale e di cui ogni libro può essere letto separatamente- solo l’allusione ad alcuni personaggi di cui abbiamo già letto è il tenue legame dell’uno con l’altro.
       Nel 1942 rosseggia di incendi il cielo sopra l’Unione Sovietica, l’aria riecheggia di spari ed esplosioni mentre infuria la battaglia per Stalingrado. No, la città che porta il nome del Grande Padre non può cadere, deve essere difesa fino all’ultimo uomo, non deve finire in mano ai tedeschi.
Benja Golden è il protagonista di “Cieli di fuoco”. Ebreo e scrittore, è finito nel temuto gulag della Kolyma per una delle troppo numerose condanne fasulle, impartite perché servano di lezione, per seminare il terrore. Se non ci fosse chi lo aiuta, Benja non sopravvivrebbe alla durezza del lavoro, alla fame, al gelo della Kolyma. Ed ora si presenta un’insperata via di uscita, una riduzione della pena. C’è bisogno di uomini per combattere, c’è bisogno di carne da cannone. Stalin ordina che venga formato un corpo di detenuti da mandare allo sbaraglio: se spargeranno sangue per la patria, avranno in cambio la libertà.

      “Cieli di fuoco” è un romanzo di guerra e di avventura che si svolge nel brevissimo arco di una settimana o poco più. Benja Golden e i suoi compagni si trovano presto intrappolati dietro le linee nemiche e succede di tutto. Cosacchi, partigiani, tedeschi, italiani, traditori, disertori e doppiogiochisti affollano la scena. Il mite Benja che era certo che non sarebbe mai stato capace di ammazzare nessuno, si accorge che non può fare niente di diverso dall’uccidere per non essere ucciso. Si accorge anche che il bene e il male possono coesistere nella stessa persona, che non ci si può fidare proprio di nessuno, che un uomo può avere due facce, come il dottore che gli ha salvato la vita più di una volta e che sembra spinto da puro amore e altruismo quando fa salire sul suo cavallo la bimba piangente scampata ad un massacro. E, se è impossibile fare giustizia ai morti negli stermini di massa (Simon Montefiore non li descrive, ma sappiamo che di quelli si tratta, quando udiamo le scariche ripetute e ravvicinate, quando vediamo la terra che sembra muoversi per il ribollire del gas dei cadaveri), è però possibile almeno vendicare la fine dell’innocenza. In un certo senso, allora, “Cieli di fuoco” diventa anche un romanzo di crescita personale, una brutale presa di conoscenza della realtà.

      Ci sono anche due storie d’amore nel romanzo- sono momenti per dimenticare il fuoco della guerra. E sono entrambe storie destinate a finire male (o quasi). La sedicenne figlia di Stalin si innamora di uno scrittore sposato e molto più vecchio di lei. Possiamo indovinare quale sia la reazione di suo padre e che fine faccia l’uomo che ha osato tanto. E Benja Golden, che aveva amato e perso Sašenka, ha una brevissima storia con un’infermiera italiana che lo cura quando lui è gravemente ferito e lo aiuta a fuggire (le scene di sesso in condizioni di estremo pericolo mi sono parse piuttosto improbabili, a dire il vero).
      Si legge bene, “Cieli di fuoco”, anche se è meno coinvolgente, meno appassionante dei due romanzi precedenti.

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martedì 18 settembre 2018

Maja Lunde, “La storia dell’acqua” ed. 2018


                                                            vento del Nord
                                                               distopia


Maja Lunde, “La storia dell’acqua”
Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 341, Euro 18,00


    2017. Ringfjorden. Norvegia. “Eccomi di nuovo qui”: Signe, quasi settant’anni, è tornata a bordo della Blå, l’imbarcazione che porta il nome del Blåfonna, il Ghiacciaio blu “che un tempo era nostro”. Le navi da crociera scivolano dentro il fiordo, i turisti ammirano la natura selvaggia e nessuno sa quanto tutto sia cambiato. Nessuno sa che una volta lì c’erano le Cascate Sorelle, c’erano le malghe del padre di Magnus, il ragazzo che Signe amava. Non è rimasto nessun segno del fiume che scorreva lì un tempo. E’ solo Signe che non si rassegna, che non ha dimenticato, che vuole compiere un’ultima azione di protesta contro i furti a danno del ghiacciaio.
     2041. Nei pressi di Bordeaux, Francia. David, venticinquenne, è in fuga. Porta per mano la piccola Lou. Scappano dal fuoco, dalla siccità, dalla fame: nel Sud della Francia non piove da cinque anni, la terra è spaccata dalla sete, non cresce più niente, le scorte sono esaurite. Ad un certo punto, girandosi indietro, David non ha più visto la moglie che lo seguiva con il bimbo di un anno in braccio. David vuole credere che lei lo raggiungerà nel campo di raccolta che avrebbero dovuto raggiungere insieme, là dove fa tappa la marea di migranti diretti a Nord, dove piove ancora.

     “La storia dell’acqua”è il secondo romanzo della tetralogia di Maja Lunde iniziata con “La storia delle api”, ogni libro un capitolo nero su dove la dissennatezza umana ci sta conducendo, un allarmante futuro per le prossime generazioni.
      La narrativa del presente affonda nel passato di Signe, ragazzina innamorata dell’aspro paesaggio della Norvegia, solidale con il padre che si batte per la difesa del fiume senza curarsi delle accuse di cecità di chi vede l’immediato vantaggio economico nella costruzione di dighe e condotte. E’ un futuro di solitudine, quello che attende Signe che adesso, però, nel 2017, salpa dalla Norvegia con un singolare carico a bordo. Meta: la Francia, dove ora vive Magnus che l’ha ‘tradita’, passando dalla parte del progresso che implica la scomparsa delle spettacolari Cascate Sorelle. Né Magnus né Signe possono immaginare che le casse provenienti dai ghiacciai norvegesi trasportate dalla Blå saranno un vero e proprio tesoro per chi le ritroverà. Significheranno la vita, come aveva ostinatamente ripetuto Signe.
     Il filone del 2041 ci dà un senso di angoscia perché ne avvertiamo la minaccia come terribilmente reale. La storia di David e della sua bambina è ricca di dettagli. David lavorava in un impianto di dissalazione, avrebbe dovuto decidere prima di lasciare la cittadina in cui viveva con moglie e bambini. Come tantissimi altri. E’ giovane, non è molto bravo a fare il padre. E’ bravo a giocare, questo sì, e, dopo che lui e Lou trovano una barca (come ha fatto ad arrivare lì, dove tutto è secco? David non può avere memoria del canale navigabile che portava fino al mare), il gioco di partire e sfidare le onde diventa il preferito della bambina.

      Non ci può essere una fine in un romanzo come “La storia dell’acqua”. L’allarme è stato lanciato, così come ne “La storia delle api”. A noi lettori batterci come Signe per un futuro diverso da quello di David che deve sperare che riprenderà a piovere: potrebbe dire qualcosa di diverso alla sua bambina? Potrebbe aiutarla altrimenti che non giocando a sentire il rumore della pioggerellina lieve, a vedere la nebbiolina delle gocce?
      Le vicende di David e di Lou ci appassionano di più di quelle di Signe che sono un poco appesantite dall’intento di rendere chiaro il tema del romanzo. E tuttavia è un romanzo che ci tocca nel profondo perché, anche se vorremmo accantonarlo, il problema di quello che ci aspetta, di come il clima stia cambiando (e sappiamo perché), è sotto gli occhi di tutti. Non è sufficiente dire ‘una volta non era così’. Come dice David con voce sognante, “E’ così che era l’aria di casa nostra.” Non ci si può accontentare di ‘un meglio’ nel tempo passato.

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venerdì 14 settembre 2018

Michael Frank, “I formidabili Frank” ed. 2018


                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                      romanzo di formazione
     autobiografia

Michael Frank, “I formidabili Frank”
Ed. Einaudi, trad. F. Aceto, pagg. 344, Euro 20,00

     Frank non era neppure il vero cognome dei ‘formidabili Frank’. Era iniziato come nome d’arte in questa famiglia in cui le due figure femminili predominanti avevano lo stesso nome e si erano date dei soprannomi- Huffy la madre Harriet senior e Hank la figlia Harriet junior. E’ tutto speciale, nella famiglia Bergman, alias Frank. Ad iniziare dall’intreccio di parentele: fratello e sorella Ravetch hanno sposato sorella e fratello Bergman. Merona Ravetch e Martin Bergman hanno tre bambini- il più grande, Michael, è la voce narrante nonché l’autore del libro. Irving Ravetch e Hank non sono riusciti ad avere un figlio e prendono in prestito Michael, ne fanno un figlio sostituto, gli rovesciano addosso il loro amore che finisce per diventare opprimente, cercano di plasmarlo ed educarlo a riconoscere il bello ovunque: sono due sceneggiatori famosi, hanno i mezzi per farlo. E poi ci sono le due nonne, Huffy e Sylvia, che vivono insieme- Huffy la personalità dominante, Sylvia remissiva e di certo infelice.
    Il tono del libro all’inizio è leggero e divertente. Michael è un bambino, gli piace essere il prescelto, non gli importa che i due fratellini non ricevano le attenzioni e i regali di cui la zia lo ricopre, spia dalla finestra l’arrivo dell’automobile che lo porterà a fare commissioni insieme a Hank che ama girare per mercatini dell’antiquariato e per negozi insegnando a Michael quello che è b. (buono) e n.b. (non buono). Poi, a poco a poco, affiora il risvolto di questa situazione da privilegiato. Se Michael non se ne rende conto, ci pensano i compagni di scuola a fargli capire che è diverso dagli altri, tormentandolo, facendogli del male. Quale altro bambino gira con l’album da disegno sotto il braccio, ha già letto Dickens, sa chi è Balzac? Il minimo che possano fare è chiamarlo ‘femminuccia’ e ‘frocio’.
Merona e Martin Frank
La presenza della zia diventa sempre più ingombrante, e non solo nella vita del bambino. E’ lei che fa e disfa anche in casa di Merona, è lei che sceglie mobili e quadri e objets. Difficile sottrarsi al suo dispotismo, anche le vacanze dei Frank sono tutti insieme. E poi, quando lei chiama, Michael deve accorrere. E’ un personaggio carismatico e per certi versi affascinante. Ma temibile. Perfino il marito Irving, pur molto legato a lei, ha bisogno di tirare il fiato ogni tanto, di incontrare un amico da solo per un Coffee Time. E sia Irving sia Michael soffrono di mali di chiara origine nervosa- passa tutto se sono per un po’ lontani da Hank.
Irving e Hank
     “La tua vita è una menzogna”, griderà Michael allo zio, anni dopo. Perché, mentre noi assistiamo alla lotta di Michael per non restare invischiato nella ragnatela che la zia ha tessuto intorno a lui, lo zio Irving è già prigioniero- e senza speranza di liberarsi- incapace di qualunque obiettività nei confronti dei comportamenti della zia. Che diventa sempre più tirannica, assolutista, egocentrica, assurda e perfino crudele nelle sue esigenze che sembrano voler essere una prova del suo potere manipolatorio. E il tono del libro cambia, il libro di ricordi, il romanzo di formazione si trasforma nella storia dell’evolversi di una malattia nervosa che si arresta un attimo, con ritrovata ragionevolezza, solo davanti alla morte di Irving.
    “Zia Mame” di Patrick Dennis (1955) è il precedente più famoso del personaggio della zia che diventa il Pigmalione del nipote. Tuttavia c’è altro ne “I formidabili Frank” che si definiscono, ad un certo punto, come “i formidabili pazzamente Frank”. C’è prima di tutto la spontaneità del racconto di esperienza vissuta in prima persona. E poi il ritratto di una famiglia che ha una storia difficile alle spalle, il quadro di un luogo- Los Angeles e Hollywood - e di un ambiente (quello cinematografico) descritti in maniera spumeggiante. Di certo ricorderemo a lungo l’immagine di questa donna invincibile che, ormai anziana (101 anni nel 2017), usa la stessa tattica accattivante, le stesse parole, more is more, offrendo in regalo un libricino di Shakespeare alla figlia di Michael.

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