domenica 16 marzo 2014

Benjamin Black (John Banville), "La bionda dagli occhi neri"

                                                                      Un giorno. un paese
     
       cento sfumature di giallo
       fresco di lettura


Benjamin Black (John Banville), “La bionda dagli occhi neri”
Ed. Guanda, trad. Irene Abigail Piccinini, pagg. 299, Euro 17,50
Titolo originale: The Black-eyed Blonde

    Philip Marlowe, il più famoso ‘private eye’ della letteratura di indagine poliziesca, è tornato. Il personaggio creato da Raymond Chandler nel 1939 ha trovato un padre adottivo nel famoso scrittore irlandese John Banville che ama firmare i suoi divertissements gialli con lo pseudonimo di Benjamin Black (in patria, perché da noi tutti i suoi romanzi sono stati finora pubblicati con il vero nome). Ne “La bionda con gli occhi neri” John Banville abbandona il personaggio dell’anatomopatologo Quirke che era stato il protagonista dei precedenti ‘romanzi con delitto’ e riporta sulla scena Philip Marlowe. “Marlowe? Come il drammaturgo”, commenta il fratello della bionda del titolo citando un verso del “Doctor Faustus” dell’elisabettiano Christopher Marlowe. Marlowe come l’uomo che si addentra nel cuore di tenebra conradiano (si chiama Charlie Marlow, senza la e finale, il protagonista di “Cuore di tenebra”)- un nome impegnativo dal punto di vista letterario. Ci sono dei precedenti nei tentativi compiuti per far risorgere eroi mitici dopo la morte degli scrittori che li avevano creati. Per James Bond l’ultimo che ci ha provato è stato William Boyd, terzo scrittore ufficialmente incaricato dalla Ian Fleming Estate, dopo Sebastian Faulks e Jeffery Deaver. Ogni volta i lettori accolgono la novità con curiosità e un certo scetticismo: ce la farà? reggerà il paragone? Bene, nel caso di John Banville è proprio il caso di dire che l’alunno ha superato il maestro.     

   L’ambientazione è, al solito, Los Angeles. Una mattina d’estate suona il cicalino della porta d’ingresso dell’ufficio di Marlowe ed entra una donna, la bionda con gli occhi neri del titolo. Elegante, raffinata, cappellino con veletta, guanti lunghi fino al gomito. Si chiama Clare Cavendish. Clare come la contea irlandese da cui proviene la madre, Dorothea Langrishe, nota e ricchissima imprenditrice di una ditta di profumi. Cavendish è il cognome del marito con cui lei, Clare, ha un accordo: in pratica ognuno si fa gli affari suoi, visto che Richard Cavendish si gode i soldi della moglie. Clare richiede i servigi di Marlowe per ritrovare un amico, Nico Peterson, che è scomparso da due mesi. Non è chiaro perché Clare Cavendish ci tenga tanto a questo Nico, un gigolò trafficone. Anche perché salta presto fuori che Peterson è morto (e Clare lo sapeva). Però no, non è morto: Clare è sicura di averlo visto a San Francisco. Sicurissima. E allora?

    Tirai fuori le sigarette: l’aria lì dentro aveva smesso di colpo di sembrare santificata. “Se sapeva già che era morto, perché è venuta da me?”
   Lei si girò di nuovo e mi guardò intensamente per un lungo istante, in silenzio, riflettendo su cosa dire, su come dirlo. “Il fatto è, signor Marlowe, che l’ho visto l’altro giorno per strada. E non sembrava affatto morto.”

Prima che il romanzo finisca, ci saranno ben sei morti, caduti sul campo tra colpi di scena, apparizione di due brutti ceffi messicani che amano giocare con coltello e pistola, visite in club esclusivi e loschi, il fratellastro effeminato di Clare che è lì lì per andarsene all’altro mondo per overdose, una valigia made in England che Marlowe riconosce per averla già vista in un altro passato, così come riconosce un uomo, anche se molto cambiato dal loro ultimo incontro.
l'auto di Marlowe nei film con Humphrey Bogart

    La trama è tipica dei romanzi hard-boiled, e fin qui niente di straordinario- era la cosa più facile da imitare, per John Banville. Non era altrettanto facile rivestire i panni di Philip Marlowe, l’investigatore che alza spesso il gomito, che ha un debole per le belle donne (l’etica professionale non ha mai impedito a Marlowe di andare a letto con le sue clienti), che guida una Oldsmobile, che non perde un colpo con le sue battute spiazzanti. Non era facile ‘parlare’ come il Marlowe originale, con il suo freddo umorismo, il suo miscuglio di cinismo e di romanticismo. John Banville ci riesce. E’ chiaro che Banville si è immerso nell’atmosfera dei romanzi di Chandler (si parla perfino, ne “La bionda dagli occhi neri”, di un personaggio de “Il grande sonno”, primo libro della serie chandleriana). Banville, che ha fatto della maschera uno dei temi dei suoi romanzi impegnati, ha indossato la maschera di Raymond Chandler, o addirittura quella di Philip Marlowe in questo romanzo. E gli si addice. Banville è Philip Marlowe molto di più di quanto sia mai stato Quirke. Lo stile, poi, è superlativo, da grande scrittore.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net      
lo scrittore Benjamin Black alias John Banville

Sebastian Barry, "A long, long way" 2007

                                                           Un giorno. Un paese
                                                     
      prima guerra mondiale
      il libro ritrovato


Sebastian Barry, “A long long way”
Ed. Instar libri, trad. Laura Pignatti, pagg. 293, Euro 16,00

    C’è sempre qualcosa di speciale nei libri di guerra, c’è una bellezza terribile che li rende unici. Perché è solo la morte che dà la misura della vita, e allora qualunque azione, qualunque pensiero, qualunque desiderio, qualunque rimpianto, acquista una profondità dolorosa e struggente che viene dalla consapevolezza dell’adesso e forse mai più. Da quella linea sottile che separa il tempo dal non tempo, il qui conosciuto e l’al di là da cui nessuno è tornato. Ci è capitato di fare queste riflessioni leggendo, di recente, “Tredici soldati” dell’israeliano Ron Leshem sulla disperata difesa dell’avamposto di Beaufort in Libano nel 2000, e ci ritroviamo a pensare le stesse cose leggendo un romanzo su un’altra guerra di quasi un secolo prima, “A long, long way” dell’irlandese Sebastian Barry.

   E’ una fortuna che il titolo non sia stato tradotto, perché sono parole di una canzone molto nota in Irlanda, it’s a long, long way to Tipperary, e il libro di Barry è un libro interamente irlandese, anzi è il dramma dell’Irlanda nella prima guerra mondiale- il protagonista è un ragazzo irlandese che combatte nelle Fiandre nell’esercito inglese, tutti i soldati del suo battaglione sono irlandesi, i loro pensieri sono ‘a casa’ in Irlanda, e la tragedia degli anni di guerra avrà una triplice faccia. Ci sarà l’orrore della guerra di trincea, prima di tutto, con la quasi certezza di non uscirne vivo. E poi, dopo la rivoluzione di Pasqua del 1916 a Dublino, ci sarà il tormento di essere guardati con disprezzo in patria- come combattenti nelle file di quello che per i più è il nemico inglese- e con sospetto da parte dei commilitoni inglesi, come possibili ribelli.
    William Dunne, il protagonista del romanzo, ha solo diciassette anni quando si arruola. Lo fa perché ammira suo padre, comandante della guarnigione di polizia inglese al Castello di Dublino. E poiché lui, Willie, è basso di statura e non può seguire le orme paterne, il meglio che può fare è combattere per il Re, per rendere orgoglioso suo padre. Situazione difficile quella dell’Irlanda nel 1914. Ancora sotto dominio inglese ma con la promessa dell’autonomia alla fine della guerra in Europa. In ogni modo Willie è troppo giovane e troppo influenzato dal padre per capire le correnti sotterranee dei moti indipendentistici. Parte per un’avventura più grande di lui, con la promessa che si fa a tutte le reclute che la guerra finirà presto, il tempo di andare e tornare- anzi, con l’incoscienza della giovinezza, si spera di vedere un po’ di azione. 

E invece. Invece si fa a tempo a vedere i cambi di stagione, a vedere le messi sostituite dal fango, e la pioggia. La pioggia senza fine. A provare paura- e che altro dovrebbe sentire un ragazzo diciottenne quando si vede assediato dalla morte? “A long, long way” è uno straordinario romanzo di formazione: se in genere si diventa grandi con la prima esperienza della morte, William Dunne diventa vecchio nel giro di mesi sul fronte. Sebastian Barry è bravissimo nel raccontarci la guerra vista da un ragazzo- l’ansia, il sospetto, il timore, il panico quando la strana nube gialla avanza a Ypres e chi rimane indietro si contorce per terra. E muore il capitano Sheridan che William tanto ammira, perché non vuole battere in ritirata. Come suonano false e retoriche tutte le immagini del coraggio e della guerra- solo ‘dopo’ si saprà del gas usato dai tedeschi, l’iprite per l’appunto. William non si vergogna di nulla, con la stessa naturalezza parla del suo amore per Gretta (una bambina, quando lui è partito), dei pidocchi, del suo non saper trattenere la pipì nei momenti di pericolo- fino alla volta che, dopo un attacco particolarmente pesante viene mandato a fare rapporto dietro le linee e, alle rimostranze del generale sulla puzza che emana, con un candore che ci fa venire le lacrime agli occhi e un sorriso di pena sulle labbra, dice, “Mi sono cagato addosso.” 
     Quattro anni infiniti di esperienze dolorose, e quanto è duro apprendere. Quando sta per ripartire da una licenza a casa- è il 1916- William passa davanti ai ribelli asserragliati nell’Ufficio Postale. Gli ordinano di sparare e lui non capisce- come? I tedeschi sono arrivati in Irlanda? Quando inizia a capire, e a dubitare, e ne scrive al padre, questi si trasforma in un nemico.

La verità finale è che non si torna mai da una guerra. Si resta segnati per sempre, anche se il gas non è entrato nei polmoni, anche se si torna con due gambe e due gambe braccia. Negli occhi il ricordo di corpi che cadono, negli orecchi gli spari e le voci di chi non c’è più.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

lo scrittore Sebastian Barry                

La canzone del libro di Sebastian Barry- It's A Long Way To Tipperary Sung By John McCormack



                                                                         Un giorno. Un paese
                                                                         musica per un libro

Ho scelto l'interpretazione di John McCormack, famoso tenore irlandese, per la canzone che dà il titolo al bellissimo libro di Sebastian Barry perché, con il fruscio della registrazione nel sottofondo, con il filmato d'epoca, con la stessa impostazione di voce di McCormack, mi è sembrata la più adatta per farci rivivere un tempo lontano 100 anni.

                                                                                        

Raymond Chandler, "Il grande sonno" 1939

                                                            cento sfumature di giallo
                                                            il libro ritrovato
                       in breve

Raymond Chandler, “Il grande sonno”
Ed. Feltrinelli, trad. Oreste Del Buono, Euro 8,50

   Raymond Chandler è un mito nella letteratura di genere. E’, per eccellenza, lo scrittore di romanzi ‘hard-boiled’ sulla scia di Dashiel Hammett. Di lui Chandler, nel saggio “La semplice arte del delitto”, ha scritto: “Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” La frecciata alle signore del giallo, Agatha Christie, Dorothy Sayers, o all’americano S.S.Van Dine, è chiara. Basta con i delitti garbati, il crimine è una faccenda sporca, restituiamogli la sua lordura, il sangue, la brutalità, il linguaggio della malavita. Un investigatore è uno sleuth, una pistola è una gat. Basta indugiare su descrizioni di camere chiuse, non c’è tempo per questo quando l’azione è incalzante, come nel tipo di vita dove si spara e si ammazza senza riguardo a nessuno. Prevale il dialogo, nei romanzi di Raymond Chandler- perfetto per gli adattamenti sul grande schermo. E infatti molti dei suoi libri diventarono film. 
Humphrey Bogart ne "Il grande sonno"
   Ho preso in mano “Il grande sonno”, del 1939, dopo aver letto il romanzo di John Banville/Benjamin Black “La bionda dagli occhi neri” in cui lo scrittore irlandese fa rivivere Philip Marlowe, leggendario quanto il suo padre letterario. La trama ha inizio quando un uomo molto ricco e molto anziano chiede l’aiuto di Marlowe per bloccare un tentativo di ricatto che gli è stato fatto. Il vecchio generale è facilmente passibile di ricatti: ha due figlie belle e viziate, la minore, poi, è una ninfomane che si droga di etere e si lascia fotografare nuda. Quando Philip Marlowe arriva sulla scena, succede di tutto, i morti non si contano, le persone che scompaiono volontariamente o vengono fatte scomparire, neppure. Tra le persone scomparse c’è anche uno dei mariti della figlia maggiore del generale, un genero che il vecchio amava molto, un tal Rusty Regan che aveva anche combattuto nelle fila dell’IRA in Irlanda (Marlowe accenna a lui ne “La bionda con gli occhi neri”- un richiamo che è una mossa astuta da parte di Banville). Il finale è uno spot di luce sul carattere di Philip Marlowe, un po’ beone, molto donnaiolo, veloce con la pistola, ma anche molto umano e con un codice etico personale.

    Che importanza aveva dove giacevi una volta che eri morto? In uno sporco pozzo di scarico o in una torre di marmo in cima ad una collina? Eri morto, dormivi il grande sonno, non ti preoccupavi di quelle cose lì. Petrolio ed acqua erano lo stesso per te, come fossero vento ed aria. Stavi solo dormendo il grande sonno, senza curarti della bruttura di come eri morto o dove tu fossi caduto. Io, adesso, facevo parte della bruttura.                                                                                                     



   Premetto di avere letto in originale “The big sleep” e il linguaggio è la prima cosa che mi ha colpito, del tutto differente da quello usato da Banville che, però, ho letto invece nella traduzione italiana. Quello di Banville è più ‘gentile’, pur restando secco e brusco. Tutto il romanzo di Banville è più ‘gentile’, a ben vedere. Ciò non toglie che John Banville si sia calato perfettamente nei panni del personaggio non suo e lo abbia quindi fatto suo, con qualche impercettibile ritocco. Confesso: a me è piaciuto di più il Philip Marlowe tornato in vita come Lazzaro. Questione di gusti.

lo scrittore Raymond Chandler    

"Il grande sonno" 1946- Il film tratto dal romanzo di Raymond Chandler



Il film "il grande sonno", con Humphrey Bogart e Lauren Bacall, tratto dal romanzo di Raymond Chandler, è del 1946. Humphrey Bogart è l'attore che 'identifichiamo' con il personaggio dell'investigatore Philip Marlowe, anche se altri hanno interpretato questa parte, ad esempio Robert Mitchum e Elliott Gould. Il remake del film, del 1978 e con Robert Mitchum, è ambientato in Inghilterra.
                                                                                               

sabato 15 marzo 2014

Anna Kim, "Gli anni di ghiaccio"

                                                                       
                                                                         fresco di lettura

Anna Kim, “Gli anni di ghiaccio”
Ed. Zandonai, trad. A. Allenbach, pagg. 141, Euro 12,00
Titolo originale: Die gefrorene Zeit

     Vienna 2005. Un albanese del Kosovo che si chiama Luan Alushi. Sua moglie si chiamava Fahrie. No, si chiama Fahrie. Perché Luan Alushi non vuole neppure pensare che sia morta. E’ scomparsa, ecco. L’hanno arrestata il 23 dicembre 1998 a B., vicino a Pristina, in Kosovo. Da allora non se ne sa più nulla. a complicare le cose, la guerra è scoppiata il 24 marzo 1999. Luan le aveva parlato per telefono da Vienna il giorno precedente la scomparsa e si era messo in auto il 23 stesso, appena lo avevano avvertito. Ora, sei anni dopo, Luan Alushi si rivolge all’ente della Croce Rossa che si occupa di cercare le persone travolte dalla bufera della guerra ed è la giovane donna che lo ascolta a raccontarci la sua storia.                   


      Come si vive con un’assenza che è sempre presente? Si vive congelati in una massa di ghiaccio che strizza il cuore, che fa circolare sempre gli stessi pensieri nella mente- la scena dell’arresto, il dubbio che Fahrie lo avesse provocato, i ricordi dell’anno passato insieme, quello dell’attimo in cui si erano conosciuti, della cerimonia del matrimonio in cui nessuno doveva sapere che loro erano innamorati. Sì, perché l’amore non era previsto in un matrimonio combinato, secondo il rito albanese. E poi, accanto a quel brevissimo spazio di tempo, quello lunghissimo dell’angoscia, della sempre più fievole speranza e, per contrappunto, il voler credere che Fahrie potesse riapparire, al di là di ogni ragionevolezza. Magari aveva perso la memoria, magari si vergognava per quello che aveva subito.
     
E cominci a sentire che la cosa giusta da fare è continuare a vivere la vita, invece di rimpiangere il passato, di lasciarsi congelare, rinnegare tutto quello che potrebbe essere futuro anche quando si esprime in modo passivo, quando ti è rinnegato; eppure ti sembra ingiusto rinunciare senza avere notizie, ti sembra crudele, quasi si trattasse di omicidio-

    La prima parte del romanzo di Anna Kim è, nonostante queste premesse, più lieve della seconda. Nella prima parte c’è il racconto di un amore romantico, il colore delle tradizioni albanesi, il sentimento che quasi inevitabilmente si crea tra Luan Alushi e la donna che racconta, che lo interroga seguendo un formulario prestabilito. Fahrie viene ritrovata e la donna accetta di accompagnare Luan Alushi in Kosovo- lui non si sente in grado di affrontare da solo quello che lo aspetta.
                                                       


E questa seconda parte gronda orrore e dolore. Perché, a fianco della narratrice, compare un altro personaggio, un punto di vista esterno che tuttavia non può fare a meno, con il passare del tempo, di sentirsi sempre più coinvolto, trascinato verso il buio del Male ad ogni nuova fossa comune che viene ritrovata, ad ogni nuova montagna di cadaveri che deve cercare di ricomporre nel tentativo di ridare loro l’identità che la morte ha cancellato. “I morti sono sempre più importanti dei vivi”, dice l’anatomopatologo irlandese Sam. E, dopo aver letto con tutt’altro sentimento del lavoro degli anatomopatologi nei thriller, in questo libro il loro compito ci sembra una missione, un atto di carità, di pietas, che ha qualcosa di religioso nel voler ricomporre quei miseri resti, nel ridare loro un nome che li accompagni come presentazione nell’aldilà.
Alla scena del matrimonio, con danze e canti e le donne tutte vestite di bianco come la giovane sposa dai riccioli neri, si contrappone quella del funerale. All’allegria e alla musica e ai tavoli imbanditi, il rumore degli spari e le macerie.
Non c’è luce nel finale. Nessuno esce vivo dalla guerra. I morti muoiono di nuovo e i vivi---

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

la scrittrice Anna Kim                 





venerdì 14 marzo 2014

Xu Zechen, "Correndo attraverso Pechino"

   
            Voci da mondi diversi. Asia
                     fresco di lettura


Xu Zechen, “Correndo attraverso Pechino”
Ed. Sellerio, trad. Paolo Magagnin, pagg. 194, Euro 15,00




Pechino. Pechino in una nebbia di polvere giallastra che entra nel naso, negli occhi, nella bocca: è la tempesta di sabbia che turbina più di una volta sulla città nel breve tempo racchiuso nel romanzo “Correndo attraverso Pechino” di Xu Zechen. Il giovane Dunhuang ha appena scontato tre mesi di prigione. E se l’è cavata a buon mercato, perché l’amico insieme al quale vendeva documenti falsi si è addossato tutta la colpa e starà dentro ancora un bel pezzo. Dunhuang va a zonzo per Pechino, quasi per riappropriarsi della città. E incontra una ragazza che gli offre di acquistare dei Dvd. Che se ne fa, Dunhuang, di un Dvd, visto che non solo non ha un televisore e un lettore di Dvd, ma neppure una casa in cui andare? 

In breve: Dunhuang compra un paio di Dvd, va a cena con la ragazza, si fa presto a stringere amicizia quando si è giovani e Dunhuang finisce a casa della nuova amica. La quale, però, sta da anni insieme ad un ragazzo con cui ha litigato: lei sogna di tornare al paese, sposarsi e avere un bambino, lui non ne vuole sentir parlare. E, per un certo periodo, avere Dunhuang come compagno e amante non è poi male.

In quel momento pensò: ma non era Pechino, quella? Se non aveva un tetto c’erano sempre i ponti, se non aveva da mangiare poteva pur sempre mendicarne un po’, chiedere l’elemosina non era illegale. Dov’era finita quella piacevole sensazione di vivere alla giornata, di essere completamente nudo, di non avere né legami né preoccupazioni?

    E’ gente giovane che vive alla giornata, quella che incontriamo nel romanzo di Xu Zechen. C’è posto per tutti a Pechino, c’è lavoro per tutti. Magari si tratta di un lavoro rischioso, come vendere documenti falsi (sono molto richieste anche le ricevute false, per avere rimborsi dallo Stato), oppure Dvd pirata, per non parlare di Dvd porno (i migliori sono quelli coreani). Dunhuang inizia quasi per gioco, per aiutare l’amica. Ci prende gusto, ci sa fare con i clienti. Diventa presto un esperto di quali siano i luoghi migliori in cui piazzarsi- di certo vicino ai vari ingressi dell’Università,
gli capita di vendere anche trenta copie dello stesso film, se è una pellicola cult che gli studenti di arte o di cinema devono approfondire. Il primo film che gli viene richiesto in gran numero è “Lola corre”. Dunhuang non lo conosceva, lo guarderà anche lui. E in un certo qual modo è come se le scene del film tedesco, con Lola con i suoi capelli di fiamma che corre per Berlino alla ricerca del denaro che serve al suo ragazzo, scorressero sullo sfondo del romanzo, mentre anche Dunhuang inizia a correre nelle strade di Pechino per fare le consegne o per cambiare postazione (dopo aver comprato una bicicletta rubata che viene immediatamente rubata anche a lui) e poi correrà anche alla fine, per evitare un arresto.
                                                                 

    E’ un bravo ragazzo, questo Dunhuang. Simpatico. E’ vero che vende Dvd pirata facendosi pubblicità in una maniera clamorosamente ingenua che attira l’occhio della polizia (scrive il suo numero di telefono sulla polvere gialla che ricopre le automobili, lascia bigliettini in giro), ma si accerta che i suoi dischi siano di buona qualità, acquistando pure una certa cultura cinematografica con questo lavoro. Soprattutto Dunhuang ha un’onestà di fondo che va al di là del commercio illegale. Si tira indietro di buon grado quando riappare il fidanzato della ragazza che lo ha istradato alla vendita dei Dvd, ha il chiodo fisso di raggranellare i soldi per tirar fuori di prigione l’amico arrestato con lui e, se gli ruba la bella Qibao che questi gli aveva ‘affidato’, be’, alla fine scopriamo che per Qibao lui era uno dei tanti, anche lei sbarcava il lunario con il mestiere più vecchio del mondo. La fine, poi, è grandiosa. Battiamo le mani al piccolo leale eroe dei nostri tempi, un eroe truffaldino senza cavallo, senza quattro o due ruote, uno dei tanti giovani che hanno imparato l’arte di arrangiarsi nella Pechino neo-capitalista dove le tonnellate di sabbia piovute dal cielo sembrano assumere un altro significato: offuscano lo scintillio dei soldi, non sono tutti strepitosamente ricchi nella nuova Cina.
   Un libro gentilmente ironico, scattante e veloce come la corsa di Dunhuang.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Xu Zechen