mercoledì 12 marzo 2014

Eshkol Nevo

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
  un autore   
      




La casa editrice Neri pozza ripubblica il primo romanzo di Eshkol Nevo, “Nostalgia”, quello che mi ha fatto scoprire lo scrittore israeliano. Ripropongo qui le recensioni dei suoi libri e le conversazioni che ho avuto con lui in occasione della pubblicazione dei suoi romanzi.
Nato a Gerusalemme nel 1971, Eshkol Nevo è cresciuto a Gerusalemme, Haifa e Detroit. Nipote del terzo primo ministro israeliano Levi Eshkol, ha studiato Psicologia all’Università di Tel Aviv. Tre dei suoi romanzi sono stati tradotti in italiano:

“Nostalgia” ( Ed. Mondadori ed ora ripubblicato da Neri Pozza)
“La Simmetria dei desideri”-  2010, ed. Neri Pozza

 “Neuland”-  2012, ed. Neri Pozza

Eshkol Nevo, "Nostalgia"

                                                     Voci da mondi diversi. Medio Oriente


Eshkol Nevo, “Nostalgia”
Ed. Mondadori, trad. Elena Loewenthal, pagg. 348, Euro 17,50

Due giovani, Noa e Amir, vanno a convivere a Castel, tra Gerusalemme e Tel Aviv, già enclave araba. Fanno amicizia con la coppia che gli affitta la casa e con la famiglia che ha appena perso un figlio nella guerra in Libano, un muratore arabo (la cui famiglia possedeva quella casa prima dell’arrivo degli israeliani) ritrova un gioiello della nonna proprio dove questa lo aveva lasciato. Lo arrestano, mentre un grave lutto si abbatte su Israele: Rabin viene assassinato il 5 novembre 1995.

Recensione e
INTERVISTA A ESHKOL NEVO, autore di “Nostalgia”- 2007

     Chissà che forse non sia la nostalgia la condizione perenne in cui vive l’uomo dopo la caduta- nostalgia come desiderio continuo per qualcosa che non c’è più e che apprezziamo ora più che mai, senso della mancanza di una persona, o di un luogo, o di un sentimento o di una situazione di vita. Prima o poi tutti i personaggi del romanzo “Nostalgia” dello scrittore israeliano Eshkol Nevo rimpiangono una perdita, del figlio o del fratello morto, della serenità familiare, dell’incanto dell’innamoramento, della casa espropriata, della patria lontana, della pace. E prima o poi tutti i personaggi ricuciono gli strappi della nostalgia, si adattano, cambiano, recuperano una parte di quello che hanno perso. 

     “Nostalgia” è un romanzo a tante voci che si passano la parola, alternandosi- una coppia di studenti, Amir e Noa, la loro vicina di casa, il bambino Yotam che ha perso il fratello nella guerra del Libano, l’amico di Amir che scrive lettere dal Sudamerica e infine il muratore arabo Saddiq. Ogni tanto, solo ogni tanto, la narrativa procede in terza persona, come se la cinepresa si allontanasse dal set di questo villaggio, Castel, che si trova a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv e che proprio per questo è stato scelto come dimora da Amir e Noa, lui studente di psicologia a Tel Aviv e lei di fotografia a Gerusalemme, per provare se “funzionano” come coppia. E quello che è chiaro, prima della fine del romanzo, è che ogni coppia funziona a suo modo, che la vita è difficile quando si vive insieme, che c’è molto da imparare sul dare e sul cedere, e che è importante distinguere quello che ha più valore, di cui non si potrebbe fare a meno. E se a Noa sembra mancare l’ispirazione nella vicinanza continua di Amir, se lui rimpiange degli spazi vuoti in cui poter studiare, se la casalinga Sami si concede qualche fantasia sullo studente vicino di casa, se la coppia che ha perso un figlio quasi non si parla più, dopo un periodo più o meno lungo di crisi i pezzi si ricompongono, come se fosse necessario avvicinarsi al bordo di un precipizio e guardare giù nel buio prima di girarsi e rivedere i colori.
    Non c’è un solo protagonista a dominare la scena in “Nostalgia”. A tratti sembrerebbe essere la coppia di studenti quella che più ci coinvolge, perché lei è così estrosa, ha un passato buio ed è bella, e lui è così sensibile che si lascia ferire da tutti i mali di chi dovrebbe curare, è così bravo nell’instaurare un rapporto con Yotam, il bambino “orfano di fratello”, e, quando si separano per prova, noi speriamo che tornino insieme. Ma anche la voce di Yotam, che si sente abbandonato dai genitori in lutto oltre che dal fratello, ci cattura parlandoci di una casa piena di lumini come un santuario e di giorni di scuola e compiti non fatti e di ricordi dell’amato fratello. O quella della casalinga Sami che sa che è meglio stringersi al marito piuttosto che rubare un bacio ad Amir.

    Ci resta da parlare dell’arabo Saddiq, il personaggio più tragico del romanzo, quello che non ci soddisfa appieno perché resta in sospeso, come è eternamente in sospeso la Storia degli arabi e degli israeliani. Perché Saddiq, che abitava in quella casa prima del 1948 e che ritrova, nascosta dove sua madre gli ha indicato, la catenina d’oro lasciata in eredità da donna a donna della sua famiglia, viene arrestato. La sua voce tace dietro le mura della prigione, eppure è a lui che continuiamo a pensare, come a Ghidi morto ventenne in Libano e a Rabin assassinato- il dramma di Israele che si intravede nella descrizione iniziale dei due dossi con i due villaggi “gemelli”, quello ebraico e quello che una volta apparteneva agli arabi. Stilos ha intervistato Eshkol Nevo, nipote di Eshkol Levi che fu primo ministro di Israele dal 1963 al 1969.

Nella nota biografica sul quarto di copertina leggiamo che lei ha passato l’infanzia tra Israele e Stati Uniti: conosce bene il sentimento della nostalgia, allora? Le parole finale di Modi “Voglio tornare casa”, sarebbero potute essere le sue parole?
     Conosco bene la nostalgia, e non tanto per il mio soggiorno negli Stati Uniti, quanto per il fatto che, fino ai 18 anni, ci siamo trasferiti così spesso che avrò cambiato una dozzina di case: ogni due o tre anni dovevo salutare le persone e impegnarmi a conoscere una nuova casa. Da adulto, poi, spostarsi di continuo è diventata una specie di dipendenza, è quello che nel romanzo ho chiamato “mover’s high”, lo sballo del vagabondo. Poi, finalmente, ho trovato la stabilità. Il libro è nato da questo, volevo scrivere della nostalgia e della ricerca di casa. Ho iniziato a scrivere e ho visto che, attraverso il concetto della nostalgia, potevo trattare altri problemi della società israeliana, potevo affrontare questioni ideologiche attraverso la nostalgia e il desiderio di qualcosa che manca.

C’è una descrizione del luogo, all’inizio del romanzo, con i villaggi gemelli uno di fronte all’altro: sono una metafora della situazione in Israele?
     Quello che è buffo è che il luogo è vero, è un posto in Israele ma è molto piccolo e molti lettori pensavano che fosse inventato, come Macondo, perché non ne avevano mai sentito parlare. Ci sono due colline e due villaggi, ma una è la parte ricca e l’altra è povera, una è abitata da ashkenazi che vengono dall’Europa e l’altra da ebrei del Kurdistan. La metafora è che hanno costruito un centro commerciale nel mezzo, un luogo d’incontro tra due luoghi diversi. Come a dire che il capitalismo è il terreno comune e non importa da dove vieni. La ragione per scegliere questo luogo è che non è molto noto e così potevo scrivere quello che volevo perché non c’è nessun romanzo già ambientato lì. Il secondo motivo è che io stesso ci ho abitato, avevo nostalgia del posto e volevo tornarci. Infine ho scoperto che il luogo giocava un ruolo importante nella narrativa israeliana e palestinese. Qui è stata combattuta una battaglia importante nella guerra del 1948: i due villaggi erano abitati da palestinesi e adesso non ne era rimasto nessuno. Ho fatto delle ricerche e mi sono reso conto che il romanzo non poteva essere ambientato in nessun altro posto.

Scegliere di scrivere un romanzo con più voci può essere nello stesso tempo una scelta facile e difficile: perché ha scelto questa maniera di scrivere?
     Anche nel mio primo libro c’erano diverse voci narranti e, dopo averlo finito, avevo giurato a me stesso che non lo avrei fatto mai più. E’ difficile trovare dentro di sé cinque o sei voci diverse, essere diverso ogni volta. All’inizio, in questo libro c’era solo un narratore in terza persona ma, dopo una trentina di pagine, i personaggi si sono ribellati. Non avrei proprio voluto che succedesse. I vantaggi sono che ti svegli al mattino e decidi, ‘parto per il Sud America’ e scrivi con quella voce, oppure ‘sono una fotografa’…Ma ho dovuto fare molte ricerche- ad esempio, come parla ebraico un arabo? Mi sono munito di registratore e ho registrato arabi che parlavano per capire come costruissero le frasi . In un senso più profondo queste voci mi permettono di mostrare al lettore- e a me stesso- più di una verità: lo stesso evento si può vedere in molte maniere, come nel film “Rashomon” di Kurosawa.

Ha parlato della difficoltà nel dare una voce all’arabo Saddiq, quali sono stati i problemi nel rendere le altre voci? C’è una voce in cui può più facilmente riconoscere se stesso?
    Stranamente è stato facile essere il bambino Yotam, anche se io non ho perso un fratello e sono il più grande in famiglia. Eppure era come se avessi un fratellino dentro di me. La voce di Sima, la casalinga, è stata facile: di nuovo, forse avevo questa donna in me. Noa sarebbe dovuta essere facile, perché è un’artista e io insegno alla Academy of Arts, e invece per mesi non riuscivo a scrivere nei suoi panni. Ci sono persone diverse dentro di te e tu non lo sai. In ognuno c’è qualcosa di me. In Saddiq mi trovo per la casa che ha perso, in Amir perché anche io sono stato studente di psicologia e in Modi il viaggiatore perché ho viaggiato molto. Ma non penso che ci sia un personaggio solo che sia me: questo è parte del divertimento dello scrivere. Il libro cresce da una ferita che hai dentro.

La voce più accattivante è quella del piccolo Yotam che piange il fratello e nello stesso tempo vorrebbe attirare l’attenzione dei genitori. E’ anche un libro sulla perdita oltre ad essere un romanzo sulla nostalgia?              


    La storia di Yotam è una storia di perdita, la sua nostalgia è più per i genitori così consumati dal dolore. Il problema principale in casa sua è del bambino che chiede attenzione. E’ un libro su una società in cui la morte o la perdita sono una costante che trovi ovunque- nel libro Rabin viene ucciso, questo è significativo. La morte è sempre parte cruciale della vita ed in particolare nel tempo in cui si svolge il romanzo. Alla fine la famiglia di Yotam dice di non sopportare più un luogo così pieno di morte e parte per l’Australia che, nel mio immaginario, è l’opposto di Israele. Certamente il libro è su una società che vive nell’ombra della morte.

In apparenza il romanzo è una storia d’amore, ma la morte del fratello di Yotam e l’arabo Saddiq che è gettato in prigione ne fanno anche un romanzo sulla guerra senza fine che dura da mezzo secolo. Mi pare che, in paragone ad altri romanzi israeliani, la novità sia nel riconoscere i diritti dei palestinesi defraudati delle loro abitazioni da parte degli israeliani. E’ un riconoscimento avvenuto in tempi recenti?
     “Nostalgia” è forse il primo libro in cui il problema si presenta in maniera centrale e per voce di un arabo, altri romanzi ne parlano come di una questione secondaria. Per questo “Nostalgia” è ancora provocatorio in Israele. La storia ufficiale non riconosce ancora la Naqba, la “catastrofe” dell’espulsione dei palestinesi nel 1948, perché si teme che i palestinesi avanzino richieste. 

“Nostalgia” è diventato uno dei libri obbligatori per l’esame finale del liceo, in Israele. Quello che è ironico è che nell’ora di storia gli studenti non imparano della Naqba e poi passano all’ora di letteratura e trovano questa versione della Storia. Israele dovrebbe riconoscere quello che è successo e il prezzo emozionale ed economico pagato dai palestinesi. I palestinesi vogliono un riconoscimento, non vogliono tornare “a casa”, sarebbe un altro trauma per quelli che non ricordano di avere avuto altra casa. Si può parlare però di un risarcimento economico.

Leggiamo il romanzo in traduzione e ci resta la curiosità di sapere come suoni in lingua originale, che cosa perdiamo leggendolo in italiano: l’ebraico offre un’ampia possibilità di sfumature per rendere diverse le varie voci?
     L’ebraico è una lingua ricchissima, c’è uno strato biblico della lingua e poi c’è il livello di strada che combina anche parole arabe e l’influenza americana. Sì, è vero che quella è presente anche nelle altre lingue europee, ma la posizione europea verso l’America è ambivalente, mentre gli israeliani adorano la cultura americana- tutti, tranne gli intellettuali. Nell’originale si capisce subito chi stia parlando. E, anche se nella traduzione si perde, questo è il prezzo da pagare per avere lettori in paesi diversi, ognuno con la sua nostalgia.

La letteratura israeliana è al momento fra le più vivaci. Eppure ci sono state critiche rivolte da giovani scrittori ai “grandi e vetusti” scrittori più famosi, Yehoshua, Oz, Grossman. Pensa che, in qualche modo, questi “mostri sacri” possano essere un ostacolo agli scrittori giovani?
     Devo dire subito che di questo confronto ho sentito molto parlare in Italia, perché in Israele i tre scrittori citati non sono dei miti, in Israele c’è una scena letteraria molto democratica, ci sono molte voci. Non mi sono mai sentito messo in ombra, ho molto rispetto per Yehoshua, Oz e Grossman, ognuno di loro ha scritto almeno un libro che giudico un capolavoro, un libro che mi ha fatto pensare, ‘non scriverò mai così’. E poi li ammiro perché sono coraggiosi nel modo in cui si comportano da intellettuali, dicendo le loro opinioni, da farmi pensare ‘è così che voglio esprimere la mia voce’. Hanno un ruolo importante, non sono sempre d’accordo con loro, ma li ammiro. In Israele si scrive che quelli della mia generazione non sono interessati a parlare della realtà nei loro libri: a me interessa parlare della realtà israeliana e non fare finta di non esserci. Yehoshua, Oz e Grossman appartengono ad una generazione diversa, la loro lingua è diversa, il modo in cui scrivono dei rapporti intimi di una coppia, ad esempio, è diverso- è una cosa che fa parte della loro generazione. Ma c’è posto per tutti in letteratura, anche per nuove voci.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"

lo scrittore Eshkol Nevo  


                                                                                                    


Eshkol Nevo, "La simmetria dei desideri"- 2010


Voci da mondi diversi. Medio Oriente
il libro ritrovato


Eshkol Nevo, “La simmetria dei desideri”
Ed. Neri Pozza, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 376. Euro

Titolo originale: World Cup Wishes

    Quattro amici sono i protagonisti del romanzo “La simmetria dei desideri” dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. Badate bene: amici e non amiche. Se si fosse trattato di un libro su quanto siano brave le donne a coltivare i legami d’amicizia, su quanto sia importante l’amicizia come sostegno per le donne, avremmo detto, ‘oh, no! un altro!’, e forse avremmo posato immediatamente il libro, senza leggerlo. Una storia di amicizia fra uomini (che non siano gay) è del tutto insolita nel panorama letterario. E questo è un bellissimo romanzo. Profondo, vivace, insolito.

   Quel che ho pensato, ha detto, è che ognuno potrebbe scrivere su un bigliettino dove sogna di trovarsi fra quattro anni. Dal punto di vista personale, professionale. Da tutti i punti di vista. E ai prossimi Mondiali apriremo i biglietti e vedremo cos’è successo nel frattempo.
  Che idea stupenda!, ha gridato Ilana la piagnona dallo studio.

   C’è un appuntamento fisso per i quattro amici: a tutti gli altri incontri può succedere che uno dei quattro non sia libero di partecipare, ma ogni quattro anni devono esserci tutti, a guardare le partite dei Mondiali di calcio. E’ una scadenza fissa che è anche un’opportunità per tirare le somme del cammino che si è fatto nel tempo intercorso, per riassumere successi e insuccessi di quattro anni di vita. E così, ai Mondiali del ‘98, uno dei quattro, Amichai, ha un’idea: ognuno di loro scriverà su un bigliettino tre desideri di quello che si propongono di fare, o delle mete da raggiungere da lì a quattro anni. Amichai conserverà i biglietti in una scatola: li leggeranno ad alta voce ai Mondiali seguenti. Riusciranno a realizzarli? Ora Amichai, Ofir, Yuval e Yoav detto Churchill hanno ventotto anni. Ne avranno trentadue ai prossimi Mondiali: sono gli anni di gesso, quelli in cui si indurisce il carattere, anni fondamentali per diventare chi si sarà in futuro.

    In una sorta di introduzione datata 22.6.2002 (epoca dei Mondiali dell’apertura dei bigliettini, dunque), l’avvocato Yoav Alimi detto Churchill dice che la famiglia di Yuval Fried gli ha chiesto di recarsi alla polizia di Tel Aviv per ritirare gli oggetti di Yuval, tra cui c’è un plico con il manoscritto di un libro scritto da Yuval, “La simmetria dei desideri”- potrebbe Churchill farne la revisione, secondo i desideri dell’amico?
Ecco: all’inizio del romanzo ci vengono date alcune indicazioni. Che qualcosa è successo a Yuval, uno dei quattro (ma non sapremo che cosa fino alla fine). Che la voce narrante del libro che ci accingiamo a leggere è di Yuval. Che Yoav detto Churchill non è del tutto d’accordo su alcune cose che apprenderemo (ma noi sappiamo che un narratore non è sempre affidabile). Che Churchill si è comportato male.
    La voce di Yuval ci strega fin dalle prime parole, ‘E’ stata un’idea di Amichai’. Perché poi passa a raccontare dei Mondiali dei bigliettini, introducendo gli amici nel racconto in una maniera così naturale, come se anche noi li conoscessimo da sempre, come lui. Può esserci nel lettore un attimo di disorientamento, che però si supera subito tale è la maestria nell’aggiungere i piccoli dettagli che caratterizzano le singole persone, frasi o parole che ricorrono più di frequente nell’interloquire dell’uno o dell’altro, l’accenno al lavoro che fa uno, la moglie dell’altro (indimenticabile Ilana la piagnona, moglie di Amichai e mamma di due gemelli), la fama di conquistatore di un altro ancora (e si tratta di Churchill). E presto è come se noi conoscessimo i quattro di persona, come fossero nostri amici- ‘Sapete qual è la vera fortuna? Esserci l’uno per l’altro, ha detto Ofir.’
     Yuval sembra essere un passo più indietro agli altri tre. Non solo perché è il narratore e occupa il posto dell’osservatore, ma perché gli pare di essere inadeguato, non all’altezza degli altri (è anche più basso di statura). Non è bravo con le parole (quello è Ofir, che avrebbe voluto diventare scrittore), non ha la ricchezza di una moglie e due figli (come Amichai), non ha una splendida carriera davanti (quello è il desiderio di Churchill, di essere responsabile di una causa importante, che provochi dei cambiamenti sociali). Yuval fa il traduttore, sa bene l’inglese perché i suoi genitori vengono dall’Inghilterra. Yuval non ha mai avuto una ragazza e, quando Yaara si innamora di lui, non può credere che sia vero. Tutti e tre i desideri di Yuval per i Mondiali del 2002 riguardano Yaara. Sennonché, due settimane dopo averla presentata a Churchill, Yaara lo pianta per il suo amico.
    La storia del suo amore per Yaara occupa lo spazio centrale del racconto di Yuval. Occupa tutti i suoi pensieri, è sempre lì anche quando Yuval parla d’altro. Perché c’è molto d’altro nel suo racconto: come i quattro amici si sono conosciuti, il servizio militare, il punto dolente della presenza dei palestinesi, dei Territori occupati, e tutto quanto succede nella vita privata degli amici in quei quattro anni. Finchè Yuval si rende conto che il tempo sta per scadere, gli altri tre si presenteranno ai Mondiali con tanto di fatto, e lui? Se Yaara era al centro dei tre desideri, lui non ha concluso nulla. Ed è allora che osserva la simmetria dei desideri, come ognuno di loro abbia finito per realizzare il desiderio di un altro. Manca lui, Yuval. A cui tocca realizzare il desiderio di Ofir, di diventare scrittore. Scrivendo “La simmetria dei desideri”.
     Capita raramente di leggere un così bel libro sull’amicizia. E anche sull’amore. Leggetelo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it  

lo scrittore Eshkol Nevo   



Intervista a Eshkol Nevo, autore di "La simmetria dei desideri"- 2010

                                                   Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                            il libro ritrovato

        INTERVISTA


Il nonno dello scrittore Eshkol Nevo era Levi Eshkol, che fu primo ministro in Israele dal 1963 al 1969. Il nome di Levi Eshkol è stato fatto di recente da Amos Oz, a proposito dell’attacco israeliano alla nave di soccorsi umanitari ai palestinesi di Gaza. Non era ancora successo nulla quando abbiamo incontrato lo scrittore- ci sarebbe piaciuto parlarne con lui, e invece abbiamo parlato solo di letteratura, del suo nuovo romanzo “La simmetria dei desideri”.


Il suo romanzo precedente, “Nostalgia”, era un romanzo a più voci: perché preferisce i romanzi polifonici?
      In realtà questo romanzo non è propriamente polifonico, c’è un solo narratore. Ma è vero che mi piacciono i romanzi con più voci: non riesco a pensare che qualcuno abbia la verità nelle sue mani. Inizio con un narratore che dice quello che sa e con qualcuno che dice il contrario. Qui c’è un narratore ma è democratico, non è nel centro, dà spazio anche alle voci dei suoi amici e solo alla fine si mette nel centro della vicenda. Ci vuole più tempo per lui per trovare la sua voce: non tutti crescono alla stessa velocità, non tutti diventano maturi alla stessa età.

L’effetto straordinario del suo romanzo è creato proprio dal fatto che c’è solo un narratore, eppure è capace di farci sentire le altre voci. Inoltre, nella nota introduttiva scritta dall’avvocato Yoav Alimi, uno dei quattro amici, veniamo avvisati che non dovremmo credere sempre a quello che il narratore Yuval dice. E’ diverso il linguaggio usato da ognuno dei quattro personaggi? E come è iniziato il tutto, nella sua mente?
    La differenza fondamentale è quando un gruppo di uomini si trova insieme e il loro ebraico è un ebraico da strada, molto colloquiale. E tra di loro non ci sono discussioni profonde. Però nel libro do anche ad ogni personaggio la possibilità di essere a tu per tu con un altro e di mostrare una diversa percezione della vita. Allora il loro ebraico cambia, si fa più sofisticato. Yuval non è superficiale: quando si incontra con i suoi amici parlano uno slang, quando invece pensa o parlano di cose importanti, cambia anche la lingua in cui si esprimono. E’ come nella musica ed è stata un’esperienza di scrittura interessante. Com’è iniziato? Con un romanzo del tutto diverso, un romanzo che mi ha tenuto impegnato per un anno, basato sulla tensione erotica tra una donna e un uomo che abitano insieme, ma fanno sesso solo alla fine- una scena lunga 15 pagine che mi sono divertito a scrivere. Poi all’improvviso mi sono interrotto e non l’ho mai finito: non era abbastanza importante. C’era la gioia tecnica della scrittura, ma solo quella. Un testo deve avere un cuore, devi voler dare qualcosa scrivendo. Ero disperato. E stanco. Allora ho iniziato una storia breve su qualcosa che era veramente successo: nel gruppo dei miei amici avevamo veramente scritto dei bigliettini con i nostri desideri. Dopo due settimane ho capito che questo era un romanzo: mi piacevano i personaggi e volevo stare con loro. Non ho mai avuto un’esperienza così bella come lo scrivere questo libro, anche quando scrivevo le parti più tristi. Mi pareva di scrivere di qualcuno che conoscevo bene.

In tre dei libri che ho letto di recente c’è uno sport che gioca un ruolo importante. Che cosa c’è nel calcio che riesce a creare un legame tra le persone? E perché il tifo sportivo è una cosa soprattutto maschile?        

      Non saprei proprio perchè sia uno sport che piace soprattutto agli uomini: quando sono andato a vedere una partita con mia moglie si è divertita…Il football nel libro è una scusa, è una scusa degli amici per incontrarsi. E’ importante vedere il football da una prospettiva israeliana: gli israeliani giocano malissimo a calcio, ma loro quattro fantasticano di festeggiamenti ogni quattro anni. E’ una metafora della necessità degli israeliani di far parte del mondo normale, di essere accettati dagli altri paesi. Perché questa è la realtà: non siamo ben accetti a tutte le nazioni. C’è qualcosa di patetico nell’approccio di Israele al football: siamo appassionati di calcio ma facciamo schifo come giocatori.

Abbiamo letto spesso dell’effetto tranquillizzante che hanno i giardini giapponesi, ma è la prima volta che mi capita di leggere delle qualità di un giardino Bahai: me lo può spiegare meglio?
       Un giardino Bahai è un luogo fantastico. Il titolo a cui avevo pensato era “Come un giardino Bahai”. Ma non sarebbe stato abbastanza chiaro per tutti i lettori. In mezzo a Haifa c’è una comunità di credenti della religione Bahai- sono un tipo di musulmani. L’espressione più vivida del loro credo è il giardinaggio: un giardino Bahai ha un ordine molto simmetrico, simile a quello dei giardini inglesi. Io vivevo vicino ad un giardino Bahai- questa simmetria mi pareva un mistero. Perché è così importante per loro? 
                                        

L’ho capito mentre scrivevo. Uno scrittore è come un Bahai: prende la realtà e cerca di fare un lavoro estetico con quella. Scrivere è dare forma estetica alla realtà e capire il caos della vita. La bellezza ha un significato nella vita. Dopo che Yuval capisce che non starà mai con Yaara, cerca un nuovo significato nella vita: vuole fare qualcosa di estetico, scrivere un libro. I Bahai dicono che i giardini ti influenzano come la musica. Sono così belli che non puoi resistere. Yuval cerca di creare l’armonia ma alla fine non ne è capace: cerca di vedere la bellezza, di dare una forma alla realtà.

Ad intervalli leggiamo nel libro degli estratti della tesi di filosofia di Yuval, sui “Filosofi che hanno cambiato idea”. Il libro è un romanzo sul cambiare, sulla necessità di adattarsi ai cambiamenti?
     Oh, finalmente qualcuno mi chiede degli estratti di filosofia! In Israele mi è capitato spesso che mi dicessero che li avevano saltati, leggendo, per l’ansia di sapere di più sui personaggi…E sì, assolutamente sì, è un romanzo sul cambiamento. La domanda base è: si può cambiare? E che cosa succede quando le persone cambiano? Il mio narratore scrive dei filosofi che hanno cambiato idea. Se capisce questo momento di cambiamento, forse anche lui sarà capace di cambiare: finora è rimasto lì, fermo per tre anni al suo amore per Yaara che non lo vuole. Forse capirà che cosa è che fa cambiare le persone. Ho dovuto studiare per scrivere questi estratti, perché nei miei studi precedenti la filosofia non era inclusa. E poi sottometterli ad un professore di filosofia, e riscriverli…

Yoav Alimi, che gli amici chiamano Churchill, sottolinea parecchie volte quanto gli sia necessaria l’amicizia del narratore Yuval: sono due personaggi complementari?
     Quella tra Yuval e Yoav è l’amicizia più forte e interessante. Soffre dei danni per il tradimento di Yoav ma, se torniamo al momento quando è iniziata, capiamo perché è così unica. Erano ad un campo prima del servizio militare e a nessuno dei due l’esperienza piaceva. Yuval aveva raccontato una barzelletta e uno solo tra i presenti l’aveva capita- era Yoav. Ecco, quando ti trovi in una stanza piena di gente e nessuno capisce il tuo humour e nessuno tranne uno ride ad una tua barzelletta- ebbene non si può rinunciare all’amicizia con quell’uno. E’ una tale potenza nella vita avere vicino qualcuno così: anche se la tua ragazza ti spezza il cuore, non si rinuncia ad un momento di totale comprensione reciproca. Bisogna far tesoro di questi momenti nella vita.

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it                    
















Eshkol Nevo, "Neuland" 2012

                                             Voci da mondi diversi. Medio Oriente.
                                                                         il libro ritrovato

Eshkol Nevo, “Neuland”
Ed. Neri Pozza, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 632, Euro 18,00
Titolo originale: Neuland


        Un uomo parte alla ricerca del padre. E’ abbastanza comune che un genitore intraprenda un viaggio seguendo le tracce di un figlio, pecorella smarrita, per riportarlo a casa. Il contrario è più insolito. “Neuland”, il romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, è la storia di questo viaggio che diventa un percorso di duplice ricerca: del padre e di se stesso. Di Meni Peleg, il genitore ultrasessantenne di cui non si hanno notizie da due mesi, e di Dori, marito che pensa di essere felice con Roni, padre di un bambino che ha dei disturbi relazionali. E, siccome ad un certo punto Dori prosegue il cammino in compagnia di Inbar, in fuga dal ricordo del fratello morto suicida, dal marito, da una madre con cui ha eterni contrasti, da un padre che si è fatto una nuova famiglia, il viaggio di ricerca interiore è anche suo, di Inbar. Infine, il viaggio dell’insegnante di Storia Dori Peleg è qualcos’altro ancora. Anche se non lo sa al momento della partenza, la ricerca si addentrerà nella storia di Israele, lo stato fondato per radunare gli ebrei della diaspora assicurando loro un rifugio dalle persecuzioni che è diventato uno stato di guerra senza fine.                                                                  

     Nel suo ultimo messaggio per posta elettronica Meni Peleg scriveva ai figli di non preoccuparsi per lui, era in Ecuador, aveva incontrato laggiù la mamma. Questo aveva messo in allarme Dori e la sorella: la loro madre era morta. Dopo due mesi di assoluto silenzio, Dori era partito. Aveva preso accordi con un esperto nel ritrovare persone scomparse, una sorta di Virgilio che lo guiderà in quella che non è una discesa negli inferi ma che lo porterà a scoprire un padre che non conosceva affatto. Dori non aveva idea che dietro la facciata dell’uomo affascinante, dell’esperto consulente finanziario, dell’eroe della guerra del Kippur, si nascondesse una persona profondamente traumatizzata dalla guerra. Non aveva saputo interpretare- perché troppo giovane, perché la madre aveva sempre schermato i crolli del marito- i segnali dello shock postbellico. Non sapeva nulla dei fantasmi che inseguivano suo padre, che lo avrebbero spinto a peregrinare nell’America Latina cercando di incontrare, anche se solo in un sogno favorito da pozioni, la moglie che era stata il suo sostegno, fino alla determinazione di fondare Neuland, uno stato ombra che “rammenti allo Stato di Israele cosa avrebbe dovuto essere. E cosa potrebbe essere.”, uno spazio comunitario terapeutico dove uno dei valori fondamentali è quello della non-violenza perché qui possa ‘guarire’ chi vi arriva da Israele o da altre aree traumatiche nel mondo.

Cosa c’entra la nonna con il Muro di Berlino?
    Quel giorno ero a casa sua. Ha detto che solo allora la guerra era finita davvero. Aveva una teoria tutta sua, che le grandi guerre durano per molti anni dopo essere terminate, riecheggiano per gli anni a venire nella vita di quanti vi hanno preso parte, dei loro figli, e dei figli dei loro figli. E’ come gridare di fronte a una montagna, mi ha spiegato. L’eco continua e continua, ma alla fine arriva il silenzio. La guerra fredda è stata l’eco della seconda guerra mondiale, e ora anche questa eco si è esaurita.

      “Neuland” è, ancora una volta, un romanzo polifonico: Eshkol Nevo stesso mi aveva detto, durante un’intervista in occasione della pubblicazione de “La simmetria dei desideri”, che gli piacevano i romanzi a più voci perché nessuno possiede la verità. Così “Neuland” inizia con uno scambio di mail tra Dori e Inbar, i due personaggi principali, per proseguire alternando la narrazione dal punto di vista di uno e dell’altro, ma anche di Alfredo, la loro guida stravagante, di Meni Peleg, di una delle ospiti di Neuland che parla un ebraico buffo e libresco, del personaggio di un libro che Inbar ha iniziato a scrivere, di Lili, la nonna di Inbar che ci dà la possibilità di uno sguardo indietro al passato. Perché Lili è arrivata in Israele dalla Polonia su una nave di immigrati illegali nel 1939 ed è l’unica della sua famiglia ad essersi salvata. Lili, che non vuole neppure acquistare alcunché sia ‘made in Germany’, che non perdona alla figlia di avere un nuovo compagno tedesco e di abitare a Berlino, è la ferita aperta della Guerra per antonomasia. Lili con i due amori della sua vita- l’uomo della realtà che è suo marito e l’uomo che ritorna nei suoi sogni, quello che ha conosciuto sulla nave. 

                                                         

                                                  
  “Neuland” non è soltanto un romanzo che farà discutere per l’utopia di uno stato senza guerre (una tematica accorata già presente in “Nostalgia”, primo romanzo di Nevo pubblicato da Mondadori) ma anche un bellissimo romanzo d’amore- amore tra Dori e Inbar (e una storia d’amore che non finisce banalmente a letto neppure nelle ultime pagine è confortante), ma anche tra Dori e la moglie, tra Dori e il figlio di quattro anni (come abbiamo già visto negli altri romanzi, Nevo è straordinario nel dare una voce ai bambini), tra Lili e l’uomo dei sogni, tra Inbar e il padre. Quasi che l’amore, la ricerca dell’amore, il saper trovare l’amore, siano una delle vie verso la pace. E, mentre il romanzo si chiude con l’inizio della seconda guerra del Libano del 2006, con i missili di Hezbollah che distruggono l’abitazione della nonna (e non è un caso) e Dori evita per un soffio di essere richiamato, pensiamo alle parole sul cancello d’ingresso a Neuland, “Tu che arrivi, sei mio fratello”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Eshkol Nevo      

martedì 11 marzo 2014

Kyung-Sook Shin


                                                      Voci da mondi diversi. Asia
                un autore


 Kyung-Sook Shin sarà ospite a Roma nei prossimi giorni per prendere parte all’evento ‘Libri come’. Ne approfitto per riparlare di lei.
Nata nel 1963 in un villaggio della Corea del Sud, a sedici anni è andata a vivere a Seul dove già abitava il fratello maggiore. E’ stata il primo coreano nonché la prima donna a vincere il prestigioso Man Asian Literary prize nel 2012 con il romanzo “Prenditi cura di lei” (edito da Neri Pozza). La casa editrice Sellerio ha pubblicato di recente “Io ci sarò” (vedi nell’archivio del blog con l’etichetta ‘Voci da mondi diversi. Asia’), di cui l'autrice parlerà nell'evento romano.

“Prenditi cura di lei” uscirà a marzo nell’edizione BEAT, 9,00 Euro  
                            


                           








Kyung-Sook Shin, "Prenditi cura di lei" 2011



                                                           
                                                           Voci da mondi diversi. Asia
                                                            il libro ritrovato

Kyung-Sook Shin, “Prenditi cura di lei”
Ed. Neri Pozza, trad. Vincenzo Mingiardi, pagg. 217, Euro 16,50

Titolo originale: Omma rul Put’akhae
                          Please Look After Mom
  

      Una donna scompare alla stazione di Seul. Doveva salire sul treno con il marito che camminava davanti a lei, come al solito. C’era folla. Quando il marito si è girato indietro per vedere dove fosse, lei non c’era più. Aveva sessantanove anni, o forse settantuno- era d’uso, per scaramanzia, per ingannare la morte, dichiarare in ritardo la nascita di un bambino. L’anziana coppia era venuta a Seul dal villaggio in cui abitava per festeggiare il compleanno di entrambi. In genere uno dei figli veniva a prenderli alla stazione, questa volta erano tutti impegnati. O distratti da altre occupazioni. Per ritrovarla vengono affissi volantini con la sua fotografia, offrendo una ricompensa per informazioni utili.             
      Quante storie sono state già scritte su donne che scompaiono? Che mollano casa e famiglia, mariti-padroni e figli sfruttatori, semplicemente perché non ne possono più? Oppure donne che, a qualunque età, decidono di avere diritto alla loro vita, magari con un altro uomo, una vecchia o nuova amicizia? Il romanzo “Prenditi cura di lei” della scrittrice coreana Kyung-Sook Shin è diverso da qualunque possiamo avere già letto. A turno, una figlia, un figlio, il marito, prendono la parola per parlarci di lei, e di loro stessi, la sua famiglia. Park So-nyo, la moglie e mamma, interviene per ultima, a chiudere il cerchio, a svelare di sé cose che gli altri non possono sapere, a completare l’immagine. E così noi conosciamo la donna come la conoscono gli altri e come lei conosce se stessa.  

Questa varietà di voci, a dare l’idea della complessità dei rapporti famigliari e della fondamentale inconoscibilità anche di chi pensiamo di conoscere, conquista il lettore fin dalle prime pagine. La voce letterata della figlia che è una nota scrittrice (si è resa conto tardi che la mamma era analfabeta, ricorda ancora quando le ha dato i soldi per comprarsi il suo primo libro), quella del primogenito adorato che, pur riuscendo a fare carriera, l’ha un poco delusa, e infine quella del marito egoista ed egocentrico che dava per scontato i sacrifici e le fatiche quotidiane della moglie. Quando Park So-nyo inizia a parlare, è della figlia minore che ci racconta: se c’era un legame speciale tra la madre e il primo figlio maschio, ce n’era pure un altro, diversamente speciale, fatto di tenerezza e orgoglio, con questa figlia venuta al mondo dopo un bambino nato morto. E’ la figlia che ora ha tre bambini, che una volta ha esaudito un suo desiderio regalandole una pelliccia di visone (lei, la mamma, non aveva idea di quanto costasse), che la coinvolgeva nella sua vita studentesca, che forse la capiva più degli altri. Quante cose vengono fuori, nel tempo della ricerca della mamma per le strade di Seul. Era una donna straordinaria. Apparteneva ad un mondo e a una cultura in cui era normale sposarsi senza conoscere il futuro marito. Lei faceva sembrare normale anche togliersi il boccone di bocca per nutrire i suoi cinque bambini, anche sopportare se il marito la tradiva, anche continuare a sfaccendare quando stava male. 

Non capiva perché se lui avesse mangiato mamma sarebbe stata meno triste. Se n’era andato a causa di quella donna, e Hyong-chol credeva che la mamma sarebbe stata triste se lui avesse mangiato il cibo di quella donna, invece mamma gli aveva detto il contrario. Sarebbe stata meno triste se lui avesse mangiato, persino se il cibo era di quella donna. No, non capiva, ma siccome non voleva che mamma fosse triste, aveva detto scontrosamente: “Mangerò”.

Park So-nyo stava male: perché nessuno ha fatto maggiore attenzione ai suoi feroci mal di testa, ai suoi smarrimenti, alle sue incertezze su che cosa stesse per fare? Perché faceva comodo a tutti, al marito per primo. Nessuno si è mai neppure preoccupato se lei fosse felice, se le mancasse qualcosa. Ed è lei a farci capire, senza neppure ammetterlo con se stessa, che cosa le mancasse. Con la semplicità di una rinuncia che è scontata fin dall’inizio, che non le pare neppure un sacrificio.

      E’ un bellissimo ritratto di donna, quello che ci dipinge Kyung-Sook Shin nel suo romanzo. Bellissimo il personaggio e bellissima la tecnica narrativa- pennellate dense di colore e altre a punta fine, chiari e scuri, zone d’ombra da cui emerge infine, luminosa, la protagonista.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

la scrittrice Kyung-Sook Shin