sabato 27 aprile 2019

Dragan Velikić, “Il muro del Nord” ed. 2012

                                                   Voci da mondi diversi. Penisola balcanica



Dragan Velikić, “Il muro del Nord”
Ed. Zandonai, trad. Alice Parmeggiani, pagg.224, Euro 15,00


      “Pavle aveva ragione. I destini si ripetono”, pensa uno dei personaggi del romanzo “Il muro del Nord”, dello scrittore serbo Dragan Velikić. Il detto popolare è che ‘non c’è mai niente di nuovo sotto il sole’, e allora, da Ovidio mandato in esilio sul mar Nero a James Joyce che scelse l’esilio di sua propria volontà, da Thomas Mann a Solzenytzsin e a Nabokov (è infinita la lista degli scrittori che andarono in esilio, per lo più per motivi politici), il destino degli esiliati si assomiglia per tutti- il senso di sradicamento che segue l’euforia iniziale del distacco, la nostalgia che riporta a percorrere con la mente strade note, i ricordi preziosi e brucianti, la perdita dell’identità insieme a quella della lingua, il vago complesso di colpa per chi è rimasto ‘laggiù’.
    
     Dragan Velikić intreccia storie diverse (ambientate in epoche diverse a Vienna e nell’area della ex Jugoslavia o in quella confinante) con questo filo in comune- l’esilio. E, per un caso del destino, c’è anche un tenue filo, magari semplicemente di una breve conoscenza, che lega alcuni dei personaggi da una storia dentro l’altra.

Olga, ventisettenne bibliotecaria di Belgrado, abbandona il suo paese dove infuria ancora la guerra e raggiunge il marito Andrej a Vienna. Andrej è più vecchio di Olga, ha dovuto rimettersi a studiare, la sua laurea non è valida per esercitare in Austria. Anche Olga non può lavorare, le sue giornate sono vuote, le passa salendo su un tram in giro per la città, frequentando un corso di tedesco, pensando ai personaggi dei libri che ha letto.
Tibor fa il dentista, pure lui è un esiliato ma è arrivato molti anni prima di Andrej. La moglie Rita ha parecchi anni più di lui e, quando conoscono Olga, Tibor le fa una corte discreta. La nonna di Olga, Marta Coppeans, era arrivata a Vienna dopo la prima guerra mondiale, ha avuto una vita lunghissima: muore a 107 anni. “La tarda vecchiaia si appropria della Storia ufficiale”, gli eventi del secolo sono la biografia di Marta: ha conosciuto James Joyce negli anni in cui lo scrittore irlandese viveva a Pola. Lo aveva incontrato di nuovo a Trieste. Tra di loro c’era un amore mai incominciato.

     Olga e Andrej, Tibor e Rita, James e Nora, la nonna Marta e i suoi due mariti, piccoli eventi quotidiani, itinerari per Vienna pensando a Belgrado, notizie della guerra di cui non si vorrebbe parlare, tentazioni di amore- reali e immaginate.
E’ un libro dal fascino discreto, il romanzo di Dragan Velikić. Ha una malia strana, opera una magia sul lettore attraverso il linguaggio, prima di tutto. Attraverso i paesaggi, poi, nella ricostruzione dell’atmosfera di Pola e Trieste, città cosmopolite e ricche di fermenti culturali, nel ricordo nostalgico di Belgrado, la città insanguinata. E’ un libro che stuzzica il lettore con i suoi rimandi letterari- quando Joyce vede la ragazza che zoppica, pensiamo a Gerty McDowell che Leopold Bloom vede sulla spiaggia in “Ulysses”; la nave Gibraltar ci riporta alla giovinezza di Molly Bloom a Gibilterra; ci sono le parole di addio all’Irlanda pronunciate da Stephen Dedalus inserite in un altro contesto…E anche Joyce, come Andrej, come Tibor, come Olga, pur essendo innamorato della moglie era capace di distrarsi con altre donne: i destini si ripetono.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.it







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