martedì 26 febbraio 2019

INTERVISTA A ERIKA FATLAND, autrice di “Sovietistan” 2019


                                          vento del Nord  

copywright Tine Poppe

     Sono giornate intense, queste del Festival dei Boreali a Milano, organizzato dalla casa editrice Iperborea. Giornate ricche di incontri che offrono spunti per riflessioni e idee nuove, possibilità di parlare con gli autori dei loro libri perché- che cosa c’è di meglio di continuare a parlare di libri che ci sono piaciuti, che abbiamo amato, con chi li conosce più di ogni altro? Ero ansiosa di conoscere Erika Fatland, di conoscerla di persona (sembra un elfo, ho pensato, quando l’ho vista) dopo essere stata in sua compagnia ed aver sentito la sua voce per tutte le 524 pagine di quel libro affascinante che è “Sovietistan”.

Quando è iniziato il suo interesse per le repubbliche che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica?
   E’ iniziato con il mio desiderio di studiare il russo perché volevo leggere in lingua originale i grandi scrittori russi. E poi mi piaceva studiare una lingua slava. Avevo frequentato il liceo in parte in Francia e in parte in Finlandia, e così sono andata in Russia, essenzialmente perché volevo imparare la lingua. Avevo anche studiato antropologia sociale a Copenhagen e avevo l’opportunità di fare ricerche sul campo, in attesa di diventare una scrittrice- che era quello che volevo essere. Ma avevo 19 anni e prima dovevo studiare.
Nel 2004 c’era stata la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia, ad opera di terroristi ceceni. Io andai a Beslan tre anni dopo la tragedia in cui furono uccisi 200 bambini: volevo scoprire come si fa a vivere dopo un simile dramma. E ho scritto la mia prima opera, “Il villaggio degli angeli”, che è il nome del cimitero. Da lì è nato il mio interesse per gli altri paesi che prima facevano parte dell’Unione Sovietica- popoli diversi che vivevano insieme un esperimento sociale. Anche il Turkmenistan, l’Uzbekistan e gli altri ‘stan’ facevano parte dell’Unione Sovietica: come ne sono stati influenzati? Non sentiamo mai parlare di questi paesi. Ero curiosa. Non c’era nessun libro su questi stati.
Se dovesse dire una sola parola per parlare di quello che più l’ha colpita di ognuno dei cinque stati, quale sceglierebbe? Andiamo per ordine:

Turkmenistan: bizzarro.
Kazakhistan: vasto.
Tagikistan: montagne.
Kirghizistan: donne.
Uzbekistan: via della seta.

E adesso può spiegarci di più, del perché ha scelto queste parole?
     Bizzarro il Turkmenistan perché è il paese più strano. E’ rimasto isolato dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il suo presidente è come impazzito: nessuno lo controllava più da Mosca. Ha trasformato il paese nella sua immagine, il suo ego diventò ossessivo. La capitale Ashgabat è la Las Vegas del deserto. In un certo senso è divertente e affascinante: ci sono strade molto ampie e però non ci sono automobili. Non si trova un bancomat che funzioni, bisogna partire con il denaro con sé. Il secondo presidente è eccentrico quanto il primo: seguono entrambi la corrente del culto della personalità. Bisogna uscire dalla capitale per incontrare la gente che è molto amichevole ed ospitale.

    Il Kazakhistan è grande, è il nono paese più vasto del mondo. E però è abitato da meno di 20 milioni di persone. In Kazakhistan ho viaggiato in treno: un’esperienza terribile.
    Nel Tagikistan il 90% del territorio è formato da montagne. E’ un paese molto bello ma molto povero, il più povero dei cinque.
    Nel Kirghizistan vige l’usanza del ratto delle spose (le dico che avevo preparato una domanda su questa tradizione che mi ha sconvolto). Dicono che è la loro tradizione, ma non è tradizione come viene fatto oggi. Una volta era diverso, la ragazza veniva rapita per superare ostacoli al matrimonio. Oggi le ragazze sono forzate ad accettare il matrimonio- è diverso. E pensare che 800 anni fa Gengis Khan aveva proibito il ratto delle spose- sua madre era stata una vittima di questa usanza. E’ difficile che si verifichi un cambiamento: la polizia, gli avvocati, gli imam, tutti sono cresciuti con questa tradizione, è la norma. Affiora qualche tentativo di cambiamento, ma è difficile, ci vorrà tantissimo tempo. Nel libro racconto della ragazza russa con cui ho parlato- aveva rifiutato il matrimonio, ma per lei non era una vergogna rifiutarsi di sposare l’uomo che l’aveva rapita.

    In Uzbekistan gli antichi edifici sono testimoni del passato, di quando l’Uzbekistan era attraversato dalla via della seta che andava dalla Cina all’Italia. I popoli degli altri stati erano gente nomade, qui invece la storia diventa viva, testimone del passato, nelle splendide madrasse di Bukhara e di Samarcanda.

Pensa che quella che si può definire come una specie di sindrome della dittatura che accomuna i cinque ‘stan’ sia una diretta conseguenza del loro passato?
     E’ difficile dire perché questi stati non si siano trasformati in democrazie come è successo in Georgia o nei paesi Baltici. Non avevano un passato democratico, non erano mai stati paesi democratici. Accadde che la struttura politica dell’Unione Sovietica rimase uguale. Nel Kazakhistan c’è ancora, come presidente, Nazarbayev che fu installato come leader del partito comunista da Gorbachev.
Lei sottolinea, nel suo libro, la nostalgia comune in questi stati per un passato che a loro sembra fosse migliore del presente. Ma non hanno ragione, dopo tutto? Che cosa hanno guadagnato con l’indipendenza?

      Quando ho chiesto una spiegazione per questa nostalgia, mi hanno risposto che allora la gente era più uguale. Adesso ci sono persone incredibilmente ricche ma la  maggior parte lotta per sopravvivere. Una volta la differenza non era così visibile. In Tagikistan, ad esempio, si stava veramente meglio, avevano uno stato sociale. Dopo c’è stata una guerra civile negli anni ‘90 e oggi non hanno neppure l’elettricità per 24 ore di seguito. Stavano meglio in passato.
Bisogna anche dire che ormai l’Unione Sovietica era molto tempo fa e i giovani non ne hanno memoria. La maggior parte delle persone che ne parla ha nostalgia della propria giovinezza.

Mi ha colpito la loro mancanza di indignazione per tutte le tragedie del loro passato- la carestia, le deportazioni di massa, gli esperimenti nucleari con il conseguente aumento dei casi di cancro, la scomparsa del lago Aral. E’ per ignoranza? Fatalismo? La non-abitudine a pensare in maniera critica?
     Domanda complessa. Durante il regime autoritario dell’Unione Sovietica l’autorità non voleva che la gente pensasse, che pensasse autonomamente. C’è anche mancanza di informazione. Non sanno l’inglese, non ricevono notizie del mondo e quelle che ricevono dall’interno o dalla Russia non sono obiettive.
Mi ha reso felice che persone dell’Uzbekistan che avevano letto il mio libro tradotto in russo mi abbiano ringraziato per essere finalmente venuti a conoscenza di tante cose. I più giovani sono nati in questi nuovi stati e trovano tutto naturale, i più vecchi sono più critici perché ricordano il passato.

Dove ci porterà con il suo prossimo libro?
      Il prossimo libro, che sarà pubblicato in Italia fra qualche mese, si intitola “La frontiera” ed è un viaggio in giro per la Russia attraverso la Corea del Nord, la Cina, la Mongolia, il Kazakhistan, l’Azerbaijan, la Georgia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. E infine la Finlandia e la Norvegia.

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intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.it




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