lunedì 1 febbraio 2016

Tracy Chevalier, “I frutti del vento” ed. 2016

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       FRESCO DI LETTURA


Tracy Chevalier, “I frutti del vento”
Ed. Neri Pozza, trad. massimo Ortelio, pagg. 245, Euro 17,00

      
   La sequoia gigante è il ‘personaggio’ che domina i nostri pensieri, quando terminiamo la lettura del nuovo romanzo di Tracy Chevalier, “I frutti del vento”. In America è anche chiamata semplicemente Big Tree, un colosso che può raggiungere i 95 metri di altezza e i 9 metri di diametro. La storia che Tracy Chevalier tesse intorno alla sequoia è un frammento di Storia d’America, come uno scampolo di stoffa che si aggiunge a quelli con cui Honor, la protagonista del libro precedente, “L’ultima fuggitiva”, cuce le sue bellissime trapunte.
     E’ il 1838, la famiglia di James Goodenough è arrivata da non molto tempo in Ohio, nel territorio paludoso formato da un ghiacciaio e chiamato Palude Nera. La corsa a ovest, verso il mitico Far West ricco di promesse, è in realtà la corsa dei disperati, di quelli che sperano nelle nuove possibilità e nella fortuna. La vita non è facile nella Palude Nera. E’ vero che, se si riesce a coltivare un albereto di cinquanta meli, la terra su cui sono stati piantati diventerà di proprietà di chi li ha seminati, ma non è scontato che i cinquanta alberelli crescano e diano frutti. E intanto si è dovuto lottare per disboscare, per arare, per proteggere le piante e poi i germogli, per nutrire in qualche modo la famiglia. Dei dieci figli dei Goodenough solo cinque sono sopravvissuti, la malaria si è portata via gli altri. Sono bambini abituati a lavorare come gli adulti, le femmine in casa, i maschietti nei campi. E James Goodenough è continuamente in lite con la moglie Sadie per qualsiasi cosa, ma soprattutto per le mele: lui vuole coltivare le Golden, dolci da mangiare, lei preferisce quelle più aspre, per fare il sidro.

    Se la sequoia giganteggia nella seconda parte del libro, quando il personaggio principale è Robert, il figlio più giovane dei Goodenough, gli alberi di mele indorano la prima parte, causa scatenante di una tragedia che matura lentamente, complici l’acquavite con cui si ubriaca Sadie e il comportamento scostumato di questa donna che di certo non ama vivere nella Palude Nera ma che è anche una cattiva moglie e una pessima madre. Se Robert non fosse così attento agli insegnamenti del padre, se non amasse anche lui le piante quanto suo padre, non sarebbe adatto a svolgere il compito che gli viene affidato più tardi, quando l’incontro casuale con un botanico, William Lobb, risveglierà il suo interesse per un albero che incute rispetto e timore. Robert verrà ingaggiato per raccogliere semenzali e semi da essere spediti- con enormi precauzioni perché sopravvivano al lungo viaggio in mare- in Inghilterra.

     Ci affascinano i dettagli sulla coltivazione delle mele, nella prima parte, ci viene l’acquolina in bocca alla descrizione del diverso sapore dei vari tipi di mele, così come ci incanta e ci riempie di stupore la scoperta delle sequoie nella seconda parte. Ci pare che ci debba essere un significato arcano nel contrasto fortissimo tra il piccolo frutto che usiamo per delizie in cucina e di cui abbiamo letto in miti e leggende, e l’albero altissimo che sembra appartenere ad un’altra era. E le vicende umane sembrano piccole e meschine al confronto. La grande tragedia che ha spaccato l’esistenza di Robert, costringendolo alla fuga quando aveva solo nove anni, e l’altra di adesso, quando forse la vita gli stava offrendo una ricompensa per tanto dolore, paiono fuggevoli, occupano una porzione infinitesimale di tempo paragonato a quello- lunghissimo- delle sequoie che i turisti sviliscono senza capirne la maestosità.

     Forse “I frutti del vento” non ha la magia che ci ha irretito ne “La ragazza con l’orecchino di perla”, se l’avesse sarebbe una ripetizione di cui ci stancheremmo. Il nuovo romanzo di Tracy Chevalier ha una forte componente drammatica che ci fa pensare al realismo naturale di Eugene O’Neill e dei personaggi verdi come straordinari protagonisti: se solo avessero la voce, sarebbero come Barbalbero o gli altri Ent di Tolkien.

la recensione sarà pubblicata anche su www.stradanove.net




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