venerdì 5 febbraio 2016

Jung-myung Lee, “La guardia, il poeta e l’investigatore” ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Asia
        seconda guerra mondiale
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Jung-myung Lee, “La guardia, il poeta e l’investigatore”
Ed. Sellerio, trad. Benedetta Merlini, pagg. 386, Euro 16,00



    1944. Prigione giapponese di Fukuoka. Tra i detenuti, oltre ai criminali comuni, oltre ai giapponesi, ci sono molti coreani- la Corea è sotto il dominio del Giappone e i prigionieri sono per lo più intellettuali, ribelli, sostenitori della loro identità nazionale. Il trattamento che gli internati subiscono è crudele, tanto quanto quello di qualunque campo di prigionia in tempo di guerra- cibo scarso, punizioni corporali, reclusione nelle celle di isolamento, lavori forzati. Una guardia, nota per la sua brutalità, viene trovata uccisa e con le labbra cucite: che cosa sapeva e di che cosa non doveva parlare? Un’altra guardia, giovanissima, è incaricata di scoprire il colpevole. E’ questo ragazzo che racconta la vicenda quando, a guerra finita, la sua condizione si è ribaltata:  non porta più la divisa marrone delle guardie, ma quella rossa dei prigionieri, ha un numero identificativo sul petto ed è in attesa di essere processato dal tribunale americano. E lui ammette di essere colpevole dei maltrattamenti di cui è accusato e di qualcos’altro ancora- di non aver fatto niente. “Sono rimasto zitto di fronte alla follia cieca. Mi sono tappato le orecchie per non sentire le grida di chi era innocente.”
Fukuoka
    “La storia che sto per raccontarvi non parla di me, parla di come la guerra annienta l’animo umano e di come la crudeltà porta alla morte persone senza colpa.” Il ragazzo si chiama Yuichi e gli altri due personaggi principali di questo bellissimo libro dello scrittore coreano Jung Myung Lee sono la guardia Sugiyama e il poeta Yun Dong-ju che dovrebbe essere chiamato con il nome giapponese che gli hanno imposto e che lui orgogliosamente rifiuta, Hiranuma. Perché la propria lingua è la propria essenza, privati della propria lingua si perde il sé, si perde la parola. Non può più scrivere poesie, Dong-ju, se deve scrivere in giapponese. Ed è la vita che gli viene sottratta, insieme alla poesia.
Yun Dong-ju
Come è stato possibile che questo coreano sensibile fosse diventato amico di Sugiyama, la guardia uccisa? Il colpevole dell’assassinio salta presto fuori, il caso dovrebbe essere risolto, ma è stato tutto troppo facile. E’ questa la verità? La verità è elusiva, viene fuori a piccoli pezzi, si smentisce, sostituita da un’altra verità. Chi era in realtà Sugiyama? Era un eroe di guerra? Era un macellaio che andava giù pesante con il manganello sulle teste dei prigionieri? “Era il più grande poeta che abbia mai conosciuto”, dice di lui Dong-ju. Anche l’infermiera che suona il pianoforte dice che era un uomo molto sensibile: era stato Sugiyama ad accordare il pianoforte, aveva un orecchio straordinario per la musica.
      “La guardia, il poeta e l’investigatore” ha la patina superficiale del romanzo di indagine, perché si tratta di scoprire un assassino. Il che è grottesco, considerando che la morte- non accidentale- è all’ordine del giorno a Fukuoka, e Yuichi scoprirà inorridito quello che per lui sarebbe stato meglio non sapere: c’è più di un assassino a Fukuoka.
Il cuore del romanzo è però il valore della parola, dei libri, della poesia che è un distillato di parole. Non è un tema nuovo, è vero- ne abbiamo letto in “Balzac e la piccola sarta cinese”, così come abbiamo letto di libri dati alle fiamme, di libri salvati, di libri mandati a memoria in quel classico di Bradbury che è “Fahrenheit 451”, per citarne solo due. E tuttavia c’è il personaggio di Dong-ju che non riusciamo a dimenticare, dopo aver terminato la lettura. Ha toccato il nostro cuore come quello di Sugiyama e di Yuichi. Siamo tornati più di una volta a rileggere i versi delle sue poesie, di una limpidezza cristallina, di una leggerezza aerea, come l’aquilone fatto di stracci che Dong-ju fa volare con il permesso di Sugiyama per portare quei versi al di là del muro della prigione- un simbolo grandioso di libertà dell’anima che non può essere messa in catene.


     Yun Dong-ju è veramente esistito, troviamo i dati della sua vita in fondo al romanzo. Morto a ventotto anni, Yun Dong-ju è il più amato poeta coreano. Il suo paese gli ha reso omaggio dedicandogli la Yun Dong-ju Literature House, un museo dove sono esposti oggetti che gli appartenevano e i suoi manoscritti. Su una collina vicino al museo si erge in sua memoria un grosso masso di pietra su cui sono stati incisi i versi della sua poesia “Prologo”:
Lasciate che guardi in alto il cielo fino al giorno in cui morirò/ Senza neppure un filo di vergogna/ Anche per il vento che smuove le foglie/ Ho sofferto/ Contando le stelle/ Dovrò amare ogni essere destinato a perire/ E la strada che mi è stata assegnata dovrò percorrere  (pag. 125).


Ho tardato un giorno ad acquistare online "Sky Wind Star and Poetry", il libro delle poesie, tradotte in inglese, di Yun Dong-ju: qualcuno mi ha preceduto e l'unica copia a prezzo accessibile non è più in vendita. Purtroppo. Continuerò a rileggere quelle contenute nel romanzo di Jung-myung Lee

Jung-myung Lee

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