martedì 7 agosto 2018

Olga Grushin, “La vita di sogno di Suchanov” ed. 2007

                                                Voci da mondi diversi. Russia
     la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Olga Grushin, “La vita di sogno di Suchanov”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Serena Prina, pagg. 398, Euro 18,00

    “Non permettere che nessuno ti tagli le ali”, aveva lasciato scritto il russo Pavel Suchanov in un ultimo messaggio al figlio Anatolij. Pavel Suchanov che si era lanciato dalla finestra al ritorno dai lunghi anni in cui era stato “in ospedale”: ma ci era stato veramente? Era vero quello che gli aveva detto la madre molto più tardi, che suo padre era folle? O lo avevano ricoverato con una falsa diagnosi di follia? O si era fatto passare per folle per non essere mandato in un gulag? E poi era uscito da quell’ospedale nel 1942 con le ali spezzate, come aveva dimostrato nel volo dalla finestra, schiantandosi sul marciapiede.
Il motivo delle ali come simbolo di libertà è uno dei leit-motiv de “La vita di sogno di Suchanov”, primo romanzo di Olga Grushin, che è nata a Mosca nel 1971 e attualmente vive a Washington. Dall’uccellino in gabbia della madre di Anatolij Suchanov, che scatena in lui una lunga serie di ricordi, alle figure stregate che volano leggere nell’aria dei dipinti di Chagall (uno dei genii disconosciuti dalla madre Russia che lo ha obbligato ad un esilio volontario), allo stormo di colombi intorno alla statua di Gogol che Anatolij bambino si divertiva a far alzare in volo- tutte immagini che ci riportano alla vita di Suchanov al tempo della vicenda, nella Mosca del 1985, vicino al grande cambiamento in cui nessuno, meno che mai Suchanov, osa sperare.

     Suchanov è adesso un critico d’arte, era un pittore che ha svenduto il suo genio, barattandolo per la sicurezza economica. Questo è il suo tormento che, in una spirale di tempo che si riavvolge su se stessa, lo porterà alla follia- come era successo a suo padre. L’inizio della fine è una mostra in onore del suocero, famoso pittore del realismo sovietico (un tempo il giovane Suchanov l’aveva definito “un asino borioso”), nell’ambito spazio espositivo del Maneggio. Quasi un quarto di secolo prima uno dei quadri innovativi di Suchanov era stato esposto al Maneggio insieme ad un dipinto del suo amico Lev- nessuno li aveva visti, Krushev li aveva fatti rimuovere, Suchanov e l’amico Lev avevano perso il lavoro. E avevano imboccato strade diverse, senza incontrarsi più fino a questa sera del 1985. Suchanov, così orgoglioso, appassionato, innamorato della bellezza che gli era stata rivelata da bambino nel quadro della Venere del Botticelli, aveva finito per accettare il lavoro di direttore di una rivista d’arte. Nascondendo i quadri, anche quello che reinterpretava una Venere circonfusa di fiori con il volto di sua moglie. Facendo suo il principio sovietico che “la bellezza è per i borghesi”. Condannando Dalì e tutti gli “ismi” occidentali come “manifestazione dell’insolvenza del capitalismo”. Mentre adesso Lev lo invita ad una sua mostra, a vedere i suoi quadri che sono solo pallide imitazioni di qualche artista europeo. Valeva la pena il sacrificio della propria vita e di quella di altri per inseguire un sogno? E se ci si è sbagliati? Se uno non ha le ali?

    Suchanov vive ora quel sogno che non è stato capace di perseguire: una volta che iniziano i ricordi, Anatolij Suchanov entra ed esce dal sogno, passando dal presente al passato per tornare al presente. E se sono il presente e la realtà a prevalere all’inizio, aumentano poi i segnali di un cambiamento che Suchanov non sa interpretare- è proprio vero che deve pubblicare un articolo su Dalì? Sarà un tranello? E perché non ha più l’auto con l’autista?-, aumentano i ricordi- del padre, del suo insegnante di pittura, dell’incontro con la moglie e dell’amicizia con Lev, di tele dipinte che erano un inno alla bellezza. E infine non c’è più uno stacco tra presente e passato, il tempo verbale usato per il passato è il presente, persone conosciute un tempo gli riappaiono con un altro nome, lo riafferrano, riportandolo indietro. Indietro fino alla chiesa abbandonata dove potrà dipingere sui muri, solo e libero.

    Attraverso la storia di un uomo in un regime che stritola e soffoca, il romanzo della Grushin è anche la storia di una forma d’arte, la pittura, muta di per sé, ma con una forza rivoluzionaria di impatto più grande delle parole perché più immediato, e ancora più pericoloso. Ma un quadro non può circolare in samizdat, non può superare le frontiere nascosto in una tasca- il suo destino, sotto una dittatura, è il silenzio.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos



                                                                                          

domenica 5 agosto 2018

Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica” ed. 2017


                                                    Casa Nostra. Qui Italia
       biografia romanzata
        premio Strega

Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica”
Ed. Guanda, pagg. 333, Euro 15,30

   Gerda Taro avrebbe compiuto 27 anni il giorno del suo funerale, il primo agosto 1937. C’era una folla a darle l’ultimo saluto al cimitero Père Lachaise a Parigi. E chissà che cosa c’era di lei in quella bara, schiacciata da un carro armato a Brunete, in Spagna. Meglio ricordarla da viva senza immaginarla da morta. Gerda che sorride rivolta a Robert Capa, come appare nella foto in una delle prime pagine del libro di Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica”, così stranamente somigliante alla miliziana spagnola che sorride all’uomo con il fucile in una pausa della guerra, uno scatto ripreso sia da Gerda sia da Robert Capa e il diverso formato delle fotografie ne è la prova. Gerda che viene descritta come bellissima da chi l’ha avvicinata. O, se non bellissima, affascinante. Perché solare, piena di vita, di interessi. Perché si gettava a capofitto in tutto quello che faceva. Era arrivata esule a Parigi dalla Germania, aveva fatto la segretaria e la modella, poi Capa le aveva regalato la sua Leica e lei ne aveva fatto la sua arma, quasi fosse la sua missione registrare la Storia del mondo- che era la guerra civile in Spagna in quel momento. Capa che non si chiamava neppure così, veramente, bensì Endre Friedmann, così come il vero nome di Gerda Taro era Gerta Porohylle. Ma come ci si poteva imporre all’attenzione, diventare fotografi famosi, con dei nomi così smaccatamente ebrei? Robert Capa (che faceva venire in mente Frank Capra, il regista) e Gerda Taro erano una loro invenzione, e quanto meglio suonavano all’orecchio.

       Non si sa poi molto di Gerda, visse così poco. La scrittrice Helena Janeczeck ne traccia il ritratto mettendo insieme le tessere di un puzzle al centro del quale c’è lei, Gerda, travolta dal carro armato (nessuno era riuscito ad impedirle di avvicinarsi troppo?), intorno a lei gli amici, gli uomini che furono, a lungo o per breve tempo, i suoi amanti, la sua migliore amica, e, sullo sfondo, le città in cui visse- Stoccarda (dove si fidanzò con un uomo che continuò ad aiutarla economicamente anche quando lei era già a Parigi), Lipsia, Parigi (dove incontrò l’ungherese Robert che si chiamava ancora Endre, più giovane di lei, geniale, estroverso, esuberante quanto lei). Il libro procede, dunque, attraverso diversi punti di vista- quello dell’amica Ruth Cerf che conosceva i dettagli più intimi della vita di Gerda, quello dello studente di medicina Willy Chardack detto ‘il Bassotto’ (innamorato senza speranza), quello di Georg Kuritzkes, militante di sinistra soppiantato nel cuore di Gerda da Endre Friedmann quando questi compare sulla scena.
E allora, dai ricordi dell’uno o dell’altro, dal libro della Janeczeck balza fuori, più che ‘la fotografia’ della sola Gerda Taro, quella di un’intera generazione, di una gioventù bruciata non da alcol e vizi ma dalla Storia tumultuosa che spazzò l’Europa dagli anni ‘30 agli anni ’50 (era il 1954 quando Robert Capa, il fotografo spericolato che aveva coperto quattro guerre, morì in Vietnam nella prima guerra di Indocina). Erano tutti antifascisti e pronti a combattere e morire per i loro ideali, e la macchina fotografica era- per Gerda Taro e Robert Capa- lo strumento per documentare gli orrori della guerra, perché la parola ‘guerra’ non restasse solo una parola ma si focalizzasse in immagini di dolore e di distruzione e di morte.

     C’è anche un piccolo ‘mystery’ nella parte finale del libro, la storia della valigia smarrita e ritrovata in Messico, quella che conteneva i negativi delle foto di Capa e che poteva comprovare la discussa autenticità della sua fotografia più famosa, quella del miliziano colpito a morte, con le braccia aperte come in croce. E c’è pure un risvolto personale che riconduce alla storia dei genitori della scrittrice, ebrea di origine polacca naturalizzata italiana da oltre trent’anni.
     “La ragazza con la Leica” ha vinto l’edizione del premio Strega 2018.

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...per giustificare la mia assenza. Tuttavia sono riuscita ugualmente a leggere e fra poco troverete gli aggiornamenti.

giovedì 26 luglio 2018

Elda Lanza, “Una stagione incerta” ed. 2018

                                                              Casa Nostra. Qui Italia
                                                                     love story


Elda Lanza, “Una stagione incerta”
Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 231, Euro 15,00

       Una voce al telefono che le augura buon compleanno. Che la chiama ‘Eddy’. Anche senza quel diminutivo che solo lui aveva usato, che lui aveva inventato per lei quando si erano conosciuti e il suo nome vero, Edgarda, sembrava troppo grande per una bambina di cinque anni (lui ne aveva dieci), lo avrebbe riconosciuto. Perché, perché è così. Perché non si dimentica la voce che faceva tremare il cuore a sedici anni, la voce del ragazzo con cui si è scambiato il primo bacio, quello che ci ha rivelato l’amore. Malgrado tutto quello che è seguito poi.
      Eddy compie sessantotto anni e da cinquant’anni non ha più saputo nulla di Nanni Delle Piane. Anzi, no, non è esatto. Ha visto in televisione il ragazzo che è diventato avvocato e ha avuto un ruolo importante in politica. Lo ha visto a fianco di una moglie bella, elegante, raffinata che sembrava essere l’esatto opposto di lei, Eddy dai capelli ricci e scuri e sempre un poco trasandata. Lo sa, Nanni, che anche lei è diventata famosa come scrittrice, che anche lei è apparsa in televisione in tutt’altro contesto?
      Si incontrano nuovamente, Eddy e Nanni, nello studio di lui, un ambiente neutro. Eddy diffidente e rancorosa, Nanni fin troppo espansivo- continua a ripeterle che ha sempre pensato a lei per cinquant’anni, nonostante moglie, figli e nipoti: gli si può credere dopo quello che le ha fatto? Inizia così un corteggiamento serrato con regali, pochi ma belli e costosi, soggiorni in case una più bella dell’altra- a Venezia, a Londra, nell’isola d’Elba, a Milano, a Roma, e poi la Mirabella dei loro ricordi di bambini (riacquistata da Nanni)-, mentre il cuore di Eddy (vedova dopo un matrimonio infelice) si scongela lentamente senza però mai cedere del tutto: è possibile rivoluzionare la propria vita quando ci si è già costruiti una propria identità che è servita anche da difesa?


     Elda Lanza, nata nel 1924- meglio dire l’anno di nascita, è un vanto l’aver raggiunto un’età più che matura con un passato così ricco-, assunta in Rai come presentatrice nel 1954, giornalista, esperta di comunicazione, ha pubblicato il suo primo romanzo con l’ispettore Massimo Gilardi come protagonista a ottantasette anni. C’è qualcosa nella sua vita, un’infanzia difficile e senza la presenza dei genitori, un marito molto bello e vanesio da cui si è separata, con cui è tornata insieme e che poi si è ammalato della malattia più terribile che possa colpire un essere umano privandolo della memoria, che fa pensare che la scrittrice abbia messo molto di se stessa in questo romanzo appena pubblicato, la storia di un amore che rivive in quella che non si può chiamare una nuova giovinezza, ma in un’età incerta che non è neppure vecchiaia, perché capace di sentimenti, di emozioni, di energia, di sogni e soprattutto di progetti.
Perché la vecchiaia incomincia quando si finisce di guardare avanti, quando si vive aspettando che cali il sipario- che, se sopraggiunge la malattia, è una fine augurabile. Quando la figlia di Nanni chiede a Edgarda se sia stato bello ritrovarsi, ‘malgrado l’età’, risponde di sì, ‘malgrado l’età’. Perché, poi, questo limite? ‘Che ne sa una donna di meno di quarant’anni di quali sentimenti si è capaci a settanta?’. Non c’è nulla di così soggettivo come il tempo, come l’età che uno ha. Ci sono solo stereotipi e luoghi comuni. Edgarda e Nanni hanno vissuto un’età ‘che non è mai esistita prima di loro. Quelli che erano stati vecchi prima di loro, erano vecchi in un altro modo alla loro età.’
“Una stagione incerta” è un insegnamento a non mollare la presa sulla vita, a non rifiutare i sentimenti a qualunque età si presentino, senza curarsi degli altri. La voce femminile di Edgarda suona più naturale di quella di Nanni che a volte ci pare affettata, e se la loro storia d’amore ci può sembrare all’inizio troppo da romanzo ‘alla Liala’, il finale quasi inevitabile ci fa piombare nell’inverno gelido della realtà.

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sabato 21 luglio 2018

Sandra Petrignani, “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” ed. 2018


                                                       Casa Nostra. Qui Italia
                                                                    biografia


Sandra Petrignani, “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg”
Ed. Neri Pozza, pagg. 459, Euro 15,30

      Ci sono delle persone la cui storia della vita sembra un romanzo. Perché, se è pur vero che il tempo di ognuno di noi trabocca degli avvenimenti importanti che segnano un’epoca, spesso però  non lo viviamo consapevolmente, non vi prendiamo parte in maniera attiva come è successo a grandi personaggi. Come Natalia Ginzburg, una delle voci di maggior rilievo della letteratura italiana- impossibile dimenticare il suo “Lessico famigliare”, titolo che è entrato nel vocabolario di tutti noi per indicare i modi di dire così strettamente nostri, chiave del cuore della nostra famiglia. Ne “La corsara” Sandra Petrignani fa qualcosa di più che scrivere una biografia di Natalia Ginzburg nata Levi, ne traccia un ritratto, ce la fa conoscere, le legge il carattere nei lineamenti spigolosi del viso un poco indios, le spia nell’ombra degli occhi le tragedie della sua vita.
      Perché, a mano a mano che procediamo nella lettura, questa è una delle cose che più ci colpisce, di Natalia Ginzburg- la sua resilienza, la sua capacità di non lasciarsi abbattere dai colpi del destino, di vacillare ma di rialzarsi e di ricominciare da dove la sua vita si è interrotta: la morte del primo marito, Leone Ginzburg, torturato e ucciso dai nazisti nel 1944 (Natalia aveva ventotto anni e restava sola ad affrontare l’ultimo anno di guerra con tre bambini piccoli, passando da un nascondiglio all’altro), la nascita di una bambina affetta da una malattia genetica (figlia del secondo marito, Gabriele Baldini, critico letterario e docente universitario) e poi la morte di un altro bambino, a solo un anno di vita (un dolore così grande che lei non ne parlerà mai), la seconda vedovanza.


Eppure, nonostante tutto questo, nonostante si portasse dietro un velo di infelicità infantile (ultima di cinque, soggiogata dal timore di quel padre titanico che ben ricordiamo da “Lessico famigliare”, brutto anatroccolo accanto alla sfolgorante sorella Paola che sposerà Adriano Olivetti prima di lanciarsi in altri amori), nonostante la guerra che aveva attraversato, Natalia veleggia nella vita come una corsara, può concedersi una pausa nella scrittura ma riprende sempre a scrivere, a tradurre, a leggere testi di scrittori esordienti per scoprire nuovi talenti da proporre alla casa editrice Einaudi che Leone Ginzburg aveva collaborato a fondare insieme al mitico Giulio.

      Sono tanti i nomi famosi nel mondo della letteratura (e, più generalmente, in quello della cultura) che costellano le pagine del libro di Sandra Petrignani- Elsa Morante e Alberto Moravia, Pasolini e Bassani, Carlo Levi e Primo Levi, e altri, e altri ancora. E “La corsara” diventa una lettura affascinante, perché l’autrice non inventa, non presume di poter entrare nella mente né di Natalia né degli altri protagonisti- sono troppo importanti, sarebbe un’arroganza il presumere di poter parlare in loro vece. Sandra Petrignani ripercorre la vita di Natalia attraverso una ricchissima documentazione, ci fa entrare dentro i suoi romanzi, nel prima, durante e dopo della loro stesura, traccia un parallelismo tra i personaggi creati da Natalia e Natalia stessa, fa nascere in noi il desiderio di leggere i suoi libri o di rileggere quelli che già abbiamo letto (e già questo dice molto de “La corsara”).

     La figura di Natalia Ginzburg esce fuori a tutto tondo da “La corsara”, con la sua timidezza e ritrosia ma anche con la fermezza e la precisione delle sue idee, con il pudore dei suoi sentimenti e la partecipazione attiva alle problematiche del suo tempo- una donna coraggiosa, sensibile e colta che ha saputo essere moglie e madre E una grande scrittrice.
     “La corsara” di Sandra Petrignani si è classificato al terzo posto nel Premio Strega 2018. Meritava di più.

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domenica 15 luglio 2018

Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar” ed. 2018


                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
            Storia
           testimonianze


Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar”
Ed. Nutrimenti, trad. Elena Chiti, pagg. 229, Euro 13,60

      Il Sinjar è una cittadina ai piedi di un monte con lo stesso nome al confine tra Iraq e Siria. Una montagna dà sempre l’idea di un’ascesa difficile, di un ostacolo, oppure del suo opposto, di un luogo dove si può trovare un nascondiglio e la salvezza dopo un’ardua ascesa. Fuggono verso il Sinjar gli yazidi perseguitati da Daesh. E precisiamo subito che gli yazidi sono una tribù di origine curda con lingua e religione propria- definiti infedeli dai militanti dell’Isis, questi si ritengono in diritto di perseguitarli, di rapire le loro donne considerate prostitute di Satana e quindi degne solo di diventare schiave sessuali. Quanto al termine Daesh, anche questo, come Isis, è un acronimo e significa “Stato Islamico dell’Iran e del Levante”, ma ha un’accezione dispregiativa perché somigliante ad un termine arabo che significa ‘portatore di discordia’.

      Il romanzo della poetessa irachena Dunya Mikhail è una sorta di reportage, un documento importante che raccoglie le testimonianze delle donne yazide rapite, violate, ridotte a merce di scambio eppure assurte alla dignità di regine a cui viene restituita l’importanza di essere donna al di là di tutto- come le api regine che sono le madri della maggior parte degli esemplari di un alveare, come le api da cui dipende l’intera vita umana (ricordo, a proposito, il bel libro di Maja Lunde, “Storia delle api”). E’ un apicoltore, Abdullah, che fa da intermediario tra Dunya Mikhail e le donne yazide. E’ lui che finora ha allevato api e venduto il miele da una parte all’altra del confine e che adesso ha fatto del salvataggio delle regine lo scopo della sua vita. Può farlo grazie ai suoi contatti e alla sua conoscenza capillare dei luoghi. D’altra parte le vicende della sua famiglia sono inestricabili da quelle delle altre famiglie yazide le cui porte sono state marchiate da Daesh con la lettera nun- e vengono i brividi a pensare ad altre porte, contrassegnate con altri segni, in epoca nazista, a come sia impossibile imparare dalla Storia e fermare il Male.

     “In futuro, quando la gente leggerà la nostra storia, penserà forse che siano racconti di fantasia. Invece è la nostra realtà di oggi, che sembra fantasia.” Sono una fantasia dell’orrore questi racconti, uno dopo l’altro, simili uno all’altro, raccontati da Nadia, dalla bambina Nazik, dalla donna che dà voce all’altra che è sordomuta, da un’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Parlano di fughe, di uomini e vecchie e bambini separati dalle donne, da esecuzioni sul bordo delle fosse che diventeranno tombe di massa (spettri di altri ricordi), di donne vendute, donne che fingono di essere incinte, donne violentate, donne che riescono in qualche modo a scappare dalle grinfie di Daesh. C’è ancora gente buona che le aiuta e le nasconde, gente che presta loro il telefono per contattare qualcuno (è interessante il ruolo importantissimo dei cellulari in questo genocidio), c’è Abdullah, infine, che organizza, manda automobili, si presta in ogni modo possibile.

    Non è facile organizzare tanto materiale in un romanzo. Dunya Mikhail ci riesce mettendo al centro il personaggio di Abdullah, l’uomo giusto dei nostri tempi, l’eroe generoso che agisce senza attendere ricompensa, sullo sfondo quanto avviene a Mosul, dove sono proibite le sigarette, gli anticoncezionali e la musica (‘che inferno deve essere abitare a Mosul’), e intrecciando le storie delle ‘regine del Sinjar’ con la sua storia personale dell’esilio, con immagini colorate come quella dei narcisi che rifioriscono con il sole e “forse il Kurdistan è un narciso appassito per un po’, solo per un po’’,  con i versi che illuminano le scene drammatiche, come quella della ragazza che, ritornata finalmente a casa, ha trovato il suo amore sposato con un’altra: E’ scoppiato il vestito,/ sparge fiori al vento,/ scaglia colori in alto come i fuochi della festa,/ e invece non fa rumore/ non fa nessun rumore.

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giovedì 12 luglio 2018

David Lagercrantz, “Il cielo sopra l’Everest” ed. 2018


                                                                    vento del Nord
                                                                   cento sfumature di giallo


David Lagercrantz, “Il cielo sopra l’Everest”
Ed. Marsilio, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 348, Euro 19,00


   Nel 1996 una spedizione per raggiungere la cima del monte Everest terminò tragicamente: 8 morti si aggiunsero alle quasi duecento vittime del ‘mal d’Everest’. Diverse le cause del dramma. Il sopraggiungere di una tempesta (si sa, però, che il tempo può cambiare improvvisamente a quell’altezza), il ritardo con cui gli scalatori raggiunsero la vetta (anche questo è risaputo, si deve essere in cima entro le 14 per incominciare subito la discesa e non essere colti dal buio e dal gelo che cala con la notte), l’alto numero degli arrampicatori che causò rallentamenti nell’ascesa (e questo innesca la discussione sui pericoli dell’aver trasformato uno sport arduo, che richiede allenamento, disciplina, preparazione, idonee condizioni fisiche, in una escursione turistica).
    E’ a questi fatti che si ispira “Il cielo sopra l’Everest” dello scrittore svedese David Lagercrantz, un romanzo che mescola realtà e immaginazione, personaggi che rispecchiano i veri partecipanti della spedizione ed altri inventati, un libro che affascinerà sia gli amanti della montagna sia chi non ha mai fatto un’arrampicata in vita sua e si chiede, perché? perché correre tali rischi, perché sottoporre il proprio corpo a tali sforzi e a tali sofferenze?
La risposta data da George Mallory, l’alpinista inglese morto sull’Everest nel 1924, ad un giornalista che gli aveva chiesto perché voleva raggiungere la cima della montagna che, con i suoi 8848 metri, è la più alta del mondo, è rimasta famosa. “Perché è lì”, aveva detto. Perché è il simbolo “del desiderio dell’umanità di conquistare l’universo”. George Mallory era un ‘puro’, scalava al tempo in cui non c’era attrezzatura termica adeguata e neppure c’erano le bombole d’ossigeno che attenuassero il male da altura (le conseguenze dell’insufficienza di ossigeno che arriva al cervello sono descritte in maniera straordinaria e terrificante da Lagercrantz). E tuttavia non era forse meglio basarsi solo sulla capacità di adattamento del fisico umano che permetteva di rendersi conto fino a dove ci si poteva spingere?
   I livelli di lettura de “Il cielo sopra l’Everest” sono diversi, tutti coinvolgenti e appassionanti.
Primo livello, quello vicino ai fatti reali: storia di una spedizione famosa da cui è stato tratto anche un film, ricca di dettagli sul campo base, le difficoltà delle varie tappe, l’avvicinarsi della tormenta, la catastrofe.
Secondo livello, il filone romanzesco: le vicende dei vari personaggi, la rivalità tra la guida italiana Giuseppe Cagliari (ad inizio del libro è solo, accasciato nella neve, sente la fine avvicinarsi e, con un misto di soddisfazione e colpevolezza, pensa che il suo rivale, l’imprenditore di successo Paolo Villari, deve essere già morto), le storie della donna che dirige e organizza il campo base, della guida nepalese che spera, un giorno, di poter cambiare vita, dei fedelissimi sherpa senza i quali gli scalatori amatoriali non potrebbero muovere un passo, dei clienti che- ognuno con il suo proprio motivo- vogliono arrivare in vetta, dello scalatore in solitaria, Jacob Engler, infine, quello che interpreta l’antitesi degli scalatori da strapazzo, l’esagerazione dell’alpinismo, l’uomo che inconsciamente sfida la morte cercandola di continuo.
Terzo livello, e lo chiamerei il filone della religione della montagna: gli occidentali hanno perso il senso del Sacro ma tutti gli orientali sentono fortemente la spiritualità della natura, l’Everest- i nepalesi lo chiamano Chmolungma, e quanta alterigia, disprezzo, senso di superiorità di stampo colonialista c’è nella voce di Paolo Villari che neppure riesce a pronunciare questo nome- è una divinità a cui bisogna innalzare un piccolo stupa, un altare, prima di violare i suoi fianchi, bisogna appendere bandierine di preghiera, non lo si deve far adirare con comportamenti profani (tutta quella promiscuità e quel sesso nel campo base, che orrore), si devono interpretare i segnali che invia. Il messaggio finale è che non si scala la Dea madre del mondo per divertimento.

Quarto livello, quello del thriller, che tiene avvinti fino all’ultima pagina. Lo scrittore scava nei suoi personaggi- a qualcuno di loro si può attribuire una responsabilità maggiore per la morte di un compagno di scalata?
Questo è, infine, un thriller grandioso in cui c’è un assassino grandioso e sappiamo dall’inizio chi è: la splendida montagna ‘che è lì’, che stuzzica e sfida, che si vendica, impassibile, dell’arroganza e della superbia degli ometti che violano il suo candore.

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