martedì 9 maggio 2023

Sara De Simone, “Nessuna come lei” ed. 2023

                                                          Casa Nostra. Qui Italia

                                                       biografia romanzata


Sara De Simone, “Nessuna come lei”

Ed. Neri Pozza, pagg. 391, Euro 22,00

 

   Virginia. C’è una sola Virginia nel mondo della letteratura. È proprio lei, Virginia Woolf che da ragazza portava il cognome Leslie, ma conosciuta solo con quello del marito Leonard. Gli amici li chiamavano ‘i Lupi’, soprattutto dopo che avevano fondato la loro propria casa editrice, la Hogarth Press.

    Katherine, nata Beauchamp in Nuova Zelanda, aveva preso il cognome Mansfield quando aveva iniziato a pubblicare i primi racconti. Quando si innamorò del critico John Middleton Murry, nel 1911, per poi sposarlo nel 1918, aveva già un matrimonio (non consumato) alle spalle e un figlio mai nato, frutto dell’amore per un musicista ed erano molti anni che ormai viveva in Europa.

    Quando si conobbero, nel 1916, Virginia aveva 34 anni e Katherine sei anni di meno. Virginia era scontrosa, scherzava su questa donna che “la inseguiva” da parecchio tempo, desiderosa di incontrarla. Si incontrarono, poi, nel salotto di Lytton Strachey, intellettuale, raffinato, uno dei primi membri del circolo di Bloomsbury. E, nonostante la diffidenza di Virginia, divennero amiche.


    Erano diversissime l’una dall’altra, tanto era piena di vita ed effervescente Katherine, tanto era schiva e ritrosa Virginia. Eppure entrarono subito in sintonia perché le univa la letteratura- scrivere era la cosa più importante, per entrambe. Guardavano il mondo pensando a come ne avrebbero scritto, si scambiavano impressioni sulle opere di altri scrittori che leggevano, su libri che dovevano recensire, si capivano. ‘Nessuna come lei’- per Katherine nessuna era come Virginia, per Virginia nessuna era come Katherine.


    Eppure non fu un’amicizia facile. Sara De Simone ha fatto un lavoro splendido per consegnarci questo libro che ripercorre le tappe di questa amicizia, documentandola con le lettere che le due scrittrici si sono scambiate, con testimonianze di altri, intessendo una trama e un ordito che ci offrono un’immagine finale che non è solo quella privata dei sette anni (Katherine morì nel 1923) di amicizia ma anche di quello che succedeva intorno a loro e di un ambiente letterario che doveva diventare un mito.

    Seguiamo la nascita dei racconti dell’una e dei romanzi dell’altra, leggiamo dei loro dubbi e momenti di scoramento quando sembra che l’ispirazione taccia o quando l’una o l’altra non erano in grado di scrivere, obbligate al riposo totale per malattia. Perché erano fragili entrambe, per cause diverse. Per Virginia era il sistema nervoso a destare preoccupazione, per Katherine la tisi contro cui lottò con tutte le sue forze, sperimentando ogni possibile cura, peregrinando da un paese all’altro in cerca di sole e di un clima ideale.

   Veniamo a sapere tutto o quasi di loro- della loro infanzia, del rapporto con i genitori e con i fratelli e le sorelle, con i mariti (quanto diverso l’affidabile Leonard dall’egoista John Middleton Murray), con le persone di servizio (insostituibile l’amica di Katherine, Ida dai molti nomi, l’unica su cui potesse contare, sempre e ovunque). Le seguiamo nelle case in cui hanno abitato, negli spostamenti di Katherine verso Sud, mentre Virginia si offendeva perché l’amica non rispondeva alle sue lettere e non capiva quanto male stesse Katherine, nonostante la sua voglia di reagire, di vedere sempre il lato positivo, di ironizzare su tutto, anche sul suo male. E leggiamo anche stralci delle loro recensioni degli scrittori del momento (Joyce, insopportabile; Lawrence, troppo interessato al sesso; Murray, noioso).


    Era invidiosa, Virginia, del successo di Katherine? Voleva essere l’unica grande scrittrice sulla scena? Ad essere sinceri, sembra proprio così, leggendo quello che scrive dell’amica, a volte correggendosi, molto spesso lasciando trapelare di masticare amaro.

    A fine libro- un libro veramente molto bello che si legge come un affascinante romanzo imperniato su due protagoniste femminili- la nostra simpatia (confessiamolo) va tutta a Katherine. Per la sua forza vitale, per il suo disprezzo per le convenzioni, per la sua libertà interiore, per la sua spregiudicatezza. E lungi da noi l’idea di paragonare la bravura di due grandi scrittrici.

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lunedì 8 maggio 2023

Caterina Cardona, “Un matrimonio epistolare” ed. 2023

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia


Caterina Cardona, “Un matrimonio epistolare”

Ed. Sellerio, pagg. 195, Euro 14,00

 

    Un matrimonio singolare, il ‘matrimonio epistolare’ di Don Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, e di Alexandra, baronessa di von Wolff-Stomersee, che rispondeva al nomignolo di Licy. Verrebbe da dire che gli opposti si attraggono. Lui solitario, ferocemente attaccato alla sua terra, alla sua Palermo, alla casa avita, al sole del Sud. Lei una principessa dei ghiacci, psicologa innamorata del suo lavoro (fu lei ad introdurre Freud in Italia), attaccata altrettanto ferocemente alla sua propria dimora avita, il castello di Stomersee in Lettonia, alle notti chiare del Nord. Erano anche parenti acquisiti, Giuseppe e Licy, perché la madre di lei, la cantante italiana Alice Barbi, aveva sposato in seconde nozze lo zio diplomatico di Giuseppe. Si sposarono nel 1932, lei trentottenne e divorziata, lui due anni di meno di lei, molto legato alla madre.

    Per una decina d’anni Giuseppe e Licy vissero brevi periodi insieme e lunghi mesi lontani, ognuno a casa sua, con un fitto scambio epistolare che Caterina Cardona esamina in questo interessante libro ripubblicato da Sellerio dopo una prima edizione nel 1987. Singolari anche queste lettere, da cui balza fuori il carattere di ognuno, lasciandoci con tanti punti interrogativi.


Sono scritte in francese, prima di tutto (sono tradotte a pié pagina), lingua che entrambi conoscevano bene, quasi avessero bisogno di un terreno neutro su cui incontrarsi. E il tono delle lettere è diverso, pur descrivendo entrambi la loro vita quotidiana. Quella di lui, però, è la vita di un nobile palermitano per cui- diciamolo apertamente- qualunque occupazione è disdicevole (quanto ci ricorda il principe Fabrizio Salina, ispirato al suo bisnonno e protagonista di quel capolavoro che è “Il Gattopardo”). Quando Don Giuseppe si metterà a scrivere il suo unico romanzo, lo farà- come dice lui stesso- per non essere da meno dei cugini Piccolo, poeti, studiosi, artisti. E dobbiamo usare ancora una volta la parola ‘singolare’ pensando al destino che non permise a Tomasi di Lampedusa di vedere il romanzo pubblicato nel 1958 da Feltrinelli, dopo essere stato rifiutato da Mondadori e da Einaudi (che errore di giudizio, quello di Vittorini, che respinse anche “Il tamburo di latta” di Gunther Grass e “Il dottor Zivago” di Pasternak) e di godere del premio Strega che gli fu conferito nel 1959- Giuseppe Tomasi di Lampedusa era morto nel 1957 per un tumore ai polmoni.

   La vita di Licy, nel castello di Stomersee, è impegnata nel suo lavoro di psicanalista e descrive nei dettagli la cura di una donna con pulsioni suicide/omicide- anche cinque o sei ore di colloqui stressanti che la lasciavano prosciugata.

Alexandra Wolff

La voce di lui suona più infantile alle nostre orecchie, più forte e volitiva quella di lei. Nessuno dei due rivela apertamente uno dei motivi di queste vite lontane, vi accennano entrambi con discrezione, come per non offendere nessuno- la presenza ingombrante della madre di Giuseppe e il suo attaccamento per lei. Era impossibile per Licy accettare di vivere con la suocera. Parlano, invece, con una vera passione, delle loro case, quasi esse fossero amanti da cui non potevano separarsi. La guerra è più silenziosa nelle lettere di Licy, risuona dei bombardamenti in quelle di Giuseppe che parla di vetri infranti e impossibili da sostituire. Per entrambi la perdita della casa, requisita prima dai nazisti e poi dall’Armata Rossa quella di Licy, distrutta dal tremendo bombardamento del maggio 1943 quella di Giuseppe, fu pari a quella di una persona amata, fu come perdere le proprie radici, come restare orfani.

    Caterina Cardona fa un lavoro eccellente unendo stralci delle lettere ad una narrativa che illustra il periodo o le persone a cui le lettere si riferiscono, permettendoci di guardare da vicino- senza mai violarne l’intimità- la vita di uno scrittore che, con un unico romanzo, si è imposto come uno dei più grandi d’Italia e di Europa.

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venerdì 5 maggio 2023

Rosa Liksom, “Al di là del fiume” ed. 2023

                                                     vento del Nord

      seconda guerra mondiale

Rosa Liksom, “Al di là del fiume”

Ed. Iperborea, trad. Delfina Sessa, pagg. 273, Euro 18,00

   Colonne di profughi in marcia. Quante ne abbiamo viste, negli anni, quante continuiamo a vederne, composte per lo più da vecchi, donne e bambini, carichi di fagotti, con vesti malconce e facce di una tristezza indicibile.

È il settembre del 1944, nel libro di Rosa Liksom, la scrittrice nata in un villaggio della Lapponia in una famiglia di allevatori di renne di cui abbiamo già letto “Scompartimento n.6” e “La moglie del colonnello”. È stata ordinata una grande evacuazione in tutta la regione al confine tra Finlandia e Svezia, già occupata dai nazisti ed ora prossima ad essere invasa dai russi. I profughi devono passare il fiume che è al confine- di là c’è un mitico Occidente, terra dell’abbondanza, della ricchezza e della pace.

  La ragazzina che è l’io narrante ha tredici anni e si mette in marcia con l’amica Katri, un’altra ragazza ed un bambino di una fattoria vicina. Soprattutto inizia questa fuga con la sua mandria di mucche- è importantissimo mettere in salvo anche loro. Non solo perché sono la loro ricchezza, ma anche perché per lei sono proprio come ‘persone’, ognuna ha un nome, ognuna ha il suo carattere. Questo è quello che ci colpisce subito, quando iniziamo a leggere. Sì, la ragazzina parla anche del padre che è al fronte, della madre, che è incinta ed è fragile mentalmente, dello Zio che le ha insegnato tante cose e che scorterà la mamma al di là del fiume, ma chi le sta a cuore sono principalmente le mucche.


E noi, che già fatichiamo a distinguere se i nomi delle persone si riferiscano ad un uomo o a una donna, impieghiamo un po’ di tempo per capire che la Ilona che le sorride non è una sua amica, o meglio, è una sua amica ma è una mucca. Lei parla con loro e sembra che loro la capiscano quando la guardano con i grandi occhi mansueti. In una scena straziante in cui muore un vitellino e la mucca-madre cerca di uccidersi lanciandosi contro il filo spinato, dimentichiamo anche noi che questi sono animali e ci commuove la sensibilità con cui la protagonista trova parole di consolazione per la mucca.

    Faticano le bestie ad andare avanti, perché non sono abituate a camminare su terreno duro, faticano le persone, dovranno affrontare la fame, la sete, il freddo, le umiliazioni una volta che arrivano nei campi profughi degli svedesi dove devono sottoporsi a disinfestazioni ed esami medici con esplorazioni del loro corpo per accertare che non introducano malattie nel paese che li ospita. E nel frattempo lei ha perso le tracce della mamma e dello zio e cerca di rintracciarli. I ruoli si sono invertiti, la ragazzina che diventa adulta in questa fuga diventa anche la madre di sua madre e poi la madre del fratellino che intanto è nato ed è chiaro che il suo destino è segnato.


   L’andamento della narrazione è lento come il passo di questa evacuazione, ripetitivo come i giorni tutti uguali di un tempo senza tempo in attesa di giorni migliori e della fine della guerra e del ritorno a casa. Casa: troveranno le loro case, quando potranno tornarci? Eppure quello che rifulge è lo spirito combattivo della protagonista, il suo cuore grande che gioisce delle meraviglie della natura, che si illumina riflettendo la luce delle stelle di cui lo zio le ha insegnato il nome, che ha fame di apprendere ed è felice di frequentare le lezioni nell’improvvisata scuola del campo, che ha per amici persone, animali, fiori. Solo così si può sopravvivere al Male del mondo.

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martedì 2 maggio 2023

Georgette Heyer, “Una ragazza adorabile” ed. 2023

                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

  romanzo di formazione

  chick-lit

Georgette Heyer, “Una ragazza adorabile”

Ed. Astoria, trad. Cecilia Maria Vallardi, pagg. 416, Euro 19,00

 

     Il giovane Lord Sheringham vuole sposarsi. Non è affatto perché sogna le dolcezze di una vita famigliare, ha proprio bisogno di sposarsi se vuole entrare in possesso del suo patrimonio legato al compimento dei venticinque anni, a meno che convoli a nozze prima. E tuttavia viene respinto dalla bellissima Isabella Milborne, “l’Impareggiabile”. Furibondo, Lord Sheringham (Sherry per gli amici) giura che sposerà la prima donna che incontra. Il caso vuole che incontri Hero, non ancora diciassettenne, che lo ama da quando era una bambina. Hero è orfana, vive con una zia e tre cugine piuttosto bruttine- nella tipica situazione dei romanzi inglesi di fine ottocento, Hero, parente povera a mala pena tollerata, ha due alternative: fare l’istitutrice in una scuola di Bath oppure sposare il curato. Quasi non crede alla sua fortuna, pensa che Sherry si stia prendendo gioco di lei, quando questi le propone di fuggire insieme a lui per sposarlo. Hero non ci pensa su due volte a salire sul calesse di Sherry, nascondendosi ai suoi piedi per non essere vista.


      Fino a qui la situazione ricalca dei modelli noti- Lord Sheringham è uno scapestrato ma un uomo d’onore che si preoccupa della rispettabilità della giovanissima Hero a cui dà il soprannome (molto adeguato) di Kitten, micetto, si procura una licenza e la sposa. Adesso incomincia il bello di questa deliziosa commedia di maniera che fa rivivere la fiaba di Cenerentola (con accompagnamento delle sorelle cattive) o il personaggio di Eliza Doolittle di G. B. Shaw con anche tutta la vivacità delle commedie di Oscar Wilde. Perché Sherry diventa una sorta di Pigmalione per la piccola Hero a cui deve insegnare proprio tutto delle regole del bel mondo, da come si deve vestire a come comportarsi, quali siano le persone che può frequentare e quelle che deve evitare. Hero ci conquista (come conquista tutti gli amici di Sherry, scapestrati quanto lui) con la sua innocenza, la sua curiosità, la sua arguzia, la sua inesauribile voglia di nuove esperienze, la sua gioia infantile davanti a tutto quello che per lei è nuovo, quasi una Candide alla scoperta di Londra. E naturalmente, essendo lei stessa priva di qualunque artificio, non capta nessun segnale quando è avvicinata da chi vuole raggirarla.

    Il nostro divertimento nella lettura è dato dal doppio registro delle situazioni che, in maniera sottile e intelligente, sottolinea la doppia morale dell’epoca edoardiana. Le trasgressioni più gravi di Hero sono quelle in cui lei non fa altro che ‘copiare’ i comportamenti dell’amato marito, pensando che tutto quello che lui dice e fa vada bene anche per lei. Lui gioca d’azzardo? Lui dice che, quando uno perde, deve continuare a giocare finché la fortuna girerà a suo favore? Che occorre rivolgersi a uno strozzino per pagare i debiti? Ebbene Hero farà lo stesso e toccherà a Sherry toglierla dai guai. Per non dire di quando accetta inviti da donne che dicono di conoscere Sherry- lei si fida, ma come lo conoscono?


    Comunque, se Sherry non si prende abbastanza cura di lei, ci penseranno i suoi amici a farlo e nasceranno altri malintesi, perché c’è un’altra storia d’amore tra corteggiamenti e rifiuti e sfide a duello che scorre parallelamente, in chiave minore. Ci saranno rapimenti, qui pro quo, allontanamenti, riconciliazioni. E questo leggero romanzo a cui una lettura superficiale attribuirebbe il colore ‘rosa’ finisce per essere un doppio romanzo di formazione- della piccola Kitten che ha bisogno di vedere la realtà senza perdere la sua freschezza e di Lord Sheringhan che finisce per innamorarsi della giovane moglie, vedendo da un’altra prospettiva la negatività dei suoi comportamenti.

    Un libro di cui consiglio la lettura. Elegante, divertente, significativo, fresco come la sua protagonista adorabile.

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mercoledì 26 aprile 2023

Ermal Meta, “Domani e per sempre” ed. 2022

                                                    Voci da mondi diversi. Albania

la Storia nel romanzo

Ermal Meta, “Domani e per sempre”

Ed. La Nave di Teseo, pagg. 546, Euro 20,00

 

   Se Mura, l’indimenticabile protagonista del romanzo di Alexandra Lapierre, era “La donna dalle cinque vite”, Kajan, l’altrettanto indimenticabile protagonista di “Domani e per sempre”, di Ermal Meta, è ‘l’uomo dalle sei vite’. E c’è qualcosa di straordinario che suscita la nostra ammirazione in chi è capace di mettere un punto ad una parte della propria vita, di girare pagina, di riinventarsi, di ricominciare di nuovo. Perché la prima vita di Kajan scorre in Albania, la seconda lo vedrà a Berlino Est, la terza a Berlino Ovest, la quarta in America e infine la quinta e la sesta di nuovo in Albania, nella chiusura del cerchio.

    È il 1943, quando conosciamo un Kajan di sette anni che vive con il nonno in un paese nel Nord dell’Albania. I nazisti hanno occupato l’Albania, i genitori di Kajan si sono uniti ai partigiani, la vita tra le montagne è lontana dalla guerra, finché appare Cornelius, un disertore nazista che il nonno decide di nascondere. È un uomo buono, Cornelius, una vittima della guerra. Ricambierà il bene che gli viene fatto e soprattutto regalerà la musica a Kajan. Perché c’è la musica, c’è il pianoforte nel futuro di Kajan. Diventerà il miglior pianista di Albania, aprendogli le porte per uscire dai confini, per andare a suonare a Berlino Est.


    La vita di Kajan Dervishi è talmente fitta di avvenimenti che sembrerebbero improbabili se non fosse che sono purtroppo molto reali e la descrizione del viaggio a Berlino, della continua sorveglianza, dei pedinamenti, dei sospetti ci comunicano un senso di disagio, un timore diffuso tipico degli anni della Guerra Fredda. Kajan è un puro, Kajan non ha capito che non ci si può fidare di nessuno e che il tradimento viene sempre da chi è più vicino a noi. Si troverà a Berlino Ovest senza neppure averlo voluto, costretto ad una fuga da topi, lasciandosi dei morti alle spalle, e dovrà assumere una nuova identità. Si chiamerà Jonas, come il compagno morto, che diventerà Joe più tardi in America. La libertà ha un prezzo molto caro.

    Nella sua quarta vita in America (ancora- non è una sua scelta, piuttosto una fuga) Kajan alias Jonas alias Joe deve imparare un’altra lingua per la seconda volta, dimenticare la musica- farà il lavapiatti. A New Orleans, dove scoprirà il jazz e qualcuno scoprirà lui e la magia della sua musica. Sarà l’inizio di una quinta vita di gloria, prima che la sorte si accanisca contro di lui.


      Il destino manovra le vite degli uomini- esistono le coincidenze? Ce ne sono parecchie nell’esistenza di Kajan e in America lo riportano indietro ad un passato che credeva letteralmente sepolto: non era andato lui stesso sulla tomba dei suoi cugini uccisi perché dissidenti? Eppure basta una parola in una lingua che credeva di aver dimenticato e la famiglia si ricompone.

Torna troppo presto in Albania, Kajan, per un compito che pensa sia suo dovere svolgere. Sotto un regime dittatoriale anche i genitori pagano gli errori dei figli- saranno ancora vivi gli zii mandati a lavorare nelle paludi? E sua madre, il suo ruolo nel Partito l’avrà protetta dalla defezione del figlio?

Prima del finale che, con una coincidenza più o meno credibile, porta la serenità, c’è la parte più dura e dolorosa del libro, il tradimento più crudele, gli anni di lavori forzati quando la morte sarebbe ben accolta.

   “Domani e per sempre” è un libro appassionante che in parte riflette la vita dello stesso scrittore che ha lasciato l’Albania con la madre, un fratello e una sorella, quando aveva 13 anni. Ha conosciuto di persona le durezze e la crudeltà della dittatura di Hoxha, ha respirato musica in casa (sua madre era il primo violino dell’orchestra di Fier, in Albania), scrive in una lingua che è diventata la sua e che, facendo eccezione per qualche similitudine strana, padroneggia egregiamente. Quello che piace, nel libro, è il quadro storico di un paese che si affaccia sul mare davanti alle nostre coste ma di cui sappiamo (colpevolmente) poco e la credibilità, la profondità e la vivezza del protagonista. Kajan è uno di quei personaggi che ci spiace abbandonare, quando terminiamo la lettura.

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martedì 25 aprile 2023

Paolo Malaguti, “Piero fa l’America” ed. 2023

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

    romanzo di formazione

Paolo Malaguti, “Piero fa l’America”

Ed. Einaudi, pagg. 208, Euro 18,50

     Un paesino nel Veneto. Fine 800. Una famiglia poverissima, i Gevori. Li chiamano ‘i bisnenti’, i due volte niente, tanto sono poveri. Con tanti figli, però. Il più grande, Piero, ha quindici anni. Dopo di lui, la sorella Lina e il fratellino Tonìn. Dei più piccoli- quanti sono, come si chiamano- sapremo molto dopo, restano ai margini di questa storia che leggiamo con una certa qual oppressione sul petto, perché il tempo, il luogo, i personaggi che la animano sono diversi, eppure ci parlano dell’oggi, di altra gente che affronta un ignoto diverso con le stesse difficoltà.

    Il romanzo di Paolo Malaguti si apre con una scena su cui forse ci poniamo delle domande, prima di renderci conto che, pur essendo tristemente vera, acquista un valore simbolico. Piero e Tonìn vanno in cerca di nidi nel bosco. A Tonìn tocca solo avvistarli, a Piero il compito di arrampicarsi e strappare gli uccellini dal nido, uccidendoli. Con una sensibilità tutta sua, da fratello maggiore, Piero vuole risparmiare a Tonìn questa esperienza cruenta. Si deve pur mangiare, polenta e oséi sfameranno la famiglia, ma non è una cosa che Piero faccia a cuor leggero. Quando saranno lontani migliaia di chilometri, laggiù dove tutto è al contrario, dove l’inverno è estate e dove Piero e Tonìn non capiscono come facciano gli uomini a non cadere se il mondo è rotondo e nell’emisfero sud sono a testa in giù, ci sarà un’altra scena memorabile in cui Piero protegge il fratello, prendendo per sé il fagiolo bianco che lo manderà con altri 49 uomini in una spedizione punitiva contro gli indigeni nella foresta. A Tonìn consegna il fagiolo nero che lo farà restare nella colonia, che non lo esporrà a rischio di morte, che non lo traumatizzerà per sempre con azioni che Piero non farebbe, se non vi fosse costretto. Perché l’autodifesa è come la fame, ti obbliga a fare il Male.


    I Gevori vengono spodestati, devono lasciare la loro casa, per misera che sia. Insieme ad altri del paese partiranno per il Brasile. Chi c’è già stato e viene a reclutare gente disposta ad andare a coltivare i campi laggiù, racconta di terra a volontà, di un paese di bengodi. Pur diffidenti, i Gevori non hanno scelta. Il racconto della prima parte del viaggio, in treno fino a Genova, ha il sapore della novità, il gusto della scoperta, risentiamo un’eco della meraviglia attonita di ‘Carlino scopre il mare’ di Nievo. Poi il viaggio su una nave che a Piero sembra abbia un nome minaccioso, Orione- Piero non conosce il mito di Orione, ed è un bene, visto che in nessuno dei miti che parlano di lui, Orione ha una sorte felice. Non è la nave degli schiavi di “Radici” di Haley, non è neppure un transatlantico di lusso, ma di certo è meglio dei barconi stracarichi che vediamo arrivare a Lampedusa.


    Il Brasile sarà l’infrangersi dei sogni. Il Brasile sarà il banco di prova della tempra di questi uomini che hanno abbandonato la miseria certa per un benessere incerto, per un lavoro durissimo, al pari di quello che avevano svolto, per il nulla davanti a cui si trovano di fronte, perché non c’è neppure una casa nel mato in cui li hanno portati (e loro pensano che il mato sia uno sconosciuto pazzo che si aggira lì). La differenza è che vogliono credere nel futuro, vogliono credere che, dopo aver disboscato, bruciato, seminato, il raccolto sarà abbondante, loro diventeranno ricchi, potranno far arrivare il resto della famiglia che hanno lasciato in Italia.

    “Piero fa la Merica”- il primo romanzo (molto bello) in cui Malaguti si allontana dalla sua terra, proprio come i personaggi del suo libro- è tanti libri insieme. È la nostra Storia, prima di tutto, di un tempo che forse vorremmo dimenticare nel momento in cui siamo chiamati ad allungare una mano ai migranti che sbarcano di continuo sulle nostre coste- le foto sgranate e scolorite di fine secolo mostrano visi di un incarnato un poco più chiaro ma con lo stesso sguardo di paura e di scoramento.


È un romanzo di formazione che inizia tipicamente con un viaggio, viaggio di scoperta anche se non è il Grand Tour dei poeti romantici, viaggio che fa conoscere la morte ma anche l’amore, la delusione d’amore, il tradimento (ancora più doloroso per Piero perché viene da qualcuno della sua stessa famiglia). È un romanzo d’avventura, alla scoperta di un paese lontano che, tuttavia, è già abitato e Piero, con quella sensibilità che gli conosciamo, ha dei dubbi- sul diritto che hanno, loro, di usurpare quelle terre comportandosi nella stessa maniera di chi ha cacciato loro da ‘casa’, di uccidere per affermare la loro supremazia. E gli vengono in mente i nidi e gli uccellini- non è forse la stessa cosa? Piero non dimenticherà mai quello che è stato costretto a fare.

    Dopo tante difficoltà, violenze, morti e colpi della sorte, il finale ha il sapore di una favola a lieto fine, è come il cerchio che si chiude, in un’atmosfera dorata con la compensazione del mal fatto.  

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sabato 22 aprile 2023

Simona Baldelli, “Vicolo dell’Immaginario” ed. 2019

                                                              Casa Nostra. Qui Italia



Simona Baldelli, “Vicolo dell’Immaginario”   

Ed. Sellerio, pagg. 245, Euro 16,00

 

    Lei si chiama Clelia, ha più o meno vent’anni.

    Lei si chiama Amalia e di anni ne ha quasi quaranta.

    Clelia abita in un paese della bassa pianura padana e lavora in una fabbrica di giostre.

    Amalia vive a Lisbona, al mattino si prende cura di una vecchia signora, di giorno fa la sarta e alla sera lavora in un’osteria, nel Vicolo dell’Immaginario.

    Clelia ha una madre incattivita dalla vita e una sorella che ha avuto la poliomelite e zoppica.

     Amalia è sola, ma la accompagna sempre una piccola ombra nera, che non è la stessa di quella che si allunga dietro di lei.

     Clelia si innamora, lui vuole sposarla, con un atto di stupida generosità lei rinuncia a lui.

     Amalia si innamora quando più non se lo aspetta. Lui è molto più giovane di lei, porta un garofano rosso all’occhiello.


    Clelia e Amalia sono la stessa persona ad anni di distanza, dopo che Clelia è andata via da casa con un nodo di dolore. Ha scelto Lisbona come destinazione perché sognavano di andarci insieme, lei e l’uomo che amava, e ha scelto un nuovo nome per sé, quello di Amalia Rodriguez, per ricordare una sera in cui ha ballato con lui.

   Le storie di Clelia e di Amalia sono come due vite parallele, storie di mancanza di affetto, di amore, di gelosia, di rinunce, di tragedia. E così come Simona Baldelli ci fa vivere prima in una realtà piccolo borghese e in un paesaggio che ci è noto, riesce dopo a trasportarci in un altro paese che impariamo a conoscere insieme ad Amalia- il tram che si arrampica per le strette strade di Lisbona, gli azulejos azzurri che decorano le case, il Tajo ampio come un mare. È in questa nuova realtà che se ne sovrappone un’altra sulla scia del realismo magico, in una dimensione fantastica che contiene un messaggio. Se Clelia/Amalia resta attaccata al ricordo del suo grande amore, la vecchia signora Francisca Josefa non riesce a staccarsi da quello di un amore che dura da secoli- tutto il Portogallo, e non solo Francisca Josefa, continua ad aspettare il re Sebastiano il cui corpo non fu mai trovato dopo la sconfitta in Marocco nel 1578; tutto il Portogallo, come Maria Josefa, crede nella leggenda che il Re ventiduenne tornerà come un messia in una mattina di nebbia.


    C’è una scena che è il trionfo del realismo magico e che può piacere o non piacere ma che è grandiosa. È una scena che ha una funzione catartica con le memorie che resuscita e la lezione sulla necessità del perdono- sale la prima nebbia e le anime dei morti escono dal Tago (più di 60000 persone erano stati i morti per il tremendo terremoto del 1755 e poi c’erano tutti gli altri, ognuno un caso a sé), vengono ad unirsi ai vivi che li aspettano e hanno preparato cibo per loro (nel Vicolo dell’Immaginario, per l’appunto), si chiamano l’un l’altro, si riconoscono, si riappacificano. E anche la piccola ombra nera di Amalia finirà per scomparire e lei prenderà una decisione.

   Simona Baldelli ha una scrittura piana, allo stesso tempo poetica e realistica, e piacciono le sue storie di gente comune che si trovano a lottare nelle difficoltà quotidiane.