venerdì 11 agosto 2017

Panos Karnezis, "Il labirinto" ed. 2004

                                               Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Panos Karnezis, “Il labirinto”
Ed. Guanda, trad. Federica Oddera, pagg. 331, Euro 15,00

   Difficile pensare al labirinto ed immaginarlo come una steppa desertica, senza punti di riferimento, con l’orizzonte che scolora all’infinito nel cielo. Eppure è questo il labirinto che dà il titolo al nuovo romanzo dello scrittore greco Panos Karnezis, “Il labirinto”, pubblicato da Guanda come già il precedente, “Tante piccole infamie”, dello scorso anno. Una sparuta brigata greca si ritira dall’Asia Minore dopo la sconfitta per mano dei turchi, nel 1922, e procede alla cieca nella calura, in un labirinto di sabbia, verso il mare e la salvezza. C’è forse un Minotauro in agguato che li attende? Piuttosto delle Furie che li inseguono, il ricordo vergognoso che nessuno riesce a cancellare di un massacro di civili. Era stato il generale Nestor ad ordinarlo, e non c’è dose di morfina che lo aiuti a dimenticare, non c’è più nessun conforto per lui nei miti greci che ama rileggere e neppure nelle lettere della moglie che è morta senza che lui potesse esserle vicino. Ma ognuno nasconde il suo segreto nella compagnia, il prete Simeon che ruba per poter continuare ad officiare una funzione religiosa a cui nessuno più attende, perché ormai tutti sono intrappolati in quello che lui chiama il labirinto dell’inferno, il maggiore Porfirio che diffonde volantini che incitano ad una rivolta contro una guerra che non è “altro che una partita di caccia voluta dalle classi dominanti”, l’ufficiale medico che conosce e nasconde i segreti di tutti.
“Solo ali di cera ci faranno uscire da questo inferno”, dice il generale, ma, invece di un Icaro che si innalza, c’è solo un pilota nella sua ultima missione di ricognizione, proprio in cerca delle truppe rimaste in Anatolia, che precipita con il suo aereo nel deserto. Arriveranno in una città, i soldati, sempre inseguiti dalle Furie che coloreranno di polvere rossa i muri e le strade, un presagio e un memento, rossa come il sangue dei due giustiziati- l’atto finale che chiude una marcia disperata segnata dalla follia che sembra essersi ormai impossessata di tutti, dal generale morfinomane al pilota operato al cervello, al prete che decide di restare e convertire i musulmani. E il mare a cui giungono infine appare come un miraggio, con le isole della Grecia in lontananza, e rovine di vecchi templi e sarcofagi che sprofondano nell’acqua- i resti di una civiltà agonizzante. Su un episodio di storia vera Panos Karnezis ha costruito un romanzo che ha la forza di un’epopea. Stilos ha intervistato lo scrittore, venuto a presentare il suo libro alla Fiera del Libro di Torino dove la Grecia è, quest’anno, l’ospite d’onore.

INTERVISTA A PANOS KARNEZIS



Lei è uno scrittore singolare: un greco che ha una laurea in ingegneria e vive in Inghilterra scrivendo in inglese della Grecia.
     Contrariamente a molti scrittori, io non scrivo da quando sono giovane. Ho sempre amato molto la lettura e ho letto molto, anche in inglese. Ho incominciato a scrivere per hobby, quando avevo trent’anni - adesso ne ho trentasei- e vivevo da quattro anni in Inghilterra dove ero venuto a studiare a Oxford per il Ph.D.. A poco a poco la scrittura è diventata sempre più importante per me, tanto da farmi lasciare il lavoro nell’industria per fare solo quello. Ho scoperto che il mio interesse per la cultura greca era aumentato, dopo che mi ero trasferito in Inghilterra, e forse è quello che accade naturalmente a chi emigra, perché si vive all’estero e si guarda con maggiore obiettività e distacco verso il paese da cui si proviene.

E ha iniziato la sua carriera di scrittore in modo opposto a quanto avviene di solito, con il genere più difficile dei racconti in “Tante piccole infamie”- anche se sono di un tipo particolare, collegati l’uno con l’altro.
     Ho pensato che scrivere dei racconti fosse la maniera migliore per imparare. Scrivendo racconti si può concentrare lo sforzo in una settimana, potevo insegnare a me stesso a scrivere un inizio e una fine. So che è il genere più difficile, ma un romanzo è anche più impegnativo, magari ci si mette un anno a scrivere un romanzo e poi ci accorge che non vale niente. Invece per un racconto al massimo butti via una, due settimane della tua vita, se non vale niente. Quanto a “Tante piccole infamie”, è stato solo dopo aver scritto sei o sette racconti che ho deciso di spostare l’ambientazione di tutti nello stesso posto e di far riapparire i personaggi. E’ stato molto più soddisfacente in questo modo, il libro è come un album di fotografie che, guardate una dopo l’altra, danno l’idea di un luogo.

Anche “Il labirinto” è un romanzo insolito: in parte, e in apparenza, è un libro di storia, e invece è qualcosa di interamente diverso. Perché le interessava questo episodio della storia greca?
    La guerra tra la Turchia e la Grecia si è combattuta alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1919 e il 1922, ed è stata molto importante, è la motivazione dell’animosità attuale fra i due stati. Mio nonno aveva preso parte a quella guerra e io sono cresciuto sentendolo raccontare della disfatta disastrosa. E tuttavia la trovavo interessante non solo come una storia di guerra, ma come un’allegoria della storia del secolo XX, di ogni guerra, di tutte le atrocità che soldati e civili devono affrontare nella guerra, quando si testimonia il fallimento di ogni credo religioso e politico, di amore e ideologie, e si cerca di aggrapparsi a qualunque cosa, come fa il generale Nestor con i miti.


E’ una storia di sconfitte, non solo dell’esercito, ma anche di tutti i personaggi.
     Esattamente. Come per il mio primo libro, non volevo scrivere la storia di un solo personaggio, volevo avere una visione più ampia, dei soldati nell’esercito e della gente di città. Volevo avere dei rappresentanti dei due gruppi, vedere come fronteggiavano la sconfitta. Il libro vuole essere anche ironico, nessuno dei personaggi è un eroe, tutti hanno i loro segreti: ne è un esempio il maggiore Porfirio che ha ricevuto una decorazione per un atto di eroismo che in realtà non era tale. E così la città che cerca di tenersi fuori dalla guerra, spera di non esserne toccata, e poi arriva l’esercito e vi porta l’orrore della guerra. Loro si interessavano solo della vita quotidiana, ma alla fine la pace della città è distrutta per sempre.

Forse si salvano solo il gobbo Yusuf e Annina.
    Forse sì, forse sono anche i più simpatici perché provengono da un ambiente del tutto diverso. A dire il vero non so quanto consapevolmente io li abbia fatti così oppure se si siano salvati da soli dall’orrore. Yusuf e Annina sono le persone che in un disastro perdono di meno perché hanno di meno da perdere, perché non hanno molto in partenza.


Ci sono anche due animali che hanno un ruolo importante, il cane che viene chiamato con due nomi, Caleb e Cerbero, e il cavallo.
    Tutti soffrono nella guerra e volevo inserire tra quei “tutti” anche gli animali, il cane, il cavallo, gli avvoltoi. Il cane è il compagno del prete, e anche il prete ha bisogno di ricevere e mostrare affetto. Gli sarebbe difficile avere un rapporto d’affetto con i soldati e per questo c’è il cane che lui chiama Caleb, che in ebraico vuol dire “colui che è perso nel deserto”, mentre il generale lo chiama Cerbero, il cane che è all’ingresso dell’inferno. Nessuno mostra affetto per il cavallo, ma quando poi se ne va, il caporale che è il suo proprietario ne sente la mancanza. In situazioni del genere, dove la gente è privata dell’umanità, si raggiunge un sentimento di cameratismo anche con gli animali.

I tre personaggi principali hanno ognuno un libro “sacro” a cui tengono più che a ogni altra cosa: il libro dei miti, la Bibbia, i testi di medicina.
     Verissimo, e bisogna aggiungere anche il maggiore Porfirio che ha i suoi testi sul socialismo: forse non li capisce bene, ma comprende che sono importanti. La mia intenzione era dire che la fede, non importa in che cosa, segue sempre le stesse regole: può essere fede negli dei, nei demoni, in un sistema politico, nella filosofia o nella scienza. E c’è dell’ironia nella figura del medico per cui Pasteur è come un dio, all’inizio lui crede che la scienza salverà il mondo e questo fa di lui un buon dottore. E anche in quella del prete che farebbe qualunque cosa per salvare la fede in Dio ed è pronto a sacrificare se stesso e la sua salvezza spirituale per far sopravvivere la religione.

Il romanzo è anche una nuova “Odissea”.

     L’Odissea è un libro di cui non si può fare a meno, se ne parlerà sempre perché vi si trovano tutte le situazioni che un uomo può sperimentare, prove e difficoltà, tribolazioni e disgrazie. A volte mi viene chiesto che cosa pensino i greci di oggi dei miti. I miti sono ancora importanti, i miti hanno una loro forza perché puoi ricondurre ogni situazione moderna ai miti di base. Devo dire però che non ero interamente consapevole di scrivere un’Odissea moderna.

L’epilogo del romanzo si distacca dalla storia raccontata.
    L’epilogo è simile al prologo: per capire il prologo bisogna leggere l’epilogo. Nello scriverlo volevo dare al libro un’accuratezza storica. Alla fine l’esercito abbandona l’Asia Minore, se ne va anche la minoranza greca per paura di rappresaglie. Restarono i musulmani e infatti si vendicarono, Smirne fu incendiata. La fine è simbolica: l’esercito va verso Ovest, i musulmani verso Est. E il libro si chiude con l’immagine dei musulmani che si coricano sotto le stelle e fanno addormentare i bambini raccontando loro dei miti: ecco, c’è questa credenza nei miti e la vita che inizia di nuovo, in maniera tradizionale.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



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giovedì 10 agosto 2017

Panos Karnezis, “Tante piccole infamie” 2003

                                               Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                             il libro ritrovato

Panos Karnezis, “Tante piccole infamie”
 Ed. Guanda, trad. Mariagrazia Gini, pagg. 293, Euro 14,50

    Un villaggio imprecisato, in Grecia. Un tempo imprecisato, tra la seconda guerra mondiale e oggi. Ma non ha importanza, perché il tempo si è fermato nel villaggio in cui la vita scorre immutabile e le date sono contrassegnate dagli eventi, l’ultimo mese che ha piovuto, l’anno del terremoto, oppure restano vaghe e nessuno sa quanto tempo è passato da quando gli abitanti sono stati avvisati della costruzione della diga. Un piccolo mondo circoscritto, dove non c’è la televisione e la linea ferroviaria viene a un certo punto disattivata. Passa una corriera traballante, per andare in città. Ci sono ventisette case, non raggiungono neppure il numero minimo per avere un sindaco. Questa l’ambientazione per le 19 storie del romanzo di Panos Karnezis, nato in Grecia nel 1967 e trasferitosi in Inghilterra nel 1992 per studiare ingegneria. Storie un po’ macabre, di un humour nero, correlate tra di loro per raccontarci la storia di un paese. Pochi personaggi hanno un nome: padre Yerasimo, il sacerdote che ha calcolato esattamente quando sarà la fine del mondo se i suoi parrocchiani non si pentono; Stella la zitella che accumula gioielli; Zaffiro la prostituta; il dottor Panteleon che non si è mai laureato in medicina. Poi c’è il grosso barista Balena, il Macellaio, il proprietario terriero, la levatrice, il capostazione. Una piccola infamia in ogni storia, il furto dei soldi sulla corriera, il poveraccio che muore nell’ufficio delle pensioni e nessuno se ne accorge, il ladro galante che incanta Stella con l’organetto. Crimini più grossi, qualche volta, come il padre che tiene le figlie legate a un collare, e tutti sanno in paese, ma non parlano. O il proprietario terriero che avvelena la moglie. O il macellaio che uccide il sindaco perché non gli dà più in sposa la figlia. Giustizia viene fatta, a volte in maniera sottile, in modo che nessuno risulti colpevole. A volte in maniera cruenta.
Ma l’arte di Karnezis è quella di raccontare dicendo pochissimo, costruendo un’atmosfera, colorando la scena di dettagli, lasciando il lettore libero di vedere l’insieme. Ci sono personaggi che ritornano in più storie perché hanno un ruolo importante nel paese, e altri la cui sorte era rimasta in sospeso in un racconto e trova la sua conclusione in un altro, come avviene per il ladro galante che chiede un permesso per uscire di prigione con un intento diverso da quello che pensavamo. E fa anche una fine diversa da quella che pensavamo. Qualche tocco di realismo magico nella figura dell’uomo centauro o nel pappagallo che impara Omero a memoria. Rarissime le incursioni del mondo esterno nel villaggio: una volta arriva come un turbine una fotografa che regala loro l’immortalità in uno scatto; una volta arrivano dei “cacciatori” in inverno, e questo è l’unico racconto in prima persona, perché questa è un’infamia che non ha radici tra risentimenti e ripicche, odi o rancori del paese, e la scena brutale ricorda quelle tristemente note dei rastrellamenti in tempo di guerra. Ma l’infamia peggiore deve ancora venire, e anche questa viene dall’esterno. La minaccia incombente sul villaggio fin dal terremoto iniziale si concretizza nella valanga d’acqua, causata dalla diga che pensavano non sarebbe mai stata costruita perché loro non la volevano, che spazza via le case e gli abitanti. La parola fine per il villaggio e per il romanzo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



                                                                                                     

martedì 8 agosto 2017

Arnaldur Indriðason, “Il commesso viaggiatore” ed. 2017

                                                                       vento del Nord
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Arnaldur Indriðason, “Il commesso viaggiatore”
Ed. Guanda, trad. A. Storti, pagg. 336, Euro 15,30


   “Il commesso viaggiatore” è il secondo di una trilogia che lo scrittore islandese Arnaldur Indriðason dedica al suo paese negli anni della seconda guerra mondiale, quando l’Islanda- base di grande importanza strategica- fu occupata dalle truppe inglesi e americane. Furono anni di cambiamenti- gli islandesi, che avevano vissuto isolati (sembra un gioco di parole, gli abitanti di un’isola che vivono isolati) fino ad allora, furono sommersi da nuovi stili di vita, da un’abbondanza di prodotti di consumo mai visti, da nuove mode. Accadde in Islanda quello che avviene sempre quando ci sono delle truppe di occupazione in un paese- uomini lontani da casa in cerca di donne, donne del posto che si concedono, per il fascino di una divisa straniera, per soldi che servono a sfamare la famiglia, per calze di nylon di cui non conoscevano neppure l’esistenza, per sigarette, per il sogno recondito che- chissà- quegli uomini finiscano per sposarle e portarle via da lì, dall’isola di rocce nere e ghiaccio. C’era un nome per tutto questo, ‘la Situazione’. C’era un corpo speciale di sorveglianza (mi fa pensare alle guardie della morale in Iran). C’era un disprezzo diffuso e assoluto per le ragazze che cedevano alla ‘Situazione’, spesso le famiglie non volevano più saperne di loro.

    E’ il 1941. Un uomo viene trovato ucciso con un colpo di pistola in testa in quella che si pensa sia casa sua, finché la donna che gli affitta l’appartamento non lo riconosce come il suo inquilino. Il proiettile rivela che la pistola usata è americana e c’è una svastica disegnata col sangue sulla fronte dell’uomo assassinato. Chi è quest’uomo? E dove è finito Felix Lunden, il commesso viaggiatore che abitava veramente in quella casa?
    Flòvent, un agente della polizia islandese, e Thorson, un giovane canadese di origini islandesi e perfettamente bilingue, conducono le indagini in questo romanzo in cui il filone ‘giallo’- come in molti altri libri di Arnaldur Indriðason- non ha la rilevanza di altri temi che vengono alla superficie. Chi ha già letto romanzi di Indriðason coglierà presto la differenza tra chi viene chiamato con un patronimico e chi invece con un cognome: Felix Lunden è uno di questi ultimi, la sua famiglia è tedesca e ha sempre nutrito simpatie per i nazisti. I quali, peraltro, svolgevano delle ricerche ‘razziali e genetiche’ sugli islandesi, pensando che fossero l’archetipo più puro della razza ariana. Non solo. Facevano anche ricerche sull’ereditarietà genetica della tendenza a delinquere. E vengono fuori storie tristissime di disagi famigliari, emarginazione e discriminazione, un caso dimenticato della morte di un ragazzo. In tutto questo Thorson si trova in una posizione delicata in cui la sua lealtà è divisa tra il nuovo paese in cui la sua famiglia è approdata costruendosi una nuova vita e il paese dei suoi avi dove lui avverte che, in qualche maniera, le sue radici affondano ancora.
E soffre, Thorson. Soffre perché sa perfettamente quanto poco e quanto male vengano considerati gli islandesi dagli americani che vorrebbero sottrarre il caso alla polizia locale giudicandola incapace (solo per quello, veramente?), soffre perché avverte una discriminazione simile a quella operata dai nazisti nemici, soffre quando vede cambiare atteggiamento nell’interlocutore che aveva pensato lui fosse islandese sentendolo esprimersi così bene nella lingua locale- il colore di una divisa vale di più dell’uomo che la riveste?
   Ancora una volta (anche se il protagonista non è il nostro amato Erlendur, l’uomo ossessionato dalle persone scomparse) Arnaldur Indriðason non ci delude. Un altro ‘giallo’ bello e intelligente per l’estate.


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Rose Tremain, “In cerca di una vita” ed. 2009

                                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      il libro ritrovato


Rose Tremain, “In cerca di una vita”
Ed. Tropea, trad. Marta Matteini, pagg. 377, Euro 18,00

Titolo originale, The Road Home

Sul pullman, Lev andò a sedersi in fondo, rannicchiato contro il finestrino, per guardare la terra che stava lasciando: i campi di girasoli bruciati dal vento secco, le porcilaie, le cave e i fiumi e l’aglio selvatico che cresceva ai bordi della strada.
   Lev indossava una giacca di pelle, jeans e un berretto di pelle calcato sugli occhi, e la sua bella faccia era grigiastra per il troppo fumo. Stringeva tra le mani un vecchio fazzoletto rosso di cotone e un pacchetto di sigarette russe sgualcito. Presto avrebbe compiuto quarantatre anni.

  Lev. Ricordatevi questo nome. D’altra parte è facile, tre lettere soltanto. Eppure, quando Lev arriva in Inghilterra in cerca di lavoro da un paese non precisato dell’Europa dell’Est, sono molti quelli che non fanno neppure lo sforzo di chiamarlo con il nome giusto. Per lo più lo chiamano ‘Olev’, chissà, forse pensano allo stilista Oleg Cassini invece che a Lev Tolstoji.
    Ci vogliono 50 ore di pullman per attraversare l’Europa e poi il canale della Manica da qualunque sia il luogo da cui Lev è partito, un paese che si chiama Auror in cui Lev ha lasciato la vecchia mamma e la figlia di 5 anni. E il ricordo della moglie Marina, morta a 36 anni di leucemia. Più un amico carissimo, Rudi, compagno di bevute di vodichka (piccola cara vodka), di avventure che sarebbero divertenti se non avessero un fondo di drammaticità (la volta che pescarono pesci luminescenti, o quella che andarono a ritirare la Chevrolet usata che perse la portiera per strada). Non c’è più lavoro per nessuno ad Auror, da quando la segheria ha chiuso. Il viaggio di Lev in Inghilterra è quello dell’immigrato senza altra soluzione, disposto a tutto pur di guadagnare e mandare soldi a casa. A tutto sì, ma attenzione, tutto quello che è onesto, perché Lev sembra venire da un altro mondo. Anzi, Lev viene da un altro mondo in cui il regime comunista, negando ogni proprietà e ogni lusso, ha tenuto la gente lontana dalle tentazioni del consumismo e dalla banalizzazione del tutto. Lev assomiglia, per alcuni versi, al John del “Nuovo mondo” di Huxley, che si stupisce di quello che vede, che usa quello che ha imparato da Shakespeare come pietra di paragone. E’ stata Lydia, la donna bruttina che era seduta accanto a lui sul pullman (i bambini inglesi la soprannomineranno spietatamente “Muesli”, per i nei che costellano il suo viso come le uvette nei cereali del mattino), a regalare a Lev una copia dell’ “Amleto”: come Amleto, Lev vive nel passato; come Amleto, c’è un momento che Lev si chiede ‘essere o non essere?’; come Amleto, Lev, abbandonato da Sophie che si è fatta un nuovo amante nel giro di poche ore, riflette sull’incostanza femminile; anche Lev, come Amleto con lo spettro, chiede ‘chi va là?’, quando incontra di nuovo la mamma e la piccola Maya dopo più di un anno di lontananza e vede l’incertezza nei loro occhi (è proprio lui?).

    A riassumerla, la trama di “In cerca di una vita” della scrittrice inglese Rose Tremain è semplice: un uomo emigra in cerca di lavoro;  a Londra fa il lavapiatti in un ristorante, perde il posto dopo una delusione d’amore, va a Nord, a raccogliere asparagi nei campi; ritorna a Londra e lavora più di dieci ore al giorno per realizzare il suo sogno: tornare a casa (“The road home”, La Strada per Casa, è il titolo originale) e aprire un ristorante nel suo paese.
E’ Lev, sempre Lev, il protagonista assoluto di “In cerca di una vita”. “Tu sei un uomo buono”, gli viene detto in più di una occasione, da persone diverse. Amiamo Lev perché, grazie alle sue imperfezioni, è quanto di più vicino ad un uomo perfetto ci possa essere. Ogni tanto si ubriaca, fuma decisamente troppo, una volta quasi stupra Sophie, e però il suo rapporto con la moglie (l’ha curata fino alla fine), con la madre (per i suoi 65 anni ha cercato dappertutto le stelle di Natale, il fiore rosso che tanto le piace), con la sua bambina, con gli amici- sia Rudi sia Christy Slane, l’affittacamere irlandese che diventa suo amico-, il suo coraggio che significa non lasciarsi abbattere dai colpi della vita, la sua lealtà e la sua integrità fanno di lui un eroe. E avevamo quasi scordato quanto sia bello ritrovare un eroe nelle pagine di un romanzo. La letteratura contemporanea ci aveva disabituato, quasi fosse impossibile proporre un personaggio da ammirare. Ci mancava.
Ci voleva Lev, l’uomo che arriva dall’Est e non si perde, non dimentica, ma lotta senza lasciarsi intimidire (grande Lev che osa dire che lo spettacolo teatrale più ‘in’ del momento è ‘merda’ e che le opere d’arte fatte di palline da tennis o di lampadine sono una presa in giro).
E infine ritorna a casa, non perché ‘casa’ sia meglio, proprio l’opposto. Per farla diventare migliore per quelli che sono rimasti.
     Con sensibilità, umanità e un filo di poesia, con attenzione verso gli emarginati, gli anziani, i discriminati, Rose Tremain ha scritto un romanzo che non dimenticheremo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



domenica 6 agosto 2017

Viveca Sten, “Questa notte morirai” ed. 2017

                                                              vento del Nord
         cento sfumature di giallo
         FRESCO DI LETTURA

Viveca Sten, “Questa notte morirai”
Ed. Marsilio, trad. A. Ferrari, pagg. 430, Euro 15,73

    Ero diffidente, quando ho iniziato la lettura del nuovo thriller di Viveca Sten, “Questa notte morirai”. Il romanzo precedente, “Nel nome di mio padre”, mi era parso banale, ne avevo ‘salvato’ solo l’affascinante ambientazione nell’isola di Sandhamm, un incanto della natura nell’arcipelago al largo di Stoccolma. E invece ho colto subito un piglio diverso nella scrittura e una trama che, fin dalle prime pagine, si annunciava originale e coinvolgente. Di più. Che offriva parecchi spunti di riflessione.
    Un ragazzo di poco più di vent’anni viene ritrovato impiccato nella sua stanza del collegio universitario. Ha lasciato un messaggio senza firma, stampato da un computer. Il suo computer, però, è scomparso. Un suicidio? niente del suo carattere lo lascia pensare. Studiava psicologia e stava lavorando ad una tesina sulla meccanica dei gruppi, in particolare sui Cacciatori costieri, un corpo scelto che per anni aveva avuto la sua base nell’isola di Korsö, di fronte a quella di Sandhamm. Il tabulato del suo cellulare registra chiamate fatte a parecchie persone che, nel lontano 1976, avevano fatto parte della stessa squadra di Cacciatori. L’ispettore Thomas Andreasson fa appena in tempo ad interrogare uno degli ex-cacciatori prima che questi sia trovato morto, annegato nella vasca da bagno, completamente vestito. E’ chiaro che è stato assassinato- l’uomo era ammalato di sclerosi multipla, era in condizioni penose, non avrebbe mai potuto raggiungere la vasca da solo.

    Mi fermo qui a parlarvi della trama- seguiranno altre morti mentre i capitoli con la violenta narrativa ‘thriller’ principale si alternano ad altri capitoli di vicende più intime (la moglie di Thomas è di nuovo incinta dopo il dramma della morte in culla della loro prima bambina; Nora, l’amica di sempre di Thomas, soffre ancora per il divorzio dal marito ma inizia titubante un nuova relazione) e a quelli in cui leggiamo un diario del 1976-77. Chi lo scrive è una giovane recluta del corpo scelto dei Cacciatori, riconosciamo i nomi dei compagni che sono con lui e condividono la sua esperienza- sono gli uomini che lo studente intendeva contattare o aveva già contattato. Racconta di una durissima disciplina, di prove estreme che superano quanto sia possibile sopportare, di uno spirito di corpo e di una solidarietà che si instaurano tra i ragazzi aiutandoli a sopportare e a resistere. Erano queste le meccaniche di gruppo che sarebbero dovute essere sviscerate nella tesina del ragazzo morto impiccato. Con qualcosa in più che affiora pagina dopo pagina, con riluttanza, come se lo sconosciuto autore del diario avesse paura a mettere su carta qualcosa che i ragazzi esperimentano ogni giorno e che va al di là della disciplina militare che sono pronti ad accettare. Il tenente che comanda il gruppo delle otto reclute abusa del suo potere, ha problemi suoi che sfoga nel sadismo, nell’impartire ordini crudeli ed eccessivi, godendo delle sofferenze fisiche dei giovani Cacciatori. La chiave della soluzione dei delitti è in questo diario.

    La trama del romanzo di Viveca Sten è invenzione della scrittrice, reale è invece il fatto che ci sia stata una base di difesa nell’isola di Korsö smantellata, poi, negli anni ‘90, e che ci fosse veramente il corpo scelto dei Cacciatori costieri. Non stentiamo a credere che un comportamento simile a quello del tenente sia possibile e le pagine del diario sono quanto mai interessanti, un piccolo romanzo a sé dentro il romanzo che scorre in un perfetto equilibrio tra tensione e mystery e quiete domestica, tra racconti di una durezza sconvolgente e storie di dolcezza famigliare, con il compleanno di un bambino e l’auscultazione del battito del cuore che annuncia una nuova vita.
    Il finale non è scontato, preceduto da una scena dell’imbarcazione di Thomas su un mare in burrasca in cui la furia degli elementi sembra pareggiare il furore del desiderio di vendetta.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


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giovedì 27 luglio 2017

Melanie Raabe, “La verità” ed.2017

                                                          Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                           cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Melanie Raabe, “La verità”
Ed. Corbaccio, trad. L. Basiglini, pagg. 370, Euro 15,22


   Non si hanno notizie di lui da sette anni. Philipp Peterson, di Amburgo, è partito per la Colombia sette anni fa ed è scomparso. Di certo è arrivato in Colombia, ma si sono perse le sue tracce tra il suo albergo e quello in cui aveva l’appuntamento per un incontro di lavoro.
   E’ la moglie Sarah a raccontare. Del primo incontro con lui ad un concerto all’aperto, del temporale e del colpo di fulmine- nel cielo scuro di nubi e nei loro cuori. Dell’amore e dell’opposizione che lei, Sarah, aveva incontrato nella madre di Philipp che l’aveva giudicata un’arrivista. Del matrimonio e del bambino che aveva solo un anno quando il padre non era tornato dal viaggio in Colombia. Sarah si era fatta forza, aveva continuato a lavorare, aveva cresciuto il figlio da sola, si era rifiutata di far dichiarare morto il marito rinunciando anche, così, a diventare erede della sua ricchezza.
    E adesso la telefonata. Philipp è vivo. Il mistero dietro il suo rapimento per cui nessun riscatto è mai stato chiesto non è stato risolto. E’ in volo per Amburgo. Però all’aeroporto Sarah non riconosce l’uomo che scende dall’aereo. Forse assomiglia a Philipp ma non è lui, non è suo marito. Questo è un impostore che può giocare sul fatto che la madre di Philipp ha l’Alzheimer, il figlio non può ricordare il volto del padre, un amico è all’estero e Sarah…be’, Sarah ha avuto dei disturbi psichici in passato, Sarah è sotto shock, non si deve credere a Sarah.
Chi è quest’uomo che si spaccia per Philipp Petersen? Che cosa vuole? Come fa a sapere tante cose di lei, di loro? E il vero Philipp dov’è? Vivo o morto?

     Questo è l’inizio dell’inquietante psico-thriller della scrittrice tedesca Melania Raabe, “La verità”. La verità ha molte facce, è elusiva, spesso si nasconde. E la verità cercata dai protagonisti del romanzo non è solo quella che riguarda quanto è successo a Philipp in Colombia e la sua identità. E’ anche la verità del rapporto di coppia e quella dimenticata, nascosta in un incidente in un bosco, una notte che avevano litigato. E ancora: dice sempre la verità, il vero o presunto Philipp? Dice la verità Sarah, la voce narrante, il punto di vista che il lettore tende a fare proprio?
      La tensione è forte fino al termine del romanzo, in un alternarsi di credibilità, dell’uno e dell’altra, in un cambiamento di scenario, dalla grande casa che improvvisamente diventa sinistra alle strade di Amburgo che Philip (è lui?) impara di nuovo a conoscere, alla metropolitana, al bosco, al luogo tutto ‘loro’ dei loro incontri.



   “Nulla è più crudele dell’estraneità di coloro che conosciamo”, dice una citazione del romanzo. E questo è forse il significato profondo di un libro che può essere letto semplicemente come un mystery o un thriller. Perché, dietro la vicenda dell’uomo che ritorna e la moglie non ravvisa le sue fattezze e lo avverte come un pericoloso sconosciuto, c’è il dramma più quotidiano, doloroso e crudele, il sogno che crolla, l’idillio che si dissolve, la delusione, il rendersi conto che non conosciamo affatto- o non conosciamo più- colui o colei che ci vive accanto , che credevamo conoscere e che ci è diventato estraneo.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


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sabato 22 luglio 2017

Rose Tremain, “Quando l’ho incontrata” ed. 2002

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                        romanzo di formazione
                                            
Rose Tremain, “Quando l’ho incontrata”

Ed. il Saggiatore, pagg. 318, Euro 16,50 

Tutte le storie di formazione passano attraverso esperienze d’amore e di morte, uguali eppure diverse secondo l’intensità e la sensibilità di chi le vive. E’ l’estate dei suoi 13 anni, quella che Lewis passa a Parigi con sua madre, ospiti di Valentina, scrittrice di origine russa. Era andato malvolentieri a Parigi, soprattutto per restare con la mamma, Alice dai capelli rossi come il setter irlandese di Valentina, e poi non partirebbe più, perché si innamora della quarantenne scrittrice dalla bellezza così diversa da quella di Alice. In inglese c’è una parola bellissima per indicare questo tipo di amore, nell’età di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, “puppy-love”, l’amore del cucciolo, e Lewis è un cucciolo d’uomo tenero, affettuoso, attento, sognatore. E se, all’inizio, Valentina gli appare come un’ altra figura materna, si trasforma ben presto nell’oggetto di sogni erotici che non hanno più niente di infantile. Un’estate a Parigi in cui Lewis scopre non solo l’amore, ma che la mamma forse tradisce il papà, che ci sono degli immigrati di colore, come la domestica Babba, che vivono in condizioni ben diverse dalle sue, che un operaio che ripara il tetto può anche parlare di esistenzialismo.
Fino al giorno in cui Valentina sparisce e il romanzo prende inaspettatamente la piega di un thriller. Il ragazzino che era campione di scacchi e traduceva in inglese quel capolavoro della letteratura per ragazzi che è “Le Grand Meaulnes” si improvvisa detective per ritrovare la scrittrice e sia gli scacchi sia le sue letture giocheranno un ruolo importante nella storia. Con un finale drammatico. Si chiama Little, di cognome, il protagonista. Little come “piccolo”, o come Petit, come lui stesso ama tradurlo in francese.
E, come in ogni romanzo di formazione, Lewis non è più piccolo quando compie 14 anni in settembre. Avrà fatto le due esperienze più importanti della vita. Noi leggiamo tutta la storia ascoltando la voce di Lewis e sappiamo sempre che è il suo punto di vista quello che sentiamo. Non sempre interamente affidabile, dunque; a volte sono sue supposizioni, o sue deduzioni e noi non siamo mai certi che quello che ci racconta sia realmente vero. Un romanzo interiore, un’esplorazione di come è avere 13 anni, un mystery, un romanzo letterario che gioca sulle questioni della originalità della scrittura, del plagio, del ruolo della traduzione: mentre Alice traduce in inglese il romanzo di Valentina, Lewis scopre un romanzo russo che ha troppi punti in comune con quello che Valentina sta scrivendo, e lui stesso inizia a tradurre “Le Grand Meaulnes”, identificandosi con uno dei personaggi. Un libro pienamente riuscito in tutti i livelli della storia, una prosa ricca e piacevolissima, una conferma delle qualità narrative di Rose Tremain.


la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net