lunedì 8 febbraio 2016

Jaan Kross, “Il pazzo dello zar” ed. 2016

                                                                vento del Nord
                la Storia nel romanzo
               FRESCO DI LETTURA


Jaan Kross, “Il pazzo dello zar”
Ed. Iperborea, trad. Arnaldo Alberti, pagg. 448, Euro 19,00



    Timotheus von Bock è veramente esistito. Nato nel 1787 in Livonia (ora facente parte della Lettonia) e morto nel 1836, Timotheus von Bock fu aiutante di campo dello zar Alessandro I durante la campagna di Russia di Napoleone, amico personale e fidato dello zar e autore della proposta di una nuova Costituzione per cui scontò nove anni di prigione nel carcere di Shlüsselburg.
     Timotheus von Bock è il protagonista del romanzo “Il pazzo dello zar” dello scrittore estone Jaan Kross- anche Kross sperimentò la durezza della repressione sovietica, deportato in un Gulag siberiano dove passò otto anni. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1978, una prima traduzione in italiano è uscita nel 1994 per Garzanti ed è scomparsa da tempo dagli scaffali: come abbiamo potuto ignorare così a lungo un libro talmente splendido?
Perché Timo von Bock non è un protagonista qualunque, Timo è un eroe e gli anni in cui viviamo hanno bisogno di eroi da ammirare. Timo von Bock è un rivoluzionario pacifico, è un rivoluzionario che vuole cambiare la società iniqua in cui vive per evitare la rivoluzione. Proprietario della tenuta di Võisiku, Timo affrancò i suoi servi ben prima che dovessero essere liberati per legge e sposò una contadina, Eeva, sfidando l’ostracismo dei suoi pari. Sapeva quello a cui andava incontro, Timo, e sapeva quello che faceva: prima del matrimonio Eeva (a cui poi Timo chiese di prendere il nome di sua madre, Katrina) fu mandata con il fratello da un precettore. Con un severo programma di studio i due ‘contadini’ acquistarono una cultura che li mise in grado di conversare- anche in francese- con chiunque si trovassero a dover frequentare in compagnia di Timo, e poco importavano le occhiate sprezzanti e gli atteggiamenti dettati dal pregiudizio degli altri.
Võisiku

Lo zar aveva fatto giurare a Timo di dirgli sempre la verità e Timo lo aveva preso in parola, aveva creduto che fosse suo preciso dovere mettere lo zar davanti alla realtà delle ingiustizie nella loro società, farlo confrontare con la necessità di un cambiamento radicale nella politica governativa. Il documento con le proposte di Timo era talmente esplosivo e innovatore che nulla doveva trapelarne- nessuno, neppure Eeva, sapeva il motivo per cui Timo fosse stato arrestato. Per anni non seppe neanche dove fosse stato imprigionato. Finché fu fatta circolare la voce che Timo era pazzo. Ad un pazzo si può concedere molto, non è responsabile di quello che dice, anche se la sua è la saggezza nella follia, come quella di Re Lear. Ad un pazzo si può anche ridare la libertà vigilata, controllata da spie infiltrate al servizio di Timo ed Eeva.
Schlüsselburg
Quando ritorna a Võisiku, Timo è irriconoscibile. Gli hanno spezzato i denti, il suo fisico è ammalato. Non il suo spirito, non la sua mente, però. Timo è, come è sempre stato, come vuole essere, “un chiodo di ferro nel corpo dell’Impero”. Timo gioca a fare il pazzo, ma è integro, continua a credere nelle idee che lo hanno mandato a Schlüsselburg. Rifiuterà anche la possibilità di fuggire all’estero: un chiodo di ferro non può essere rimosso.
    La storia di Timo von Bock ci viene raccontata nel suo diario da Jakob, il fratello di Eeva, l’uomo che Timo ha strappato dalla terra facendone una persona colta. Sradicata, però. Mentre Eeva si adegua per amore (come si fa a non amare un uomo come Timo?), Jakob avvertirà sempre un disagio, non si sentirà più a suo posto nella casa dei genitori e non riuscirà neppure, però, a farsi una nuova cerchia di amici. Resterà leale a Timo ma con una certa qual diffidenza, quasi ritenesse anche lui che i suoi grandi ideali utopici fossero una pazzia.
Università di Tartu
     Ha avuto coraggio, Jaan Kross, a scrivere di Timo von Bock negli anni ‘70. Mentre l’Estonia e tutti gli stati baltici facevano parte dell’Unione Sovietica, era come se non fossero passati centocinquanta anni, come se ci fosse ancora lo zar ad esercitare il suo dominio con il pugno di ferro, come se la voce di Timo risuonasse con la stessa pericolosa potenza.

    Assolutamente da leggere.


domenica 7 febbraio 2016

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” 1932

                                     Voci da mondi diversi. Area germanica


          la Storia nel romanzo
          riletture

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”
Ed. Giunti, pagg. 480, Euro 6,59, ebook Euro 1,49



        “I Trotta erano un recente lignaggio”. Inizia così “La Marcia di Radetzky” di Joseph Roth, uno di quei capolavori che non conoscono il passare del tempo, anzi, che sembrano più belli quando noi, che invece sperimentiamo lo scorrere del tempo, li rileggiamo a distanza di anni. Forse proprio perché siamo cambiati, e marciamo nella direzione in cui va la storia dei Trotta, non più al ritmo baldanzoso della marcia di Radetzky, la musica che echeggia trionfante in tutta la prima parte del libro, ma tendendo l’orecchio al rintocco lugubre delle campane che suonano per la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, per quella del sottoprefetto Francesco von Trotta, per l’erede Francesco Ferdinando assassinato a Sarajevo, per i giovani che stanno morendo in guerra (è il 1916), per tutti noi se pensiamo ai versi di John Donne, non chiederti per chi suona la campana, per un mondo che sta scomparendo dietro la cortina di pioggia che pare cadere implacabile e monotona, da un certo punto della narrazione in poi.
    I Trotta erano, in origine, una famiglia di contadini di Sepolje, in Slovenia. Poi, durante la battaglia di Solferino, nel 1859, il luogotenente di fanteria Trotta aveva salvato il giovane imperatore, gettandosi su di lui e restando ferito al suo posto. Era stato premiato con il titolo nobiliare e l’occhio benevolo di Francesco Giuseppe non avrebbe mai perso di vista la famiglia von Trotta, anche quando l’ormai anziano imperatore non riusciva più a ricordare perché mai i von Trotta avessero l’impudenza di insistere per essere ricevuti da lui, perché sembravano avere il diritto di aspettarsi qualcosa da lui. Aveva incominciato il capostipite, l’eroe di Solferino, a chiedere un’udienza per lamentarsi di come i testi scolastici di storia avessero travisato e distorto il suo famoso atto di coraggio. Dopo di lui- che scompare presto dalla scena del romanzo- sarà per il nipote di questi, Carlo Giuseppe, che l’imperatore dovrà intervenire, coprendone i debiti perché non venga intaccato l’onore dei von Trotta, che è poi una sorta di lascito dello stesso imperatore.
Hofburg, Vienna

    La saga dei von Trotta, attraverso tre generazioni che coprono l’arco di vita di Francesco Giuseppe, è l’epopea dell’Austria Felix, l’accompagna dal suo trionfo al suo declino, la rispecchia nei suoi protagonisti. Si sottolinea spesso la somiglianza del sottoprefetto Francesco con l’imperatore, somiglianza non solo  fisica ma anche nel suo essere tutto d’un pezzo, nel nascondere i sentimenti sotto l’aria burbera e lo sguardo senza ombre (sappiamo quanti drammi privati dovette affrontare anche l’apparentemente impassibile Francesco Giuseppe). Se Francesco von Trotta è quasi un doppio dell’imperatore e rappresenta il fulgore dell’impero, Carlo Giuseppe è lo scivolare nell’obsoleto, i suoi vizi- resta invischiato in questioni di donne, cede al bere, e poi al gioco-, il distacco dalla realtà nell’autoesilio ai confini, le dimissioni dall’esercito, sono segnali di cedimento. Aumentano le indicazioni di grossi rivolgimenti nella società (le prime proteste ‘dal basso’), prosegue il decadimento morale di Carlo Giuseppe che culmina con l’ingente debito da pagare. Sono i due grandi vecchi a salvarlo: la scena del sottoprefetto che rispolvera il frac nero dalle sfumature verdastre per l’usura per andare a Schönbrunn a chiedere aiuto all’imperatore per suo figlio è tragica e grandiosa. L’integrità dell’uno di fronte alla magnanimità dell’altro, il vecchio mondo dignitoso che si affaccia sulle rovine.
Schönbrunn
    E poi la fine, le morti che si susseguono, una dopo l’altra ad anticipare la fine dell’Impero e il sorgere dei nazionalismi. Ed è straziante sentire il sottoprefetto Francesco comunicare la morte del figlio a tutti quelli che incontra- “Mio figlio è morto!”, per ben sei volte nella stessa pagina- perché è contro natura che un figlio muoia prima del padre, qualunque fosse la sua vita e il suo comportamento. Il romanzo che era iniziato con una vita salvata termina nel lutto e nel cordoglio.
    Chi lo ha letto molti anni fa (come me), lo rilegga. Chi non lo conosce ancora, deve assolutamente leggerlo. La mia copia è una vecchia edizione con traduzione di R. Poggioli del 1953. Mi è stato detto che la nuova traduzione dell’edizione Adelphi è molto bella (se riuscite a trovarla). L’edizione che ho indicato io è di puro riferimento.



    

venerdì 5 febbraio 2016

Jung-myung Lee, “La guardia, il poeta e l’investigatore” ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Asia
        seconda guerra mondiale
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Jung-myung Lee, “La guardia, il poeta e l’investigatore”
Ed. Sellerio, trad. Benedetta Merlini, pagg. 386, Euro 16,00



    1944. Prigione giapponese di Fukuoka. Tra i detenuti, oltre ai criminali comuni, oltre ai giapponesi, ci sono molti coreani- la Corea è sotto il dominio del Giappone e i prigionieri sono per lo più intellettuali, ribelli, sostenitori della loro identità nazionale. Il trattamento che gli internati subiscono è crudele, tanto quanto quello di qualunque campo di prigionia in tempo di guerra- cibo scarso, punizioni corporali, reclusione nelle celle di isolamento, lavori forzati. Una guardia, nota per la sua brutalità, viene trovata uccisa e con le labbra cucite: che cosa sapeva e di che cosa non doveva parlare? Un’altra guardia, giovanissima, è incaricata di scoprire il colpevole. E’ questo ragazzo che racconta la vicenda quando, a guerra finita, la sua condizione si è ribaltata:  non porta più la divisa marrone delle guardie, ma quella rossa dei prigionieri, ha un numero identificativo sul petto ed è in attesa di essere processato dal tribunale americano. E lui ammette di essere colpevole dei maltrattamenti di cui è accusato e di qualcos’altro ancora- di non aver fatto niente. “Sono rimasto zitto di fronte alla follia cieca. Mi sono tappato le orecchie per non sentire le grida di chi era innocente.”
Fukuoka
    “La storia che sto per raccontarvi non parla di me, parla di come la guerra annienta l’animo umano e di come la crudeltà porta alla morte persone senza colpa.” Il ragazzo si chiama Yuichi e gli altri due personaggi principali di questo bellissimo libro dello scrittore coreano Jung Myung Lee sono la guardia Sugiyama e il poeta Yun Dong-ju che dovrebbe essere chiamato con il nome giapponese che gli hanno imposto e che lui orgogliosamente rifiuta, Hiranuma. Perché la propria lingua è la propria essenza, privati della propria lingua si perde il sé, si perde la parola. Non può più scrivere poesie, Dong-ju, se deve scrivere in giapponese. Ed è la vita che gli viene sottratta, insieme alla poesia.
Yun Dong-ju
Come è stato possibile che questo coreano sensibile fosse diventato amico di Sugiyama, la guardia uccisa? Il colpevole dell’assassinio salta presto fuori, il caso dovrebbe essere risolto, ma è stato tutto troppo facile. E’ questa la verità? La verità è elusiva, viene fuori a piccoli pezzi, si smentisce, sostituita da un’altra verità. Chi era in realtà Sugiyama? Era un eroe di guerra? Era un macellaio che andava giù pesante con il manganello sulle teste dei prigionieri? “Era il più grande poeta che abbia mai conosciuto”, dice di lui Dong-ju. Anche l’infermiera che suona il pianoforte dice che era un uomo molto sensibile: era stato Sugiyama ad accordare il pianoforte, aveva un orecchio straordinario per la musica.
      “La guardia, il poeta e l’investigatore” ha la patina superficiale del romanzo di indagine, perché si tratta di scoprire un assassino. Il che è grottesco, considerando che la morte- non accidentale- è all’ordine del giorno a Fukuoka, e Yuichi scoprirà inorridito quello che per lui sarebbe stato meglio non sapere: c’è più di un assassino a Fukuoka.
Il cuore del romanzo è però il valore della parola, dei libri, della poesia che è un distillato di parole. Non è un tema nuovo, è vero- ne abbiamo letto in “Balzac e la piccola sarta cinese”, così come abbiamo letto di libri dati alle fiamme, di libri salvati, di libri mandati a memoria in quel classico di Bradbury che è “Fahrenheit 451”, per citarne solo due. E tuttavia c’è il personaggio di Dong-ju che non riusciamo a dimenticare, dopo aver terminato la lettura. Ha toccato il nostro cuore come quello di Sugiyama e di Yuichi. Siamo tornati più di una volta a rileggere i versi delle sue poesie, di una limpidezza cristallina, di una leggerezza aerea, come l’aquilone fatto di stracci che Dong-ju fa volare con il permesso di Sugiyama per portare quei versi al di là del muro della prigione- un simbolo grandioso di libertà dell’anima che non può essere messa in catene.


     Yun Dong-ju è veramente esistito, troviamo i dati della sua vita in fondo al romanzo. Morto a ventotto anni, Yun Dong-ju è il più amato poeta coreano. Il suo paese gli ha reso omaggio dedicandogli la Yun Dong-ju Literature House, un museo dove sono esposti oggetti che gli appartenevano e i suoi manoscritti. Su una collina vicino al museo si erge in sua memoria un grosso masso di pietra su cui sono stati incisi i versi della sua poesia “Prologo”:
Lasciate che guardi in alto il cielo fino al giorno in cui morirò/ Senza neppure un filo di vergogna/ Anche per il vento che smuove le foglie/ Ho sofferto/ Contando le stelle/ Dovrò amare ogni essere destinato a perire/ E la strada che mi è stata assegnata dovrò percorrere  (pag. 125).


Ho tardato un giorno ad acquistare online "Sky Wind Star and Poetry", il libro delle poesie, tradotte in inglese, di Yun Dong-ju: qualcuno mi ha preceduto e l'unica copia a prezzo accessibile non è più in vendita. Purtroppo. Continuerò a rileggere quelle contenute nel romanzo di Jung-myung Lee

Jung-myung Lee

Natasha Radojčić, "Domicilio sconosciuto" ed. 2004

                                                 Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
               il libro ritrovato
               autobiografia
               intervista

 Natasha Radojčić, "Domicilio sconosciuto"
Ed. Adelphi, pagg. 185, Euro 14,00

     Il libro precedente di Natasha Radojčić, “Ritorno a casa”, aveva segnato l’esordio brillante della scrittrice nata a Belgrado e residente ora in America, un romanzo forte e drammatico, una storia di amore e di morte in un paese distrutto dalla guerra. “Domicilio sconosciuto”, appena pubblicato sempre da Adelphi, è scritto nello stesso stile secco, quasi brusco, distaccato, come a voler evitare sentimentalismi e autocommiserazione. Un romanzo in gran parte autobiografico che ha per protagonista una ragazzina di quattordici anni, Saša, ricoverata in un istituto psichiatrico all’inizio del libro. Non è matta, Saša, è solo scappata di casa. Ha una madre bellissima, bianca e bionda, che fa la professoressa e ha grandi ambizioni per lei; lo zio è un alto funzionario del governo di Tito; suo padre è per metà zingaro, ma lei non lo ha mai conosciuto, sa solo che raccontava un sacco di fandonie e che lei ha preso da lui la carnagione scura, il colore dei capelli e degli occhi. Saša dimostra più anni di quelli che ha ed è stato un cugino dai riccioli biondi e dall’aspetto angelico ad iniziarla al sesso. La famiglia della madre teme gli scandali, Saša viene mandata prima dalla nonna arteriosclerotica in Bosnia- altro scandalo, se l’intende con un poliziotto; gli zii la mandano a Cuba dove c’è un altro zio ambasciatore…e un bel negretto con cui fare l’amore sulla spiaggia. Quando rientrano a Belgrado e la mamma si ammala di cancro, la vita di Saša incomincia  a rotolare, ogni scalino è una discesa sempre più in basso, ogni esperienza un tentativo per riempire il cuore, per dimenticare la mamma distesa nel letto, per fuggire.
Belgrado
Da Belgrado ad Atene, dove il padre vive con un nuovo amore e un nuovo figlio- ma a suo padre importa solo che lei non gli chieda soldi e lo lasci tranquillo. Dal bere a fumare hashish, a spacciare, a farsi di roba più pesante, il passo è breve. E poi la mamma muore. Non ci sono lacrime quando la disperazione è totale,
Saša non vuole restare in una famiglia in cui lo zio dice di lei, “è una mela marcia”. Falsifica il diploma, falsifica la data di nascita e il conto in banca per ottenere un visto per l’America. Il degrado della zona di New York in cui va ad abitare non è molto diverso da quello del paese che ha lasciato- Saša precipita per la via in discesa, lavora in un sexy-shop, balla in locali equivoci, è sempre fatta, insieme al suo nuovo amichetto o con un’amica e il ragazzo di questa, in giochi di sesso a tre, a quattro. Finché un uomo “dalla camicia più bianca e più pulita che abbia mai visto” si interessa a lei, anche lui è un pusher- ma l’aiuta a tirarsi fuori. Non è la prima storia del genere che leggiamo, ma c’è qualcosa di diverso nel tono di Saša, qualcosa della ribellione femminile di certe eroine dei romanzi secenteschi inglesi nel sarcasmo con cui Saša sferza l’ipocrita perbenismo della famiglia, quella che sembra spavalderia è una fragilità dolorosa, quella che sembra voglia di essere grande e di bruciare le tappe a rischio di bruciarsi la vita è la voglia di mostrare a chi ci rifiuta che ce la facciamo da soli, che noi siamo noi. E l’indifferenza davanti alla morte della mamma è la maniera per vincere la morte, per mantenere la mamma sempre giovane nel ricordo. Sullo sfondo, nella tensione che si avverte tra cattolici e musulmani, in certi brevi flash sul destino degli amici di Saša, intravediamo il futuro della guerra in Jugoslavia. Stilos ha parlato con Natasha Radojčić dei suoi due romanzi.



INTERVISTA A Natasha Radojčić

Il suo secondo libro è molto diverso dal primo e tuttavia in entrambi c’è una guerra, una guerra interiore in questo caso- la vita è una guerra?
     Sì, è vero, il mio personaggio affronta tutta una serie di lotte psicologiche e sì, immagino che la vita sia una guerra. Parte della vita è lotta, fa parte della condizione umana, in un certo senso è il prezzo più o meno caro da pagare per raggiungere la felicità, anche se non è necessariamente così per tutti.
 
E in entrambi i titoli c’è un riferimento alla casa, “Ritorno a casa” e “Domicilio sconosciuto”- nel primo c’era un soldato che ritornava a una casa che non era più la stessa e in questo c’è la perdita della casa: dove è “casa” per lei?
    Da nessuna parte. Non sono mai a mio agio da nessuna parte, per questo mi sposto di continuo, per questo amo il romanzo di Kerouac “Sulla strada”. Mi sento una zingara, sempre in giro. Non mi ricordo neppure che cosa voglia dire avere una casa, ma non ne sento la mancanza, forse proprio perché non ne ho memoria. E poi nel movimento c’è libertà, ed è stata una mia scelta.

 In genere un libro autobiografico viene scritto per primo da un autore, come una liberazione- come mai, invece, lei lo ha scritto per secondo?
    Dirò invece perché ho scritto prima “Ritorno a casa”: era morto l’uomo con cui stavo, in un incidente di moto. Era di Sarajevo, non aveva voglia di vivere, non trovava un senso nella vita. E il libro l’ho dedicato a lui e a mia madre. Anche “Ritorno a casa” è autobiografico, anche se in un senso meno ovvio, è un libro intorno a tutto quello che ho perso, mia madre e lui, che aveva solo 34 anni e voleva morire, perché era ubriaco e nessuno è così pazzo da guidare una moto da ubriaco, meno che mai a New York.


Saša dice “Qualche mese prima non esistevo. Non esisteva niente di me”. Quando ha iniziato a “esistere”?
    Saša incomincia a esistere quando scappa. Lei sentiva il carico delle aspettative della sua famiglia e avrebbe voluto renderli felici, contenti di lei, voleva la loro approvazione, ma non può essere quello che non è. E’ nella fuga che trova se stessa e continua a fuggire.

Saša dice, “avevo sete, avevo sempre avuto sete”- sete di che cosa? Sete d’amore?
    Sete di vita, penso. Anche se devo dire che solo ora capisco che cosa è la vita, che le cose più importante nella vita sono la bontà e l’amore che ci si può dare l’uno all’altro- è questo di cui ho sete nella vita.

Saša dice di aver paura di portare sfortuna, perché la sfortuna le sta appiccicata addosso. Eppure noi abbiamo l’impressione che la vita in cui si getta non sia sfortuna e che sia fortunata ad essere sopravvissuta alle sue esperienze.
   Quando ho scritto il libro, l’ho scritto dal punto di vista di Saša; non ero ancora consapevole, non avevo ancora una visione retrospettiva della mia vita, non sapevo quanto fossi stata fortunata finché non ho finito di scrivere. E’ Saša che si sente sola e sfortunata e io sento, noi sentiamo che è fortunata alla fine del libro.

E’ cresciuta con una mamma musulmana e un padre cattolico:  significa qualcosa la religione per lei?

    Non la religione intesa come pratiche religiose, non la religione che porta all’intolleranza. Ma l’amore per Dio è molto importante per me, lo spirito religioso è importante. La religione di per sé può essere molto pericolosa, la pratica della religione è pericolosa. C’è troppa gente che muore per la religione e anche violentemente- e questo è intollerabile.

Il padre di Saša- suo padre- è in parte di sangue zingaro, c’è una tradizionale diffidenza verso gli zingari, i bambini vengono minacciati che verrà lo zingaro a portarli via se non fanno i bravi. Che cosa vuol dire per lei essere in parte zingara?
    Siamo diffidenti verso gli zingari perché siamo razzisti, anche se in America non si parla neppure degli zingari- loro hanno i neri verso cui essere razzisti. Essere in parte zingara mi ha dato l’orecchio per la musica e per le lingue. Però la cultura serba è diversa dalle altre culture, è una cultura guerriera. Da noi non si insegna ad aver paura di nessuno, da noi si insegna ad attaccare.

 Nel libro ci sono come delle anticipazioni sulla guerra a venire: lei era lontana quando scoppiò la guerra, vero? Come l’ha vissuta?
     Ero lontana quando è scoppiata, invece ero là quando andò al potere Milosevic e quando sono iniziati i problemi con il Kosovo. Quando c’era la guerra ed ero in America, ho vissuto nel buio. Non funzionavano i telefoni e non sapevamo niente, chi fosse in vita e chi fosse morto. Solo ogni tanto filtrava qualche notizia: è stato un periodo orrendo.
Milosevic


Il libro è dedicato alla sua mamma, “perché non si preoccupi”. Come sarebbe stata la sua vita se sua mamma fosse vissuta?
    Non riesco neppure a immaginarlo. Sono ancora, sempre, così “innamorata” di mia madre. La sua perdita è stata…impossibile a dirlo…enorme, devastante. No, non riesco a immaginare la mia vita, se lei non fosse morta.




                                                                            


mercoledì 3 febbraio 2016

Natasha Radojcić-Kane, “Ritorno a casa” ed. 2003

                                       Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
            guerra dei Balcani
            il libro ritrovato

Natasha Radojcić-Kane, “Ritorno a casa”
 Ed. Adelphi, trad.Roberto Serrai, pagg. 176, Euro 13,50

       “Ritorno a casa” è anche il titolo di un libro della splendida trilogia di Eugene O’Neill, “Il lutto si addice ad Elettra”. Nel libro di O’Neill, come in quello della scrittrice bosniaca Radojcic-Kane, il ritorno a casa è un ritorno dalla guerra, guerra civile americana in uno, guerra civile tra serbi, croati e bosniaci nell’altro. Sempre un ritornare dalla morte alla vita, ammesso che ci sia ancora una vita interiore dopo l’inferno che si è attraversato. Una fame di “casa” che è fame di affetti, necessità di ritrovare qualcosa che non è cambiato, per rimettere indietro le lancette del tempo. Per dimenticare. E ritorno a casa significa sempre tornare da una donna. Che è innamorata di un altro, nel dramma di O’Neill. Che ha sposato un altro, nel romanzo della Radojcic-Kane, ma questo Halid lo sapeva, perché era successo prima che lui partisse per Sarajevo. Mira aveva sposato il suo miglior amico, Momir. Ma Momir era saltato in aria su una mina e Mira viveva con la suocera e un bambino che forse era figlio di lui, Halid. Che cosa era successo a tutti loro? Che senso aveva avuto, trovarsi su due fronti diversi, il cristiano Momir e il musulmano Halid?
      E’ un triste tornare quando si fanno i conti di chi è rimasto. Il ritorno di Halid è soffuso di un’aura di gloria, è l’eroe a cui si chiede com’era nelle trincee e se ha ucciso qualcuno. Si va in guerra per uccidere, no?, anche se non sempre è il nemico che muore. Halid ha ucciso qualcuno, la figlia dell’unico comandante musulmano proveniente dal suo villaggio, un tragico errore, un ricordo che lo perseguita, che non lo lascia dormire, perché se si chiudono gli occhi prima dell’alba, quella è l’ora in cui ti catturano i fantasmi. Halid ha rubato anche dei soldi alla ragazza morta ed è con quelli che intende pagare la suocera di Mira perché la lasci libera di sposarlo. Ma i soldi non sono sufficienti e, quando inizia la partita a carte con gli zingari e tutti incominciano a bere, abbiamo sentore di come andrà a finire. Perché Halid perde tutto, c’è qualcuno che sa da dove gli vengano quei soldi e Halid viene “giustiziato”. La madre di Momir aveva giurato che non avrebbe più pregato dopo la morte del figlio, della madre di Halid ci resta negli orecchi quel lamento, “figlio mio, figlio mio, figlio mio”, come in una laude di Jacopone. Il lampo di un pensiero per Halid morente: non muore di infarto come suo padre, solo le donne muoiono di morte naturale, lui ha seguito la tradizione dei suoi antenati, muore soffocato nel suo sangue. E, come in un dramma greco, non resta nessuno sulla scena, solo tre donne sole, una è giovane e ha un bambino: lo farà diventare grande per mandarlo in un’altra guerra? 

    Una scrittura straordinaria, quella di Natasha Radojcic-Kane, che ha trovato il tono più giusto per parlare dell’orrore della guerra. Una guerra per tutte le guerre, si fa il nome di Sarajevo, si parla di serbi e croati, di cristiani e musulmani, ma si tratta di limitazioni insignificanti. Quello che colpisce è la distruzione che la guerra lascia dietro di sé, campi non coltivati, negozi abbandonati, finestre infrante. Fame. Macerie, anche se, nei versi di Ungaretti, “è il mio cuore/ il paese più straziato”. E lo stile asciutto della Radojcic-Kane che non fa alcuna concessione a un facile sentimentalismo è come un film in bianco e nero per rappresentare un mondo da cui il colore è scomparso.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



                                                                                             

martedì 2 febbraio 2016

Tracy Chevalier, "I frutti del vento" - Intervista 2016

                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                            


 INTERVISTA A TRACY CHEVALIER, autrice de “I frutti del vento”

    Conosco Tracy Chevalier da tanti anni ormai ma, anche se non l’avessi mai incontrata, sarebbe impossibile non individuarla, quando appare nell’atrio dell’albergo milanese dove abbiamo l’appuntamento per l’intervista: ha con sé una piccola valigia, pronta per la partenza, e su uno dei lati della valigia campeggia il quadro di Vermeer, la ragazza con l’orecchino di perla che la scrittrice ha fatto vivere nelle pagine del libro che le ha dato la fama. Mi dice che è un regalo del museo dell’Aia dove è esposto il quadro e aggiunge sorridendo che suo marito e suo figlio non usano mai quella valigia…

la scrittrice con l'interprete e la giornalista Laura Pezzino durante la presentazione del libro lunedì 1 di febbraio
    Quando ho iniziato a leggere questo romanzo ho pensato che sembrava essere la seconda tessera di un puzzle che avrebbe rappresentato la Storia di un’America minore. Ne “L’ultima fuggitiva” si parlava della ‘ferrovia sotterranea’ e degli schiavi fuggiaschi, in questo di agricoltura e della grande avventura all’Ovest. E’ qualcosa del genere che ha in mente, di scrivere una sorta di storia d’America?

      Anche io me lo sono chiesto, se fosse questo che ho in mente di fare, ma in realtà non ho grandi progetti. Scrivo un libro alla volta. Però non penso di avere ancora finito con l’America, anche se non so da dove verranno altre storie. Per ora ne ho scritto due e non so nulla degli altri che forse scriverò. Di certo quello su cui sto lavorando adesso è qualcosa di molto diverso: la casa editrice Hogarth ha lanciato un progetto scespiriano, cioè ha chiesto a parecchi scrittori di scegliere un’opera di Shakespeare e di farne un romanzo, reinterpretandola per i lettori di oggi. Dopotutto anche sul palcoscenico molto spesso vediamo delle reinterpretazioni dei capolavori di Shakespeare. Io ho scelto “Othello” e ho trasportato la tragedia nel campo giochi di una scuola americana negli anni ‘70 del 1900, con protagonisti che hanno undici anni. Il protagonista è un bambino di colore, qualcuno di diverso che appare in questa società bianca. E’ un romanzo sul bullismo, ambientato tra bambini e puntando l’attenzione a come reagiscono ad un estraneo. Non penso che l’ “Othello” di Shakespeare sia una tragedia sull’amore, altrimenti non avrebbe senso ambientarla tra dei bambini. E trovo facile scrivere questo libro perché so già dove va a finire la storia e posso pensare ad altro. Gli altri scrittori che partecipano al progetto sono Jeanette Winterson, che ha scelto “Storia d’inverno”, Ann Tyler con “La bisbetica domata”, Margaret Atwood con “La tempesta”, Jo Nesbo con “Macbeth”. Il romanzo di Howard Jacobson che ha reinterpretato “Il mercante di Venezia” è già stato pubblicato in Inghilterra. Parte del problema di questo progetto è l’uso della lingua da parte di Shakespeare- noi non possiamo certo scrivere come lui. E, a proposito di Ann Tyler, lei ha detto che ‘riscriverà’ “La bisbetica domata” perché è una delle opere che non le piacciono affatto e vuole cercare di interpretarla diversamente.

Prima gli alberi di mele e poi le sequoie- mi incuriosiscono le sue curiosità, i quadri, i fossili, gli alberi…Come è iniziato l’interesse per gli alberi? E sono venuti prima i meli o le sequoie?

        Prima sono venuti gli alberi di mele, poi ho incominciato a pensare ad altri alberi, ad un bosco di redwood, un tipo di sequoia che avevo visto più o meno venticinque anni fa nella parte occidentale dell’Inghilterra. Quegli alberi erano stati piantati negli anni ‘50 del 1800 e non sono originari dell’Inghilterra. Ho iniziato così a fare delle ricerche e tutti pezzi del puzzle si sono composti insieme per formare un romanzo diviso in due parti e in due diverse ambientazioni: gli alberi di mele ad Est e le sequoie ad Ovest. Quando scrivo un libro non so subito tutto, il libro si costruisce a poco a poco nella mia mente.

Ho cercato su internet fotografie delle sequoie e ne sono rimasta affascinata: che cosa ha provato quando le ha viste per la prima volta?

     Che cosa ho provato? Sono alberi così grandi che subito non capisci neppure che cosa stai guardando. Sono incomprensibili nella loro maestosità. Prima li vedi da lontano e pensi, beh, non sono poi così grossi. Poi ci arrivi sotto e…sono enormi. Ho dovuto toccarne il tronco per crederci, per mettermi in contatto con loro. Se guardi in alto, ti gira la testa. E hai la sensazione che il mondo è più grande e complicato della tua semplice vita nel mondo. Fa bene guardarli, ci porta fuori da noi stessi. Ci dà sollievo il sentire che non siamo così importanti. Galileo diceva che non siamo il centro dell’universo. Accanto alle sequoie capisci che non sei più l’attore centrale, sei una piccola parte del tutto e per te finisce per essere un sollievo.

Le ha viste anche in Inghilterra? Hanno avuto successo le spedizioni dei semi di sequoia?

     Sì e si trovano un po’ dappertutto in Inghilterra e in Scozia. Naturalmente sono necessari vasti spazi di terreno- dobbiamo pensare che oltre tutto chi li ha piantati non sapeva neppure quanto grandi questi alberi sarebbero diventati dopo duecento anni. In California le sequoie più grosse hanno anche 500 o perfino 1000 anni.

Nel romanzo ci sono personaggi fittizi e personaggi reali: mi può dire qualcosa sui personaggi reali del romanzo?

      I personaggi veri: Johnny Appleseed, che in realtà si chiamava John Chapman, è un personaggio famoso del folklore Americano. Da bambina avevo letto su di lui, ha sparso alberi di mele in tutto l’Ohio e ha incoraggiato un’alimentazione sana. Ho scoperto un libro sulla sua vita e mi sono documentata: se fai crescere un albero di mele piantando il seme, le mele verranno aspre, del tipo che va bene per fare il sidro.
John Chapman 'Appleseed'
John Appleseed vendeva i semi e la maggior parte delle mele di quegli alberi erano per l’alcol che serviva per riuscire a sopportare la dura vita dei tempi. Ho avuto la visione di Appleseed che vendeva i semi ad una coppia in cui il marito vuole le mele dolci e la moglie quelle aspre- ho invertito i soliti ruoli, facendo della donna quella che si ubriaca, invece dell’uomo. Appleseed è il commerciante, vede gli alberi come commercio. Lo stesso è per l’altro personaggio reale, William Lobb, il botanico che vende i semi delle sequoie in Inghilterra. Nell’800 gli inglesi avevano alberi decidui, poi hanno scoperto i sempreverdi che offrono un paesaggio splendido in ogni stagione. Nel romanzo ho voluto tracciare una pista di emigrazione- la gente che va verso Ovest per fare fortuna e il muoversi degli alberi. E quindi ecco perché ci sono questi due uomini, per ancorare il libro.
     Del tutto diverso, ma anche lui un personaggio reale è Robert, anche se non lo si può sapere leggendo il libro. Quando ho scritto “L’ultima fuggitiva”, ho visitato un villaggio Hamish e per caso ho visto un ragazzino molto timido con degli occhi color ambra. Sono riuscita a parlare con lui- e solo un poco- quando è apparsa una gatta con dei micini, e non credo lo rivedrò mai più. Però ho pensato che lo avrei messo nel prossimo romanzo: lui è Robert.

C’è un personaggio che, secondo me, è molto negativo, ed è Sadie. Possiamo giustificarla con la vita dura delle donne dell’epoca? Perché ha creato un personaggio così ‘cattivo’?

      Sadie e James non si sarebbero dovuti sposare, non è stato un matrimonio d’amore, Sadie era innamorata del fratello di lui. E non era ben vista dalla famiglia di James. Sadie è la regina del dramma: cerca attenzione dove può trovarla. Ma le donne ridono alle sue spalle e lei è incapace di relazionarsi con gli altri. Mi fa pena, però penso sia un personaggio realistico.

Mi ha interessato molto la città di San Francisco come appare nel romanzo, così diversa da quella che conosciamo ora. Come possiamo definire le differenze tra San Francisco e New York nel diciannovesimo secolo?


    Nel diciannovesimo secolo New York era stata abitata per molto più tempo di San Francisco ed era legata all’Europa da vincoli culturali e di scambio. San Francisco era lontana, era difficile da raggiungere. Crebbe smisuratamente durante la Corsa all’Oro: era un villaggio di un migliaio di abitanti e raggiunse il numero di 30.000. Dobbiamo ricordare che la California non era ancora parte degli Stati Uniti.
San Francisco era piena di uomini e c’erano pochissime donne. Gli uomini andavano là per fare fortuna. Era stata un piccolo porto e poi, quando tutti i marinai  si diedero alla ricerca dell’oro, centinaia di imbarcazioni furono abbandonate. Non c’erano strutture sociali, non c’era niente a trattenere gli uomini dall’essere selvaggi. Si mirava a far soldi velocemente, si giocava d’azzardo, si andava a puttane, ci si ubriacava. In genere le città non crescono così velocemente. Questo faceva la differenza con New York dove c’erano scuole e strutture sociali del tutto assenti in San Francisco.

l'intervista sarà pubblicata anche su www.stradanove.net


lunedì 1 febbraio 2016

Tracy Chevalier, “I frutti del vento” ed. 2016

                                       Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       FRESCO DI LETTURA


Tracy Chevalier, “I frutti del vento”
Ed. Neri Pozza, trad. massimo Ortelio, pagg. 245, Euro 17,00

      
   La sequoia gigante è il ‘personaggio’ che domina i nostri pensieri, quando terminiamo la lettura del nuovo romanzo di Tracy Chevalier, “I frutti del vento”. In America è anche chiamata semplicemente Big Tree, un colosso che può raggiungere i 95 metri di altezza e i 9 metri di diametro. La storia che Tracy Chevalier tesse intorno alla sequoia è un frammento di Storia d’America, come uno scampolo di stoffa che si aggiunge a quelli con cui Honor, la protagonista del libro precedente, “L’ultima fuggitiva”, cuce le sue bellissime trapunte.
     E’ il 1838, la famiglia di James Goodenough è arrivata da non molto tempo in Ohio, nel territorio paludoso formato da un ghiacciaio e chiamato Palude Nera. La corsa a ovest, verso il mitico Far West ricco di promesse, è in realtà la corsa dei disperati, di quelli che sperano nelle nuove possibilità e nella fortuna. La vita non è facile nella Palude Nera. E’ vero che, se si riesce a coltivare un albereto di cinquanta meli, la terra su cui sono stati piantati diventerà di proprietà di chi li ha seminati, ma non è scontato che i cinquanta alberelli crescano e diano frutti. E intanto si è dovuto lottare per disboscare, per arare, per proteggere le piante e poi i germogli, per nutrire in qualche modo la famiglia. Dei dieci figli dei Goodenough solo cinque sono sopravvissuti, la malaria si è portata via gli altri. Sono bambini abituati a lavorare come gli adulti, le femmine in casa, i maschietti nei campi. E James Goodenough è continuamente in lite con la moglie Sadie per qualsiasi cosa, ma soprattutto per le mele: lui vuole coltivare le Golden, dolci da mangiare, lei preferisce quelle più aspre, per fare il sidro.

    Se la sequoia giganteggia nella seconda parte del libro, quando il personaggio principale è Robert, il figlio più giovane dei Goodenough, gli alberi di mele indorano la prima parte, causa scatenante di una tragedia che matura lentamente, complici l’acquavite con cui si ubriaca Sadie e il comportamento scostumato di questa donna che di certo non ama vivere nella Palude Nera ma che è anche una cattiva moglie e una pessima madre. Se Robert non fosse così attento agli insegnamenti del padre, se non amasse anche lui le piante quanto suo padre, non sarebbe adatto a svolgere il compito che gli viene affidato più tardi, quando l’incontro casuale con un botanico, William Lobb, risveglierà il suo interesse per un albero che incute rispetto e timore. Robert verrà ingaggiato per raccogliere semenzali e semi da essere spediti- con enormi precauzioni perché sopravvivano al lungo viaggio in mare- in Inghilterra.

     Ci affascinano i dettagli sulla coltivazione delle mele, nella prima parte, ci viene l’acquolina in bocca alla descrizione del diverso sapore dei vari tipi di mele, così come ci incanta e ci riempie di stupore la scoperta delle sequoie nella seconda parte. Ci pare che ci debba essere un significato arcano nel contrasto fortissimo tra il piccolo frutto che usiamo per delizie in cucina e di cui abbiamo letto in miti e leggende, e l’albero altissimo che sembra appartenere ad un’altra era. E le vicende umane sembrano piccole e meschine al confronto. La grande tragedia che ha spaccato l’esistenza di Robert, costringendolo alla fuga quando aveva solo nove anni, e l’altra di adesso, quando forse la vita gli stava offrendo una ricompensa per tanto dolore, paiono fuggevoli, occupano una porzione infinitesimale di tempo paragonato a quello- lunghissimo- delle sequoie che i turisti sviliscono senza capirne la maestosità.

     Forse “I frutti del vento” non ha la magia che ci ha irretito ne “La ragazza con l’orecchino di perla”, se l’avesse sarebbe una ripetizione di cui ci stancheremmo. Il nuovo romanzo di Tracy Chevalier ha una forte componente drammatica che ci fa pensare al realismo naturale di Eugene O’Neill e dei personaggi verdi come straordinari protagonisti: se solo avessero la voce, sarebbero come Barbalbero o gli altri Ent di Tolkien.

la recensione sarà pubblicata anche su www.stradanove.net