Voci da mondi diversi. Paesi Bassi
biografia romanzata
Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te”
Ed.
Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 482, Euro 20,00
So che è un paragone molto, molto
azzardato, ma qualcosa nella poesia del poeta persiano Rumi mi ha fatto pensare
al nostro Dante, a Guido Cavalcanti, alla poesia del Dolce Stil Novo. Con le
debite differenze, prima tra tutte quella dell’oggetto dell’amore che i versi
di questi poeti esaltano.
Dante è nato nel 1265, Cavalcanti nel 1255, Rumi nel 1207. Il secolo è quello, come se un soffio di leggerezza fosse passato sul Mediterraneo, come se l’amore fosse quello di cui tutti più avevano bisogno. Esule Dante, esule Rumi, esule Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello Shah prima e da quello di Khomeini dopo, rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988. Kader Abdolah dice di essere cresciuto con la poesia di Rumi, finché ha sentito l’urgenza di sapere di più su uno dei massimi poeti e pensatori di Oriente.
La vita di Dante, i disagi e la sofferenza
dell’esilio, sono ben poca cosa in paragone alla vita girovaga di Rumi, nato a
Balkh, oggi in Afghanistan ma allora in Persia. A dodici anni Rumi dovette
lasciare la città natale- erano tempi turbolenti, gli eserciti Moghul di Gengis
Khan avanzavano, distruggendo tutto quello che incontravano. Il padre di Rumi,
Bahaoddin, studioso e teologo, si mise in marcia con tutta la famiglia e dopo
anni di girovagare, si stabilì a Konya, oggi in Turchia. Anche Rumi, come suo
padre, dedicò la sua vita allo studio, si sposò ed ebbe dei figli. E tuttavia
avvertiva la mancanza di una guida spirituale. Quando Shams di Tabriz apparve
sulla scena, fu un riconoscimento, dobbiamo proprio dire ‘un colpo di fulmine’.
Shams era una persona enigmatica, un mistico sulla sessantina in cerca di un
confidente spirituale. Lo trovò in Rumi e Rumi in lui trovò non solo la
certezza di un diretto collegamento con la divinità ma anche la Bellezza e
l’Amore.
Fu di certo amore, anche se, nella sua
ricostruzione biografica, Kader non lo dice apertamente, ma in quella stanza
chiusa ci fu l’amore ‘che non osa dire il suo nome’, un grande scandalo
all’epoca come, forse, sarebbe anche ora. O farebbe almeno grande scalpore,
come ne fece allora.
Gengis Khan
La biografia di Rumi, che prosegue con
l’allontanarsi di Shams, le suppliche di Rumi perché il suo amato ritorni, il
coinvolgimento del figlio maggiore di Rumi perché lo vada a cercare, la morte
di Shams (fu assassinato?), si conclude con la traduzione di una novantina di
sue poesie e di molti suoi racconti. Le poesie di Rumi sono un piacere
squisito, sono estremamente musicali, sono ‘leggiadre’, parlano d’amore e poco
importa quale sia l’oggetto di questo amore, è l’amore che tutti vorremmo
vivere,
“Mio amato! Non dire più che io sono
io./ Io non sono io./ No!
Non può essere/ che tu sia tu e io sia
io/ Io non sono io/ No!
il testo in persiano sul mio libro di poesie di Rumi comprato a Teheran
Sono
versi che mi fanno pensare al romanzo di André Aciman, “Chiamami col tuo nome”,
così come,
Amato mio!/ Per quanto tempo ancora/
vuoi restare lontano in terra straniera?/ Per quanto ancora questo dolore?/ Per
quanto questa separazione? Torna!
ricordano
dei versi di Neruda, perché la poesia travalica il tempo e rende eterno un
sentimento. E se, a otto secoli di distanza, i versi del poeta persiano parlano
ancora a noi, uomini e donne del XXI secolo, vuol dire che quello è un grande
poeta. E siamo grati allo scrittore persiano, errante come il ‘suo’ poeta, che
ci ha fatto risentire la sua voce.


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