Casa Nostra. Qui Italia
Teresa Ciabatti, “Donnaregina”
Ed.
Mondadori, pagg. 218, Euro 19,00
Donnaregina, nel cuore di Napoli, vicinissimo
al rione della Sanità.
Giuseppe Misso, capo indiscusso del clan, l’uomo carismatico che comandò per anni nel Rione Sanità (dove, peraltro, nacque Totò). Ultimo di sette figli (un detto recita che, se il quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo neppure viene denunciato all’anagrafe), iniziò a rubare a cinque anni, a quattordici anni e due giorni finì per la prima volta in carcere. Era nato nel 1947, un figlio della miseria del primissimo dopoguerra. All’inizio della sua ‘carriera’, Misso ‘lavorò’ insieme a Luigi Luciano- il soprannome per Misso era ‘o’ nasone’ (lui negò sempre, ma pare si sia fatto rifare il naso in Brasile) e per Luciano era ‘Lovigino’ perché era bello, con gli occhi azzurri, c’è chi dice che fosse l’uomo più bello di Napoli. Un’amicizia che finì male, tra un’ammazzatina e un’altra, una vera e propria faida. Erano specializzati in colpi grossi, o’ nasone e Lovigino, negli anni ‘80 fecero una rapina miliardaria ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli- era la loro specialità, furti e rapine nelle banche, negli uffici postali o dei furgoni blindati. Simpatizzante dell’estrema destra, fu processato (e poi prosciolto dall’accusa) per una sua presunta partecipazione alla strage del Rapido 904 la notte del 23 dicembre 1984. Adesso Giuseppe Misso è un ‘pentito’ e collaboratore di giustizia, sotto protezione dal 2011.
L’ex camorrista Giuseppe Misso, che
peraltro ha sempre rifiutato l’accusa di far parte della camorra, ha accettato
di parlare con la scrittrice Teresa Ciabatti, di diventare il soggetto di un
suo libro, lui, il criminale anomalo che aveva scritto un romanzo
autobiografico di tutto rispetto, “I leoni di marmo”. Forse proprio per quello
ha accettato, perché Teresa Ciabatti non è una giornalista di inchiesta, perché
Misso ha intuito che lei avrebbe guardato oltre gli aspetti spettacolari della
sua vita, oltre le uccisioni (o’ nasone lo diceva apertamente, che lui non
mandava a uccidere, lui ammazzava di persona- quanti? Non si contano, di certo
più di cento), avrebbe visto dentro di lui, avrebbe riportato i dettagli
privati della sua vita, come il suo amore, anzi, la sua fissazione per i
colombi, o l’episodio fantastico in cui- ne era certo, certissimo- aveva
avvistato un UFO.
Luigi Giuliano
Il romanzo “Donnaregina” nasce così, da
colloqui diradati nel tempo, da chiacchiere ad un tavolo di ristorante, da
messaggi sul telefono. La scrittrice entra nella vita di lui, lui entra in
quella di lei. Perché, ad un certo punto, la biografia si intreccia con
l’autobiografia, è come se ci fosse un’assonanza fra il criminale pentito e la scrittrice.
Lui, con il suo fardello di una moglie molto amata e uccisa spietatamente in un
agguato, il desiderio mai esaudito di un figlio con lei e i figli che, invece,
sono arrivati con un’altra donna. Soprattutto con quel sentimento contrastante
di amore e disprezzo per l’unico figlio maschio- era colpa sua, della sua
assenza come padre, se Giulio era gay? La statura di quest’uomo si rivela in
come l’amore paterno è capace di cambiarlo, lui, retaggio di una cultura
maschilista che getta i ‘femminielli’ nei bidoni dell’immondizia, è capace di
riconoscere a testa alta, in un’udienza, che suo figlio è gay (sì, usa questa
parola, non più femminiello)- c’è qualcosa di vergognoso in questo?
murales di Michela Murgia a Napoli
La scrittrice porta nei loro incontri se
stessa, la sua amicizia con M. (Michela Murgia), il dolore per affrontare una
morte annunciata e i suoi problemi familiari- anche lei, presa dalla scrittura,
non è presente con marito e figlia, anche lei ha un rapporto difficile con la
figlia che viene ricoverata più di una volta per autolesionismo. E Giuseppe
Misso simpatizza con lei, le manda perfino gli auguri di buon onomastico, si
informa sulla salute della figlia.
Teresa Ciabatti ha una bella scrittura, ci
piace l’angolazione ‘privata’ da cui ci presenta un uomo che la stampa ha
sempre presentato come un criminale senza scrupoli, ci piace come accolga la
sua autodifesa- lui non uccide donne e bambini, lui ha elargito denaro per
soccorrere le vittime del terremoto, ha sempre cercato di aiutare i poveri del
Rione, di regolamentare la camorra: ha cercato di manipolarla, o’ nasone?
E
tuttavia la commistione delle due vite ci pare un poco pretestuosa, avremmo
preferito leggere solo le confidenze di Giuseppe Misso, dell’uomo che trasforma
il nome di un rione, Donnaregina, in un simbolo- tutte le donne sono regine.



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