lunedì 19 maggio 2014

Emma McEvoy, "Nella terra di nessuno" ed. 2014

                                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente             
                                                        fresco di lettura


Emma McEvoy, “Nella terra di nessuno”
Ed. Nutrimenti, trad. D. Di Marco, pagg. 228

     “Il mio nome è Avi Goldberg. Ho venticinque anni. Mi trovo in una prigione militare per il mio rifiuto di servire il mio paese. Dovrei essere a Gaza adesso, e attendere al mio servizio militare. Invece eccomi qui.”
Non sono le parole con cui inizia “Nella terra di nessuno”, un romanzo sofferto e teso di Emma McEvoy, una scrittrice che è israeliana di adozione, avendo sposato un israeliano e avendo vissuto per anni in un kibbutz ai confini con il Libano prima di tornare nella natia Irlanda con marito e figli. Tuttavia Avi Goldberg si presenta quasi subito ed è lui la principale voce narrante del libro. Ad Avi spetta il compito di parlarci della vita quotidiana nella prigione per obiettori di coscienza, dell’altro prigioniero, David, la cui storia- senza che nessuno dei due lo sappia- si incastra in una maniera fatale con la sua, e soprattutto di Saleem, l’arabo israeliano che aveva conosciuto per caso, un caldo mese di luglio, in riva al lago, e che era diventato suo amico. Saleem è morto e tocca ad Avi raccontarci di lui, perché la sua vita non vada persa, come i fogli su cui l’ha scritta e che affiderà al vento del deserto prima di partire per l’Inghilterra, terminato il mese di prigionia.
   E’ una storia a strati, dalle molteplici letture, quella di “Nella terra di nessuno”. Una storia che ha il compito di cercare di rispondere a più di un interrogativo- che cosa ha spinto Avi e David a rifiutare la chiamata che li avrebbe visti in servizio nella striscia di Gaza? Come è morto Saleem? Come è stato ferito Avi? E come possono affrontare la situazione i cittadini arabo israeliani come Saleem, gli “in-between people” (la gente di mezzo) del titolo originale? Ogni personaggio nasconde una storia, sempre complessa, sempre sofferta- pare che la separazione,  l’abbandono e la perdita, siano le parole chiave per ognuna di loro.

    La famiglia di Saleem aveva dovuto abbandonare il luogo in cui abitava, quel giorno del 1948 che per gli israeliani segnava la nascita del loro stato e per gli arabi era invece la Nakba, la ‘catastrofe’. La Nonna non aveva mai dimenticato, mai perdonato. La stanza arredata uguale a quella che era stata forzata ad abbandonare era pur sempre diversa. Gli olivi e i gelsomini non erano ‘quelli’. Saleem era cresciuto credendo che, invece, ci si dovesse integrare nella nuova realtà. Non era obbligato, in quanto arabo israeliano, a prestare il servizio militare, eppure si era arruolato. La Nonna non gli aveva più rivolto la parola.

    Zio Sabri fa un passo verso di lei. Questa donna viveva in questa casa, dice. Voleva tornare per vederla di nuovo. Sente di non stare bene, e vuole vederla. Vive da un’altra parte, ora, non troppo lontano da qui. Fa un gesto vago della mano verso i villaggi lontani.
   La donna ebrea digerisce la cosa. All’inizio aggrotta la fronte e le si chiudono leggermente gli occhi. Si volta verso tua nonna. E’ la benvenuta, le dice.

   La madre di Avi se ne era andata, all’improvviso, seguendo un olandese che aveva lavorato nel loro kibbutz. Avi aveva sperato a lungo che tornasse. Era diventato solitario. Aveva iniziato ad uccidere farfalle e insetti. Ma di Avi bambino, di Avi adolescente, noi sappiamo da un’altra voce, dalle lettere che suo padre scrive alla moglie in Olanda. Le scriverà per vent’anni e sono bellissime lettere d’amore anche se non parlano d’amore ma dei giardini di cui lui è responsabile, del vento e della pioggia, del caldo soffocante che lei non sopportava più. E di Avi naturalmente, perché Avi è diventato sua responsabilità e lui è preoccupato.
   David è il vicino di cella di Avi. Sua moglie- l’unica ragazza che lui abbia mai amato- non lo rivuole in casa, se lui continua a fare obiezione di coscienza. Non capisce quello che lui cerca di farle intendere, di come gli sia impossibile prestare servizio a Gaza dopo aver visto quello che ha visto.

   Si alternano le narrative in prima persona- Avi che racconta-, quelle in cui Avi si indirizza ad un ‘tu’ che è Saleem e di cui racconta la vita che questi, a sua volta, gli aveva raccontato, e le lettere di Daniel, il padre di Avi che aveva abbandonato l’Inghilterra per venire a costruire qualcosa in cui credeva. E se ho parlato solo di alcuni aspetti del romanzo è per lasciarvene scoprire la profondità sotto le diverse narrative- la tensione, le amicizie impossibili, il ricordo incancellabile di un sopruso, l’odio da cui non può nascere che altro odio, la violenza, Ramallah e Jenin. Mentre sembra che il clima sia fatto apposta per partecipare a tutti i sentimenti, i torrenti di lacrime della pioggia, il vento del deserto che attizza le passioni, il caldo che infuoca.
   Ho un solo appunto per un libro che mi è piaciuto molto: lo stile di Emma McEvoy mi è parso troppo soft, mi è parso che avesse una morbidezza non del tutto adeguata ai personaggi per lo più maschili del romanzo.

    
la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

Emma McEvoy

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