martedì 19 gennaio 2016

Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso” ed. 2016

                                                 Voci da mondi diversi. Area germanica
   seconda guerra mondiale
   FRESCO DI LETTURA

Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso”
Ed. e/o, trad. M. Pesetti, pagg. 416, Euro 15,30

    Lo abbiamo sempre chiamato Alto Adige, senza farci troppe domande. Anzi, stupendoci della testardaggine con cui gli abitanti di quella regione all’estremo nord d’Italia, sul confine con l’Austria, continuavano a parlare tedesco, ostentando un viso duro e rifiutandosi di capire quando veniva loro rivolta la parola in italiano. E invece eravamo noi a non capire. Che la Storia non si fa con decisioni prese a tavolino, che non si cancella il passato con una linea di matita che traccia nuovi confini, che non si può proibire, da un giorno per l’altro, di parlare la propria lingua e imporne un’altra, che è ridicolo cambiare non solo la toponomastica ma addirittura i cognomi delle famiglie che hanno vissuto centinaia di anni, se non di più, in un luogo. Non Sud Tirolo, ma Alto Adige, non Bozen, ma Bolzano, non Brixen, ma Bressanone.
    Il romanzo di Ernst Lothar, “Sotto un sole diverso”, ci porta in Sud Tirolo alla fine degli anni ‘30, quando Hitler ha iniziato le prove generali per scatenare l’inferno in Europa. Per la famiglia Mumelter di Bolzano, intagliatori per tradizione, l’inferno era già iniziato. Fino all’avvento del fascismo la regione che era stata bottino di guerra italiano aveva potuto mantenere le sue caratteristiche su espressa volontà di re Vittorio Emanuele III, deciso a rispettare le autonomie e le tradizioni locali.
La forzata italianizzazione dell’Alto Adige (proibita la denominazione Tirolo o sud Tirolo) incominciò con la riforma Gentile del 1923: le scuole in lingua non italiana sarebbero state gradualmente soppresse. Era naturale che i neo-denominati altoatesini esultassero per l’annessione dell’Austria al Reich, che avessero fiducia nel nazismo, che sperassero che Hitler avrebbe reclamato anche il Tirolo (90% degli abitanti era di lingua tedesca) come parte della grande Germania. E invece gli accordi tra Hitler e Mussolini del 21 ottobre 1939 prevedevano solo due opzioni: o il rimpatrio nel Reich o restare ed essere italianizzati, senza alcuna tutela linguistica e con la possibilità di essere trapiantati altrove, in Italia.
Andreas Hofer, eroe tirolese

Questa breve spiegazione storica è parte integrante del romanzo di Lothar, è strettamente intrecciata alla trama, non c’è una pagina in cui non venga ricordato il sopruso. E i Mumelter- il nonno novantunenne, l’antinazista Andreas, la giovane Riccarda (incinta di un italiano che non ha intenzione di assumersi le sue responsabilità) e Sepp, invasato ed entusiasta della retorica della croce uncinata come solo un superficiale diciassettenne può esserlo- sono nelle liste degli ospiti non graditi destinati all’esilio. Sono anche fortunati nell’immensa sfortuna, perché, grazie alla laurea in ingegneria di Andreas, verranno mandati in Boemia dove si trova la fabbrica della Škoda. Ma non lo sanno, il loro viaggio nel treno piombato è un viaggio nel nulla, lo sferragliare del treno è il conteggio dei chilometri che li separano dalla loro terra.
     Di Ernst Lothar avevo già letto “La melodia di Vienna”, un capolavoro. E’ impossibile scrivere due capolavori, ma “Sotto un sole diverso” è un libro molto bello e Ernst Lothar è uno scrittore straordinario. In quanto ebreo che era dovuto fuggire dalla Germania avrebbe potuto limitarsi a scrivere dell’immane tragedia della sua gente sotto il nazismo. Ma non lo fa. Lothar ha un animo grande, la sofferenza di una minoranza etnica nelle terre incoronate dalle Dolomiti vale tanto quanto quella dei pogrom che hanno fatto degli ebrei un popolo errante. La spietatezza dei nazisti non è in primo piano in questo romanzo quanto ne “La melodia di Vienna”, ma c’è: il brutale assassinio dell’insegnante di francese, le grida che provengono dal campo vicino a Plzen, l’incarceramento prima di Andreas e poi dell’americana Gwen (colpevole solo di testimoniare la verità) ne sono una prova.
E’ un’altra crudeltà, più sottile, che prevale, la crudeltà propria del nazismo di non tenere in considerazione l’umanità dell’uomo, di pensare che gli esseri umani sono delle pedine da spostare su una scacchiera (e forse significa qualcosa che il vecchio Mumelter non avesse voluto cambiare il genere delle sue sculturine di legno, sostituendo le madonne e i crocefissi con le pedine degli scacchi). E, tra tutte le vicende del romanzo, la scena che più dolorosamente ci resta impressa è quella di Lorenz Mumelter, questo grande e dignitoso vecchio che è andato a chiedere al sacerdote il permesso di uccidersi, che si aggira per un ultimo saluto alla sua città, accarezzando i muri, porgendo l’ultimo omaggio ai suoi morti al cimitero, lasciando l’ultimo mazzetto di fiori su ogni tomba. No, nessuno dovrebbe vivere un’esperienza del genere. Men che meno a novantun anni. E allora la guerra può fare questo, può privarci della patria. E, come si resta orfani di genitori, o di figli, se la parola ‘orfano’ significa ‘privo’, si può restare orfani anche della propria terra.




domenica 17 gennaio 2016

Virginia Baily, “Una mattina di ottobre” ed. 2016

                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        la Storia nel romanzo
        FRESCO DI LETTURA

Virginia Baily, “Una mattina di ottobre”
Ed. Nord, trad. Giuseppe Maugeri, pagg. 416, Euro 14,37



    Roma. 16 ottobre 1943. Chiara Ravello riceve una telefonata in codice la mattina presto. Deve andare subito in un bar, la chiamata è da parte di una persona del movimento della resistenza antifascista. E’ così che Chiara assiste alla retata nel ghetto. La gente fatta salire sui camion, le finestre spalancate come occhi vuoti, una donna che la fissa con uno sguardo muto. Ha un bambino piccolo in braccio, un altro che le si aggrappa alla manica del cappotto. C’è un appello di aiuto senza parole in quegli occhi. Chiara balza in avanti cacciando un urlo. C’è un errore, quel bambino non è ebreo, è il figlio di sua sorella. Il bambino viene fatto scendere dal camion, lei lo abbraccia. Lui si dimena, vorrebbe scappare, tornare sul pianale, tra papà e mamma. Chiara lo stringe forte e lo trascina via, nell’appartamento dove l’attende la sorella Cecilia, epilettica.

    E’ questo l’inizio del romanzo “Una mattina d’ottobre” di Virginia Baily e sorvoliamo sul dettaglio piuttosto incredibile dei nazisti che riconsegnano un bambino perché una donna dice che c’è stato un errore (sarebbe stato più probabile l’opposto, o addirittura che anche Chiara Ravello venisse caricata sul camion), perché la scrittrice ci racconta una storia molto bella che incomincia con una vita salvata (Chi salva una vita, salva il mondo intero), con la decisione di un momento che sconvolgerà la vita di chi l’ha presa. Perché per Chiara, che aveva giurato si sarebbe presa sempre cura della sorella, il bambino recalcitrante diventerà più importante di tutto e di tutti, per lui sarà disposta a qualunque cosa, anche a mentire, anche a lasciarsi derubare da lui, una volta diventato grande. Per Daniele Levi la mamma sarà sempre quella che è scomparsa, per Chiara Ravello Daniele sarà il figlio che non ha avuto, quel legame non di sangue che si crea quando un bambino diventa la propria responsabilità, e l’interrogativo sull’identità e l’appartenenza, su chi siano i veri genitori si ravviva quando- è il 1973- si fa viva una ragazza dal Galles. Si chiama Maria, ha appena saputo che il suo vero padre è Daniele Levi e non il marito di sua madre. Maria verrà a Roma in cerca delle sue origini, sarà ospite di Chiara, finirà per considerarla una nonna.

    Ha pagine molto belle, “Una mattina d’ottobre”. La guerra e la Shoah sono il cuore del libro ma Virginia Baily non ce ne parla in maniera diretta. L’occupazione tedesca, la mancanza di cibo, i bombardamenti, le morti, le deportazioni, gli arresti, perfino un accenno all’eccidio delle fosse Ardeatine (non nominate peraltro), traspaiono nel vissuto quotidiano di Chiara, sia nella parte in cui è sfollata nella casa della vecchia nonna in campagna, con la sorella e il bambino, sia in quella in cui fa ritorno a Roma aggirandosi con Daniele nelle stradine per nascondere messaggi per la mamma di lui- una maniera dolce per fargli superare il trauma della perdita che lo ha reso muto per tre mesi. La scrittrice deve conoscere Roma bene, e deve amarla per farla risplendere nello squallore della guerra e del dopoguerra. Quando poi Maria arriva dalle brume del Galles, pronta a scoprire la sua italianità con l’entusiasmo dei suoi sedici anni, la Roma che vediamo attraverso i suoi occhi dà il meglio di sé e ci ricorda quella di Daisy Miller o di qualche altro personaggio di Henry James.
     Il finale, soddisfacente o no, è da leggere. Che ne è stato di Daniele? Nessuno lo ha più visto da una decina di anni. Si è dannato per sempre? Lo salverà la figlia che non sapeva di avere? Soprattutto, è vivo o è morto? Un colpo di fortuna (come quello che gli ha salvato la vita all’inizio) gli farà trovare uno dei messaggi di Chiara (come quelli che lui era solito lasciare per la sua mamma), oppure Maria si domanderà per sempre se è vero che gli assomiglia?



     

venerdì 15 gennaio 2016

Shifra Horn, “Scorpion Dance” ed. 2016

                                                   Voci da mondi diversi. Medio Oriente
         FRESCO DI LETTURA


Shifra Horn, “Scorpion Dance”
Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 422, Euro 18,50


    “Ho amato due donne nella mia vita, eppure oggi non riesco a visualizzare i loro occhi”- esordisce così Orion, voce narrante del nuovo e atteso romanzo di Shifra Horn che esce a distanza di dieci anni da quello precedente. E prosegue, “i ricordi affiorano disordinati, imponendomi la loro cronologia in cui a volte eventi più recenti ne precedono altri più antichi”. Il lettore è incuriosito, dalla scelta della scrittrice di raccontare la storia che ha da dirci attraverso una voce maschile e da quella che si annuncia essere una vicenda che affonda le sue radici nel passato. Quando leggeremo della casa sulla collina che Orion compera, dopo la morte della nonna, e dell’enorme glicine che abbraccia la casa stritolandola, dopo aver sentito più volte Orion parlare del linguaggio dei fiori (uno dei tanti insegnamenti della nonna Johanna), capiremo in un lampo che quei grappoli di un tenue viola sono il simbolo che permea tutto il romanzo con il suo profumo- il glicine come amore ossessivo che soffoca, come immortalità e longevità (una pianta di glicine può durare anche cento anni), come un lungo passato che affonda le sue radici nelle precedenti generazioni e non ti lascia libero. A meno di estirparlo in profondità, proprio come farà Orion alla fine, per liberarsi dai ceppi, anche se sono quelli del troppo amore. Anche se il motivo per cui aveva comprato la casa era stato giustappunto il glicine, il fiore che confondeva con i lillà tanto amati dalla nonna Johanna.

    La trama di “Scorpion Dance” è erratica ed io non voglio raccontarvela. Dirò solo che è la storia di Orion, bambino di cui neppure si sapeva l’esistenza quando suo padre era morto, ventiduenne, il primo giorno della guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Sua madre e suo padre erano stati sposati due mesi, quando Uri, figlio amatissimo di Johanna, era stato colpito da una granata. Sua madre avrebbe voluto abortire (Orion lo aveva saputo molto tempo dopo, da uno dei racconti della nonna), la nonna Johanna glielo aveva impedito: si sarebbe incaricata lei di far crescere il bambino, come già aveva fatto con suo figlio, che si chiamava ancora Ulrich quando erano arrivati dalla Germania nel 1948 e lui aveva tre anni. Johanna che faceva l’ostetrica, che aveva un numero tatuato sul braccio, che si era fatta promettere da Orion che mai sarebbe andato laggiù, perché la Germania era verboten. Verboten parlare tedesco, verboten acquistare qualunque cosa made in Germany. Stravagante e straordinaria, Johanna aveva colmato di amore il nipote. Non ci poteva essere che Johanna dietro la stravagante idea del lavoro di Orion, diventato bibliotecario e gestore di una singolare libreria ambulante, la libreria dei libri bruciati: Johanna aveva undici anni quando aveva assistito al rogo dei libri banditi dai nazisti, a Berlino. Aveva riempito un vaso delle ceneri di quei libri, se lo era portato dietro e poi aveva chiesto a Orion, come regalo, se fosse riuscito a ritrovare per lei alcuni di quei libri.
Così Orion aveva acquistato uno sgangherato camion dei gelati e lo aveva adattato all’uopo, per portare in giro, di moshav in moshav, i libri bruciati. Il camion ha un nome, Falada, come il cavallo di una fiaba la cui protagonista darà il soprannome all’altro grande amore di Orion- la Guardiana delle Oche, la sua Basherte, la sua ‘Promessa’. Bionda ed eterea, Christina-Anna fa la cantante. MA. C’è un grosso MA. Perché la Guardiana delle Oche è tedesca. Che cosa avrebbe pensato Johanna? Christina-Anna sente di dover espiare le colpe dei padri, di dover confessare che suo nonno era un nazista, vorrebbe convertirsi all’ebraismo: è sufficiente tutto ciò?
     La trama e il groviglio di sentimenti e tutti gli eventi che vengono a poco a poco alla luce non sono così semplici come potrebbe apparire in queste poche righe. Non è facile neppure giungere ad una risposta della domanda sottesa alla storia di Johanna, di Orion e della Basherte: è possibile una riconciliazione? Si può sradicare il passato come Orion si trova costretto a fare con le radici del glicine, piantando poi un nuovo rampicante? Le buone azioni possono colmare il baratro del peccato? Che cosa succede se (come nell’opera che va in scena a Berlino, con Christina-Anna che canta la parte del contralto) Orfeo si gira a guardare la sua Euridice?


      Una parola ancora su un altro personaggio di questo libro molto bello, molto doloroso, molto poetico e immaginario- il pappagallo cacatua chiamato Sarah per sbaglio perché è un maschio. Un pappagallo parlante e dotato di sentimenti che muore al momento giusto, di dolore e di abbandono, una voce a sé fuori scena di cui aspettiamo i commenti che ci offrono un pizzico di divertimento, tanto quanto Falada che attacca la musichetta attira-bambini nei momenti più impensabili, senza che lo si riesca a controllare.


Anthony Beevor, "Berlino 1945. La caduta" ed. 2001

                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        seconda guerra mondiale
         il libro ritrovato


Anthony Beevor, "Berlino 1945. La caduta"
Ed. Rizzoli, pagg. 459, Euro 21,00


      Nel febbraio 1943, indicando le macerie di Stalingrado, un colonnello sovietico disse a dei prigionieri tedeschi, "Ecco come sarà Berlino!" . Parole profetiche. Quando venne firmata la resa della Germania, nella notte dell' 8 maggio 1945, restava ben poco in piedi della capitale del Reich. Era quello che aveva voluto Hitler: lui ERA la Germania. La sua fine era la fine della Germania. Hitler si era suicidato una settimana prima, nel suo famoso bunker, "un sottomarino di cemento". Insieme a lui si era uccisa Eva Braun, appena diventata Frau Hitler con un abito da sposa nero. Era dall' inizio dell' anno che le truppe dell'Armata Rossa si ammassavano sul confine orientale, in un numero che era il doppio di quello dei soldati tedeschi che avevano invaso la Russia nel 1941- 42. Un' avanzata inesorabile e travolgente. A Stalin non importava il numero di morti che si sarebbe lasciato dietro: voleva arrivare a Berlino prima degli Alleati, voleva le riserve di uranio dei tedeschi e i loro scienziati. La campagna di Berlino fu per i sovietici una campagna di vendetta. La loro violenza e furia distruttiva era una rivalsa per i crimini commessi dai nazisti sul suolo russo. La demonizzazione del nemico giustificava qualunque azione brutale. Si calcola che 2 milioni di donne vennero stuprate. Moltissime si suicidarono. I superiori sovietici si limitarono a condannare il fatto come "comportamento immorale".
Le peggiori atrocità della storia del genere umano vennero commesse nei quattro anni di guerra tra nazisti e sovietici, anche perché mai come allora la tecnologia aveva supportato il male. Se paragoniamo "Berlino 1945" al precedente libro di Anthony Beevor, "Stalingrado", la tremenda lezione che ne ricaviamo è proprio quella del male assoluto dei due totalitarismi a confronto. In "Stalingrado" si riusciva a distinguere tra bene e male. Da una parte si lottava per difendere la propria terra, per cacciare fuori l' invasore. Non ci sono eroi in "Berlino" a redimere una cronaca che gronda di sangue. Da entrambe le parti c'è il disprezzo per la vita umana pur di raggiungere gli obiettivi militari. Questa non è solo la storia del Crepuscolo degli Dei, è anche la storia della Caduta dell' Uomo  e del trionfo delle forze del male.
Anthony Beevor, che ha frequentato l' Accademia Militare e ha servito nel corpo degli Ussari, ha introdotto un nuovo modo di scrivere la storia con questi due libri sulla seconda guerra mondiale. Alla documentazione storica accurata - finalmente è stato possibile consultare gli archivi tedeschi e sovietici - unisce la potenza descrittiva, il gusto del particolare che ci rende viva la storia, lo stralcio di una lettera o di un diario, la battuta sentita nei rifugi o le dicerie di corridoio. Uno sguardo lucido su un passato buio, un' indignazione morale e una condanna davanti alle atrocità.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





mercoledì 13 gennaio 2016

Roberto Costantini, “La moglie perfetta” ed. 2016

                                                      Casa Nostra. Qui Italia
            cento sfumature di giallo
            FRESCO DI LETTURA

Roberto Costantini, “La moglie perfetta”
Ed. Marsilio, pagg. 500, Euro 16,15


         Fine aprile 2001. In una villa appena fuori Roma un personaggio chiamato il Sordomuto impartisce l’ordine di una sentenza di esecuzione. Il cadavere della ventunenne Donatella Caruso sarà trovato sulla spiaggia dopo una notte in discoteca. Una ragazza tranquilla, Donatella. Niente alcol, niente droghe. E’ stata violentata e seviziata, prima di essere uccisa. Il padre, un piccolo imprenditore, si getta giù da una gru in uno dei suoi cantieri. Un giornalista insinua che possa non essere stato un suicidio. Il fatto che il pubblico ministero, la dottoressa Bianca Benigni, lo faccia arrestare, desta scalpore. Sarà rilasciato e una coltre di silenzio cala su questi fatti.

Maggio 2001. All’aperitivo che segue un dibattito all’Università lo psicologo Giovanni Annibaldi- il marito di Bianca Benigni- conosce le sorelle Steele. La più giovane, Scarlett (l’indimenticabile Scarlett O’Hara sarebbe stata come lei se fosse vissuta ai nostri tempi), è bellissima, sfacciata, sexy, provocante. Sua sorella Nicole, capelli rossi e occhi di smeraldo, è la moglie del professor Victore Bonocore, ospite d’onore al dibattito. Tanto la bionda Scarlett è impudente, tanto Nicole è composta e algida. Una puttanella e una principessa. Che cosa si nasconde dietro questa facciata? Nicole Steele chiederà un appuntamento per una terapia di coppia a Giovanni Annibaldi (Nanni per tutti, Johnny per Scarlett). Il resto lo leggerete voi. E dovrete aspettare la parte finale del libro, che si svolge dieci anni dopo, per capire il nesso tra la morte di Donatella Caruso e quella che potrebbe sembrare la storia di due coppie, quella del marito debole di una moglie troppo perfetta e quella di un marito narcisista e violento che ama il sesso spinto e una moglie troppo passiva.

     Ogni volta che iniziamo un nuovo romanzo di uno scrittore che ci ha entusiasmato nei libri precedenti, affrontiamo la lettura con un misto di piacevole aspettativa e di ansia. Temiamo di restare delusi. Temiamo che non regga il confronto. Che non ce la faccia. Ebbene: Roberto Costantini non ci delude, ce l’ha fatta, anche questa volta. Ci tiene avvinti fino all’ultima pagina. Prima di tutto perché- e non ci è chiaro come sia possibile- il suo protagonista (cinquantenne nel 2001) Michele Balistreri è un uomo odioso che però ci piace. E’ lo stesso Balistreri di sempre, che se ne infischia delle regole, fa di testa sua, è scorretto, violento, maschilista, sprezzante del pericolo. E poi perché sia la trama sia gli altri personaggi sono interessanti. Entrambe le coppie sembrano dar ragione a Michele Balistreri che preferisce la solitudine dei rapporti occasionali: a quale parte di sé si rinuncia per adeguarsi al desiderio dell’altro? Che cosa c’è dietro il desiderio di perfezione, di avere la padronanza su tutto, di Bianca Benigni? Che è una donna eccezionale, peraltro. Deve esserlo se Balistreri corre il rischio di innamorarsi di lei. Bianca Benigni è uno dei personaggi chiave del romanzo, un pubblico ministero a cui, nel fango in cui sguazzano altri, va il nostro rispetto. E’ lei ‘la moglie perfetta’ del titolo, non c’è dubbio. E tuttavia ci chiediamo se, con un filo di ironia, lo stesso titolo si possa attribuire all’altra moglie della vicenda, Nicole Steele, che ha pure un ruolo importante. Sono l’una l’opposto dell’altra, ognuna unita in un legame alquanto improbabile- anche se si sa che l’amore è cieco. Ma è veramente amore? Non per niente uno dei personaggi è uno psicologo…

     Anche se è vero che la soluzione finale del caso con lo svelamento di tutti gli enigmi non ci soddisfa appieno, anche se riconosciamo che i personaggi tendono ad essere estremizzati, lo stile secco e scattante di Roberto Costantini, il continuo alternarsi dei personaggi al centro della narrazione- il Sordomuto, Balistreri, Nanni, Bianca- che paiono offrirci un diverso punto di vista, fanno de “La moglie perfetta” una lettura vivace e incalzante. Appassionante. Impossibile da interrompere.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




martedì 12 gennaio 2016

Angelika Schrobsdorff, “Tu non sei come le altre madri” ed. 2011

                                             Voci da mondi diversi. Area germanica
                 il libro ritrovato


Angelika Schrobsdorff, “Tu non sei come le altre madri”
Ed. e/o, trad. Monica Pesetti, pagg. 511, Euro 20,00
Titolo originale: Du bist nicht so wie andre Mütter


“Tesoro mio, non voglio renderti le cose ancora più difficili, per carità. So bene quanto sia dura per te, che ti sei sempre sentita tedesca e non ebrea. E ora a un tratto ti portano via tutto e per i tedeschi non solo non sei più tedesca, non sei più…non riesco nemmeno a dirlo. Ho sempre avuto paura per te, non perché mi aspettassi una cosa del genere- chi avrebbe mai potuto immaginare fosse possibile una cosa così orribile-, ma perché è sbagliato e pericoloso rifiutare quello che siamo, quello che siamo predestinati a essere, non importa da chi o da che cosa.

      No, non è affatto come le altre madri, Else. Else, nata Else Kirschner, poi Else Schwiefert quando sposò Fritz, il suo primo amore. Else Schrobsdorff quando diventò la moglie di Erich ‘il Buono’, padre di Angelika che ha scritto questo bellissimo libro sulla vita di sua madre. Else Lingorsky, dopo aver sposato il bulgaro Dimiter Lingorsky, l’uomo che Erich Schrobsdorff le aveva ‘comprato’ come passaporto per fuggire in Bulgaria nel 1939, dopo che la Notte dei Cristalli del 9 novembre 1938 aveva spazzato via qualunque illusione gli ebrei di Germania si fossero fatti sul regime hitleriano.

      Else non è come le altre madri perché crede che si debba fare un figlio con ogni uomo che si ama veramente. E non si limita a pensare che sarebbe bello fare così- ognuno dei tre figli di Else è un figlio dell’amore per un uomo diverso: Peter, figlio di Fritz Schwiefert; Bettina, che portava il cognome Schwiefert anche se era figlia di Hans (gli assomigliava talmente che solo i nonni Kirschner potevano credere che Fritz ne fosse il padre); Angelika, figlia di Erich Schrobsdorff.
     Else non è come le altre madri perché ha l’audacia di sfidare le convenzioni- e non era facile per una donna nata nel 1893, figlia di agiati commercianti ebrei non osservanti. Else è vivace, spumeggiante, curiosa, intelligente. Else segue il suo istinto. Else è la gioia di vivere. E’ bella anche se non bellissima, di certo non di una bellezza ariana con la sua pelle un poco olivastra e la grossa treccia di capelli scuri. Ma è proprio la sua forza vitale ad attrarre gli altri. Else ci prova, ad essere la brava figlia obbediente che accetta il matrimonio combinato dai genitori. Ma non ce la fa e scappa con Fritz, lo squattrinato pennivendolo goy che papà e mamma Kirschner non possono accettare come genero. Finiranno per accettarlo, davanti al bambino i nonni cedono.
E poi i Kirschner sono troppo buoni e ingenui per capire i comportamenti di Else che vanno al di là della loro immaginazione. Quando la bella casa che hanno regalato a Else diventa un po’ troppo affollata, quando ci convivono mariti, mogli, amanti, i Kirschner credono a quello che Else vuol fare credere loro, che è la crisi del dopoguerra che li ha portati tutti insieme. In fin dei conti, perché turbarli e farli soffrire? Else predilige gli uomini tedeschi, Fritz, Hans, Erich. D’altra parte lei è tedesca, non ha mai avuto nulla a che fare né con la religione né con la cultura ebraica. Quando la famiglia junker di Erich storce la bocca davanti a questa donna divorziata e ebrea, Else si stupisce. Ci vorrà Hitler con i suoi discorsi farneticanti e lo sgocciolamento inesorabile delle leggi antiebraiche per ricollocare Else nei ranghi della gente a cui neppure sa di appartenere. E ci vorrà anche tempo prima che Else accetti la realtà del pericolo e la necessità di mettere in salvo se stessa e i suoi tre figli mischlinge che avevano padri ariani.

    E’ la figlia Angelika, scrittrice molto famosa in Germania, a raccontare la storia della madre e della sua famiglia, alternando la narrativa in terza persona a quella in cui è l’io narrante a prendere il sopravvento, soprattutto nella seconda e terza parte del libro, quando Angelika è dapprima una bimba difficile e poi un’adolescente difficile che non si rassegna all’esilio forzato a Sofia. Perché anche per Angelika, come già per Else, quello che sta avvenendo in Germania è inaccettabile perché incomprensibile. E la Germania resta la patria idealizzata, il modello di ordine, di correttezza, di civiltà senza pari. Malgrado l’evidenza.
   “Tu non sei come le altre madri” è un libro indimenticabile. Perché è la storia- ricchissima, allegra, triste, contrastata, drammatica- di una donna d’eccezione che percorre metà del secolo passato (Else Schrobsdorff è morta nel 1949), nell’allegria dei ruggenti anni venti e nella tragedia del nazismo. La storia di una madre che riesce ad essere madre oltre che amante e donna e che sopravvive ad un figlio (tu non sei come le altre madri: i bei versi in apertura del libro sono di Peter, morto ventottenne nelle fila della resistenza francese). La storia della Germania della repubblica di Weimar e di Hitler, quella degli ebrei tedeschi colpevoli di non aver creduto l’incredibile, e anche la storia (breve) della Bulgaria che si sentiva al sicuro da Hitler.

Avremmo voluto una fine più felice per una donna indimenticabile.

la recensione è stata pubblicata su www,wuz.it


lunedì 11 gennaio 2016

Santiago Roncagliolo, “I delitti della settimana santa” ed. 2008

                                                    Voci da mondi diversi. America Latina
           cento sfumature di giallo
            il libro dimenticato

Santiago Roncagliolo, “I delitti della settimana santa”
Ed. Garzanti, trad. Irina Bajini, pagg. 275, Euro 17,60


        Ayacucho, Perù, anno 2000. All’inizio di marzo- è appena finito il carnevale- un contadino scopre il cadavere di un uomo carbonizzato. Non c’è dubbio che sia stato ucciso e in maniera barbara. Gli è stato amputato un braccio e gli hanno inciso in fronte una grossa croce. E’ il primo di una serie di morti, tutti uccisi con estrema violenza, tutti lasciati senza un arto. Il culmine dei delitti avverrà durante la settimana santa, nei giorni in cui Ayacucho trabocca di turisti arrivati per assistere alle cerimonie religiose e alla famosa processione.
       “I delitti della settimana santa” (Abril Rojo il titolo originale) dello scrittore peruviano Santiago Roncagliolo è di certo un thriller: c’è un assassino (o più di uno) che opera come un killer seriale, c’è l’enigma della sua identità da risolvere, c’è un’indagine. Ecco, l’indagine: questo è il punto da cui iniziano le differenze con i gialli a cui siamo abituati. Capiamo subito che c’è qualcosa di diverso, anche se non ne afferriamo la portata.
Il pubblico ministero, Felix Chacaltana, viene da Lima ma è originario di Ayacucho. E’ un uomo integro, al punto da apparire ridicolmente rigido: crede nella Legge, ha fiducia nelle istituzioni, pensa che a denuncia seguano accertamenti e incriminazioni. E invece niente di tutto questo. Chiede di parlare con qualcuno e questi gli si nega con dei pretesti chiarissimi che però Chacaltana non capisce; stende rapporti che nessuno guarda e che, alla fine, è costretto a modificare; parla di un rigurgito di terrorismo e viene messo a tacere. Soprattutto Chacaltana non capisce quello che rende il romanzo di Roncagliolo diverso e interessante per noi lettori- il significato politico del momento e di tutte le manovre che vengono fatte per nascondere quello che succede adesso ad Ayacucho dove negli anni ‘80 infuriava la guerra tra comunisti e forze del Governo. Il 2000 è anno di elezioni in Perù.
Il presidente dittatore Fujimori non accetta la possibilità di non venire rieletto. E Chacaltana, l’ingenuo Candide che protesta per le irregolarità, che pensa ci sia qualche errore non voluto, che fa spazientire chi gli sta vicino, ci fa sorridere per la sua ottusa stupidità. Nessuno deve tirare fuori la guerriglia (è finita, non vuole capirlo, Chacaltana?), nessuno deve parlare di Sendero Luminoso, l’organizzazione guerrigliera peruviana di ispirazione maoista (anche Sendero Luminoso non c’è più, non deve esserci, è chiaro, Chacaltana?), nessuno deve parlare degli indigeni Quechua e dei loro problemi. E l’ometto Felix Chacaltana è costretto a cambiare per adeguarsi. Il nome Felix non si addice più affatto all’uomo tormentato che diventa, che rivede il suo passato e la bugia che si è sempre raccontato quando parlava con la madre morta come se fosse ancora accanto a lui, che, a mano a mano che si scoperchiano le fosse comuni, che altri orrori e altri tradimenti vengono rivelati, precipita nell’Inferno da cui il Cristo che viene portato in processione per le strade ha salvato gli uomini.


    Il finale ‘giallo’ non è soddisfacente, ma il pregio del romanzo di Roncagliolo (bello il titolo originale in cui il colore rosso non è solo quello del sangue) è nell’averci regalato, con un ‘incartamento’ piacevole, un frammento di storia attuale del Perù, risvegliando ricordi di articoli di giornale letti a suo tempo (sempre troppo sbrigativi) sulla guerriglia e su Sendero Luminoso e sui metodi del dittatore Fujimori.