venerdì 14 febbraio 2014

Arne Dahl, "La linea del male" (2006)


                                                             cento sfumature di giallo
                                                                  il libro ritrovato




 Arne Dahl, “La linea del male”
Ed. Marsilio, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 350, Euro 17,00

Titolo originale: Ont Blod

      Quando si importano dei modelli da un’altra cultura- come dice uno dei personaggi di questo ottimo thriller dello svedese Arne Dahl- non attecchiscono solo quelli positivi, ma anche quelli negativi: è la civiltà americana che ha, in qualche modo malato, nutrito i serial killer, e adesso c’è un serial killer all’opera anche in Svezia.

“L’omicidio seriale si basa sul bisogno di essere visto” disse in tono riflessivo…. “La vittima deve vedere il suo carnefice, preferibilmente a lungo, e la gente deve vedere le vittime, e attraverso esse l’assassino. Il serial killer non nasconde le sue vittime.”
   

    “L’ultimo baluardo della Svezia era caduto e la criminalità di natura internazionale era arrivata”: in uno sgabuzzino dell’aeroporto di New York è stato trovato il cadavere di un famoso critico letterario svedese e l’assassino ha preso il suo posto sull’aereo per Stoccolma. Le modalità del delitto portano la firma del Killer del Kentucky, noto semplicemente con l’iniziale K. Nell’arco di vent’anni K ha commesso ventiquattro omicidi, con una pausa di quindici anni tra i primi diciotto e gli altri. Non si capisce che cosa intenda fare in Svezia, ma purtroppo si vedrà presto, quando si trovano i primi cadaveri. E quando si arriverà a capire, neppure allora tutto sarà chiaro; la posta in gioco è troppo grossa, l’assassino è una macchina per uccidere manovrata da altri. Intoccabili. E’ una vittoria dal gusto amaro, quella della polizia svedese. Ma è veramente una vittoria? Meglio lasciar perdere, meglio dimenticare, come ha fatto chi si è occupato del caso in America.
    Questa è la trama a grandi linee di un romanzo che aggiungiamo ai thriller nordici che consideriamo i più nuovi, i più intriganti e raffinati del momento. Perché combinano la validità della vicenda con la caratterizzazione dei personaggi e con l’atmosfera dell’ambientazione. “La linea del male” inizia con un capitolo che contiene in sé i due elementi essenziali di un thriller, il male e la morte, in due pagine che raccolgono gli ultimi pensieri spezzati del critico che sta morendo: “Dolore muto, pensò. Adesso so che cos’è.” Se noi lettori pensavamo di sapere che cosa fosse il dolore muto, ci accorgeremo che no, non lo sapevamo, prima di leggere dello strumento di tortura del Commando Cool che operava nel Vietnam, dei due buchi nel collo come se si trattasse di un vampiro- la firma del killer.   


     
     C’è una frase che ritorna spesso nelle riflessioni dei personaggi, “il sangue cattivo viene sempre a galla”, il motivo dell’ereditarietà del Male che si collega al tema della paternità, visto da diverse angolazioni. Come esplosione di desiderio di paternità in uno dei commissari quasi cinquantenne, come senso di colpa per i figli trascurati nell’ispettore Hjelm, come ferite irrimediabili causate dai padri che porteranno a distorsioni nella personalità dei figli, assassini potenziali o reali.
Hjelm e il cileno Chavez, il finlandese quasi albino Soderstedt (che è passato dall’avvocatura alla polizia, per disgusto), l’ex Mister Svezia Nyberg e Kerstin Holm formano questo gruppo di poliziotti che arriviamo a conoscere bene- tutti ugualmente sconcertati dalla nuova tipologia di delitti che si è instaurata dopo la fine della guerra fredda, in un mondo che si fa fatica a capire, in cui la violenza cieca è uno specchio di quella finalizzata. E, come il sangue cattivo che viene sempre a galla, anche le imprese dei governi hanno onde di ripercussione lunghe- la guerra in Vietnam, quella del Golfo o semplicemente la politica di investimenti svedesi. Il Male è complesso e senza confini.



                                                                                                                                       M. Piccone
Lo scrittore Arne Dahl                        



Arne Dahl

                                                  un autore

Arne Dahl, pseudonimo di Jan Lennart Arnald, è famoso per la serie di romanzi (tutti pubblicati in italiano dalla casa editrice Marsilio) incentrati sul 'Gruppo A', ambientati a Stoccolma.
Di questa prima serie- "La linea del male", "Misterioso", "Falso bersaglio" ed "Europa Blues"- avevo recensito il primo (recensione pubblicata online sul sito di Alice, ora Wuz, che ora 'ripesco' per Leggere a Lume di Candela). 
Della seconda serie, "Op-Cop", la Marsilio ha appena pubblicato "Brama" che ho letto di recente.

martedì 11 febbraio 2014

Ella Berthoud e Susan Elderkin, "Curarsi con i libri"

                                                                                    fresco di lettura
                                                                       






Ella Berthoud e Susan Elderkin, “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno.”
Ed. Sellerio, trad. Roberto Serrai, pagg.637, Euro 18,00
Titolo originale: The Novel Cure

     
     Attenzione! Questo non è un libro. Questo è il libro dei libri, la Bibbia, il Vademecum, il consigliere del lettore. Da trattarsi con venerazione ma da sfogliare, stropicciare, sottolineare, fare come faremmo con un amico che rispettiamo ma con cui abbiamo confidenza.
   Ella Berthoud e Susan Elderkin hanno frequentato la stessa università, facoltà di letteratura. Possiamo immaginarle sedute in un pub mentre fuori piove sui prati verdi di Cambridge, con una borsa piena di libri, a parlare di libri, a scambiarsi libri da divorare in una serata. Ed è quello che fanno in questo straordinario “Curarsi con i libri”, ci parlano di centinaia e centinaia di libri, con arguzia, ironia e intelligenza. Perché non solo c’è un libro per ogni lettore ma anche un libro per ogni disturbo o malattia o problema che dir si voglia, e noi leggiamo con uguale piacere la descrizione del male e il contenuto del libro che offre un rimedio alla malattia.                                                          
    Si procede per ordine alfabetico, proprio come in un manuale di medicina casalingo- dalla A alla X, da  ‘Abbandono’ a ‘Xenofobia’. Per ogni disturbo vengono suggeriti uno o più titoli che sono intesi a curare, a volte per contrasto, come nell’omeopatia, e a volte per somiglianza. A volte nel romanzo consigliato il male viene descritto a tinte così forti o con esiti così catastrofici che chi ne è afflitto, se ha un minimo di forza di volontà che possa influire sulla sua patologia, cambia vita radicalmente, guarendo (vedi ‘Alcolismo’, leggi “Shining” di Stephen King o le altre letture consigliate). E’ l’umorismo delle scrittrici che ci conquista, lo sguardo empatico con cui guardano sia l’incertezza del ‘Cosa mettersi, non sapere mai’ sia i comportamenti di ‘Omofobia’, è la loro capacità di sintesi, raccontando il poco che importa della trama dei romanzi, che desta la nostra curiosità invogliandoci a leggere i libri di cui parlano, sia che siamo afflitti o no da quello che dovrebbero curare. E poi ci sono degli intervalli in cui il discorso si fa più ampio (sono scritti in corsivo, per differenziarli), in cui le malattie hanno a che fare con i libri e quindi si suggeriscono libri per curarsi dai libri o dai disturbi della lettura (si inizia con ‘Acquisto di libri, compulsivo’, si termina con ‘Vivere invece di leggere, tendenza a’)- pagine imperdibili per i bibliofili e i bibliomani.
   
   Si sente spesso parlare del dolore per la fine di una relazione amorosa, ma che dire di quando, per qualsiasi motivo, si interrompe il rapporto con un amico di vecchia data? Dopo tutto, le amicizie dovrebbero durare per sempre e il dolore per la perdita dell’unica persona che vi conosce da quando eravate giovani, vi è stata accanto nei momenti peggiori e vi capisce fino in fondo, è davvero straziante. Non solo dovrete affrontare il futuro senza questa persona, ma vi scoprirete a domandarvi se siete davvero un buon amico e, alla fine, una brava persona.
   Questa dolorosa situazione viene colta in tutta la sua intensità da William Maxwell, nel suo splendido romanzo breve Ciao, a domani.
     

    Ho avuto la tentazione di sottolineare con una matita rossa i libri che non ho ancora letto e che vorrei leggere- ci ho rinunciato subito, perché sono troppi, perché mi viene voglia di leggere tutti i libri (o quasi) di cui Berthoud e Elderkin parlano, e perché so che, in ogni caso, ritornerò sulle loro pagine. Perché “Curarsi con i libri” è talmente piacevole che è un libro da cui non ci si può separare e uno dei pregi è quello di poter leggere alcune pagine di malattie con la cura libresca e poi interrompere, per riaprirlo magari a caso e vedere- come fosse un indovino- che lettura la sorte ci consiglia. E se qualcuno proprio non ha tempo per leggere, può consultare la voce ‘Troppo occupati per leggere, essere’, e poi, se proprio proprio non riesce a seguire la cura indicata, può accontentarsi di leggere per interposta persona, potrà addirittura fare una bella figura se si trova in compagnia di intellettuali, sfoggiando una vasta conoscenza di titoli (vedi la voce, ‘Falsificazione, attrazione alla’ oppure ‘Bugie, dire un sacco di’).
   Ancora una parola sul curatore dell’edizione italiana del libro, lo scrittore siciliano Fabio Stassi che ha sapientemente aggiunto una terza voce a quella delle due scrittrici inglesi con i consigli ‘nazionali’ che integrano e a volte sostituiscono quelli di Berthoud e Elderkin, scoprendo involontariamente nei nostri romanzi un filo conduttore di mali ‘nostri’ che si srotola nel corso dei secoli.
     Da comprare, da leggere e rileggere, assolutamente da non prestare (vedi la voce ‘Esaurire la propria biblioteca a forza di prestare libri ‘).
     
                                                           le scrittrici Ella Berthoud e Susan Elderkin        


 Già pubblicato online a questo link:

http://www.wuz.it/recensione-libro/8117/curarsi-con-libri-rimedi-letterari-berthoud-elderkin.html

domenica 9 febbraio 2014

Yeng Pway Ngon, "L'atelier"

                                                                     
                                                                 Voci da mondi diversi. Asia
                                                                  fresco di lettura




Yeng Pway Ngon, “L’atelier”
Ed. Metropoli d’Asia, trad. Barbara Leonesi, pagg. 499, Euro 16,50


   Singapore. Quella piccola repubblica con un’altissima concentrazione di abitanti cosmopoliti che uno stretto di mare separa dalla Malesia e un altro stretto dall’Indonesia. Un gruppo di cinesi alla fine degli anni ‘70. Li incontriamo che sono giovani sui vent’anni e frequentano ‘l’atelier’, lo studio di pittura del maestro Yan Pei. Ne seguiamo le storie, i successi e gli insuccessi nel lavoro e in amore. Finché Yeng Pway Ngon, l’autore di questo bellissimo romanzo, tira le fila, ci fa ri-incontrare i personaggi ‘sul viale del tramonto’ in una saggia meditazione venata di malinconia: a che cosa li hanno portati le loro scelte? Che conseguenze hanno avuto su chi era loro vicino? Hanno dei rimpianti o sono soddisfatti? E, se venisse data loro un’altra possibilità di vita, percorrerebbero lo stesso cammino? Sono le domande che assillano chiunque fermi il ritmo della propria vita e abbia voglia di esaminarsi dentro, di guardare il passato e tirare le somme, qualunque sia la latitudine del paese in cui vive.                    

    Come sempre avviene nei romanzi dall’ampio respiro- e non possiamo fare a meno di pensare a quelli della letteratura russa-, i personaggi ci vengono presentati tutti all’inizio (avrei consigliato una pagina introduttiva con i loro nomi che per noi occidentali sono difficili da ricordare, io li ho appuntati a matita, facilitando la lettura). Sono ragazzi e ragazze e non tutti prendono lezioni di pittura per amore dell’arte. Uno di loro, Sixian, va all’atelier perché è innamorato di Ningfang. La quale, ad un certo punto, smette di frequentare per seguire in India un insegnante di musica indiano. Eppure, per un qualche strano meccanismo, il dolore di Sixian (che non amerà nessuna altra donna in vita sua) lo apre alla vera arte: diventerà famoso, ci sarà una mostra dei suoi quadri perfino a Parigi. Mentre uno sbruffone poeta aspirante pittore, che si sposa per interesse mirando a ricchezza e fama, verrà riconosciuto alla fine per quello che è- un mediocre pittorucolo senza originalità. Una delle ragazze trova nella pittura un modo per affermare la sua personalità, schiacciata dal marito che non la ama e la tradisce. Il ragazzino che aveva posato, vergognandosi, come modello, frequenterà l’università e diventerà professore. Un altro ragazzo- e qui la Storia entra nel romanzo- si unisce ai guerriglieri comunisti nella giungla: la sua è la vicenda più insolita del romanzo. Perché Jianxiong non uscirà più dalla giungla, ignaro che il partito comunista malese ha messo fine agli scontri. Quando- anziano e malato- prova a rientrare nel mondo civile, è come Rip van Winkle: non riconosce nulla di quello che vede, ha l’aspetto di un selvaggio e viene respinto dai contadini che vivono al limitare della foresta. Anche se la sua fidanzata ha continuato ad aspettarlo, dando perfino il suo nome ad un piccolo ristorante.



   Dell’atelier come luogo di incontro, da un certo punto in poi non si parlerà più. Resta invece, come fulcro di tutte le storie, il personaggio del maestro, bello, emblematico, triste. E’ l’uomo che ha dedicato tutta la vita all’arte, l’opposto del poeta-pittore povero di spirito. Incurante del successo economico, Yan Pei ha creduto nell’arte per l’arte. Abbandonato dalla moglie, ha continuato ad aspettarla, ma è più fortunato della fidanzata del guerrigliero Jianxiong: il maestro e sua moglie si ritroveranno, anche se troppo tardi. Questa ombra di tristezza, di rimpianto per quello che poteva essere e non è stato (come nel film “Quel che resta del giorno” tratto dal bellissimo libro di Kazuo Ishiguro), tinge il finale di tutte- o quasi tutte- le storie.

  Fu da quel momento che iniziò a ripensare a lui con nostalgia, a quel pittore frustrato e squattrinato che sembrava uscito da un vecchio film cantonese. Ricordò la sua rettitudine e la sua perseveranza, il suo amore cieco e la sua tenerezza, quel loro essere inseparabili dentro e fuori dal letto: avevano davvero vissuto momenti indimenticabili. Se fosse possibile tornare indietro nel tempo, forse avrebbe sopportato con lui le difficoltà senza lamentarsi del suo magro stipendio.

E, se il passare degli anni ha cambiato i protagonisti, se devono scrutarsi per riconoscere la persona dei loro ricordi, il tempo ha cambiato anche Singapore (grandioso personaggio sullo sfondo) e chi vi ritorna dopo esserne stato lontano- come la moglie di Yang Pei- fa fatica ad orizzontarsi. E tuttavia il tempo ha ringiovanito la città, l’ha modernizzata, anche se a prezzo del fascino dell’antica originalità.
Un libro molto ‘ricco’ e molto bello, degno dei premi prestigiosi che ha vinto in Asia.


lo scrittore Yeng Pway Ngon         


la recensione è già stata pubblicata su www.stradanove.net
    

Winifred Watson, "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew"





                           in breve



Winifred Watson, “Un giorno di gloria per Miss Pettigrew”
Ed. BEAT, trad. Isabella Zani, pagg. 207, Euro 9,00

Titolo originale: Miss Pettigrew Lives for a Day

Incantevole, deliziosa, questa Miss Pettigrew. Delizioso il breve romanzo di Winifred Watson, pubblicato per la prima volta nel 1938. E’ un romanzo datato?- è questa la prima domanda che ci poniamo, quando riprendiamo in mano un libro di molti anni fa. Niente affatto, a meno che non si vogliano considerare ‘datati’ alcuni dettagli che riguardano la protagonista. Perché Miss Pettigrew è sulla quarantina e, nel 1938, una donna della sua età, non sposata, era irrimediabilmente una zitella, senza la benché minima aspirazione o speranza di cambiare stato civile, senza la minima possibilità di essere ‘vista’ come donna da un uomo. E’ un detto comune, che gli uomini sono sempre in cerca di carne giovane, soprattutto se loro stessi si sono lasciati la giovinezza alle spalle.
     Si chiama Ginevra Pettigrew, il nome di una regina e un cognome che accentua la sua insignificanza. Fa l’istitutrice, o la governante. Lei sceglierebbe la definizione che la sminuisce al massimo. E’ un topolino, Miss Pettigrew. Suona il campanello di Miss LaFosse: è l’indirizzo che le ha dato l’impiegata dell’ufficio di collocamento, l’ultima speranza di trovare un lavoro in un momento in cui pare che nessuno abbia bisogno di un’istitutrice. Quando la porta si apre, altro che l’ingresso di Alice nel Paese delle Meraviglie!
                                             
        
                                                     


     Miss Pettigrew si trova catapultata in un’altra dimensione, nelle ore che scandiscono il tempo fino al mattino dopo, il grigio topolino si trasformerà in una donna dal fascino maturo, capace di usare la sua fresca ingenuità come se fosse un gioiello di cui adornarsi. E’ il gioco degli equivoci, tanto per incominciare- dove sono i bambini a cui la nostra Miss Pettigrew dovrebbe insegnare? Neppure l’ombra di bambini, al loro posto, uno, due, tre uomini che si contendono l’attenzione dell’incantevole Miss LaFosse che incanta perfino Miss Pettigrew. La quale scopre di avere una capacità straordinaria di inventiva nel mentire, nel recitare una parte che non è la sua, nel pronunciare perle di saggezza, aiutando Miss LaFosse a districarsi tra i suoi ammiratori.

  “Io” disse “non sono mai stata amata in vita mia. E voglio saperlo. L’ho sempre voluto sapere, e come me vorrebbero saperlo a centinaia. NE VALE LA PENA?”
  “Secondo me sì” rispose Miss LaFosse.
  Miss Pettigrew si sedette e disse:
 “Io sono più vecchia di lei, e sono una stupida. Non sono intelligente come lei, né bella, e neanche scaltra. Non le consiglio il matrimonio per virtù o per convinzione, ma per esperienza. Non ho amici, non ho soldi, non ho una famiglia: vorrei solo che tutto questo le fosse risparmiato.”

     Non è tutto qui. Quando si tratta di andare nel locale dove si esibisce Miss LaFosse (un locale dove si canta e si balla? un luogo di perdizione?), Miss Pettigrew si lascia truccare e abbigliare: è veramente lei, la donna del tutto diversa che la guarda dallo specchio?


    Il libro di Winifred Watson può avere il colore rosa, ma è un rosa raffinato, il rosa di un golfino di cachemire che non è stucchevole, non stanca. Perché, con raffinatezza ed eleganza, c’è un messaggio nella storia della grigia Cenerentola che si trasforma, un invito a vivere, un ‘carpe diem’ senza esagerazioni ma anche senza troppe restrizioni.


la scrittrice Winifred Watson          

mercoledì 5 febbraio 2014

Catherine Scott-Clark e Adrian Levy, "Il mistero della sala d'ambra"

                                                         la Storia nel romanzo
                                                         il libro ritrovato
                                                                                                                                                  



Catherine Scott-Clark e Adrian Levy, “Il mistero della Sala d’Ambra”
Ed. Corbaccio, trad. Bruno Amato, pagg. 380, Euro 18,60

“Parte dello splendore del mondo/ Si è dileguato con la guerra e con il tempo”: i versi di Goethe sono quelli che esprimono meglio il rimpianto per la scomparsa dell’ottava meraviglia del mondo, la Sala d’Ambra del Palazzo di Caterina a Tskarkoje Selo, vicino a San Pietroburgo. Nel 2003, per il tricentenario della fondazione della città che Pietro il Grande aveva voluto come “la finestra sull’Occidente”, è stata inaugurata una nuova Sala d’Ambra, sponsorizzata da un’industria tedesca e rifatta sul modello di quella donata alla Russia da Federico di Prussia nel 1716. Come un dono di pace, per mettere fine a rivendicazioni e litigi riguardo ai beni artistici trafugati da ambo le parti durante la seconda guerra mondiale.
      La storia della Sala d’Ambra è una storia affascinante e i giornalisti investigativi inglesi Catherine Scott-Clark e Adrian Levy hanno impiegato più di due anni di ricerche, rimbalzando da un ufficio all’altro, dall’archivio della STASI a quello del KGB (finalmente consultabili dopo la caduta del Muro), confrontando documenti e missive, macinando migliaia di chilometri, tra Mosca, Leningrado, Tskarkoje Selo, Kaliningrad e Olanda, Germania e Austria, imbattendosi in morti sospette, come se ci fosse una maledizione nella Sala d’Ambra. Come se fosse una ricerca del Graal che ha fatto le sue vittime, incantando i ricercatori con la sua straordinaria luce di miele. “L’oro del Baltico” rivestiva le pareti di quella stanza che lo zar Pietro non era riuscito a vedere, che le Imperatrici Elisabetta e Caterina avevano fatto spostare da un palazzo all’altro, prima di lasciarla definitivamente nel Palazzo di Caterina da dove i nazisti la trafugarono, quando iniziarono l’assedio di Leningrado nel 1941. Errore gravissimo di Kučumov, il curatore museale dell’Unione Sovietica, giudicare che fosse impossibile smontare i pannelli per imballarli e metterli in salvo insieme a migliaia di altre opere d’arte. Aveva semplicemente dato ordine di camuffarli con della tappezzeria. I nazisti impiegarono 36 ore per smontare la Sala d’Ambra. Le ultime notizie che se ne hanno la localizzano nel castello di Königsberg, nel 1945. Quando Kučumov arrivò sul posto, trovò il castello incendiato e nessuna traccia di ambra, solo dei cardini delle porte del Palazzo di Caterina. Ma l’Armata Rossa, e le Brigate Trofei incaricate di ritrovare i tesori russi, erano già passate di lì.   





      Scott-Clerk e Levy seguono le tracce luminescenti della Sala d’Ambra, come fosse un miraggio- e pare veramente essere stato un miraggio per alcuni ricercatori che vi dedicarono la vita. Kučumov stesso dedicò più di quarant’anni alle ricerche, come per fare ammenda del suo errore iniziale. Per più di mezzo secolo continuarono a spuntare presunti testimoni, figli di ufficiali della Wehrmacht, persone che dichiaravano di aver saputo il luogo in cui i nazisti avevano sepolto le casse con i pannelli della Sala d’Ambra. In una miniera. Nelle paludi del Baltico. E se la soluzione fosse molto più semplice? Non riveliamo la tesi dei due giornalisti in questo libro-inchiesta accuratamente dettagliato che si legge con l’interesse trascinante di un thriller storico. Illuminato dalla luce d’oro dell’ambra. 

la recensione è già uscita nel 2005 su www.stradanove.net

Sam Eastland, "L'occhio dello zar"

                                                            cento sfumature di giallo                                                  
                                                                        il libro ritrovato





Sam Eastland, “L’occhio dello zar”
Ed. il Saggiatore, trad. Giancarlo Carlotti, pagg. 356, Euro 18,50

       Il 17 luglio 1918 l’intera famiglia dello zar Nicola II di Russia fu trucidata a Ekaterinburg. Fu un evento che fece scalpore, che suscitò orrore. In parte perché i corpi scomparvero (quello dello zar, della zarina e di tre delle figlie furono trovati e riesumati solo nel 1991, più tardi ancora quello dello zarevič Aleksej e di una delle sorelle più giovani), in parte per l’efferatezza del crimine, attestata dalle condizioni dello scantinato in cui fu eseguito, per la commozione che suscitò la morte dei cinque figli, non responsabili di qualunque politica paterna. E poi perché all’assassinio dello zar ‘bianco’ seguì quello che fu, di fatto, l’impero dello zar ‘rosso’ nel cui successo era necessario aver fede, perché il Piccolo Padre non aveva di certo la mano leggera. In una qualche maniera, ad ogni modo, la coscienza collettiva- e l’immaginazione collettiva- sembrarono non voler lasciare che questa fosse la fine di tutti i Romanov: per anni si volle credere che la granduchessa Anastasia si fosse salvata, che la donna che in realtà era Anna Anderson fosse proprio lei.
    Il romanzo di Sam Eastland, “L’occhio dello zar”, primo di una serie di cui è già stato pubblicato il secondo (“La bara rossa”), inizia dieci anni dopo l’eccidio, in una foresta siberiana dove il Detenuto 4745-P sconta la pena come marca-alberi: si dice che nessuno resista a lungo con un lavoro del genere, eppure Pekkala è ancora lì, solitario come un lupo, irsuto come un orso. Un commissario dell’Armata Rossa arriva a cercarlo: Stalin ha bisogno di lui. Bisogna trovare i corpi dello zar e della sua famiglia. Bisogna trovare anche, ma questo verrà detto dopo a Pekkala, l’oro dello zar. Un tempo Pekkala era l’uomo di fiducia dello zar Nicola II, aveva un incarico di massima responsabilità, al di sopra di chiunque altro. Era una via di mezzo tra un investigatore speciale, una spia, una guardia del corpo, il sorvegliante di un intero paese. Lo chiamavano ‘l’occhio di smeraldo’, perché il segno esteriore della sua carica era una spilla che lo zar gli aveva donato: un cerchio d’oro, nel mezzo la forma stilizzata di un occhio in smalto bianco, al centro uno smeraldo.

                                                        



    La trama si svolge lungo due filoni temporali. Nel presente Pekkala, finlandese dagli strani occhi con lampi d’argento, ritorna a Ekaterinburg, nella casa Ipatiev (oggi La Chiesa sul Sangue è stata eretta dove sorgeva la casa) dove lo zar e la sua famiglia erano stati uccisi. Con lui ci sono il commissario che l’ha tirato fuori dalla foresta e il fratello dello stesso Pekkala, creduto morto. Pekkala indaga, circolano voci diverse in paese, molti hanno paura di parlare, si dice che un fantasma si aggiri in quei luoghi: è rimasto vivo uno dei giovani Romanov? E poi, a quanto pare, qualcuno non vuole che Pekkala arrivi ad una soluzione…
Nel passato torniamo al tempo in cui il giovanissimo Pekkala era stato mandato dal padre a raggiungere il reggimento finlandese per sostituire il fratello, che era stato ‘sospeso’ ed era scomparso, e aveva conosciuto lo zar che era apparso all’improvviso durante un’esercitazione in cui Pekkala si rifiutava di far saltare il suo cavallo ferito. Il filone del passato, con l’ascesa di Pekkala a cui lo zar concede piena fiducia, termina nel punto dove è iniziato il libro.


     “L’occhio dello zar” occupa un posto speciale sullo scaffale dei thriller- perché è nello stesso tempo romanzo storico (sottolineo la parola ‘romanzo’) e romanzo di investigazione poliziesca, perché, accanto ai personaggi fittizi, su queste pagine fanno la loro comparsa persone veramente esistite (e non persone qualunque), perché la storia di fondo è una delle storie più tragiche, più discusse, e anche, da un certo punto di vista, più romantiche del secolo passato. Non per nulla le sette tombe sono riunite oggi in una cappella riservata a loro nella chiesa di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo.

Lo scrittore Sam Eastland                                        


la recensione è già uscita su www.stradanove.net