domenica 4 giugno 2023

Eleanor Shearer, “Libero scorre il fiume” ed. 2023

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Eleanor Shearer, “Libero scorre il fiume”

Ed. Nord, trad. A. Storti, pagg. 368, Euro 19,00

 

    Una manciata di isole nel mar dei Caraibi, al largo del Venezuela e della Guyana. Il paradiso dei turisti in cerca di mari cristallini, oggi. L’inferno degli schiavi nel 1834, quando inizia la vicenda di questo romanzo di Eleanor Shearer, scrittrice inglese i cui nonni sono emigrati dai Caraibi.

    La schiavitù è stata abolita. Sulla carta. Sostituita dai padroni delle piantagioni di canna da zucchero con l’obbligo di un apprendistato di sei anni. nulla è cambiato, dunque, di fatto.

    Venduto. Venduta. Fuggito. Sono queste le parole che ricorrono più spesso in questo romanzo che non ha la pretesa di essere un romanzo storico ma, seguendo le peripezie di Rachel, ci dice tanto sulla storia di queste isole. I figli di Rachel sono stati venduti, uno dopo l’altro, quando erano ancora bambini. Cinque di loro. E forse la sofferenza di vederseli strappare era stata ancora più grande di quella provata per i figli nati morti o morti poco dopo essere venuti al mondo. Quando Rachel apprende che è una falsa libertà quella che gli è stata data, decide di fuggire sfidando la sorte, perché sa benissimo quale punizione l’aspetta se la fuga fallisce, se viene riacciuffata. Ricorda l’uomo a cui hanno tagliato il naso, ricorda le frustate.


    Cinque figli, due maschi e tre bambine, ognuno una storia a sé, ognuno che ha accumulato umiliazioni e sofferenze. Uno di loro- il primogenito, il figlio del suo cuore- è morto da eroe. Di lui avrà notizie molto presto. Una delle bambine aveva perso la parola dopo un assalto subito dal padrone bianco, è dolce e gentile, accompagnerà la madre nella ricerca, dopo essere stata ritrovata, e troverà anche l’amore.

    Rachel è una donna indomita, non si arrende davanti a nulla, è una Madre Coraggio dei Caraibi, niente le sembra insormontabile, neppure abbandonare Barbados, dove era la sua piantagione, per andare a Georgetown, nella Guyana Britannica e poi nelle foreste di Trinidad, quando le giunge voce che qualcuno ha visto un suo figlio o una figlia laggiù. Sempre in fuga, sempre temendo di essere catturata dal supervisore e riportata a Barbados, incontrando ogni tanto persone generose (mai bianche) che l’aiutano. Dobbiamo sospendere l’incredulità, leggendo. Dobbiamo credere che la somiglianza fisica sia così marcata da far sì che degli estranei possano dare a Rachel indicazioni, che sia possibile cercare qualcuno citando solo il suo nome come se fosse l’unico ad averlo. Ma, dopo tutto, che altro potrebbe fare Rachel? C’è una buona dose di fortuna, c’è il caso, ci sono le coincidenze che operano a suo favore.


    La ricerca di Rachel- avventurosa, pericolosa e faticosa sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico per le memorie che risveglia e per la continua sensazione di perdita- non si conclude sempre felicemente. Perché il dolore non è soltanto quello che può dare la morte di un figlio, dolore è anche l’essere rinnegata per il colore della pelle, per essere stata una schiava. Quello che prevale, però, è l’inno alla libertà che può significare altre scelte di vita, ma è inarrestabile, come il fiume su cui Rachel e gli altri troveranno la salvezza, un fiume che acquista un significato simbolico, quasi in opposizione alla buia foresta e ai campi che forniscono lo zucchero per addolcire la vita dei bianchi a prezzo della vita degli schiavi neri.

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mercoledì 31 maggio 2023

Michael Frank, “Cento volte sabato” ed. 2023

                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

             Shoah

Michael Frank, “Cento volte sabato”

Ed. Einaudi, trad. Marco Rossari, pagg. 256, Euro 19,50

 

    Stella Levi e la ricerca di un mondo perduto, recita il sottotitolo del libro di Michael Frank. Quanti mondi sono andati persi, distrutti, trascinati nel vortice di morte della seconda guerra mondiale. Abbiamo letto tanto di quella yiddishland scomparsa nel cuore dell’Europa, non avevamo ancora sentito parlare del mondo giudeo-spagnolo di Rodi a cui appartiene Stella Levi, così simile e così diverso dagli shtetl della Polonia.

     La narratrice è lei, Stella, nata a Rodi nel 1923, ma c’è un secondo narratore che raccoglie la sua storia ed è quel Michael Frank di cui abbiamo già letto il frizzante “I formidabili Frank”. Per cento sabati, nel tempo del riposo dello Shabbat,  a quasi cento anni (il numero perfetto che si ripete due volte), Stella ha incontrato Michael Frank e ha ricostruito per lui- e per noi, e per se stessa- il mondo della Juderia in cui è nata e cresciuta. E il racconto si fa più vivace, Stella parla, ogni tanto Michael Frank interloquisce, fa domande, chiede spiegazioni, cerca di puntualizzare senza mai invadere l’intimità dei racconti di Stella, senza mai forzarla. Anche se mai Stella si lascerebbe forzare, perché da ogni sua parola avvertiamo la sua tempra, la sua indipendenza di spirito, quella energia vitale che le è servita per sopravvivere e per continuare a vivere, senza mai arrendersi, costruendosi una seconda vita.


   Non è solo il fascino di un tempo lontano e di uno stile di vita più ‘a misura di uomo’ che affiora dalla descrizione della vita a Rodi. È anche l’incanto di un’isola fatta di sole e di luce e di azzurrità in cui gente di religione diversa- greci ortodossi, cattolici, minoranze turche musulmane ed ebrei- aveva convissuto pacificamente per secoli. La famiglia di Stella era numerosa, sette tra fratelli e sorelle. Il maggiore era già andato via da Rodi prima che nascessero le ultime due sorelle, Renée e Stella. Stella racconta, della sorella intellettuale, di quella che preparava il corredo, della raffinatezza di Renée che soffriva d’asma e veniva viziata, della strana usanza della enserradura, delle chiacchiere delle donne nel kortijo, di quando lei, Stella, a quattordici anni aveva preparato la valigia per il giorno in cui sarebbe andata a frequentare l’università in Italia.

     Gli italiani erano arrivati nel 1923 a Rodi. Quando Michael Frank chiede a Stella quale sia la sua ‘lingua dominante’, lei non ha dubbi, ‘Fin dall’inizio ho adorato la lingua italiana’, perché assomigliava alla sua, perché studiava in quella lingua, perché le aveva aperto la mente e il cuore. Gli italiani portarono tante migliorie a Rodi, si fecero amare. Poi furono gli italiani che, nel 1943, stilarono l’elenco dei 1700 ebrei dell’isola che furono deportati dai nazisti.


Passano molti sabati, sabati in cui Stella parla di feste, di cibo, di incontri, di amicizie e di amori con dei giovani italiani, prima che arrivi a parlare delle leggi razziali che le impedivano di frequentare la scuola, del professore che organizzò delle lezioni per gli studenti ebrei (era innamorato di lei? più tardi le dirà che il suo rifiuto di sposarlo era stato il suo più grande dolore), e del fatidico 23 luglio 1944 quando l’intera comunità ebraica di Rodi fu caricata su una nave. La macchina di sterminio tedesca continuava ad operare in una maniera paradossalmente perfetta e assurda. Che cosa poteva essere più assurdamente inutile di quel dispendio di forze e di mezzi per quello che fu il viaggio di deportazione più lungo- da Rodi ad Atene e poi in treno risalire l’Europa fino ad Auschwitz?  Il novanta per cento fu ucciso all’arrivo. Stella sopravvisse.

     Tutti i fratelli e sorelle sopravvissero alla Shoah. Stella parla dei campi, ma è come se volesse gettarsi alle spalle quel ricordo- sia lei sia la sorella si fecero togliere il numero tatuato sul braccio, dopo, quando arrivarono in America dove iniziarono un’altra vita.

    La bellezza di questo libro è nella doppia voce, è nella maniera in cui questa donna eccezionale rivive il suo passato senza fare dell’indicibile esperienza dei campi il nodo focale del suo racconto. Le sue memorie puntano lì, certo, ma c’è anche tanto altro di cui parlare ed è quel tanto altro che forse spiega la sua resilienza- ci vuole intelligenza anche per vivere.

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sabato 27 maggio 2023

Isaac B. Singer, “Max e Flora” ed. 2023

                                    Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

      premio Nobel

Isaac B. Singer, “Max e Flora”

Ed. Adelphi, trad. E. Zevi, pagg. 207, Euro 19,00

 

     Torniamo in via Krochmalna, a Varsavia, teatro delle vicende di “Keyla la Rossa”. Torniamo nella strada del ghetto popolata da trafficoni, ladri, prostitute- l’altra faccia della società ebraica, quella senza le palandrane nere e i peyot ai lati del viso, in quella yiddishland ormai scomparsa. E ritroviamo Max Shpindler in “Max e Flora”.

    Max si è dato una ripulita, andando a Buenos Aires. Ha messo su una facciata di perbenismo- in Argentina ha fatto fortuna con una fabbrica di borsette, è sposato con Flora, si amano. E adesso sono tornati a Varsavia in cerca di ‘merce fresca’. Sì, perché, dietro le borsette che giustificano i guadagni, c’è il bordello gestito da una tal Berta e Max si è impegnato a portare un buon numero di ragazze vergini. A lui il diritto di sedurle e istradarle, Flora lo sa e non è gelosa.

   Poi l’amico Meir  Panna Acida (niente come questi soprannomi, e a Meir aggiungiamo la moglie Leah Lingualunga, Itche il Guercio e Srulke il Tonto, ci dà l’idea dell’ambiente di via Krochmalna) gli presenta Rashka, una biondina quindicenne che fa la serva presso una vecchia signora. E Max perde la testa, è certo di essere innamorato. Non ha nessuna intenzione di portarla nel bordello di Berta, Rashka è per lui.


    Le vicende di Max tornato a Varsavia sfiorano il tragicomico. Dovrebbe essere meno ingenuo, alla sua età, invece si lascia irretire da una gruppo di anarchici a cui fornisce dei soldi, per poi tirarsi indietro con la paura che lo ricerchino per ucciderlo, rapisce Rashka sorvolando sul fatto che lei non ha documenti e lui è perseguibile, visto che Rashka è minorenne, la porta in una cittadina termale facendola passare per sua figlia. E Flora? Max non vuole più saperne di Flora da quando ha scoperto che, quando l’ha conosciuta, non era affatto una ragazza innocente ma una prostituta. Lo sapevano tutti, lavorava con Leah Lingualunga, come poteva Max non aver mai avuto il minimo sospetto?

    Pensa di uccidere Flora, pensa di uccidere l’uomo che era stato il suo amante e che Flora ha di nuovo incontrato a Varsavia, no, non la ucciderà, non ucciderà neppure l’amante, la ama ancora, no, non la ama, è stanco di Rashka che è proprio una bambina con cui non può parlare di tutto come faceva con Flora. È pieno di dubbi e di incertezze, Max, sugli altri, su se stesso, sulla vita che ha condotto finora. Si ritrova perfino a pensare a valori spirituali che mai lo avevano turbato prima. Che cosa gli succede? È sapere che l’amico Meir sta morendo che lo spinge ad altri pensieri?

Via Krochmalna oggi

    Questo tassello che ricompone un mondo che non c’è più (“Max e Flora” completa la trilogia iniziata con “Il ciarlatano”) è scritto con la precisione, il colore, la ricchezza di dettagli che contraddistinguono lo stile di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel 1978. Uno stile che riesce a combinare vivacità, ironia, leggerezza e profondità, cinismo e una certa qual tristezza di sottofondo. Perché la conclusione, che tira le fila delle varie vicende e raduna sulla scena tutti i personaggi, sia quelli maggiori sia quelli minori, è naturalmente tragico.

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martedì 23 maggio 2023

Assenza rete

 


Non potrò aggiornare il blog per qualche giorno, per assenza di connessione. Spero mi venga risolto il problema al più presto. Mi scuso. 

sabato 20 maggio 2023

Leonardo Gori, “La libraia di Stalino” ed. 2023

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

                                            cento sfumature di giallo

Leonardo Gori, “La libraia di Stalino”

Ed. Tea, pagg. 256, Euro 16,00

    Prepariamoci ad un salto indietro nel tempo, in questo nuovo romanzo di Leonardo Gori che ha il capitano Bruno Arcieri come protagonista. Lo abbiamo visto attraversare “La lunga notte” dell’8 settembre 1943, così drammatica per tutti gli italiani, quella che trasformerà in nemici i nostri alleati di prima, e lo troviamo ora in missione sul fronte russo, nel dicembre del 1941. Non è il tempo breve del crollo di ogni illusione, ma una manciata di giorni che servono per aprire gli occhi ad Arcieri, per confermargli sospetti vaghi, per aggiungere una dimensione di indicibile orrore a quello ordinario della guerra.

     Stalino, la città dai molti nomi in Ucraina. Si chiamava Aleksandrovka, poi Yuzivka, poi Stalin, Stalino, oggi Donetsk- una delle tante città dell’Unione Sovietica a cui era stato dato il nome del ‘piccolo padre’, niente a che vedere, dunque, con Stalingrado, teatro della tremenda battaglia dal luglio del 1942 al marzo 1943. Nel dicembre del 1941, quando il capitano Arcieri arriva a Stalino, ufficialmente per un’indagine sulla scomparsa di materiale medico e in realtà per scovare una spia inglese di cui sono stati intercettati dei messaggi, i tedeschi spadroneggiano ancora, si comportano con la solita arroganza nei confronti degli alleati italiani e con la solita fredda crudeltà nei confronti dei nemici. Eppure si avverte qualcosa nell’aria, è come se ci fosse un nemico invisibile- da quegli uomini armati biancovestiti che sembrano uscire dal nulla alle audaci donne pilota che scendono con i loro aerei a bassissima quota, alle temperature rigide a cui né gli italiani né i tedeschi sono abituati (il Generale Inverno non aveva forse già sconfitto Napoleone?)- che riuscirà prima o poi ad avere il sopravvento.


     Il gelo, prima di tutto. È il gelo che Bruno Arcieri deve affrontare, e gli capita spesso di ringraziare mentalmente il soldato che gli ha dato una sciarpa di lana da mettersi in testa. Il gelo che impedisce di seppellire i cadaveri perché è impossibile scavare il terreno. L’ospedale militare, poi, dove i medici italiani curano soldati e civili senza distinzione- odore di marcio, di cancrena, di sangue, di morte. Certo che, quando si può, si ruba il materiale sanitario. Soprattutto si ruba ai tedeschi che hanno medicinali di cui gli italiani sono sprovvisti. E nessuno si sente in colpa- lo schermo dietro cui si ripara Arcieri non convince nessuno. Ci sono altre irregolarità, nella postazione di Stalino. Ci sono delle donne che rallegrano l’atmosfera. Due di loro moriranno- come? perché? la coincidenza che muoiano poco dopo l’arrivo di Bruno è strana. C’è poi la figura singolare della libraia del titolo, figlia di un italiano di Crimea che aveva una libreria a Stalino- il tetto della libreria non c’è più e lei, Irina, cerca di mettere in salvo i libri portandoli al medico che dirige l’ospedale.


    Il capitano Arcieri è venuto a Stalino per stanare una spia che- così diceva nel messaggio cifrato- aveva importanti rivelazioni da fare. Quello che scopre va al di là di qualunque possibile immaginazione, la guerra è una cosa, questo è altro. La guerra rispetta certi codici d’onore, in quell’album di fotografie che gli viene dato in consegna non esiste alcun senso etico, né onore o umanità. È caduta la barriera che separa il Bene dal Male ed esiste solo il Male, quello assoluto. E Bruno Arcieri è sconvolto. Può soltanto combattere da singolo contro questo Male, può solo fare la sua parte contravvenendo agli ordini, perché lui ha una coscienza.

    “La libraia di Stalino” è forse uno dei più belli, tra i romanzi della serie- per l’accurata ambientazione, frutto di approfondita ricerca, per la varietà dei dilemmi psicologici ed etici vissuti in prima persona dai diversi personaggi, per quel continuo contrasto tra la realtà della guerra che sta vivendo Bruno Arcieri e il ricordo della dolcezza di Firenze dove la distruzione non è ancora arrivata, per la drammaticità del momento storico che per certi versi avvertiamo ormai lontano e per altri ancora così vicino. Perché la Storia- come diceva Vico- è una serie di corsi e ricorsi.

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mercoledì 17 maggio 2023

Jane Gardam, “L’eterno rivale” ed. 2023

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

Jane Gardam, “L’eterno rivale”

Ed. Sellerio, trad. Federica Oddera, pagg. 282, Euro 15,00

    Ecco finalmente il terzo volume della trilogia di Jane Gardam, dopo “Figlio dell’Impero britannico” e “L’uomo dal cappello di legno”. Lo aspettavamo, per completare il quadro dei personaggi principali- Sir Edward Feathers era il protagonista del primo, sua moglie Betty del secondo e pensavamo che Sir Terence Veneering, anche lui avvocato di fama ed eterno rivale di Feathers, fosse il personaggio principale di questo ultimo romanzo. E lo è, ma, come vedremo, fino a un certo punto.

   Per l’edizione italiana si è scelto un titolo che anticipasse proprio questo, il soggetto del libro e la rivalità fra i due giganti dell’avvocatura. Il titolo originale inglese è, invece, “Last friends”, che tinge di tristezza la conclusione della trilogia, come ben dice l’inizio stesso: I Titani erano scomparsi. Avevano esaurito i loro scontri. I due rivali (rivali non solo nell’esercizio della legge ma anche in amore perché Terry Veneering aveva amato la moglie di Edward Feathers) erano diventati amici nella vecchiaia, dopo aver scoperto di essere vicini di casa nel Dorset dove si erano ritirati a vivere, ed erano morti a poco tempo di distanza.


     Il libro inizia con il servizio funebre per Edward Feathers, soprannominato Filth, acronimo di Failed in London, Try in Hong Kong (entrambi i due giganti, come altri dei loro conoscenti che appaiono in questa pagine, avevano vissuto e lavorato a Hong Kong). Si respira un’aria da sopravvissuti con la presenza dell’anziana Dulcie e di Fred Fiscal-Smith- sono molto vecchi entrambi, fuori posto nel mondo contemporaneo fatto di cellulari (che naturalmente loro non hanno) e di posta elettronica (che non sono capaci di usare), e finiscono per rubare la scena con un’avventura semi-comica che avrà come seguito una sorta di litigio fra i due e un inatteso ‘happy ending’ rosa. Tra reminiscenze del passato e spettri di case altrettanto vecchie quanto i loro abitanti passati a miglior vita, affiora la storia di Terry, figlio di un russo arrivato con un circo e di una ragazza di forte carattere che vendeva carbone per mantenere figlio e marito, immobilizzato a letto dopo una caduta rovinosa (era veramente una spia russa?). Terry non aveva avuto una vita facile- straordinariamente bello con quei capelli quasi bianchi e la statura che lo faceva sembrare più adulto, sarebbe dovuto salire sulla nave che trasportava in Canada i bambini inglesi fatti evacuare dopo i primi pesanti bombardamenti su Londra. Invece era scappato per ritornare casa, salvandosi da morte certa perché la nave era affondata, colpita da un U-boot. E però non aveva ritrovato né la casa né i genitori, caduti sotto le bombe. Era intelligentissimo, oltre ad avere prestanza fisica e facilità ad apprendere le lingue, ed era fortunato- in qualche maniera aveva studiato e poi, dopo un inizio faticoso e i primi scontri con Old Filth, si era costruito una carriera.

Bambini sopravvissuti all'affondamento della City of Benares

    Lo stile narrativo di Jane Gardam ci conquista sempre ma, se un lettore si avvicinasse a lei con questo romanzo, senza aver letto gli altri, probabilmente non ne andrebbe neppure in cerca. Il valore de “L’eterno rivale” è nel completare il quadro, ma il libro non è bello quanto gli altri due che ci avevano entusiasmato. Veniamo a sapere dell’infanzia di Terry ma non c’è molto riguardo al matrimonio con la bellissima cinese Elsa e pochissimo riguardo al figlio. Avevamo conosciuto Terence Veneering dal punto di vista di Old Filth e della moglie, ma non sentiamo di conoscerlo meglio dopo questo terzo romanzo e, per quanto ci possa piacere allargare il quadro con gli altri due personaggi, Dulcie e Fiscal-Smith, che erano stati amici di entrambi, ci infastidiscono anche un poco perché rubano la nostra attenzione.



sabato 13 maggio 2023

Dido Michielsen, “L’isola della memoria” ed. 2023

                                              Voci da mondi diversi. Paesi Bassi



Dido Michielsen, “L’isola della memoria”

Ed. Nord, trad. A. Storti, pagg. 352, Euro 19,00

 

    I primi coloni olandesi erano arrivati nel 1600 nell’isola di Giava. Come per tutti i colonizzatori, ‘loro’, i bianchi, i padroni, erano superiori agli indigeni, considerati poco più che selvaggi con nessun riguardo per la loro cultura, diversa da quella del mondo occidentale e incomprensibile per i nuovi arrivati.

Se è impossibile negare i progressi portati dai colonizzatori, è altrettanto impossibile non riconoscere i lati negativi, troppo spesso trascurati, anzi peggio, neppure considerati, soprattutto per quello che riguarda i loro rapporti con le donne. Il clima di Giava era impietoso, il viaggio, prima dell’apertura del canale di Suez, durava anche tre mesi, non era immaginabile che le donne olandesi raggiungessero i loro uomini. E la soluzione pareva normalissima- gli olandesi si sceglievano una donna (in genere una ragazza molto giovane) che faceva loro da moglie, da madre dei loro figli, da governante, da serva. Si chiamavano nyai, queste donne che erano amanti di uno straniero, e che erano un gradino più su delle munci, amanti di un militare. In genere erano belle, di una bellezza esotica, e si illudevano- tutte- che il loro uomo dalla carnagione rosea e dagli strani capelli gialli le avrebbe sposate, avrebbe riconosciuto i loro figli meticci, indoeuropei. La realtà, poi, era devastante. Spesso, troppo spesso, dovevano abbandonare i figli che non venivano riconosciuti dai padri ma a cui veniva dato un cognome simile, forse riuscivano a diventare la nyai di un altro tuan (se erano ancora abbastanza giovani), per lo più vivevano nell’indigenza, respinte dalla famiglia di origine.


    Dido Michielsen, nata ad Amersfoort nei Paesi Bassi, è lei stessa discendente di una nyai ed è parzialmente la storia della sua trisavola che racconta in questo libro, il suo primo romanzo. Il racconto della protagonista è filtrato attraverso quello di un’altra donna che lo scrive in olandese e che diventa il suo strumento in un gioco di rovesciamento di ruoli. Perché la protagonista, nata nel 1850, si chiama Piranti, che in giavanese significa ‘strumento’- sua madre forse sperava che lei fosse uno strumento per migliorare la loro vita? Quando, a sedici anni, Piranti rifiuta un matrimonio combinato, fugge di casa ed è lei ad iniziare il corteggiamento di un capitano olandese di ottima famiglia. Lui le cambierà il nome, chiamandola Isah (un chiaro segno di supremazia e noi pensiamo a Venerdì di Robinson Crusoe), lei lo chiamerà Gey, il primo dei suoi due cognomi.


    Gey è gentile, la tratta bene, sembra che la ami. Isah fa di tutto per rendergli la vita confortevole, dal preparargli i piatti europei che lui predilige al coltivare il giardino. Quando resta incinta, lui non la fa abortire, né la prima né la seconda volta, anche se non riconosce la paternità delle figlie. Isah si illude. Vuole credere che sia per sempre. Finché deve risvegliarsi dal sogno. Gey è come tutti gli altri uomini, forse peggio ancora- l’ha usata, ora la sostituirà con una donna del suo paese e la getterà via. E le bambine? Non è un problema suo.

    Non è solo solidarietà femminile che ci unisce a Isah. Non è solo una profonda compassione per quello che ha passato e che deve passare, per un’illusione perduta e per una fiducia mal riposta. È ammirazione per la tempra di questa donna capace di grande amore, per un uomo che non la merita e che noi disprezziamo insieme a lei, e soprattutto per le figlie. Perché non c’è amore più grande di quello che si manifesta rinunciando al proprio legame con l’essere amato per la sua felicità e il suo bene.

  


Il racconto di Isah procede- Isah ha sessant’anni quando affida la sua storia a Canting che la trascrive, dando voce a tutte le nyai che vivono nell’ombra, che non sono mai esistite, anonime madri di migliaia di indo-europeanen dalla pelle più chiara della loro.

“Perdonami, Isah, ma la tua storia dà voce anche a tutte quelle donne. Pubblicarla è un modo per dare un senso alla tua vita, anche se è già finita.”

    Una storia commovente e appassionante, un affresco storico che affiora a poco a poco come da uno dei tessuti batik a cui lavorava la madre di Isah.


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