domenica 12 febbraio 2017

Henning Mankell, “L’uomo che sorrideva” ed. 2004

                                                                  vento del Nord
    cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato


Henning Mankell, “L’uomo che sorrideva”
 Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 382, Euro 16,50


Molti provano la mia stessa sensazione, sentono cioè che in verità abbiamo acquisito conoscenze ed esperienze in un tempo in cui tutto era diverso, quando i crimini erano più semplici, i valori morali più saldi, e l’autorità della polizia non era messa in discussione.


    Inizia con l’immagine della nebbia il nuovo romanzo di Henning Mankell, “L’uomo che sorrideva”, pubblicato da Marsilio. La nebbia della Scania, “come un animale da preda che si muove silenziosamente”- pensa l’anziano avvocato Gustaf Torstensson- e sono parole che riecheggiano un famoso verso di T.S. Eliot che paragonava la nebbia a un più domestico felino. Ma il romanzo di Mankell è un thriller e l’inquietudine di Torstensson si comunica al lettore nell’attesa che una qualche bestia che può avere forma umana esca da quella nebbia, come poi accade, e colpisca l’avvocato. E però è anche una nebbia dello spirito, quella che avvolge il commissario Kurt Wallander che incontriamo nel secondo capitolo, mentre cammina su una spiaggia deserta sospinto da un vento dantesco, incapace di riprendersi dal senso di colpa che lo opprime da quando ha ucciso un uomo, alla fine del romanzo precedente, “La leonessa bianca”.
Poco importa che lo abbia fatto per legittima difesa, la morte che lui ha dato ad un altro gli fa inconsciamente desiderare la morte anche per se stesso, e Wallander ha cercato di distruggersi nell’anno che è passato, tra alcol, letti di donne sconosciute in luoghi remoti e ricoveri ospedalieri. Fino a cercare un po’ di pace su una spiaggia della Danimarca. Ma qualcuno, il figlio di Gustaf Torstensson, lo viene a cercare per chiedere il suo aiuto, convinto che il padre non sia morto in un incidente d’auto come da rapporto della polizia. Kurt è ancora in congedo, non sa se riuscirà a tornare a svolgere il suo lavoro e sarà proprio la morte del giovane Tortsensson, chiaramente assassinato, a dargli la forza di ricominciare, di uscire da quella nebbia.
Non ci delude mai, un romanzo di Henning Mankell. Perché non ha bisogno di mezzi spiccioli per sostenere la tensione della trama. Ne “L’uomo che sorrideva” è facile capire che l’uomo del titolo, il signore del castello cinto da mura e sorvegliato da corpi di vigilanza addestrati, nasconde qualcosa dietro l’enigmatico eterno sorriso: non si può diventare così smisuratamente ricchi in maniera onesta. Eppure leggiamo d’un fiato fino all’ultima pagina, per scoprire le dimensioni di un Male che noi, come Kurt, non abbiamo la fantasia per immaginare, per chiederci che cosa succede a un uomo comune quando si trova impigliato in una tela di ragno, per saperne di più sul commissario Wallander:
ci sono dei flashback illuminanti per il rapporto di Kurt con suo padre, la comprensione improvvisa del perché la gente comperi quei quadri tutti uguali che il padre dipinge, con il gallo cedrone e il sole al tramonto- perché la gente ama vedere un sole che non tramonta mai e suo padre aveva impedito al sole di tramontare-, la sua nostalgia per Baiba Liepa (la donna che ha conosciuto nella storia raccontata ne “I cani di Riga”), l’accordo che trova con la nuova collega Ann-Britt Höglund con cui riesce a parlare di altro che del caso, del perché lui o lei abbiano scelto di entrare in polizia, del sogno che è dentro ognuno di noi. Descrizioni e dialoghi, passaggi da una narrativa in terza persona ad una in prima persona che suggerisce una sorta di flusso di coscienza- un romanzo poliziesco che è più di un romanzo poliziesco.


la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it





sabato 11 febbraio 2017

Ragnar Jónasson, “L’angelo di neve” ed. 2017

                                                                   vento del Nord
    cento sfumature di giallo
    FRESCO DI LETTURA

 Ragnar Jónasson, “L’angelo di neve”
Ed. Marsilio, trad. R. Scarabelli, pagg. 242, Euro 15,30  

    Estremo nord dell’Islanda. Una donna giace nella neve nel giardino della sua casa. E’ nuda dalla vita in su. Al bambino che la scopre sembra un angelo di neve, con la pelle color ghiaccio, i capelli che le fanno da aureola, le macchie di sangue che paiono fiori rossi.
   In una scena seguente, senza luogo  e senza tempo, una donna viene assalita da un uomo incappucciato mentre sta cercando le chiavi per aprire la porta. L’uomo entra in casa con lei, vuole soldi e gioielli. Naturalmente solo alla fine scopriremo il nesso tra le due scene, con qualche indizio sparso tra le pagine.
    A Reykjavic AriÞor, ex studente di teologia diventato poliziotto, senza un futuro chiaro davanti nel momento di grave recessione economica per l’Islanda, riceve la proposta di prestare servizio a Siglufjörður, a quasi 400 chilometri di distanza dalla capitale. Accetta senza esitare, senza neppure consultare la fidanzata con cui convive, studentessa di medicina.

Siglufjörður è un luogo a sé, isolato da tutto. Per arrivarci c’è un tunnel scavato nella montagna e la strada corre tra pareti di roccia a strapiombo sul mare. E’ un mondo in bianco e nero, sospeso tra la neve e il ghiaccio e il buio della lunga notte invernale. E’ anche un piccolo mondo chiuso- tutti si conoscono da sempre, a Siglufjörður, tutti sanno tutto di tutti. E AriÞor, giovane e inesperto, si sente un escluso, guardato con diffidenza perfino dal gioviale capo della polizia che pretende di aver sempre ragione. Che ne può sapere un pivellino come AriÞor, appena arrivato e senza esperienza? Quando muore il vecchio scrittore che è il vanto di Siglufjörður anche se ha scritto un solo romanzo che gli ha dato una fama che poi lui ha sfruttato negli anni, AriÞor insinua che forse non si tratta di un incidente- apriti cielo! Non si discute, lo scrittore era vecchio e tendeva a bere troppo, stava scendendo da una scala nel teatro dove si svolgevano le prove per un dramma da lui diretto ed è semplicemente caduto. C’erano state delle parole dure, prima, un litigio, ma è assurdo pensare che qualcuno lo abbia spinto, che “il reverendo” AriÞor stia al suo posto. Quando viene ritrovata la donna bianca come un angelo nella neve, perfino l’inossidabile capo della polizia vacilla nelle sue convinzioni. Due morti (la prognosi sulla donna è incerta) in così breve tempo in una cittadina in cui non succede mai niente?

     Ecco, è l’atmosfera di Siglufjörður la cosa più bella del romanzo di Ragnar Jónasson. E’ impossibile non essere stregati dalla magia bianca di questa Islanda descritta da Ragnar Jónasson. Ci sentiamo come AriÞor, dapprima spaesato, con incubi notturni e crisi di panico, e poi conquistato. E’ come essere in una bolla di ghiaccio trasparente, ovattati dal frastuono del grande mondo che si affanna al di fuori e lontano, al riparo dai mille colori che affaticano la vista, in una realtà bicolore, in un gelo che pare attutire anche i sentimenti, anche la delusione che AriÞor prova per la fidanzata che non gli telefona neppure.
La trama del romanzo, invece, lascia parecchio a desiderare. E’, tutto sommato, un ‘giallo a porte chiuse’ anche se non ci sono porte. Ci sono barriere di neve, che è ancora peggio, in una cittadina isolata oltretutto dal maltempo, per cui il colpevole deve essere una delle persone del posto. Anche se è spiacevole, anche se non si vorrebbe ammettere, anche se si fa fatica a dissotterrare vecchi segreti, a guardare una realtà che non piace. La vicenda, tuttavia, con tutti i retroscena, è banale e nessuno dei personaggi (forse con l’eccezione di AriÞor) è approfondito.
    Leggetelo se avete in programma un viaggio in Islanda o se ne siete appena ritornati- io odio il freddo ma mi è venuta voglia di partire dopo aver letto “L’angelo di neve”.






giovedì 9 febbraio 2017

Zadie Smith, “Della bellezza” ed. 2006

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      romanzo "romanzo"
      il libro ritrovato


Zadie Smith, “Della bellezza”
Ed. Mondadori, trad. Bernardo Draghi, pagg. 514, Euro 19,00

Howard Belsey, inglese, studioso di Rembrandt, vive in una cittadina americana insieme alla moglie, l’afroamericana Kiki, e tre figli. Quando un altro accademico suo rivale, il caraibico Monty Kipps, arriva dall’Inghilterra per insegnare nella sua stessa università, scoppia tra di loro un conflitto sul livello degli ideali e quello della professione, coinvolgendo le famiglie in una crisi di identità personale e di armonia di coppia. Eppure, quello che emerge dai contrasti è il valore della bellezza della vita umana.


INTERVISTA A ZADIE SMITH, autrice di “Della bellezza”

      L’omaggio a E.M.Forster è palese fin dalle prime righe del romanzo “Della bellezza” di Zadie Smith e i lettori che conoscono “Casa Howard” saranno deliziati di seguirne le tracce, riconoscendone i segni pur modificati e arricchiti per inserirli nel nuovo contesto del secolo XXI. La lettera di Helen Schlegel alla sorella  con cui iniziava il libro di Forster è qui sostituita da una e-mail di Jerome Belsey a suo padre; una Helen estatica annunciava il fidanzamento con Paul Wilcox, un Jerome esultante annuncia il suo con Victoria Kipps; là un telegramma e qui un  messaggio di posta elettronica che smentiscono quanto detto non arrivano a tempo a fermare l’intervento di un parente che si precipita sul posto. “Non siamo più nel 1910!”, dice Kiki Belsey, e infatti l’opposizione tra il mondo “dei telegrammi e della rabbia” dei Wilcox e quello dell’intelletto delle sorelle Schlegel è sostituito nel romanzo della Smith dal contrasto tra i liberali Belsey e i conservatori reazionari Kipps; le classi sociali nettamente distinte nel romanzo di Forster sono scomparse nella società multietnica dalle molte possibilità che Zadie Smith ritrae così abilmente, come già nel primo romanzo che l’ha resa famosa, “Denti bianchi”.
E’ come se Leonard Bast, il misero impiegato con ambizioni culturali di “Casa Howard”, ce l’avesse fatta ad elevarsi, perché l’inglese bianco Howard Belsey, figlio di un macellaio, è diventato un accademico e sua moglie Kiki, la cui trisavola era una schiava, è direttrice d’ospedale, nonché proprietaria della bella casa in cui abitano, lasciata in eredità alla nonna da un dottore bianco (forse un tentativo di mettere a tacere i sensi di colpa?). Ma c’è sempre un Leonard Bast in ogni società e in “Della bellezza” il suo posto viene occupato da un giovane di colore, Carl, poeta e musicista di strada che i Belsey incontrano ad un concerto- e qui Zadie Smith prosegue nel suo gioco con il testo di Forster: i risvolti comici del furto dell’ombrello di Leonard da parte di Helen Schlegel si ripetono in quello del lettore di cd preso per sbaglio da Zora Belsey.
      I Belsey contro i Kipps, dunque, in tutti i campi, ad iniziare da quello dell’arte: il pittore Rembrandt, soggetto di studio sia di Howard Belsey sia di Monty Kipps, viene glorificato da Monty e visto da Howard come un semplice artigiano per niente trasgressivo o originale; in contrasto con Howard, Monty Kipps è strettamente religioso e sostiene che l’uguaglianza è un mito, che la società multiculturale è un sogno, che le minoranze esigono una parità di diritti che non si sono meritata.
Per non dire che lui- il nero che “è arrivato”- continua a parlare con disprezzo dell’”uomo di colore”, come se si compiacesse a guardare gli altri dall’alto del suo successo, escludendoli. Ed è a questo punto, al di là dei vari episodi in comune che hanno il romanzo inglese di un secolo fa e quello della giovane Zadie Smith, che ci interroghiamo sulla possibilità dell’utopistico desiderio espresso nel motto introduttivo di “Casa Howard” che è poi anche la chiave di lettura di tutti i romanzi di Forster: “Only connect”. Fino a che punto è possibile connettere due mondi, due diverse concezioni di essere, due interpretazioni del proprio posto nell’ordine delle cose? Il quadro che rappresenta la Venere Nera o la Vergine Violenta- l’eredità discussa che nel libro della Smith sostituisce l’ambita casa di Mrs. Wilcox in Forster- è forse la risposta della giovane scrittrice, figlia di padre inglese e madre giamaicana: l’immagine è quella di una donna nera, interamente nuda, circondata da piante e uccelli tropicali. Rappresenta tutto, l’amore ma anche la gelosia, la bellezza e la purezza ma anche la vendetta e la discordia, la fortuna, la buona volontà e la salute. Sono temi che appaiono tutti nel romanzo di Zadie Smith che incominciava con la storia d’amore abortita tra l’ingenuo Jerome e l’esperta Victoria per poi esplorare l’unione coniugale di Howard e Kiki, sostenuta dalla generosità di lei, indebolita dai tradimenti di lui e definitivamente affossata dalle sue menzogne- pari a quelle del suo ipocrita rivale, Monty Kipps. Stilos ha intervistato Zadie Smith, che ha appena ricevuto l’Orange Prize per questo romanzo, il maggior premio inglese per un libro scritto da una donna.


“Della bellezza” è il suo terzo romanzo: come ci si sente ad essere così giovane ed avere già scritto tre romanzi?
    A volte mi sento soddisfatta e a volte mi sembra di avere fatto poco tra i 20 e i 30 anni. Anche scrivendo solo 500 parole al giorno, avrei potuto scrivere chissà quanto: sembra molto lavoro, ma non lo è. A volte mi pare che 10 anni della mia vita siano andati in fumo. Ho scritto tre romanzi ma, nella vita reale, è come se io non avessi fatto niente. Quando scrivo non mi occupo d’altro, tutto resta in attesa, sembra proprio che non faccia nulla e può essere irritante per chi mi sta vicino. Passo il tempo a rimuginare: forse sarebbe stato meglio avere una vera e propria occupazione per passare il tempo.

“Della bellezza” è un omaggio a Forster e, in particolare, a “Casa Howard”: che cosa la attrae in Forster? “Casa Howard” è il romanzo che preferisce di Forster o l’ha scelto perché le offriva il materiale migliore per sviluppare il suo romanzo?
    No, paradossalmente “Casa Howard” non è il mio libro preferito di Forster, quello che preferisco è “Maurice”. Mi è difficile rispondere, anche perché, da quando è stato pubblicato il romanzo, la mia passione per Forster è andata scemando, credo che non lo leggerò mai più. Originariamente sono stata attratta dall’empatia di Forster, dalla sua volontà di esprimere simpatia verso gli altri. Forster non è un esteta come Henry James, non è un moralista come Jane Austen, è un inglese della periferia, è un uomo di compagnia, è socievole. Mi piace Virginia Woolf ma- supponiamo che io potessi incontrare Virginia Woolf e le chiedessi di prendere una tazza di tè insieme: lei mi direbbe certamente di no, Forster direbbe, “Sì, con piacere”. Forster era una persona molto generosa che amava stare con gli altri, sentiva che la vita vera è quella intima: avrebbe tradito il paese per un amico.


Questa volta solo una piccola parte del romanzo si svolge in Inghilterra e la maggior parte negli Stati Uniti, come mai?
    L’ho fatto anche per mettermi alla prova. In parte c’è stata, alla base, la mia paura di diventare troppo inglese, il prossimo libro, però, sarà ambientato di nuovo a Londra. Mi piaceva l’idea di variare, di descrivere un altro paesaggio, una diversa maniera di stare nel mondo. E poi l’America è, oltre all’Italia, il paese straniero che conosco di più e che amo.

 Quando è stata per la prima volta in Italia?
     L’Italia è stata il primo paese straniero che ho visitato, quando avevo 14 anni e sono stata invitata dalla famiglia di un’amica ad andare con loro nella casa che avevano affittato a Tellaro. E a novembre verrò a vivere a Roma per un anno, perché voglio imparare l’italiano. Le mie letture mi avevano dato un’idea romantica dell’Italia e ho trovato che la realtà coincidesse appieno con quell’idea. Per un inglese è un sollievo gustare la gioia cattolica del piacere. Perché qui la gente si diverte e poi chiede perdono, non si macera nella colpa. Bisogna aver vissuto nella cupezza dell’atmosfera protestante per capire che cosa voglio dire.


Uno dei cambiamenti più interessanti che ha fatto, rispetto al romanzo di Forster, è quello di opporre idee reazionarie al liberalismo, al posto dei due mondi degli affari e delle idee: è il divario che avverte maggiormente nel nostro mondo?
    La realtà è che ad un liberale sembra sempre che gli altri siano tutti reazionari. Monty Kipps è un perverso più ancora che essere un reazionario. Mi piacciono i tipi perversi, trovo che il conformismo ideologico sia noioso. Mi piace la provocazione, mi piace chi è volontariamente provocatorio e Monty è così, con le sue uscite paradossali ed estreme. I liberali trovano impossibile che i reazionari siano sinceri e, invece, a me pare che ci siano degli aspetti del pensiero conservatore che sono sinceri e fanno parte degli istinti umani e in quanto tali vanno rispettati.

Uno dei punti più discussi nel romanzo è il diritto allo studio a cui si oppone Monty Kipps. Come pensa si possa gestire questa esigenza messa in luce di recente dal numero di volontari per la guerra in Iraq che non avevano altre alternative?
    Il diritto allo studio in un’epoca in cui praticamente moriremo tutti sul posto di lavoro è una priorità: quei tre anni dedicati allo studio sono una necessità per tutti, rappresentano una libertà di cui tutti dovrebbero godere. Ed è demoralizzante vedere che non sia la meritocrazia il criterio di ammissione alle università. In America c’è questa legge dell’azione positiva, ma è demoralizzante dovere l’accesso all’università al fatto di essere nero. Penso che ci dovrebbe essere una procedura selettiva caso per caso. Quando feci domanda a Cambridge, era chiaro che la mia preparazione non era buona quanto quella degli altri e che i miei voti non sarebbero stati uguali ai loro, ma i miei esaminatori hanno fatto una scommessa su di me. Non si possono basare le ammissioni su una legge: una legge è troppo rigida, non può andare bene per un procedimento selettivo del genere.

Il romanzo è anche l’anatomia di una coppia: è essenziale la fedeltà nel matrimonio?
     Sono sposata da troppo poco tempo per sapere come reagirei in caso di tradimento. Chiunque sa che ci sono diverse maniere per non essere fedeli. Il mio impegno spirituale e mentale è una cosa molto profonda, non tradirei mai, come non tradirei un amico. Nella coppia Kiki-Howard, Kiki sopravvivrà sempre, il problema è quale vita avrà Howard, se imparerà qualcosa. Kiki resta nel matrimonio per amore di lui, perché le donne sono emozionalmente più indipendenti.

I Kipps contro i Belsey: i Belsey ci piacciono di più, anche se Howard è il meno amabile di loro e Levi il più simpatico. Levi assomiglia a qualcuno che conosce?
    Il personaggio di Levi è basato sul mio fratello minore. Da bambina ero solita pensare che la mia vita sarebbe stata più felice, che avrei trovato le risposte a tutto, che avrei capito tutto, quando avessi avuto più cultura, quando fossi stata più istruita. E poi ti imbatti in qualcuno come Levi che non ha alcuna idea della cultura, non gliene importa niente ed è felice lo stesso. Mi interessa il mondo in cui si muove mio fratello, così limitato e in cui lui si trova così bene. Faccio un esempio, forse ne parlo anche nel libro. Stavamo aspettando insieme un treno sul marciapiede della stazione e io leggevo un libro su Enrico VIII. Mio fratello mi ha chiesto perché lo leggessi e gli ho risposto che mi interessava la storia. Di rimando lui mi ha chiesto, “Perché?”. Ecco, mio fratello è tutto lì, eppure anche in questa vita limitata può trovare felicità e soddisfazione più di altri.

C’è una scena in cui Carlene Kipps dice che quello che importa nella vita è per chi si è vissuto- e lei ha vissuto per l’amore. Non le è mai importato del mondo ma le è importato della sua famiglia. Kiki Belsey, così generosa in tutto, è un passo avanti a Carlene? Perché Kiki sembra essersi interessata sia della sua famiglia sia del mondo.
    Sì, penso di sì. Mi stupisce sempre osservare come ci siano donne con una grande famiglia che si dedicano con amore ai figli derivandone grande felicità e ce ne siano altre che invece si dedicano alla politica, ad esempio, e tutto il resto è secondario. Kiki è più completa di Carlene e forse, poi, Carlene appartiene ad un’altra generazione, è sottomessa all’idea della maternità. Kiki sembra avere una capacità più ampia di affetti e di interessi.

Il romanzo termina con la descrizione di un ritratto della moglie di Rembrandt dipinto dal pittore: è questo che significa il romanzo “Della bellezza”? che la bellezza dell’arte coincide con quella dell’amore?

    La mia vita è molto esplicita riguardo a questo: nella mia vita c’è l’arte e il mio rapporto personale con mio marito. Per molti scrittori l’arte ha preso il primo posto, probabilmente  a vantaggio dell’arte, ma per me l’amore è la cosa più importante nella vita. Credo in quello, nell’amore e nell’apprezzamento del mondo. Ma rinuncerei a tutto per amore. Spero di non doverlo fare. La bellezza è la bellezza dell’amore, prima di tutto.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos


    
                                            

martedì 7 febbraio 2017

Zadie Smith, “L’uomo autografo”

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                          il libro ritrovato

Zadie Smith, “L’uomo autografo”
 Ed. Mondadori, trad. Bernardo Draghi, pagg. 469, Euro 16,60

   “Che cosa c’è in un nome?”, chiede Giulietta. “Se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome”. Eppure, per i popoli primitivi il nome si identificava talmente con l’essenza del portatore da renderne pericolosa la diffusione. E, nella religione ebraica, il nome dell’Altissimo non deve essere mai pronunciato e viene scritto solo con il tetragramma delle lettere che formano il Nome dei nomi. Sono proprio le quattro lettere del nome biblico di Dio che, nella seconda pagina de “L’uomo autografo”, ci introducono al tema del romanzo: la collezione di autografi. Un nome doppio per il protagonista Alex-Li, figlio di padre cinese e di madre ebrea inglese, e un cognome, Tandem, che suggerisce una duplicità. Alex-Li non è religioso, ma la religione rimane il problema irrisolto, la tela di fondo su cui viene tracciata la storia del personaggio e il romanzo è articolato in due parti, con capitoli intitolati ai dieci attributi divini contenuti nella Kabbalah, nella prima parte, e ai dieci stadi della realizzazione di sé per la filosofia Zen, nella seconda. Si inizia con Alex in età di Bar-mitzvah che va con il padre a vedere uno spettacolo di lotta e si finisce con il Kaddish che Alex recita in memoria del padre morto quindici anni prima, proprio durante quello spettacolo che era coinciso pure con la scoperta, da parte di Alex, del fascino del collezionismo
. Sembra che Alex stia sprecando la sua vita, tra bevute, droghe, un amore inconcluso per Esther dalla pelle scura, in mezzo alla disapprovazione dei suoi amici. E poi si lancia nell’avventura, all’inseguimento del Graal, che per lui è l’ormai anziana attrice Kitty Alexander (un caso che il cognome sia lo stesso nome di lui?),  a cui Alex ha scritto una lettera alla settimana per tredici anni senza mai ricevere risposta. E poi, un giorno, era arrivata una foto con l’autografo di Kitty Alexander ed ecco Alex partire per l’America dove, in una versione moderna di una storia di cavalleria, con tanto di incontro con una donna tentatrice, una spregiudicata “belle dame sans merci”, finisce per “rapire” l’attrice, la porta nel suo appartamento nei sobborghi di una Londra mai nominata ma facilmente riconoscibile, e organizza la strepitosa vendita all’asta di lettere o altri documenti da lei firmati.
Riconosciamo, in questo romanzo, alcuni tratti che sembrano ormai essere tipici di Zadie Smith, la scrittrice rivelazione che, a soli 23 anni, si è imposta all’attenzione con “Denti bianchi”. L’interesse per la multietnicità- Zadie Smith è figlia di padre inglese e madre giamaicana-, un orecchio finissimo per la lingua che la scrittrice sembra quasi divertirsi ad usare, in uno stile scoppiettante e caustico, brillante eppure pensoso, e un occhio attento ai segnali di novità intorno a lei. Avvertiamo qualcos’altro di molto personale ne “L’uomo autografo”, quasi la sorpresa per l’improvvisa celebrità e il tentativo di destreggiarsi con ironia con ciò che la fama comporta. Se il libro pecca a volte di intellettualismo, è pur sempre una conferma di una voce originale di grande qualità.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



                                                                        

domenica 5 febbraio 2017

Furukawa Hideo, “Belka” ed. 2013

                                                        Voci da mondi diversi. Asia
          la Storia nel romanzo   
          il libro ritrovato

Furukawa Hideo, “Belka”
Ed. Sellerio, trad. Gianluca Coci, pagg. 442, Euro 16,00
Titolo originale: Beruka, hoenai no ka?

     Attacca!
    E’ la voce del suo istinto. Tutto ciò che ha appreso all’epoca in cui era un cane soldato riemerge prepotentemente dal fondo della sua memoria. Sì, adesso è tutto chiaro!, esclama dentro di sé, assumendo un’aria concitata. Adesso so chi sono, so qual era la missione che avrebbero dovuto affidarmi su quella maledetta isola!...Kita abbaia con tutto il fiato che ha in gola, scosso da un tremito violento. La mia missione! La porterò a termine qui, in questo preciso momento! Perché io sono vivo qui, in questo preciso istante!

        Stupefacente. L’episodio iniziale del romanzo “Belka” dello scrittore giapponese Furukawa Hideo è stupefacente. Che il cane sia l’amico fedele dell’uomo è risaputo- è una frase trita per indicare la sua precipua qualità. Che sia un animale intelligente, pure. Così come che possa essere facilmente addestrato. Ma il comportamento dei cani sulle isole Aleutine nel 1943, nel pieno svolgersi della seconda guerra mondiale, è più umano che canino. L’anno precedente due di queste isole nel Pacifico del nord furono occupate dalle truppe giapponesi. Quando queste dovettero ritirarsi in fretta e furia, quattro cani della loro unità cinofila furono abbandonati: tre pastori tedeschi e un cane di razza hokkaidō. Quattro cani soldato di cui uno, Explosion, non apparteneva alle forze giapponesi, bensì a quelle americane- era un prigioniero di guerra, un cane che già si trovava su una delle isole quando i giapponesi le avevano conquistate. Explosion corse festoso verso gli americani appena sbarcati per riappropriarsi dell’isola. Aveva riconosciuto i vecchi padroni. Due degli altri cani la seguirono. Quello più solitario, invece, Katsu, rimase nacosto nella sua tana, nella postazione della contraerea dove era stato assegnato. Attese che si avvicinasse il primo soldato nemico- perché sapeva bene che i nuovi arrivati erano i nemici che era suo dovere combattere- e gli balzò addosso azzannandolo al collo. Poi si mise a correre verso il campo minato guidando gli inseguitori dietro di sé. Saltò in aria lui. Saltarono in aria gli americani. Missione compiuta. Un cane kamikaze.

        Per chi non lo sapesse, quarantamila cani soldato furono addestrati durante la seconda guerra mondiale (date anche un’occhiata al notevole libro di Giovanni Todaro, “I cani in guerra. Da Tutankhamon a Bin Laden”, edizione Oasi Alberto Perdisa). Nel suo libro di storia canina Furukawa Hideo segue le vicende di solo quattro di questi splendidi esemplari tracciandone la genealogia prima di incominciare il racconto- è il poter tracciare i propri antenati che attesta la purezza del sangue, per gli uomini così come per gli animali, già lo abbiamo visto in “Pura razza bianca”, il romanzo di Frank Westerman sui cavalli lipizzani. E, come nel libro di Westerman, pure in quello di Furukawa leggiamo una storia del secolo passato osservata da un’angolatura del tutto singolare, quella dei cani questa volta- dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda, ai conflitti in Corea e Vietnam, alla guerra in Afghanistan infine.
Non solo. Perché ci sono guerre e guerre. Guerre per territori e confini geografici, guerre combattute in nome di ideologie e guerre di bassa lega, per così dire, guerre in cui si scontrano le mafie e c’è un gran giro di soldi. Furukawa Hideo alterna i capitoli, prima ci porta in una segretissima ‘città della morte’ in Siberia dove una strana ragazzina giapponese, presa in ostaggio perché figlia di un boss mafioso, è portata ad identificarsi con un cane fino a cambiarsi il nome in Strelka, come uno dei due cani che ritornarono indietro dallo spazio, e un vecchio, conosciuto come ‘l’Arcivescovo’, progetta trame di grandiose rivoluzioni guidate dai cani, e poi inizia altri capitoli di storia ‘canina’ con la stessa domanda ripetuta, quasi un campanello ad indicare il cambiamento di traccia, “Cani, miei cari cani, dove siete finiti?”.
Sono finiti in Alaska, a trainare slitte, a fare gare di corsa, oppure in uno stato molto più a Sud, dove il clima non è loro confacente, a fare da guardia del corpo, a sorvegliare confini, a partecipare ad una utopistica navigazione senza strumenti. Si riproducono, vengono venduti, i loro discendenti si rincontrano in maniera casuale, i cuccioli ereditano, o non ereditano, i geni degli augusti genitori, da cani soldato addestrati per guerre ‘gloriose’  passano ad essere cani antidroga dal fiuto straordinario, mentre la cagnetta spaziale Laika, seguita da Belka e Strelka, diventa un simbolo di audacia, pari a quella del primo uomo che varcò le colonne d’Ercole.

      Tra realtà e finzione, poesia e ironia, ricco di rocambolesche avventure e di microstorie piene di inventiva, questo è un bellissimo libro da leggere, la dimostrazione che il romanzo non è affatto morto, per nostra fortuna (tutti cani del romanzo abbaiano il loro assenso).

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




venerdì 3 febbraio 2017

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” ed. 2017

                                                           vento del Nord
         FRESCO DI LETTURA


Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo”
Ed. Iperborea, trad. A. Bassini, pagg. 328, Euro 17,50

   Il vicino di casa. L’amico. L’amica che fa l’artista underground a Berlino. La ragazza che ha amato. La  madre. E lo scrittore che fa domande. Una voce che si sovrappone all’altra, racconti di cui si perde il filo e poi lo si ritrova, basta un accenno. Cose che vengono dette, smentite, corrette, viste da un altro punto di vista. Ma di chi si sta parlando? “Comincio da come ho conosciuto Samuel?”, chiede uno degli interlocutori che- ha accennato alle sbarre- è in prigione. Stiamo parlando di Samuel, allora. E’ la storia di Samuel che lo scrittore sta cercando di venire a sapere. Samuel che è morto in un incidente. Incidente per davvero (la madre dice che i freni non funzionavano bene) o suicidio? era depresso, Samuel?
    Anche i nomi dei personaggi veniamo a saperli a poco a poco, e tocca a noi attribuirli all’uno o all’altro. Il vicino di casa scompare presto dalla scena, l’amico si chiama Vandad e non ci sarà mai chiaro fino a che punto lui e Samuel fossero solo amici, l’artista (un tipo stravagante) si fa chiamare la Pantera e la ragazza che aveva lasciato da poco Samuel quando questi ha avuto l’incidente si chiama Laide, fa l’interprete ed è impegnata nell’aiutare le donne migranti. L’ordine si crea dal disordine, nel romanzo di Jonas Hassen Khemiri (scrittore nato a Stoccolma da madre svedese e padre tunisino di cui abbiamo già molto amato il precedente romanzo “Una tigre molto speciale”), la polifonia-  un poco spiazzante, all’inizio- è ricchezza di punti di vista, è una maniera per tenere sempre vigile la nostra attenzione. Perché tocca al lettore accumulare i dettagli, mettere da parte le tessere del quadro che viene a formarsi davanti agli occhi della mente: Samuel al centro, gli amici intorno, lo scrittore che fa le domande in un angolo. Tocca anche al lettore capire che la maggior parte dei protagonisti non sono svedesi se non per nazionalità acquisita, o perché sono nati in Svezia da genitori immigrati, e forse per questo hanno una maggiore sensibilità verso il problema dei migranti e le loro difficoltà.

     Nel ritratto che ne fanno gli altri Samuel ama la vita e non vuole sprecarne neppure un attimo- ha inventato la Banca delle Esperienze, il fare qualcosa, anche se sciocca o irrilevante, perché aumenta il punteggio delle esperienze di vita. E fa delle liste, allora, di cose come andare all’aeroporto a vedere decollare gli aerei o passare dal poligono per sentire il rumore di una Glock. In realtà Samuel fa liste di tutto perché è uno smemorato, confessa di essersi fatto un elenco di domande da fare ad un primo incontro con una ragazza, per paura di fare scena muta. Nella sua svagatezza Samuel ha molte doti- è affettuoso e paziente (lo vediamo alla prova con una nonna che ha un inizio di demenza), è generoso con gli amici (paga spesso la parte di affitto che toccherebbe a Vandad) e anche con gli estranei (offre alloggio nella casa vuota della nonna a delle donne migranti). Quando si innamora perdutamente di Laide (per lui è bellissima, Vandad non condivide la sua opinione), ci fa tenerezza. Il rovescio della medaglia è che Samuel è superficiale, credulone, sbadato, irresponsabile.

    E tuttavia, dopo tutto quello che abbiamo ascoltato, insieme allo scrittore, dopo le avventure a tratti buffe, a tratti tristi, a tratti sentimentali, dopo le passeggiate per Stoccolma, dopo le soste ai bar, dopo i noodles ai fiocchi di latte, dopo confidenze e litigi e riappacificazioni, possiamo dire di conoscere Samuel? Si può mai dire di conoscere qualcuno?
E’ questo che vuole dire, infine, “Tutto quello che non ricordo”. Che ognuno di noi è tante persone quante sono quelle che ci conoscono e che si possono azzardare delle ipotesi, ma nessuno saprà mai per certo quali pensieri abbiano attraversato la mente di Samuel alla fine.



    

giovedì 2 febbraio 2017

Jonas Hassen Khemiri, “Una tigre molto speciale (Montecore)” ed. 2009

                                                               vento del Nord
                                                               biografia
        il libro ritrovato


Jonas Hassen Khemiri, “Una tigre molto speciale (Montecore)”
Ed. Guanda, trad. Alessandro Bassini, pagg. 331, Euro 17,00

Titolo originale: Montecore. En unik tiger


   “Grazie, Abbas. Fortuna buona per il futuro. Spero tu avrai successo nella tua ambizione di non contagiare tuo figlio con l’estraneità.”
  “In che  senso, contagiare?”
  “Sì, perché il senso di estraneità sembra davvero vagare in eredità da una generazione all’altra, non trovi? E allo stesso tempo contagiare quelli che ti stanno vicino. Un po’ come una malattia infeziosa.”

   Montecore. Chi è, che cosa è Montecore? La prima parte del titolo, “Ritratto di una tigre molto speciale”, sarebbe già abbastanza intrigante di per sé, senza l’aggiunta di quel ‘Montecore’ che lascia spiazzati. A meno che la curiosità invincibile ci porti subito a fare delle ricerche, dobbiamo attendere la fine del romanzo per avere almeno qualche indizio sul suo significato, e peraltro anche lì il riferimento è a Google, lo stesso motore di ricerca che usiamo anche noi. Montecore era la tigre bianca ammaestrata della coppia di domatori Siegfried e Roy che si esibiva a Las Vegas. Aggiungo alcuni dettagli su cui la mente del lettore può lavorare, mentre si immerge nelle pagine di questo libro affascinante: Siegfried e Roy erano tedeschi (stranieri in America); Siegfried e Roy avevano un grande sogno; di Roy è la citazione all’inizio del libro, riferentesi allo stretto legame con gli animali, “Pensano che sia una strana tigre che cammina su due gambe”; Roy finì dissanguato per essere stato azzannato alla gola da Montecore- pare però che la tigre fosse intervenuta per difenderlo da una spettatrice invadente; nei giochi di ruolo inventati da Jonas (il figlio di Abbas Khemiri, grande protagonista in assoluto del romanzo) le manticore sono i mostri.

    La straordinaria tigre bianca è dunque Abbas Khemiri? Il romanzo di Jonas Hassen Khemiri è la storia di suo padre, ma è anche la storia di un uomo che, emigrato dalla Tunisia alla Svezia, è colpito dal ‘virus dell’estraneità’ e che lotta per non contagiare il figlio, è un libro sul rapporto di un padre con il figlio ed è, infine, una protesta e una denuncia del razzismo e della discriminazione. C’è qualcosa delle acrobazie degli animali del circo in “Una tigre molto speciale”, un romanzo pirotecnico e scoppiettante a più voci. Il primo a prendere la parola, o meglio la penna, ovvero a battere una e-mail sui tasti di un computer, è Kadir, l’amico di Abbas Khemiri. Scrive a Jonas: ha saputo che Jonas e suo padre non si parlano da nove anni e che ora Jonas sta pubblicando il suo primo romanzo. Che ne dice dell’idea di collaborare per scrivere una biografia di Abbas, diventato ormai un fotografo famoso?
Da questo punto in poi quello che noi leggiamo è un libro in fieri, composto dalle e-mail di Kadir in cui ribatte e commenta ciò che Jonas deve avergli scritto, una narrativa in terza persona in cui Kadir racconta la giovinezza di Abbas in Tunisia (arrivato lì dall’Algeria in guerra) e il colpo di fulmine tra Abbas e Pernilla Bergman, i ricordi di Jonas che tuttavia non usa la prima, ma la seconda persona per dirci di un padre del tutto speciale, del tutto diverso dai padri dei suoi compagni. Il padre (anzi, ‘il pappo’) di Jonas non veste mai in giacca e cravatta, ha i riccioli neri e la carnagione scura, ha gli occhi scintillanti ed è sempre allegro. Il pappo ha fondato con Jonas il Duo Dinamico, coinvolgendolo nelle sue imprese (di scarso successo, per lo più). Il pappo non parla svedese ma il khemirico, un miscuglio di lingue con regole ed eccezioni (ad esempio, ‘niveizzare’ vuol dire spalmare una crema e se una cosa è liscia è ‘pernilliana’). Il pappo arriva a prenderlo a scuola urlando a gran voce, “Ma ciao vecchi scarponi!”. Ai ricordi di Jonas per ricostruire il passato si aggiungono le lettere che Abbas ha mandato a Kadir, e poi ci sono le note esplicative di Kadir a pie’ pagina- la costruzione del libro, il lessico usato nello scambio di lettere, le correzioni ad un testo che viene scritto in simultanea mentre lo leggiamo, ci fanno venire in mente l’eccezionale debutto di Jonathan Safran Foer, ma i personaggi, l’ambiente, la problematica sono talmente diversi che allontaniamo subito l’idea di una somiglianza.

    Abbas Khemiri domina il libro di suo figlio, è un personaggio strepitoso- d’altro canto non è forse riuscito ad incantare, lui che non ha né soldi né un lavoro, la bionda e alta svedese Pernilla che gli dà ben tre figli? Perché Abbas ha un sogno e lo persegue, contro tutti e contro tutto, e si rispetta sempre chi ha la forza di credere nel proprio sogno. Abbas vuol diventare un fotografo come Robert Capa e ci riuscirà, tra avversità e comiche disavventure. Intanto, però, il figlio che lo adorava, che lo seguiva come un’ombra, si allontana da lui e finisce per considerarlo un vigliacco, o un traditore.
Perché, mentre cresce l’onda del razzismo in Svezia, mentre aumenta la paura di essere aggrediti da teppisti di estrema destra, mentre si diffonde l’insultante parola ‘blatte’ per definire gli immigrati, padre e figlio si trovano su sponde diverse, quasi che il virus dell’estraneità fosse entrato nella famiglia stessa. Con dolore, dell’uno e dell’altro. Dolore così intenso che si tocca, perché, che cos’è “Una tigre molto speciale” se non una mano allungata verso il padre? Siamo poi sicuri che Kadir sia chi dice di essere?

E infine un’osservazione: quanto ci delude questa Svezia violenta e razzista!

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it