Dedichiamo un minuto di silenzio a tutte le vittime della furia nazista.
Tolkien non era ancora stato tradotto in italiano. L'attore che impersona Frodo sul grande schermo non era ancora nato. Leggevo in inglese "Il signore degli anelli", c'era un temporale, era saltata la luce. Ricordo di avere acceso una candela ed aver proseguito la lettura: per me quell'immagine- io che leggo a lume di candela- è diventata il simbolo della mia passione. Io leggo, sempre, ovunque. E amo parlare di libri, per farli amare dagli altri.
giovedì 26 gennaio 2017
Eva Heyman, “Io voglio vivere. Il diario di Eva Heyman”, a cura di Agnes Zsolt ed. 2017
Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
Shoah
testimonianze
FRESCO DI LETTURA
Eva Heyman, “Io voglio vivere. Il diario di Eva Heyman”, a cura di Agnes Zsolt
Ed. La Giuntina, trad. Andrea
Rényi, pagg. 150, Euro 12, 75
Esce un grido dalle pagine del diario di
Eva Heyman- Io voglio vivere. Sono
parole che ripete più di una volta, più di un giorno quando la paura del futuro
è una cosa concreta. Una voce di bambina che attraversa più di settanta anni,
quanti ne sono passati dal 30 maggio 1944, data dell’ultima pagina del suo
diario. La data ci dice già tutto. Eva Heyman, ebrea ungherese, fu deportata
nel campo di concentramento di Auschwitz dove morì il 17 di ottobre dello
stesso anno. Aveva tredici anni.
Come Anna Frank, a cui il nostro pensiero
corre subito, anche Eva inizia a scrivere il diario nel giorno del suo
compleanno che cadeva in febbraio. A differenza di Anna, nascosta nelle stanze
di una soffitta di Amsterdam, la reclusione nella casa sovraffollata del ghetto
di Nagyvárad (l’attuale
Oradea in Romania) dura poco per Eva. Un mese in cui avrà continuato a sperare
che le voci che giravano sulla sorte degli ebrei non fossero vere, che la
Germania fosse definitivamente sconfitta, che lei potesse continuare a vivere.
“Non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto rimanessi
soltanto io qui. Aspetterei la fine della guerra in una cantina o in una
soffitta, o in un buco qualsiasi; mio piccolo Diario io mi lascerei baciare dal
gendarme dagli occhi storti che ci ha portato via la farina, basta che non mi
uccidano, che mi lascino vivere!”. Il diario finisce così, con ancora qualche
riga in cui scrive che hanno lasciato entrare Mariska, la cuoca fedele, a cui
avrebbe affidato il suo prezioso quaderno. E Mariska lo avrebbe conservato e
consegnato ad Agnes Zsolt, la madre di Eva che invece sopravvisse alla guerra.
Ci commuovono sempre, le voci del passato.
Soprattutto se sono state fatte tacere a forza, se non hanno potuto raggiungere
la pienezza, se sono scomparse in una maniera atroce, se, in qualche modo,
l’intero mondo è responsabile per la loro morte. La voce di Eva è fresca,
genuina. Guardiamo la sua foto con le trecce e pensiamo che la voce che echeggia
nelle pagine le si addice. Inizia con piglio allegro, scopriamo a poco a poco
delle zone buie nella sua vita. La madre, che lei chiama per nome, Agi, si è
separata dal padre di Eva e si è risposata con il giornalista e scrittore Béla
Zsolt. Mentre Eva veniva affidata ai nonni, per un certo periodo la madre e il
nuovo marito hanno vissuto a Parigi, per tornare poi a Nagyvárad. Eva si era sentita
abbandonata. Nelle sue parole la naturale spensieratezza di una tredicenne è
smorzata a tratti dalle ombre sul suo cuore di bambina con tanti nonni, con due
padri ma con una madre che- lei lo avverte con chiarezza- ama più il secondo marito
che la figlia. Poi, nel giro di tre mesi, la situazione precipita, il rombo
della guerra si fa più vicino, i segnali premonitori aumentano e le restrizioni
pure. La bicicletta rossa di Eva viene requisita, a nulla valgono le suppliche
della madre e le lacrime di Eva. In una qualche maniera quella bicicletta rossa
vale più di tutto, più di tutti gli altri beni che la famiglia dovrà
consegnare. E’ l’infanzia stessa che viene requisita. E’ con la bicicletta
rossa che Eva incomincia a morire.
Eppure- meraviglia della giovinezza- c’è ancora spazio per l’amore,
nonostante tutto. Come Anna per Peter, anche Eva prova un sentimento che è la
sperimentazione dell’amore per Pista Vadas. Adesso Eva pensa di meno a Marta,
l’amica il cui ricordo costellava le pagine del diario, il cui nome ricorreva
con frequenza pari a quella con cui citava i suoi famigliari. Il pensiero di
Marta era sempre associato al desiderio di vivere, di non finire come lei,
prelevata mentre gustava una merenda di fragole e panna. Il pensiero di Marta è
rimosso, adesso che Eva deve concentrarsi su se stessa per trovare la forza di
andare avanti.
Un piccolo libro da leggere- ci tormenterà
il ricordo della bicicletta rossa di Eva e delle fragole rosse di Marta.
mercoledì 25 gennaio 2017
Monika Held, “La notte più buia” ed. 2013
Voci da mondi diversi. Area germanica
Shoah
il libro ritrovato
Monika Held, “La notte più buia”
Ed. Neri Pozza, trad. Riccardo Cravero, pagg. 279, Euro
16,50
Titolo originale: Der
Schrecken verliert sich vor Ort
Quella sera Lena fece una scoperta che la
irritò. Le storie che raccontavano gli amici di Heiner iniziavano a
sfrangiarsi, erano sul punto di staccarsi dalle persone a cui appartenevano, si
mescolavano e si completavano a vicenda. Un giorno zia Zofia avrebbe fatto
parte della storia di Stan, che nemmeno conosceva Zofia, ma sarebbe stato
convinto di essere stato presente quando l’avevano fustigata. Un giorno Heiner
avrebbe raccontato del bunker della fame come se ci fosse stato lui e Leszek
dell’albero parlante come se sul ramo scricchiolante ci si fosse seduto lui a
urlare al cielo il suo numero e non Mietek. Era un furto? Oppure tutte le
storie appartenevano a tutti perché nessuna andasse perduta?
Francoforte, giugno 1964. Dopo un’udienza del Processo Auschwitz un uomo
si accascia nel corridoio. Una donna lo soccorre. E’ l’inizio di una storia d’amore
bellissima e tormentata- non potrebbe essere diversa perché lui, Heiner
Rosseck, è un uomo tormentato,
vittima di ricordi che non possono essere relegati nel passato. Perché Heiner è
vissuto per questo, è sopravvissuto ad Auschwitz per portare testimonianza,
perché tutti sapessero, perché giustizia venisse fatta. Per poi trovarsi
davanti un avvocato difensore che rivolge domande che suonano offensive per chi
era ‘là’- c’era una porta o c’era una tenda? Che ora era? Che giorno era? c’era
una porta o c’era una tenda? A destra o a sinistra? Come fa ad essere sicuro?-
o per dover ascoltare imputati assassini che sostengono di aver compiuto un
atto di misericordia, accelerando la morte di uomini che erano già in punto di
morte. Che si sentono non colpevoli ‘davanti a Dio e davanti agli uomini’.
Inoltre, erano gli ordini, agli ordini si ubbidisce.
| Auschwitz dall'alto |
Heiner Rosseck aveva ventidue anni quando era stato arrestato e portato
ad Auschwitz come detenuto politico. La sua vita si sarebbe divisa in un
‘prima’ di giovinezza, di amore e di lotta contro il nazismo, un ‘là’ di orrore
infinito, un ‘dopo’ difficile perché nessuno voleva sentire quello che lui
aveva da raccontare, nessuno ci credeva, perfino la moglie lo aveva lasciato
portandosi via la loro figlia: non si può vivere con un uomo che continua ad
abitare ad Auschwitz, nella sua mente e nei suoi incubi. L’incontro con Lena,
l’interprete che è nata a Danzica, una tedesca sui generis, alla fine. Riuscirà
a funzionare il loro amore?
Ne “La notte più buia” Monika Held è riuscita in un’impresa non facile:
darci qualcosa di nuovo sui campi di sterminio, soprattutto sull’esperienza
umana di chi ci ha vissuto ed è vissuto per raccontarlo, soprattutto
sull’impossibilità di dimenticare, di venire a patti, di riprendere il corso di
una vita che non potrà mai più essere la stessa, perché tutto, proprio tutto-
la propria fisicità, il linguaggio, la natura- è stato cambiato radicalmente.
Una rampa non è una semplice rampa, fare una selezione non è semplicemente
scegliere, perfino fare una doccia non è innocuo. Heiner Rosseck è un uomo che
amiamo, insieme ai suoi incubi. Un personaggio che cerchiamo di capire, insieme
a Lena, altro personaggio straordinario che lotta con se stessa per non
soccombere davanti all’impossibilità di pareggiare la bilancia: che cosa mai ha
di straordinario la sua vita, paragonata a quella di Heiner? Lena lotta perché
Heiner non smetta di lottare- ascolta all’infinito le sue storie che
incominciano con ‘guarda, Lena’, le confronta con quelle che sente dagli amici
di Heiner per cui prova un filo di gelosia. E’ qualcosa di unico, quello che
unisce Heiner agli uomini conosciuti nel campo. Si sono salvati la vita l’un
l’altro, resistendo perché l’altro non cedesse. E’ un sentimento che va al di
là dell’amore, e Lena se ne rende conto quando lei e Heiner decidono di
partire, di tornare in Polonia, di andare di nuovo ‘là’ per esorcizzare le
ombre, per vincere la paura- “Non c’è più paura in questo luogo” è il titolo
originale del libro- e incontrano i vecchi amici con cui non c’è bisogno di
spiegare nulla e le loro storie si mescolano, quasi che l’uno si appropriasse
della storia dell’altro.
Una, in particolare, è sconvolgente. La storia buia di
una delle tanti notti buie che avrebbe dovuto invece scintillare di luci: le SS
avevano eretto un grande albero di Natale nella piazza del campo e avevano
fatto uscire tutti i prigionieri. Poi avevano ordinato di andare a prendere
quelle larve di uomini conosciuti con il nome di Muselmann e di depositarli ai
piedi dell’albero. Infine, con una temperatura di -34°, avevano ordinato che
venissero innaffiati d’acqua: erano diventati pacchetti di Natale di ghiaccio.
Questo è il romanzo di una tragedia che non dobbiamo dimenticare, ma è
anche un romanzo che parla d’amore e della forza dell’amicizia, più grande
ancora di quella dell’amore, la fiamma che riesce ad illuminare perfino la notte più buia.
la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
martedì 24 gennaio 2017
Barbara Vine, “Il Minotauro” ed. 2006
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
noir
il libro ritrovato
Barbara Vine, “Il Minotauro”
Ed. Fanucci, trad. Eleonora
Federici, pagg. 297, Euro 16,50
I lettori appassionati di genere ormai sanno non solo che Barbara Vine e
Ruth Rendell sono la stessa persona, ma anche che Barbara Vine e Ruth Rendell
sono in realtà due identità diverse nella stessa persona, una sorta di Dottor
Jekyll e Mr. Hyde, se non fosse per i connotati specifici di bene e male che
questa spaccatura di personalità ha assunto. Che certamente il romanzo dell’una
non è scambiabile con quello dell’altra: Ruth Rendell scrive thriller eleganti
e i romanzi di Barbara Vine sono dei noir eleganti, un’interpretazione e un
proseguimento del romanzo gotico inglese, con un marcato interesse per
psicologie distorte o con turbe della psiche causate da traumi o esperienze di
vita.
Si intitola “Il Minotauro” il nuovo romanzo
di Barbara Vine, alludendo al mitico mostro con corpo di uomo e testa di toro
che Minosse, vergognandosi di questo figlio nato da un rapporto adulterino
della moglie Pasifae, aveva fatto rinchiudere nel labirinto costruito apposta
per lui. E c’è un personaggio simile al Minotauro nel libro di Barbara Vine: un
uomo sulla quarantina che viene trattato dai familiari come se fosse un bambino
e tuttavia è un genio in matematica, che non ha nessun rapporto con il mondo
esterno, che non sopporta di essere toccato. E c’è pure un singolare labirinto
nel libro, non costruito all’esterno ma all’interno della casa, con barriere
separatorie di libri invece che di siepi.
Una vecchia casa inglese sprofondata nella
campagna dell’Essex, una madre anziana con quattro figlie e un unico figlio
maschio, un’eredità che andrà tutta all’uomo chiaramente ammalato, a meno
che…Questi sono gli elementi della trama, niente di nuovo, trasformati tuttavia
dalla scrittura della Vine che adotta un doppio filtro narrativo: il primo è
dato dalla distanza temporale, perché gli eventi avvenuti sul finire degli anni
‘60 vengono raccontati nel presente, richiamati alla memoria da un incontro
occasionale. Sistema ottimo per permettere alla scrittrice una certa vaghezza,
un’osservazione di quanto siano cambiati i costumi, gli usi di vita nonché la
morale delle persone. Persino la giustificata ignoranza su quale sia la
malattia di John Cosway che il lettore, memore del film “Rain man” e di romanzi
recenti come quello di Mark Haddon, riesce presto a identificare.
Il secondo
filtro è il narratore esterno, la narratrice in questo caso: la storia è
raccontata da Kerstin Kvist, ventiquattrenne svedese che accetta il lavoro come
infermiera di John Cosway per restare in Inghilterra, vicino al ragazzo di cui
è innamorata. L’occhio osservatore di Kerstin ha il vantaggio della giovinezza,
dell’estraneità e quindi di abitudini diverse, per registrare le strane
alchimie famigliari e individuare anomalie nel comportamento della madre e
delle sorelle. In più, le sue conoscenze in campo medico la fanno sospettare
che il problema di John non sia la schizofrenia e, ancora, Kerstin tiene un
diario- in svedese- che risulterà utilissimo alla polizia.
Come gli altri libri di Barbara Vine,
anche “Il Minotauro” è un romanzo di atmosfere e di indagine psicologica,
leggermente claustrofobico come i romanzi di Agata Christie, stilisticamente
perfetto. Interessante ricordare che anche Ruth Rendell, come Agata Christie, è
stata insignita di un titolo onorifico, diventando Baroness Rendell of Babergh.
la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net
lunedì 23 gennaio 2017
Massimiliano Boni, “Il museo delle penultime cose” ed. 2017
Casa Nostra. Qui Italia
Shoah
FRESCO DI LETTURA
Massimiliano Boni, “Il museo delle penultime cose”
Ed. 66th and 2nd, pagg. 352, Euro 18,00
Roma.
Potremmo pensare che sia la Roma dei nostri giorni, poi qualche piccolo
indizio, uno dopo l’altro, ci fa cambiare idea. C’è una donna presidente, la
solita schermaglia elettorale con due aspiranti alla carica di primo ministro,
Renzi (ingrassato) e Cacciani. Un’atmosfera di inquietudine aleggia su Roma, si
insinua nelle stradine del ghetto, affiora nelle chiacchiere e nelle dicerie.
Il vessillo del partito che vince ha cambiato colore ma ne riconosciamo le
tendenze politiche- Cacciani sfoggia una sciarpa arancione. Dei droni solcano
il cielo, degli orwelliani sound trees
sono disseminati nella città- sono un tocco (solo un tocco) di ucronia che, in
aggiunta ad un conto degli anni dei personaggi, ci aiuta a concludere che siamo
in un futuro vicino, tra il 2020 e il 2030.
Pacifico Lattes è vicedirettore del Museo della Shoah di Roma.
Evidentemente il progetto in discussione da anni è stato approvato, il
parallelepipedo nero con i nomi dei deportati della razzia del 16 ottobre 1943
che si rincorrono sulle pareti esterne sorge nei giardini di Villa Torlonia.
Pacifico Lattes ha raccolto le testimonianze di tutti i sopravvissuti ai campi,
il suo lavoro si è concluso con una mostra su una donna ebrea che è appena
morta in America e su un’italiana che aveva quattordici anni all’epoca e che
aveva scritto un diario dei giorni che aveva passato nascosta. Pacifico crede
di aver terminato il suo lavoro. Crede di potersi lasciare alle spalle la Shoah
con i suoi orrori. Crede di poter tornare a godersi la famiglia, la moglie e i
due bambini. E invece spunta fuori il parroco di una zona periferica di Roma,
dice che nel ricovero per anziani della sua parrocchia c’è un uomo
ultranovantenne che non ha mai voluto dire nulla di sé ma che ha chiesto di
avere un funerale ebraico, quando verrà il momento. Forse questo Attilio Amati
è ebreo, una volta ha parlato di treni, ha una cicatrice sul braccio dove
dovrebbe esserci il tatuaggio del numero, forse è un sopravvissuto. L’ultimo
dopo quelli che si pensava fossero gli ultimi.
Il motore del romanzo “Il museo delle
penultime cose” di Massimiliano Boni è il mystery da risolvere, la ricerca
dell’identità di Attilio Amati che non risulta in nessun archivio. Inoltre non
risulta neppure che un Attilio Amati fosse tra i ragazzini rastrellati dal ghetto
di Roma e caricati sul treno della morte. Il nodo focale del romanzo, tuttavia,
è un altro, è il valore inestimabile della memoria che si apprezza maggiormente
nel momento in cui sono scomparsi dalla scena i diretti testimoni, la certezza
della memoria che deve essere tutelata a salvaguardia del passato, contro
l’avanzare del revisionismo, della negazione che la realtà dei campi sia
esistita e che il genocidio abbia avuto le immani proporzioni che ha avuto.
Ogni minimo frammento di testimonianza deve essere preservato gelosamente, per
questo e perché le vittime non siano soltanto passate su questo mondo come il
fumo dei camini di Auschwitz. E questa necessità è sempre più urgente in
un’Italia (solo l’Italia?) in cui serpeggia un antisemitismo che ricorda le
prime avvisaglie del nazismo in Germania. Il personaggio di Pacifico, poi, vuol
dirci qualcos’altro ancora, delineato com’è, in netto contrasto con Marco, il capo
del Museo. Bello il personaggio di Marco, un ex partigiano che non è ebreo e
che, nella lotta coraggiosa per portare la memoria alla conoscenza di tutti che
gli costerà la vita, è come uno dei Giusti che hanno rischiato la loro, di
vita, per salvare anche soltanto quella di un ebreo. Pacifico, che si è sempre
rifiutato di visitare un lager, che vorrebbe non dover più sentire raccontare
della rampa e della selezione e delle camere a gas, è l’ebreo medio che avverte
come un peso la Storia del passato, è ciascuno di noi con l’eterna domanda, ‘ e
io, che cosa avrei fatto? chi avrei salvato, dei miei cari, se fossi stato
costretto ad una scelta?’.
![]() |
| pietre d'inciampo a Roma |
Tra i tanti libri che puntualmente ogni
gennaio sono pubblicati e che troppo spesso sembrano sfruttare la morbosità
dell’orrore o indulgere ad un tardivo sentimentalismo, il libro di Massimiliano
Boni si distingue perché affronta in maniera originale il problema di come non
lasciar sprofondare nell’oblio la tragedia che ha segnato la Storia e la coscienza
dell’Europa nel secolo XX.
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
sabato 21 gennaio 2017
Parisa Reza, “Giardini di consolazione” ed. 2017
Voci da mondi diversi. Asia
la Storia nel romanzo
FRESCO DI LETTURA
Parisa Reza,
“Giardini di consolazione”
Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 256, Euro 17,00
1299 del calendario persiano. Gli anni
venti del secolo scorso per noi. Talla, dodici anni, sta andando a dorso
d’asino dal suo villaggio natale, Qamsar, verso Teheran. Per l’occidente Talla
è una bambina, in Iran è già sposa- Sardar l’ha sposata quando lei aveva nove
anni ma è tornato solo ora a consumare il matrimonio e a prenderla per portarla
nel villaggio dove lui ha lavorato tre anni per potersi permettere una moglie.
Qamsar è il paese delle rose, a
Qamsar si respira l’aria delle montagne, ma Qamsar è l’arretratezza. A Qamsar
la vita è rimasta immutata nei secoli. Il terrore che coglie Talla quando sente
e vede quello che per lei è un mostro rombante ne è la prova. Il ventenne
Sardar ride, ma Talla non ha mai visto un’automobile e non può che averne
paura. Case primitive, gruppi famigliari chiusi, regole educative di una
severità che è crudeltà (la punizione della sorellina di Talla, che a quattro
anni bagna ancora il letto di notte, è sconvolgente).
Teheran è la modernità,
anche se Talla deve indossare il chador- si abitua presto. La giovane coppia non
vive proprio a Teheran, ma vicino, e forse è meglio- il cambiamento sarebbe
troppo grande per Talla. Si vive bene a Shemiran, c’è come un filtro per tutte
le novità. Che adesso arrivano e sono sorprendenti. Reza Shah vuole mettere
l’Iran al passo con l’Europa. Si incomincia dall’abbigliamento- via i chador,
no alle donne velate, via i camicioni informi degli uomini, sì alle giacche, sì
al chepì. In una società in cui l’individualizzazione passava attraverso il
nome del padre, il nuovo censimento obbliga a scegliere un cognome. E
incomincia la lotta all’analfabetismo, aprono scuole in ogni paese, una sola
classe per tutti ma, per incominciare, va bene.
“Giardini di consolazione” ci guida nella
storia dell’Iran in anni cruciali, dalla svolta radicale e modernizzante di
Reza Shah alle simpatie americane di Shah Reza Pahlavi, seguite poi dal diffondersi
di idee democratiche e dalla protesta contro la concessione ai britannici dello
sfruttamento del petrolio. Le pagine dei giovani inneggianti a Mossadeq, il
primo ministro che riuscì a nazionalizzare la compagnia del petrolio, sono il
culmine della narrazione. Sono pagine di esaltazione e di sconfitta, di paura e
di smarrimento. Parisa Reza, nata a Teheran nel 1965 ed emigrata in Francia con
la famiglia a diciassette anni, adotta un doppio punto di vista nella sua
narrazione: la coppia Sardar-Talla, che sono e rimangono analfabeti, che vivono
ai margini dei grandi cambiamenti (proprio come la cittadina satellite della
capitale in cui hanno scelto di vivere) e non li comprendono neppure.
Ma Sardar
e Talla vivono di riflesso le esperienze di Bahram, idolatrato figlio unico
arrivato dopo tante difficoltà quando Talla veniva già bollata come una donna
sterile a cui Sardar aveva il diritto di chiedere il divorzio (ricordate
Soraya, l’imperatrice triste da cui lo Shah Reza Pahlavi divorziò perché
sterile?). Bahram va a scuola, è brillante, riesce addirittura a far aggiungere
altre classi nella scuoletta di paese in modo da poter proseguire gli studi,
andrà all’università. Bahram ha successo con le ragazze- e i suoi
corteggiamenti, nonché il comportamento delle ragazze in risposta ai suoi
approcci, sono una piccola parentesi di costume nel romanzo-, Bahram si
interessa di politica, diventa un sostenitore di Mossadeq, Bahram è in pericolo
quando Mossadeq viene esiliato.
E’ la fine delle speranze. Il padre di un amico di Bahram fa un’analisi
della sconfitta e ha parole dure che sanno di profezia: “questo paese non
conoscerà pace e libertà. Che dobbiamo farci con la libertà quando
l’asservimento è così tragico, la tragedia così poetica e la poesia così
persiana?”. Perché, quando si parla di iraniani, non si tiene conto
dell’ottanta per cento della popolazione, analfabeti a cui nessuno si sogna di
chiedere un parere. E, quasi un controcanto delle sue parole, mentre ovunque,
nei giardini, si alzano fiamme per distruggere carte compromettenti, mentre si
brucia la libertà, Sardar prende la mano di Talla e le dice, “Allah Akbar!
Com’è bello il mondo stasera. Cosa chiedere di più?”. Il futuro dell’esilio
dello Shah e dell’avvento dell’ayatollah Khomeini è alle porte.
Un romanzo in cui la grande Storia è
raccontata in maniera lieve attraverso i personaggi delle piccole e colorate
storie.
Ruth Rendell, “La morte in versi” ed. 2004
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
il libro ritrovato
Ruth Rendell, “La morte in versi”
I gomiti massicci poggiati sulla scrivania e le mani giunte formavano una terribile piramide di carne. Eccola lì, l’incarnazione della legge. Che l’ispettore affermasse di aver visto Primero quella sera era un fatto che non si poteva confutare, perché Wexford era incorruttibile. Era quasi come se l’avesse visto Dio. Sconvolto, Archery si irrigidì e diede un colpo di tosse secco.
La casa editrice Fanucci ce
l’aveva promesso: dopo “Con la morte nel cuore”, prosegue la ristampa dei
romanzi di Ruth Rendell, la scrittrice inglese di crime stories così famosa da essere insignita del titolo di
Baroness Rendell of Babergh. E’ appena uscito “La morte in versi”, un nuovo
caso dell’ispettore Wexford. Un nuovo caso che risulta poi essere un vecchio
caso, perché il vicario Henry Archery solleva degli interrogativi sulla
colpevolezza di Painter, giustiziato quindici anni prima per aver ucciso la sua
anziana datrice di lavoro. Era stato il primo caso di omicidio dell’ispettore
Wexford e lui non è disposto a rimetterlo in discussione: era certo allora ed è
certo adesso sull’identità dell’assassino. Ma per Archery è molto importante,
no, non è per amore di giustizia, ma per un senso di decoro, per il perbenismo
borghese e una certa facciata di ipocrisia: il suo unico figlio si è innamorato
della figlia di Painter e vuole sposarla.
Ci si stupisce che la figlia di un assassino
studi a Oxford, che possa essere così bella: dopotutto suo padre veniva
chiamato “Beast” invece che con il suo vero nome, Bert. E poi, il figlio di un
vicario che sposa la figlia di un criminale? Anche se la ragazza ha la parola
di sua madre in cui credere, che suo padre non
è un assassino.
![]() |
| George Baker nei panni del commissario Wexford |
Sono molte le qualità che ci fanno apprezzare questo romanzo
poliziesco di Ruth Rendell, e tutte contribuiscono a farne un classico del
genere. E’ un tipico giallo ad enigma, tanto per incominciare, cioè c’è un
problema da risolvere, determinare chi è colpevole dell’assassinio della
vecchia signora Primero. Le prove erano già state raccolte a suo tempo, ma
adesso vengono vagliate nuovamente da Archery e da suo figlio, che si
improvvisano ispettori, l’uno per amore del figlio, l’altro per quello della
sua ragazza. In concorrenza e in contrasto con Wexford. Si ipotizzano altre
soluzioni, si ritorna sulla scena del delitto- e lo stile della Rendell ha la
capacità quasi cinematografica di farci vedere la dolce campagna inglese che
sembra così idilliaca e nasconde invece tracce di sangue, villini immersi nella
quiete che può celare una minaccia, cimiteri di paese che fanno pensare alla
famosa elegia del poeta Grey, perché anche qui è sepolto un poeta oscuro, morto
giovane (si capirà solo alla fine il significato del bel titolo dell’edizione
italiana).
E soprattutto si vedranno le conseguenze che un crimine porta con
sé, perché ci sono altre vittime oltre alla morta, le due bambine che allora
avevano cinque anni, le loro madri, le nipoti della signora Primero. Perché la
vita è complessa, non tutte le colpe vengono perseguite, e alla fine anche un
compassato vicario non più giovane può innamorarsi come un ragazzino e capire
all’improvviso la testardaggine di suo figlio. Ci vuole veramente una grande
abilità per costruire una storia su un solo delitto avvenuto nel passato,
calibrando la tensione, stuzzicando la curiosità, tratteggiando dei personaggi
di cui apprezziamo l’umanità. Il tutto in uno stile pulito, estremamente piacevole.
la recensione è stata pubblicata su www.pickwick.it
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