domenica 14 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Il ragazzo che leggeva Verne” ed. 2012

                                                        Voci da mondi diversi. Penisola iberica
              la Storia nel romanzo
              guerra civile spagnola
                il libro ritrovato

Almudena Grandes, “Il ragazzo che leggeva Verne”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 413, Euro 18,50
Titolo originale: El lector de Julio Verne



Quando Cencerro e Crispín intonarono a gran voce l’Internazionale, il tenente colonnello Marzal bestemmiò. In quel momento si rese conto che, invece di vincere quella battaglia, l’aveva già persa, perché ci sono morti che valgono di più di tante vite messe insieme. E capì che Crispín e Cencerro stavano per morire, si stavano accomiatando, ma che loro non erano riusciti a eliminarli, perché sarebbero nati tanti bambini che si sarebbero chiamati Tomás e avrebbero avuto fratelli battezzati José Crispín, e prima o poi tutti loro avrebbero scoperto la ragione per cui portavano quei nomi.

      Lo chiamano Nino per distinguerlo da suo padre Antonino. Ha nove anni quando incomincia a parlarci del triennio del terrore, 1947-49, a Fuensanta de Martos dove vive con la famiglia. Non in una casa come le altre, ma nella caserma. Abitare nella caserma perché suo padre è una guardia civil è uno dei punti chiave della storia di formazione che Nino ci racconta. Perché non è vero che la guerra civile spagnola è finita nel ‘39: “era una guerra e non sarebbe finita mai”, è il leit motiv del nuovo romanzo di Almudena Grandes, secondo della serie di “Episodi di una guerra interminabile” iniziata con “Inés e l’allegria”. Le mura sono sottili all’interno della caserma, sono paratie erette per far spazio alle famiglie delle guardie, e si sente tutto quello che avviene.
Il peggio avviene di notte- grida, colpi, urla, gemiti. E quando cala il silenzio l’immaginazione proietta nella mente scene terribili. La sorellina minore di Nino si rifugia nel letto del fratello e lui la rassicura come può- le dice che stanno proiettando un film, non sta succedendo niente, no, quella non è la voce della persona che lei pensa, è un attore che sta parlando. Lui, Nino, sa che non è così e incomincia a farsi delle domande. Quando suo padre gli annuncia che gli farà prendere lezioni di dattilografia, perché Nino è piccolo di statura e non sarà di certo ammesso nel corpo delle guardias civiles, Nino è contento perché non ha nessun desiderio di calcare le orme del padre. Forse, senza mai dirlo, anche il padre preferisce che il bambino resti piccolo di statura. Ed è così che Nino sarà autorizzato a recarsi regolarmente al podere delle Bionde dove sono rimaste solo donne- gli uomini, oppositori al regime franchista, o sono passati in Francia o sono morti. Laggiù Nino imparerà a scrivere a macchina con una vedova ‘rossa’ che gli insegnerà anche il francese e gli spalancherà il mondo dei libri. Alla lettura lo aveva già istradato, quasi per caso, Pepe il Portoghese, un giovane che è venuto a vivere sulla montagna dietro Fuensanta con cui Nino ha stretto amicizia. Un uomo alquanto misterioso, questo Pepe il Portoghese, eppure, forse perché è così cordiale, amichevole e servizievole, forse perché è di così bell’aspetto e dall’apparenza innocua, nessuno si fa delle domande su di lui. Anche perché l’attenzione di tutto il paese- guardias civiles e abitanti- è puntata sul mitico guerrigliero Cencerro.
Tomás Villén Roldán

      Se Nino è il protagonista bambino, la voce narrante che ci racconta dal punto di vista di un’innocenza violata i colpi di mano dei partigiani, le rappresaglie delle guardie, gli arresti, le fucilazioni nella schiena secondo ‘la legge della fuga’, Cencerro è l’eroe assoluto del romanzo. Uno di quegli eroi da romanzo epico che cessano di essere uomini in carne e ossa e diventano leggende. Perché il primo Cencerro si chiamava in realtà Tomás Villén Roldán e si era suicidato il 17 luglio 1947 per non cadere nelle mani di chi gli stava dando la caccia.
Ma Cencerro non poteva morire: viveva in quella stupida canzonetta “La mucca da latte” che era proibito cantare nella Sierra del Sud perché un verso diceva che alla mucca si era legato al collo un cencerro, un campanaccio, e le voci si alzavano trionfanti a quella parola; viveva in chi aveva preso in mano le redini della guerriglia assaltando l’auto che trasportava il sindaco con una borsa piena di soldi e lasciando poi una banconota firmata ‘Cencerro’ alla taverna del paese. Quando Pepe invita Nino a pensare su ‘come’ e ‘chi’ voglia diventare, in pratica la scelta è tra suo padre e Cencerro. Anche se Pepe (gran bel personaggio) riesce a far capire a Nino come suo padre non debba essere disprezzato, come ci possano essere dei casi in cui si è obbligati a scegliere tra due mali. E la scelta potrà tormentarci per tutta la vita. Ecco perché il mondo si capovolge quando Nino vede piangere suo padre.
     Con questo secondo romanzo- più svelto e compatto di “Inés e l’allegria”- si delinea più chiaramente il progetto di Almudena Grandes: disegnare un quadro con la tecnica delle tessere del mosaico, o del puzzle. Lo sfondo è il passato, non la Storia grande dei manuali, ma quella altrettanto grande fatta di persone vere (Nino ha un nome, esiste veramente, si chiama Cristino Pérez Meléndez), di piccole e grandi imprese, di sentimenti che solo ora possono essere rivelati. Prima che sia troppo tardi, che nessuno li raccolga, che cadano nell’oblio.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


    



sabato 13 febbraio 2016

Liu Zhenyun, “Oggetti smarriti” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Cina
            FRESCO DI LETTURA



Liu Zhenyun, “Oggetti smarriti”
Ed. Metropoli d’Asia, trad. P. Liberati, pagg. 302, Euro 12,75


     Pechino. Città immensa e tentacolare, con 11 milioni di abitanti che diventano 21 milioni e mezzo se si calcolano quelli dell’intera municipalità su un’area pari a quella di metà del Belgio. Pechino che è cresciuta a dismisura dalla fine degli anni bui. Pechino che è diventata la meta di tutti coloro che sognano la ricchezza, o almeno una vita migliore di quella delle zone rurali. Pechino dai mille traffici loschi, dalla corruzione dilagante. Pechino in cui i tetti a volo d’anatra della Città Proibita si stagliano immobili in un tempo che corre sempre più veloce.
E’ ambientato a Pechino il romanzo esuberante e a tratti esilarante dello scrittore cinese Liu Zhenyun intitolato “Oggetti smarriti”.
Perché tutto inizia con un oggetto smarrito- il marsupio che un ladro sottrae a Liu Yuejin mentre questi incoraggia a cantare un artista di strada. Prosegue però con un secondo oggetto smarrito, e questa volta è la lussuosa borsetta della moglie di Yan Ge- le è stata rubata dal ladro del marsupio che a sua volta viene derubato da Liu Yuejin, il proprietario del marsupio (ah, se avesse saputo che la sola borsetta valeva ben di più dei soldi del ‘pagherò’, il prezioso documento contenuto nel tanto cercato marsupio). Ma non è finita, perché la borsetta viene a sottratta a Liu da suo figlio che la regala alla sua ragazza. E il fatto è che dentro c’era una chiavetta usb…Insomma la persona derubata che corre dietro al ladro diventa un ladro senza volerlo ed è lui stesso ricercato da altre persone. Senza contare che c’è ladro e ladro. Nella ridda di personaggi e di avventure del romanzo di Liu Zhenyun appare subito ben chiaro che, più o meno, rubano tutti, anzi, che ci sono ladruncoli da poco che si accontentano di poco e ladri in grande stile che nessuno si sognerebbe di chiamare così, gli imprenditori, gli uomini che sono dietro al boom economico della Cina.
Se al centro di un filone narrativo c’è Liu Yuejin, un poveraccio che fa il cuoco in un cantiere, che è stato abbandonato dalla moglie e ha cresciuto da solo il figlio che ora si dimostra un ingrato, al centro dell’altro filone c’è Yan Ge che è diventato ricco grazie all’aiuto di una persona di rilievo a cui aveva prestato dei soldi in un momento di bisogno. Le due trame si riuniscono per uno di quei casi fortuiti e incredibili che uno scrittore può congegnare e la chiave di tutta la trama è…in una chiavetta usb (Liu non sa neppure che cosa sia e a che cosa serva, ne ha sottovalutato il valore, proprio come non ha saputo valutare quello della borsetta). E, alla fine, quella che era incominciata come una commedia finisce in dramma, come sempre succede quando si tratta di soldi e di giochi di potere.
     Due consigli per chi prende tra le mani “Oggetti smarriti”: non preoccupatevi se vi sembra di confondere i nomi dei personaggi, è difficile ricordarli, ma non ha molta importanza e almeno un paio vi resteranno in mente.
E poi lasciatevi trascinare dalla trama e dalle storie, correte insieme ai ladri nelle strade di Pechino, sedetevi insieme a loro in uno dei tanti posti all’aperto a mangiare una ciotola di zuppa, guardate in alto verso la cima dei grattacieli di nuova costruzione, andate nei vicoli bui della città vecchia, incontrate la miriade di persone che popolano il sottobosco cittadino e che trafficano rispettando la delimitazione delle loro aree di gioco.
Liu Zhenyun non è uno scrittore di introspezione, la sua è una satira leggera che si nasconde sotto la vena comica, leggere il suo libro è come guardare un affollato quadro di Francesco Guardi in cui ogni dettaglio è importante- la biancheria e gli abiti di una donna e lo sguardo opaco per la cataratta di almeno un paio di uomini (nell’ex paese di Mao solo i molto ricchi hanno un’assistenza medica adeguata), la bicicletta del povero Liu Yuejin e la Mercedes di Yan Ge.

    Il romanzo di Liu Zhenyun è divertente come una commedia degli errori e tuttavia è una commedia che lascia l’amaro in bocca nel ritratto di una società che non ha ancora trovato se stessa, in cui tutti sono ‘oggetti smarriti’.


Almudena Grandes, “Inés e l’allegria” ed. 2011

                                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                la Storia nel romanzo
                guerra civile spagnola
                il libro ritrovato


Almudena Grandes, “Inés e l’allegria”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 741, Euro 20,00
Titolo originale: Inés y la alegría

“Non so dirti perché, ma non mi piace.”
    Perché l’aria non aveva il profumo, la consistenza che avrebbe dovuto avere. Perché gli abitanti del paese non erano usciti di casa per accoglierci. Perché tutte le porte, tutte le finestre erano chiuse, e nessun bambino, nessuna donna era scesa a curiosare in strada. Perché fiutavo la loro paura attraverso il buco della serratura. Perché nessuno mi aveva abbracciato, nessuno mi aveva sorriso, nessuno aveva alzato il pugno o aveva applaudito da quando eravamo arrivati lì.

     Una protagonista narratrice femminile, Inés. Un protagonista narratore maschile, il capitano Galán. Un terzo narratore ‘neutro’, la scrittrice stessa che inserisce i capitoli con i ragguagli storici, spiegando e riempiendo le lacune delle altre due narrative. Il tempo e il luogo dell’azione: una settimana alla fine di ottobre del 1944 in un luogo sui Pirenei, con un epilogo molto più tardi, dopo la morte del Caudillo Franco.
     Con “Inés e l’allegria” Almudena Grandes ci ha dato un altro romanzo- dopo “Cuore di ghiaccio”- di vasto respiro. Un altro romanzo che non si limita a raccontarci una storia, ma che intende esplorare la Storia, gli anni sofferti della guerra civile, della dittatura, della paura e del silenzio.

Tra il 19 e il 27 ottobre 1944 l’esercito dell’Unione nazionale spagnola varcò la frontiera francese per invadere la valle d’Aran. Quello che i capi pensavano: era chiaro che ormai Hitler avrebbe perso la guerra, Franco restava senza sostegno, gli alleati avrebbero aiutato i repubblicani, il popolo spagnolo li avrebbe accolti con esultanza come liberatori. Quello che accadde: non arrivarono i rinforzi promessi agli uomini che avevano occupato la valle, o per una fuoriuscita di notizie o per tradimento l’effetto sorpresa venne a mancare, e quanto al sollevamento popolare…cinque anni di carceri franchiste avevano spento qualunque fantasia di libertà.

     Ci sono personaggi veri (la Pasionaria Dolores Ibárruri, Jesús Monzón, Carmen de Pedro e altri) e personaggi fittizi che potrebbero essere veri- i compagni d’arme di Galán, tutti rigorosamente con il nome di battaglia, e la famiglia fascista di Inés, nonché le altre donne che circondano Inés. Il Bocas che parla troppo (morirà, il Bocas, e ci saranno tanti Miguelitos a ricordarlo, perché i suoi compagni daranno il suo nome ai figli), lo Zurdo dal dolce accento delle Canarie (come Galán, anche lui incontra l’amore nella settimana sui monti), Comprendes che finisce ogni frase con la domanda, comprendes?, Montse che impara a cucinare da Inés e Virtudes che viene fucilata. E soprattutto Galán e Inés, i due protagonisti, due voci diversissime, tanto quanto la storia che hanno alle spalle. Il fratello di Inés è il delegato della Falange spagnola di Lérida, durante la guerra lei aveva allestito un ufficio del Soccorso rosso  internazionale nella grande casa di famiglia (se i suoi lo avessero saputo!), era stata tradita, rinchiusa nello spaventoso carcere di Ventas, liberata grazie al fratello che però l’aveva spedita in convento…audacia, sprezzo delle convenzioni, libertà interiore e, sì, allegria, nonostante tutto. Se fosse soltanto una storia di sesso, la storia di Inés e Galán sarebbe forse più realista ma ci appassionerebbe di meno. Invece è una storia d’amore, destinata a durare tutta la vita, nonostante le insinuazioni iniziali che Inés possa essere un’infiltrata della Falange. Quando è Inés a parlare, prevale il lato femminile della vicenda: è la prima volta che leggiamo ricette di cucina intrecciate ad amore e guerra. Quando la parola passa a Galàn, ci vengono in mente i versi di Byron in cui diceva che per una donna l’amore è tutto, per un uomo è solo una parte della vita. Perché il bel capitano, per quanto innamorato, ha altre priorità, adesso e anche dopo, quando entrambi trovano rifugio a Tolosa, la città francese prediletta dagli spagnoli in esilio.
donne repubblicane nel carcere di Ventas
Eppure, potevano fidarsi di lei, apparsa in groppa a un cavallo e con un cesto pieno di ciambelle, gli uomini che erano entrati in Spagna sognando di liberarla? C’è tutto il carattere di Inès in questa apparizione che fa innamorare Galán:

     Una frase fa da leit motiv nel romanzo di Almudena Grandes: La Storia immortale crea strani effetti quando s’intreccia con l’amore dei corpi immortali. E’ questa frase che spiega l’alchimia del romanzo, in equilibrio tra durezza e sentimento, azioni di guerra e fornelli in cucina, cameratismo maschile e passione d’amore, speranze ardenti e delusioni cocenti. La scrittrice ci annuncia che questo è il primo “di sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un titolo: ‘Episodi di una guerra interminabile’.” E’ un progetto grandioso. Suggeriremmo però di alleggerire i prossimi romanzi di un paio di centinaia di pagine. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




giovedì 11 febbraio 2016

Monica Hesse, “La ragazza con la bicicletta rossa” ed. 2016

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                       la Storia nel romanzo
        FRESCO DI LETTURA


Monica Hesse, “La ragazza con la bicicletta rossa”
Ed. Piemme, trad. Claudia Manzolelli, pagg. 289, Euro 17,50


    Amsterdam, 1943. I nazisti hanno invaso l’Olanda tre anni prima, da un anno Anna Frank vive nel nascondiglio segreto insieme alla sua famiglia e manca un anno a quando, a seguito di una delazione, sarà deportata in un campo di concentramento. Girano voci, nessuno sa niente per certo ma è difficile credere che vada tutto bene, che la gente che viene prelevata a forza dalle loro case parta per una vacanza o per un normale campo di lavoro. Scarseggiano i beni di prima necessità, fiorisce il mercato nero. Una bicicletta è il mezzo più comodo per spostarsi, procurarsi quelle che serve, fare le consegne.
     Hanneke, la ragazza della bicicletta rossa, non è un’eroina. E’ una ragazza che cerca di arrangiarsi. Bionda, occhi azzurri, è il perfetto tipo ariano, è difficile che sia fermata per un controllo. Almeno finché rispetta il coprifuoco. Lavora in un’impresa di pompe funebri e fa altri ‘lavoretti’: procura- per chi può pagare- carne, caffè, sigarette, o qualunque cosa chiedano. Nessuna generosità, da parte di Hanneke- bisogna pur sopravvivere. Con il ricordo che non riesce a cancellare del suo ragazzo che è morto. Con il senso di colpa che la soffoca. Si era arruolato volontario, aveva appena diciassette anni. Ed era stata lei a spingerlo, quando combattere contro i tedeschi sembrava un’azione gloriosa in difesa della patria.

Poi una vecchia signora, sua cliente, le chiede aiuto per rintracciare la ragazzina ebrea a cui aveva offerto un nascondiglio in casa sua, dietro una libreria che si apriva sui cardini, un poco come il nascondiglio di Anna Frank. Mirjam viveva lì e poi una sera non c’era più. Impossibile fosse uscita dalla porta- la vecchia signora era fuori a chiacchierare con una vicina, l’avrebbe vista. Hanneke non vorrebbe lasciarsi coinvolgere, poi acconsente e le si svela una realtà che non conosceva, che si nasconde dietro finti scaffali o armadi o botole o nelle soffitte. Partecipa a cene che non sono cene ma pretesti per organizzare operazioni di salvataggio, accompagna una ragazza a consegnare, non un pacco, non della farina o dello zucchero, ma una neonata, una dei bambini che le madri affidano a sconosciuti in un estremo atto d’amore, perché si salvino- almeno loro. Entra in quello che una volta era uno splendido teatro ed ora è un centro di raccolta per gli ebrei, prima della deportazione- Hanneke è sconvolta. Più che mai vuole trovare Mirjam, salvare almeno una vita- non è così che dice il Talmud? Dovrebbe essere un’impresa da poco in confronto allo sforzo quotidiano del gruppo di giovani della resistenza con cui viene in contatto.

     Ci sembra di avere già letto in altri libri la storia che ci racconta la giovane scrittrice americana Monica Hesse con una scrittura pulita e senza grandi scosse. Con la ragazza dalla bicicletta rossa ci muoviamo per le strade di una Amsterdam che conosciamo da altre letture, leggiamo storie che non ci sembrano nuove, anche se non sapevamo, invece, dello Schouwburg che fungeva da campo di raccolta, o delle fotografie scattate di nascosto perché servissero da testimonianza.
Meglio sarebbe stato tradurre alla lettera il titolo originale, “La ragazza dal cappotto blu” (Régine Deforges ha scritto “La bicicletta blu”, ambientato in Francia durante l’occupazione tedesca), anche perché il cappottino blu di Mirjam, con quel colore di cielo spazzato dalle nubi, così visibile nella colonna dei deportati nella luce grigia della sera, diventa il punto centrale della trama, in quel colore si concentra la banalità del male di Hannah Arendt, la debolezza e la fragilità umana, il cedimento a sentimenti meschini che possono portare alla morte di altre persone.



     

mercoledì 10 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Cuore di ghiaccio” ed. 2008

                                              Voci da mondi diversi. Penisola iberica
       la Storia nel romanzo
      romanzo 'romanzo'
      il libro ritrovato

Almudena Grandes, “Cuore di ghiaccio”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 1009, Euro 20,00



Pensai all’ordine e al caos, al passato e al futuro, pensai a Teresa, pensai a Raquel. Che sfortuna, nonna, che sfortuna, Álvaro, che sfortuna, amore mio, che sfortuna abbiamo avuto, che sfortuna continuiamo ad avere, che sfortuna avremo sempre. Come si fa a cominciare una nuova vita in questo modo, come si fa ad accettarlo? Non saremo mai soli, tu e io non potremo mai vivere insieme e soli, perché ci sarà sempre troppa gente attorno, vivi e morti, con te e con me, e verranno a letto con noi, si alzeranno con noi, mangeranno, berranno, cammineranno con noi.

    Quando terminiamo di leggere un romanzo ci viene spontaneo cercare un aggettivo che lo racchiuda. Può essere un generico ‘bello’, o ‘discreto’, o ‘carino’ se è qualcosa di non impegnativo, per restare in un giudizio più o meno positivo. “Cuore di ghiaccio”, l’ultimo romanzo di Almudena Grandes, è appassionante e appassionato. E risveglia le nostre passioni. Non potrebbe essere altrimenti, con un titolo che deriva dal poeta Antonio Machado: “Difenditi dalle domande, dalle risposte e dalle loro ragioni, o una delle due Spagne ti gelerà il cuore. Il mio cuore era di ghiaccio, e bruciava.”
     1936, 1939, 1975: sono queste le date fondamentali della storia di Spagna del secolo trascorso. L’inizio e la fine della più crudele delle guerre, quella fratricida che mette alla prova- più di ogni altra- i valori della dignità e della lealtà umana, e la morte del Generalissimo Franco- evento che rallegrò i perdenti di quarant’anni prima e allarmò i sostenitori della dittatura, i profittatori, i ladri, i delatori, gli assassini, che temevano una resa dei conti.

Il romanzo di Almudena Grandes inizia nel 2005, con il funerale di Julio Carrión González, 83 anni. Nel piccolo cimitero di Torrelodones (il paese originario di don Julio) c’è tutta la bella famiglia del defunto: la moglie, i cinque figli (tutti, tranne uno, sono molto biondi, alti, dall’aspetto poco spagnolo come la loro madre) con i mariti e le mogli e i bambini. Ci sono gli anziani abitanti del paese. E c’è una donna giovane, bruna, molto bella, che fa un’apparizione fugace che nessuno nota tranne Álvaro Carrión Otero, l’unico dei figli che assomigliasse fisicamente al padre. E così, quando Álvaro si reca ad un appuntamento in banca per decidere su dei fondi investiti dal padre, è l’unico in grado di riconoscere la sconosciuta nel consulente finanziario che aveva usato solo il cognome, Fernández Perea, per convocare qualcuno della famiglia. Che cosa vuole l’affascinante Raquel che dice di essere stata l’amante del padre? Sono necessarie mille pagine per saperlo- perché è chiaro, a questo punto, che le due famiglie, dei Carrión e dei Fernández, diventano emblematiche delle due Spagne e dei suoi due colori, il rosso e il nero. E che il presente si spiega solo con il passato. E che, per quanto ci si sforzi di dimenticare, il passato non passa mai. E infine che- come viene spesso ripetuto nel libro- le storie spagnole vanno sempre a finire male.
Francisco Franco
    Prima di finire male, però, sono appassionanti le storie di queste due famiglie e dei loro amici, tanto quanto la rovente storia d’amore che, piuttosto prevedibilmente, divampa tra Álvaro e Raquel. E sarebbe più facile parlare di questa che di quelle- aggrovigliate, grondanti sangue e lacrime, colme di amore e di odio, di atti di generosità estrema e di tradimenti abietti. Storie che parlano di assedi e di fame (splendida la ricetta delle pernici evacuate- uguale a quella delle pernici stufate ma senza pernici), di arresti e fucilazioni, di nascondigli e fughe, della División Azul e del freddo in Russia, di campi d’internamento e di esilio, di brindisi che (proprio come facevano gli ebrei della diaspora) augurano ‘l’anno prossimo in patria’, e poi, soprattutto di tradimenti. Ad ogni livello, da parte delle grandi potenze, degli ideali, degli amici. E non si sa quale raggeli di più il cuore.

    I capitoli si alternano, in “Cuore di ghiaccio”, tra un presente narrato in prima persona da Álvaro e un passato in terza persona che pare quasi una voce corale, ricca com’è di interventi diversi, di narrazioni ripetute, molto spesso con le stesse parole, a trasformarsi in leggenda. Perché niente venga dimenticato, anche se l’Ignacio Fernández nato in esilio, dopo i raduni famigliari, canta in tono blasfemo ‘ne abbiamo piene le palle’- della guerra civile, dei morti, delle eterne vedove, delle tragedie. E allora le parti degli altri capitoli- quelli raccontati da Álvaro che indugiano su dei corpi gloriosamente sani e sfiniti dall’amore- sono un bel controcanto, un breve intervallo in una storia che finirà male.
     Questo non era certo un romanzo che Almudena Grandes potesse scrivere agli inizi della sua carriera letteraria, quando (era il 1989) diventò famosa con “Le età di Lulù”. Per l’ampiezza del materiale trattato, la profondità di sguardo, il duplice registro narrativo, la varietà di voci e la molteplicità di personaggi. Tutti vivissimi. Perché “Cuore di ghiaccio” è uno di quei libri che non finiscono con l’ultima pagina. Che continuano a parlarci con le voci dei protagonisti, che conosciamo come fossero nostri amici di sempre.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






Almudena Grandes, "Cuore di ghiaccio" - Intervista 2008

                                        Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                             la Storia nel romanzo     

                              INTERVISTA all'autrice di "Cuore di ghiaccio"


      Parla benissimo l’italiano, Almudena Grandes. Le chiediamo come mai e ci dice che il suo primo marito era italiano, lo ha imparato da lui e per lui. Abbiamo incontrato Almudena Grandes a Milano in occasione dell’uscita del suo grandioso romanzo “Cuore di ghiaccio”, il libro più maturo e complesso che abbia scritto. Ne abbiamo parlato con lei.

Una domanda che sarà articolata in due parti: che cosa le è costato questo libro? intendo dire- che cosa le è costato in termini di ricerca storica, di dialoghi con le persone, di approfondimenti di dati?
      In realtà non ho fatto soltanto una ricerca storica, il mio non è stato solo un processo di documentazione, ma un’immersione in un mondo non mio: per sette anni ho letto soltanto libri di storia di Spagna, ho visto solo film degli anni ‘30 e ‘40, ho letto libri di memorie, biografie, ho guardato centinaia di fotografie. Mi sono trasferita a vivere in un’epoca non mia: è stata quasi un’ossessione e non è ancora terminata.

Ha detto la parola ossessione: ecco, che cosa le è costato il libro in sofferenza intima? Perché mi pare un libro molto dolente e molto sofferto…
     Di tutti i libri che ho scritto questo è quello che mi ha colpito di più: non ho mai scritto un libro avvertendo il peso della responsabilità, come mi è successo per questo. Mi sentivo responsabile di quello che scrivevo, perché era un tema che non apparteneva solo a me ma a tante altre persone. Avevo la sensazione di custodire qualcosa più grande di me. Tutto questo ha reso più profondo e più esigente il mio sguardo verso il mio paese.


Pare una scelta ovvia, quella di raccontare la storia della guerra civile che ha diviso il paese in due attraverso la storia di due famiglie. Era inevitabile? sarebbe stato troppo impoverito lo sguardo sul passato, se ci fosse stata una sola famiglia al centro della vicenda?
     In un primo momento pensavo di raccontare una storia d’amore tra due persone del tutto normali, e poi mi sono allacciata alla storia politica. E allora la storia d’amore che sembra svolgersi accanto e simultaneamente alla storia politica, senza alcuna connessione con questa, si rivela poi invece come facente parte della storia politica del paese. E sì, il romanzo sarebbe stato impoverito se ci fosse stato solo un punto di vista. La storia è complicata e va raccontata da diversi possibili punti di vista: due famiglie offrivano uno sguardo più complesso e più fedele, quindi, ad una realtà complessa.

Le origini sociali delle due famiglie che lei ha scelto- intellettuale quella di Raquel, più modesta quella di don Julio- corrispondono, anche se in maniera molto generica, agli schieramenti delle due parti?
     No, perché la famiglia Fernández fa parte di una classe sociale legata alla nascita della Repubblica ma minoritaria: loro erano la borghesia progressista spagnola e invece i repubblicani erano per lo più della stessa classe sociale della madre di Julio, gente umile. Sì, c’era anche questa borghesia intellettuale e mi piaceva farla entrare nel romanzo, perché a volte si pensa che i sostenitori della repubblica fossero solo i poveracci e invece non era così. Era Julio che, per appartenenza famigliare, sarebbe dovuto entrare nelle fila della Repubblica: suo padre era un paesano, un agricoltore ignorante e però molto cattolico. Per questo appoggia il colpo di Stato, più per una questione religiosa che politica.

“Cuore di ghiaccio” non è solo un libro sul passato. Sarebbe impossibile perchè il passato genera sempre un presente. E tuttavia mi pare che il messaggio del romanzo, visto che non c'è modo per la famiglia dei Fernández di riappropriarsi di quello che è loro, sia che al massimo si possa solo ottenere un riconoscimento dell'ingiustizia, e non un risarcimento. La Germania ha cercato di risarcire le vittime del nazismo. Ha fatto qualcosa di simile la Spagna, verso le vittime del franchismo?

    No, la situazione è diversa in Spagna. Durante la transizione alla democrazia non c’è stata nessuna analisi, nessun esame di coscienza. Meglio non domandarsi nulla. La storia della riparazione della memoria è una storia lunga; da una decina di anni si è incominciato a riparare, a restituire economicamente ai partiti politici e ai sindacati, ma non ai singoli: sarà difficile che venga fatto. Ma nessuno chiede questo. Il movimento di recupero della memoria chiede la restituzione simbolica dell’onore e non dei soldi. Eppure è vero che la situazione è analoga a quella della Germania del nazismo.

Non è insolito che una scrittrice scelga un protagonista maschile come voce narrante. Come ha scelto di fare di Álvaro il protagonista del presente? perché Álvaro e non Raquel come voce narrante?
     E’ molto facile: perché non sarebbe stato verosimile raccontare la storia invertendo le parti. Il triangolo iniziale, Raquel che è l’amante del padre di  Álvaro, che è la molla che fa scattare il romanzo, ha determinato la scelta della voce maschile narrante.

I capitoli della storia d'amore sembrano quasi un respiro di leggerezza, dopo quelli più aspri della guerra. Ho osservato anche un cambiamento di registro, quasi la scelta di un linguaggio diverso. Sono questo, i capitoli dell'amore tra Álvaro e Raquel? una pausa nel racconto di guerra?
    Credo di sì, e la scelta del linguaggio diverso è anche dovuta al fatto che la voce narrante è quella di un uomo dei nostri giorni. Eppure, per me, i capitoli più duri non sono quelli della guerra, ma quelli finali, quando lui si trova solo davanti al mondo, Raquel fugge e lui si sente perso. L’amore ha una funzione salvifica. Ci sono un uomo e una donna che non meritano quello che stanno vivendo, che pagano per colpe che non gli appartengono. L’amore li salva: quando Álvaro è del tutto solo alla fine, è l’amore per Raquel che li salva, per non diventare qualcuno di cui si vergognerebbero.

“Cuore di ghiaccio” è anche un libro sul dolore dell’esilio, sulla nostalgia dell’esule, sull’identità divisa dei figli degli esuli. Possiamo paragonare questo esilio ad una sorta di diaspora?

     In un certo senso sì, perché tutti gli esuli si assomigliano. Ma gli esiliati spagnoli si sono mantenuti fedeli al loro paese e in questo sono simili agli ebrei della diaspora. Sebbene nel 1965 la Francia avesse offerto loro la cittadinanza, loro non l’hanno voluta e poi sono ritornati- sono tantissimi gli anziani che sono ritornati, proprio quelli che si sarebbe detto avrebbero avuto difficoltà a troncare la nuova vita che si erano creata. Fedeltà, sicurezza di essere spagnoli: in questi valori c’è la connessione con gli ebrei della diaspora.

Ed è anche un libro sul tradimento: il tradimento a livello personale, di don Julio, è metafora per il tradimento più grande, dell'America, dell'Inghilterra, alla fine della seconda guerra mondiale?
     Proprio così: è un romanzo sul tradimento. Quando ho iniziato a leggere sulla guerra, ho scoperto che tanti repubblicani, anche non rivoluzionari, cioè borghesi, erano d’accordo nel dire che l’atteggiamento delle potenze democratiche fu peggio per la Repubblica che non l’aiuto dato dalla Germania e dall’Italia al franchismo. Senza la politica del Non Intervento di Londra la Repubblica avrebbe vinto in sei mesi. Eppure non si è parlato molto di queste storie di grandi tradimenti collettivi e individuali.

Mentre leggevo il romanzo, riflettevo che “Cuore di ghiaccio” non avrebbe potuto essere scritto al tempo in cui Lei ha scritto “Le età di Lulù”. Ma neppure avrebbe potuto essere scritto al posto di qualunque altro suo romanzo precedente. Mi pare che ogni suo libro precedente l'abbia portata a questo. Questo era, dal punto di vista personale  e storico, il momento giusto per scriverlo?

      Credo anche io che sia così. Ci sono dei libri che si scrivono quando uno vuole e dei libri che si scrivono quando uno può. Dovevo sentirmi sicura della mia potenza narrativa per scrivere un libro come questo. E’ stato il più difficile che abbia scritto. Anche negli altri romanzi ho parlato della guerra civile, mi sono avvicinata al tema della guerra, ma non ne ho mai parlato in maniera, per così dire, frontale. Ora mi sentivo capace di farlo.

l'intervista è stata pubblicata, insieme alla recensione, su www.wuz.it


Almudena Grandes, “Troppo amore” ed. 2004

                                                         Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                romanzo 'romanzo'
               il libro ritrovato 


Almudena Grandes, “Troppo amore”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg.166, Euro 13,00

     “Era il 1984, e noi avevamo vent’anni, Madrid aveva vent’anni, la Spagna aveva vent’anni, e ogni cosa era al suo posto, avevamo un passato oscuro, un presente luminoso e una freccia ci indicava quale direzione prendere per andare incontro a quello che allora credevamo fosse il futuro”: è questa la frase che ci resta in mente quando chiudiamo “Troppo amore”, l’ultimo romanzo della scrittrice spagnola Almudena Grandes, perché sono l’eco di quelle che chiunque di noi abbia passato i vent’anni avrebbe potuto dire allora, in quella breve stagione in cui il mondo sembra essere nelle nostre mani e tutto diventa possibile.
Quel “noi” sono tre studenti di Belle Arti, Marcos, bellissimo, molto dotato, diventerà il pittore più importante della sua generazione, Jaime, un po’ tozzo, capace di riprodurre qualunque disegno in un attimo, e Maria José, che si fa chiamare Jose e dipinge quadri inquietanti di bambini down, dipinge persino se stessa con le caratteristiche somatiche di una bambina down.

Un triangolo, dunque, e c’è una frase con il numero tre all’inizio di ognuna delle quattro parti del libro, la prima è un dato di fatto, che il tre è un numero dispari- ed è il capitolo dell’incontro, della conoscenza, dell’amicizia in cui ognuno apporta qualcosa di diverso; segue “il tre è un numero a parte”, e inizia la storia di questo amore a tre, con Marcos che è impotente e Jaime che fa l’amore con Jose mentre Marcos li guarda ed è stranamente un amore bellissimo quello che li lega uno all’altro. Questa è la fase in cui separatamente non sarebbero quello che sono, non dipingerebbero quello che dipingono se non fossero tutti insieme nello stesso studio con un balcone a cui hanno diritto a turno. Vivono in una specie di paradiso terrestre dell’innocenza, perché non c’è niente di morboso nel sesso e nell’amore. Quando il tre diventa un numero pari, si annuncia la cacciata dal paradiso, quando Marcos riesce a fare l’amore con Jose cambia l’equilibrio del loro rapporto- e Marcos è innamorato di Jose, ma Jose sceglie Jaime anche se ama Marcos, e Jaime è invidioso del genio di Marcos che ha già incominciato a vendere i suoi quadri. “Il tre non è mai stato un numero”: la separazione è amara, ognuno se ne va per la sua strada, la freccia che indicava il futuro è rimasta accesa solo per Marcos, Jaime e Jose prendono altre strade.


     Tutta la storia rivive nel ricordo di Jose ad anni di distanza, quando è ridiventata Maria José Sanchez  e Jaime- che lei non ha più visto- le telefona per dirle che Marcos, l’amico che una volta confidava loro la sua fatica di vivere- si è suicidato. Ritroviamo la Almudena Grandes migliore, in questo romanzo di troppo amore che non può durare. Perché la scrittrice non si dilunga, non scarta dalla narrazione che procede veloce lungo le sue tappe inevitabili, evita la facile tentazione dell’erotismo pornografico riuscendo miracolosamente a rendere quello che parrebbe assurdo- la felicità assoluta di una scoperta dei corpi che può essere così pulita solo a vent’anni, prima delle tentazioni, prima della malizia, prima del possesso e della gelosia.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net