sabato 13 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Inés e l’allegria” ed. 2011

                                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                la Storia nel romanzo
                guerra civile spagnola
                il libro ritrovato


Almudena Grandes, “Inés e l’allegria”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 741, Euro 20,00
Titolo originale: Inés y la alegría

“Non so dirti perché, ma non mi piace.”
    Perché l’aria non aveva il profumo, la consistenza che avrebbe dovuto avere. Perché gli abitanti del paese non erano usciti di casa per accoglierci. Perché tutte le porte, tutte le finestre erano chiuse, e nessun bambino, nessuna donna era scesa a curiosare in strada. Perché fiutavo la loro paura attraverso il buco della serratura. Perché nessuno mi aveva abbracciato, nessuno mi aveva sorriso, nessuno aveva alzato il pugno o aveva applaudito da quando eravamo arrivati lì.

     Una protagonista narratrice femminile, Inés. Un protagonista narratore maschile, il capitano Galán. Un terzo narratore ‘neutro’, la scrittrice stessa che inserisce i capitoli con i ragguagli storici, spiegando e riempiendo le lacune delle altre due narrative. Il tempo e il luogo dell’azione: una settimana alla fine di ottobre del 1944 in un luogo sui Pirenei, con un epilogo molto più tardi, dopo la morte del Caudillo Franco.
     Con “Inés e l’allegria” Almudena Grandes ci ha dato un altro romanzo- dopo “Cuore di ghiaccio”- di vasto respiro. Un altro romanzo che non si limita a raccontarci una storia, ma che intende esplorare la Storia, gli anni sofferti della guerra civile, della dittatura, della paura e del silenzio.

Tra il 19 e il 27 ottobre 1944 l’esercito dell’Unione nazionale spagnola varcò la frontiera francese per invadere la valle d’Aran. Quello che i capi pensavano: era chiaro che ormai Hitler avrebbe perso la guerra, Franco restava senza sostegno, gli alleati avrebbero aiutato i repubblicani, il popolo spagnolo li avrebbe accolti con esultanza come liberatori. Quello che accadde: non arrivarono i rinforzi promessi agli uomini che avevano occupato la valle, o per una fuoriuscita di notizie o per tradimento l’effetto sorpresa venne a mancare, e quanto al sollevamento popolare…cinque anni di carceri franchiste avevano spento qualunque fantasia di libertà.

     Ci sono personaggi veri (la Pasionaria Dolores Ibárruri, Jesús Monzón, Carmen de Pedro e altri) e personaggi fittizi che potrebbero essere veri- i compagni d’arme di Galán, tutti rigorosamente con il nome di battaglia, e la famiglia fascista di Inés, nonché le altre donne che circondano Inés. Il Bocas che parla troppo (morirà, il Bocas, e ci saranno tanti Miguelitos a ricordarlo, perché i suoi compagni daranno il suo nome ai figli), lo Zurdo dal dolce accento delle Canarie (come Galán, anche lui incontra l’amore nella settimana sui monti), Comprendes che finisce ogni frase con la domanda, comprendes?, Montse che impara a cucinare da Inés e Virtudes che viene fucilata. E soprattutto Galán e Inés, i due protagonisti, due voci diversissime, tanto quanto la storia che hanno alle spalle. Il fratello di Inés è il delegato della Falange spagnola di Lérida, durante la guerra lei aveva allestito un ufficio del Soccorso rosso  internazionale nella grande casa di famiglia (se i suoi lo avessero saputo!), era stata tradita, rinchiusa nello spaventoso carcere di Ventas, liberata grazie al fratello che però l’aveva spedita in convento…audacia, sprezzo delle convenzioni, libertà interiore e, sì, allegria, nonostante tutto. Se fosse soltanto una storia di sesso, la storia di Inés e Galán sarebbe forse più realista ma ci appassionerebbe di meno. Invece è una storia d’amore, destinata a durare tutta la vita, nonostante le insinuazioni iniziali che Inés possa essere un’infiltrata della Falange. Quando è Inés a parlare, prevale il lato femminile della vicenda: è la prima volta che leggiamo ricette di cucina intrecciate ad amore e guerra. Quando la parola passa a Galàn, ci vengono in mente i versi di Byron in cui diceva che per una donna l’amore è tutto, per un uomo è solo una parte della vita. Perché il bel capitano, per quanto innamorato, ha altre priorità, adesso e anche dopo, quando entrambi trovano rifugio a Tolosa, la città francese prediletta dagli spagnoli in esilio.
donne repubblicane nel carcere di Ventas
Eppure, potevano fidarsi di lei, apparsa in groppa a un cavallo e con un cesto pieno di ciambelle, gli uomini che erano entrati in Spagna sognando di liberarla? C’è tutto il carattere di Inès in questa apparizione che fa innamorare Galán:

     Una frase fa da leit motiv nel romanzo di Almudena Grandes: La Storia immortale crea strani effetti quando s’intreccia con l’amore dei corpi immortali. E’ questa frase che spiega l’alchimia del romanzo, in equilibrio tra durezza e sentimento, azioni di guerra e fornelli in cucina, cameratismo maschile e passione d’amore, speranze ardenti e delusioni cocenti. La scrittrice ci annuncia che questo è il primo “di sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un titolo: ‘Episodi di una guerra interminabile’.” E’ un progetto grandioso. Suggeriremmo però di alleggerire i prossimi romanzi di un paio di centinaia di pagine. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




giovedì 11 febbraio 2016

Monica Hesse, “La ragazza con la bicicletta rossa” ed. 2016

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                       la Storia nel romanzo
        FRESCO DI LETTURA


Monica Hesse, “La ragazza con la bicicletta rossa”
Ed. Piemme, trad. Claudia Manzolelli, pagg. 289, Euro 17,50


    Amsterdam, 1943. I nazisti hanno invaso l’Olanda tre anni prima, da un anno Anna Frank vive nel nascondiglio segreto insieme alla sua famiglia e manca un anno a quando, a seguito di una delazione, sarà deportata in un campo di concentramento. Girano voci, nessuno sa niente per certo ma è difficile credere che vada tutto bene, che la gente che viene prelevata a forza dalle loro case parta per una vacanza o per un normale campo di lavoro. Scarseggiano i beni di prima necessità, fiorisce il mercato nero. Una bicicletta è il mezzo più comodo per spostarsi, procurarsi quelle che serve, fare le consegne.
     Hanneke, la ragazza della bicicletta rossa, non è un’eroina. E’ una ragazza che cerca di arrangiarsi. Bionda, occhi azzurri, è il perfetto tipo ariano, è difficile che sia fermata per un controllo. Almeno finché rispetta il coprifuoco. Lavora in un’impresa di pompe funebri e fa altri ‘lavoretti’: procura- per chi può pagare- carne, caffè, sigarette, o qualunque cosa chiedano. Nessuna generosità, da parte di Hanneke- bisogna pur sopravvivere. Con il ricordo che non riesce a cancellare del suo ragazzo che è morto. Con il senso di colpa che la soffoca. Si era arruolato volontario, aveva appena diciassette anni. Ed era stata lei a spingerlo, quando combattere contro i tedeschi sembrava un’azione gloriosa in difesa della patria.

Poi una vecchia signora, sua cliente, le chiede aiuto per rintracciare la ragazzina ebrea a cui aveva offerto un nascondiglio in casa sua, dietro una libreria che si apriva sui cardini, un poco come il nascondiglio di Anna Frank. Mirjam viveva lì e poi una sera non c’era più. Impossibile fosse uscita dalla porta- la vecchia signora era fuori a chiacchierare con una vicina, l’avrebbe vista. Hanneke non vorrebbe lasciarsi coinvolgere, poi acconsente e le si svela una realtà che non conosceva, che si nasconde dietro finti scaffali o armadi o botole o nelle soffitte. Partecipa a cene che non sono cene ma pretesti per organizzare operazioni di salvataggio, accompagna una ragazza a consegnare, non un pacco, non della farina o dello zucchero, ma una neonata, una dei bambini che le madri affidano a sconosciuti in un estremo atto d’amore, perché si salvino- almeno loro. Entra in quello che una volta era uno splendido teatro ed ora è un centro di raccolta per gli ebrei, prima della deportazione- Hanneke è sconvolta. Più che mai vuole trovare Mirjam, salvare almeno una vita- non è così che dice il Talmud? Dovrebbe essere un’impresa da poco in confronto allo sforzo quotidiano del gruppo di giovani della resistenza con cui viene in contatto.

     Ci sembra di avere già letto in altri libri la storia che ci racconta la giovane scrittrice americana Monica Hesse con una scrittura pulita e senza grandi scosse. Con la ragazza dalla bicicletta rossa ci muoviamo per le strade di una Amsterdam che conosciamo da altre letture, leggiamo storie che non ci sembrano nuove, anche se non sapevamo, invece, dello Schouwburg che fungeva da campo di raccolta, o delle fotografie scattate di nascosto perché servissero da testimonianza.
Meglio sarebbe stato tradurre alla lettera il titolo originale, “La ragazza dal cappotto blu” (Régine Deforges ha scritto “La bicicletta blu”, ambientato in Francia durante l’occupazione tedesca), anche perché il cappottino blu di Mirjam, con quel colore di cielo spazzato dalle nubi, così visibile nella colonna dei deportati nella luce grigia della sera, diventa il punto centrale della trama, in quel colore si concentra la banalità del male di Hannah Arendt, la debolezza e la fragilità umana, il cedimento a sentimenti meschini che possono portare alla morte di altre persone.



     

mercoledì 10 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Cuore di ghiaccio” ed. 2008

                                              Voci da mondi diversi. Penisola iberica
       la Storia nel romanzo
      romanzo 'romanzo'
      il libro ritrovato

Almudena Grandes, “Cuore di ghiaccio”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 1009, Euro 20,00



Pensai all’ordine e al caos, al passato e al futuro, pensai a Teresa, pensai a Raquel. Che sfortuna, nonna, che sfortuna, Álvaro, che sfortuna, amore mio, che sfortuna abbiamo avuto, che sfortuna continuiamo ad avere, che sfortuna avremo sempre. Come si fa a cominciare una nuova vita in questo modo, come si fa ad accettarlo? Non saremo mai soli, tu e io non potremo mai vivere insieme e soli, perché ci sarà sempre troppa gente attorno, vivi e morti, con te e con me, e verranno a letto con noi, si alzeranno con noi, mangeranno, berranno, cammineranno con noi.

    Quando terminiamo di leggere un romanzo ci viene spontaneo cercare un aggettivo che lo racchiuda. Può essere un generico ‘bello’, o ‘discreto’, o ‘carino’ se è qualcosa di non impegnativo, per restare in un giudizio più o meno positivo. “Cuore di ghiaccio”, l’ultimo romanzo di Almudena Grandes, è appassionante e appassionato. E risveglia le nostre passioni. Non potrebbe essere altrimenti, con un titolo che deriva dal poeta Antonio Machado: “Difenditi dalle domande, dalle risposte e dalle loro ragioni, o una delle due Spagne ti gelerà il cuore. Il mio cuore era di ghiaccio, e bruciava.”
     1936, 1939, 1975: sono queste le date fondamentali della storia di Spagna del secolo trascorso. L’inizio e la fine della più crudele delle guerre, quella fratricida che mette alla prova- più di ogni altra- i valori della dignità e della lealtà umana, e la morte del Generalissimo Franco- evento che rallegrò i perdenti di quarant’anni prima e allarmò i sostenitori della dittatura, i profittatori, i ladri, i delatori, gli assassini, che temevano una resa dei conti.

Il romanzo di Almudena Grandes inizia nel 2005, con il funerale di Julio Carrión González, 83 anni. Nel piccolo cimitero di Torrelodones (il paese originario di don Julio) c’è tutta la bella famiglia del defunto: la moglie, i cinque figli (tutti, tranne uno, sono molto biondi, alti, dall’aspetto poco spagnolo come la loro madre) con i mariti e le mogli e i bambini. Ci sono gli anziani abitanti del paese. E c’è una donna giovane, bruna, molto bella, che fa un’apparizione fugace che nessuno nota tranne Álvaro Carrión Otero, l’unico dei figli che assomigliasse fisicamente al padre. E così, quando Álvaro si reca ad un appuntamento in banca per decidere su dei fondi investiti dal padre, è l’unico in grado di riconoscere la sconosciuta nel consulente finanziario che aveva usato solo il cognome, Fernández Perea, per convocare qualcuno della famiglia. Che cosa vuole l’affascinante Raquel che dice di essere stata l’amante del padre? Sono necessarie mille pagine per saperlo- perché è chiaro, a questo punto, che le due famiglie, dei Carrión e dei Fernández, diventano emblematiche delle due Spagne e dei suoi due colori, il rosso e il nero. E che il presente si spiega solo con il passato. E che, per quanto ci si sforzi di dimenticare, il passato non passa mai. E infine che- come viene spesso ripetuto nel libro- le storie spagnole vanno sempre a finire male.
Francisco Franco
    Prima di finire male, però, sono appassionanti le storie di queste due famiglie e dei loro amici, tanto quanto la rovente storia d’amore che, piuttosto prevedibilmente, divampa tra Álvaro e Raquel. E sarebbe più facile parlare di questa che di quelle- aggrovigliate, grondanti sangue e lacrime, colme di amore e di odio, di atti di generosità estrema e di tradimenti abietti. Storie che parlano di assedi e di fame (splendida la ricetta delle pernici evacuate- uguale a quella delle pernici stufate ma senza pernici), di arresti e fucilazioni, di nascondigli e fughe, della División Azul e del freddo in Russia, di campi d’internamento e di esilio, di brindisi che (proprio come facevano gli ebrei della diaspora) augurano ‘l’anno prossimo in patria’, e poi, soprattutto di tradimenti. Ad ogni livello, da parte delle grandi potenze, degli ideali, degli amici. E non si sa quale raggeli di più il cuore.

    I capitoli si alternano, in “Cuore di ghiaccio”, tra un presente narrato in prima persona da Álvaro e un passato in terza persona che pare quasi una voce corale, ricca com’è di interventi diversi, di narrazioni ripetute, molto spesso con le stesse parole, a trasformarsi in leggenda. Perché niente venga dimenticato, anche se l’Ignacio Fernández nato in esilio, dopo i raduni famigliari, canta in tono blasfemo ‘ne abbiamo piene le palle’- della guerra civile, dei morti, delle eterne vedove, delle tragedie. E allora le parti degli altri capitoli- quelli raccontati da Álvaro che indugiano su dei corpi gloriosamente sani e sfiniti dall’amore- sono un bel controcanto, un breve intervallo in una storia che finirà male.
     Questo non era certo un romanzo che Almudena Grandes potesse scrivere agli inizi della sua carriera letteraria, quando (era il 1989) diventò famosa con “Le età di Lulù”. Per l’ampiezza del materiale trattato, la profondità di sguardo, il duplice registro narrativo, la varietà di voci e la molteplicità di personaggi. Tutti vivissimi. Perché “Cuore di ghiaccio” è uno di quei libri che non finiscono con l’ultima pagina. Che continuano a parlarci con le voci dei protagonisti, che conosciamo come fossero nostri amici di sempre.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






Almudena Grandes, "Cuore di ghiaccio" - Intervista 2008

                                        Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                             la Storia nel romanzo     

                              INTERVISTA all'autrice di "Cuore di ghiaccio"


      Parla benissimo l’italiano, Almudena Grandes. Le chiediamo come mai e ci dice che il suo primo marito era italiano, lo ha imparato da lui e per lui. Abbiamo incontrato Almudena Grandes a Milano in occasione dell’uscita del suo grandioso romanzo “Cuore di ghiaccio”, il libro più maturo e complesso che abbia scritto. Ne abbiamo parlato con lei.

Una domanda che sarà articolata in due parti: che cosa le è costato questo libro? intendo dire- che cosa le è costato in termini di ricerca storica, di dialoghi con le persone, di approfondimenti di dati?
      In realtà non ho fatto soltanto una ricerca storica, il mio non è stato solo un processo di documentazione, ma un’immersione in un mondo non mio: per sette anni ho letto soltanto libri di storia di Spagna, ho visto solo film degli anni ‘30 e ‘40, ho letto libri di memorie, biografie, ho guardato centinaia di fotografie. Mi sono trasferita a vivere in un’epoca non mia: è stata quasi un’ossessione e non è ancora terminata.

Ha detto la parola ossessione: ecco, che cosa le è costato il libro in sofferenza intima? Perché mi pare un libro molto dolente e molto sofferto…
     Di tutti i libri che ho scritto questo è quello che mi ha colpito di più: non ho mai scritto un libro avvertendo il peso della responsabilità, come mi è successo per questo. Mi sentivo responsabile di quello che scrivevo, perché era un tema che non apparteneva solo a me ma a tante altre persone. Avevo la sensazione di custodire qualcosa più grande di me. Tutto questo ha reso più profondo e più esigente il mio sguardo verso il mio paese.


Pare una scelta ovvia, quella di raccontare la storia della guerra civile che ha diviso il paese in due attraverso la storia di due famiglie. Era inevitabile? sarebbe stato troppo impoverito lo sguardo sul passato, se ci fosse stata una sola famiglia al centro della vicenda?
     In un primo momento pensavo di raccontare una storia d’amore tra due persone del tutto normali, e poi mi sono allacciata alla storia politica. E allora la storia d’amore che sembra svolgersi accanto e simultaneamente alla storia politica, senza alcuna connessione con questa, si rivela poi invece come facente parte della storia politica del paese. E sì, il romanzo sarebbe stato impoverito se ci fosse stato solo un punto di vista. La storia è complicata e va raccontata da diversi possibili punti di vista: due famiglie offrivano uno sguardo più complesso e più fedele, quindi, ad una realtà complessa.

Le origini sociali delle due famiglie che lei ha scelto- intellettuale quella di Raquel, più modesta quella di don Julio- corrispondono, anche se in maniera molto generica, agli schieramenti delle due parti?
     No, perché la famiglia Fernández fa parte di una classe sociale legata alla nascita della Repubblica ma minoritaria: loro erano la borghesia progressista spagnola e invece i repubblicani erano per lo più della stessa classe sociale della madre di Julio, gente umile. Sì, c’era anche questa borghesia intellettuale e mi piaceva farla entrare nel romanzo, perché a volte si pensa che i sostenitori della repubblica fossero solo i poveracci e invece non era così. Era Julio che, per appartenenza famigliare, sarebbe dovuto entrare nelle fila della Repubblica: suo padre era un paesano, un agricoltore ignorante e però molto cattolico. Per questo appoggia il colpo di Stato, più per una questione religiosa che politica.

“Cuore di ghiaccio” non è solo un libro sul passato. Sarebbe impossibile perchè il passato genera sempre un presente. E tuttavia mi pare che il messaggio del romanzo, visto che non c'è modo per la famiglia dei Fernández di riappropriarsi di quello che è loro, sia che al massimo si possa solo ottenere un riconoscimento dell'ingiustizia, e non un risarcimento. La Germania ha cercato di risarcire le vittime del nazismo. Ha fatto qualcosa di simile la Spagna, verso le vittime del franchismo?

    No, la situazione è diversa in Spagna. Durante la transizione alla democrazia non c’è stata nessuna analisi, nessun esame di coscienza. Meglio non domandarsi nulla. La storia della riparazione della memoria è una storia lunga; da una decina di anni si è incominciato a riparare, a restituire economicamente ai partiti politici e ai sindacati, ma non ai singoli: sarà difficile che venga fatto. Ma nessuno chiede questo. Il movimento di recupero della memoria chiede la restituzione simbolica dell’onore e non dei soldi. Eppure è vero che la situazione è analoga a quella della Germania del nazismo.

Non è insolito che una scrittrice scelga un protagonista maschile come voce narrante. Come ha scelto di fare di Álvaro il protagonista del presente? perché Álvaro e non Raquel come voce narrante?
     E’ molto facile: perché non sarebbe stato verosimile raccontare la storia invertendo le parti. Il triangolo iniziale, Raquel che è l’amante del padre di  Álvaro, che è la molla che fa scattare il romanzo, ha determinato la scelta della voce maschile narrante.

I capitoli della storia d'amore sembrano quasi un respiro di leggerezza, dopo quelli più aspri della guerra. Ho osservato anche un cambiamento di registro, quasi la scelta di un linguaggio diverso. Sono questo, i capitoli dell'amore tra Álvaro e Raquel? una pausa nel racconto di guerra?
    Credo di sì, e la scelta del linguaggio diverso è anche dovuta al fatto che la voce narrante è quella di un uomo dei nostri giorni. Eppure, per me, i capitoli più duri non sono quelli della guerra, ma quelli finali, quando lui si trova solo davanti al mondo, Raquel fugge e lui si sente perso. L’amore ha una funzione salvifica. Ci sono un uomo e una donna che non meritano quello che stanno vivendo, che pagano per colpe che non gli appartengono. L’amore li salva: quando Álvaro è del tutto solo alla fine, è l’amore per Raquel che li salva, per non diventare qualcuno di cui si vergognerebbero.

“Cuore di ghiaccio” è anche un libro sul dolore dell’esilio, sulla nostalgia dell’esule, sull’identità divisa dei figli degli esuli. Possiamo paragonare questo esilio ad una sorta di diaspora?

     In un certo senso sì, perché tutti gli esuli si assomigliano. Ma gli esiliati spagnoli si sono mantenuti fedeli al loro paese e in questo sono simili agli ebrei della diaspora. Sebbene nel 1965 la Francia avesse offerto loro la cittadinanza, loro non l’hanno voluta e poi sono ritornati- sono tantissimi gli anziani che sono ritornati, proprio quelli che si sarebbe detto avrebbero avuto difficoltà a troncare la nuova vita che si erano creata. Fedeltà, sicurezza di essere spagnoli: in questi valori c’è la connessione con gli ebrei della diaspora.

Ed è anche un libro sul tradimento: il tradimento a livello personale, di don Julio, è metafora per il tradimento più grande, dell'America, dell'Inghilterra, alla fine della seconda guerra mondiale?
     Proprio così: è un romanzo sul tradimento. Quando ho iniziato a leggere sulla guerra, ho scoperto che tanti repubblicani, anche non rivoluzionari, cioè borghesi, erano d’accordo nel dire che l’atteggiamento delle potenze democratiche fu peggio per la Repubblica che non l’aiuto dato dalla Germania e dall’Italia al franchismo. Senza la politica del Non Intervento di Londra la Repubblica avrebbe vinto in sei mesi. Eppure non si è parlato molto di queste storie di grandi tradimenti collettivi e individuali.

Mentre leggevo il romanzo, riflettevo che “Cuore di ghiaccio” non avrebbe potuto essere scritto al tempo in cui Lei ha scritto “Le età di Lulù”. Ma neppure avrebbe potuto essere scritto al posto di qualunque altro suo romanzo precedente. Mi pare che ogni suo libro precedente l'abbia portata a questo. Questo era, dal punto di vista personale  e storico, il momento giusto per scriverlo?

      Credo anche io che sia così. Ci sono dei libri che si scrivono quando uno vuole e dei libri che si scrivono quando uno può. Dovevo sentirmi sicura della mia potenza narrativa per scrivere un libro come questo. E’ stato il più difficile che abbia scritto. Anche negli altri romanzi ho parlato della guerra civile, mi sono avvicinata al tema della guerra, ma non ne ho mai parlato in maniera, per così dire, frontale. Ora mi sentivo capace di farlo.

l'intervista è stata pubblicata, insieme alla recensione, su www.wuz.it


Almudena Grandes, “Troppo amore” ed. 2004

                                                         Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                romanzo 'romanzo'
               il libro ritrovato 


Almudena Grandes, “Troppo amore”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg.166, Euro 13,00

     “Era il 1984, e noi avevamo vent’anni, Madrid aveva vent’anni, la Spagna aveva vent’anni, e ogni cosa era al suo posto, avevamo un passato oscuro, un presente luminoso e una freccia ci indicava quale direzione prendere per andare incontro a quello che allora credevamo fosse il futuro”: è questa la frase che ci resta in mente quando chiudiamo “Troppo amore”, l’ultimo romanzo della scrittrice spagnola Almudena Grandes, perché sono l’eco di quelle che chiunque di noi abbia passato i vent’anni avrebbe potuto dire allora, in quella breve stagione in cui il mondo sembra essere nelle nostre mani e tutto diventa possibile.
Quel “noi” sono tre studenti di Belle Arti, Marcos, bellissimo, molto dotato, diventerà il pittore più importante della sua generazione, Jaime, un po’ tozzo, capace di riprodurre qualunque disegno in un attimo, e Maria José, che si fa chiamare Jose e dipinge quadri inquietanti di bambini down, dipinge persino se stessa con le caratteristiche somatiche di una bambina down.

Un triangolo, dunque, e c’è una frase con il numero tre all’inizio di ognuna delle quattro parti del libro, la prima è un dato di fatto, che il tre è un numero dispari- ed è il capitolo dell’incontro, della conoscenza, dell’amicizia in cui ognuno apporta qualcosa di diverso; segue “il tre è un numero a parte”, e inizia la storia di questo amore a tre, con Marcos che è impotente e Jaime che fa l’amore con Jose mentre Marcos li guarda ed è stranamente un amore bellissimo quello che li lega uno all’altro. Questa è la fase in cui separatamente non sarebbero quello che sono, non dipingerebbero quello che dipingono se non fossero tutti insieme nello stesso studio con un balcone a cui hanno diritto a turno. Vivono in una specie di paradiso terrestre dell’innocenza, perché non c’è niente di morboso nel sesso e nell’amore. Quando il tre diventa un numero pari, si annuncia la cacciata dal paradiso, quando Marcos riesce a fare l’amore con Jose cambia l’equilibrio del loro rapporto- e Marcos è innamorato di Jose, ma Jose sceglie Jaime anche se ama Marcos, e Jaime è invidioso del genio di Marcos che ha già incominciato a vendere i suoi quadri. “Il tre non è mai stato un numero”: la separazione è amara, ognuno se ne va per la sua strada, la freccia che indicava il futuro è rimasta accesa solo per Marcos, Jaime e Jose prendono altre strade.


     Tutta la storia rivive nel ricordo di Jose ad anni di distanza, quando è ridiventata Maria José Sanchez  e Jaime- che lei non ha più visto- le telefona per dirle che Marcos, l’amico che una volta confidava loro la sua fatica di vivere- si è suicidato. Ritroviamo la Almudena Grandes migliore, in questo romanzo di troppo amore che non può durare. Perché la scrittrice non si dilunga, non scarta dalla narrazione che procede veloce lungo le sue tappe inevitabili, evita la facile tentazione dell’erotismo pornografico riuscendo miracolosamente a rendere quello che parrebbe assurdo- la felicità assoluta di una scoperta dei corpi che può essere così pulita solo a vent’anni, prima delle tentazioni, prima della malizia, prima del possesso e della gelosia.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


lunedì 8 febbraio 2016

Jaan Kross, “Il pazzo dello zar” ed. 2016

                                                                vento del Nord
                la Storia nel romanzo
               FRESCO DI LETTURA


Jaan Kross, “Il pazzo dello zar”
Ed. Iperborea, trad. Arnaldo Alberti, pagg. 448, Euro 19,00



    Timotheus von Bock è veramente esistito. Nato nel 1787 in Livonia (ora facente parte della Lettonia) e morto nel 1836, Timotheus von Bock fu aiutante di campo dello zar Alessandro I durante la campagna di Russia di Napoleone, amico personale e fidato dello zar e autore della proposta di una nuova Costituzione per cui scontò nove anni di prigione nel carcere di Shlüsselburg.
     Timotheus von Bock è il protagonista del romanzo “Il pazzo dello zar” dello scrittore estone Jaan Kross- anche Kross sperimentò la durezza della repressione sovietica, deportato in un Gulag siberiano dove passò otto anni. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1978, una prima traduzione in italiano è uscita nel 1994 per Garzanti ed è scomparsa da tempo dagli scaffali: come abbiamo potuto ignorare così a lungo un libro talmente splendido?
Perché Timo von Bock non è un protagonista qualunque, Timo è un eroe e gli anni in cui viviamo hanno bisogno di eroi da ammirare. Timo von Bock è un rivoluzionario pacifico, è un rivoluzionario che vuole cambiare la società iniqua in cui vive per evitare la rivoluzione. Proprietario della tenuta di Võisiku, Timo affrancò i suoi servi ben prima che dovessero essere liberati per legge e sposò una contadina, Eeva, sfidando l’ostracismo dei suoi pari. Sapeva quello a cui andava incontro, Timo, e sapeva quello che faceva: prima del matrimonio Eeva (a cui poi Timo chiese di prendere il nome di sua madre, Katrina) fu mandata con il fratello da un precettore. Con un severo programma di studio i due ‘contadini’ acquistarono una cultura che li mise in grado di conversare- anche in francese- con chiunque si trovassero a dover frequentare in compagnia di Timo, e poco importavano le occhiate sprezzanti e gli atteggiamenti dettati dal pregiudizio degli altri.
Võisiku

Lo zar aveva fatto giurare a Timo di dirgli sempre la verità e Timo lo aveva preso in parola, aveva creduto che fosse suo preciso dovere mettere lo zar davanti alla realtà delle ingiustizie nella loro società, farlo confrontare con la necessità di un cambiamento radicale nella politica governativa. Il documento con le proposte di Timo era talmente esplosivo e innovatore che nulla doveva trapelarne- nessuno, neppure Eeva, sapeva il motivo per cui Timo fosse stato arrestato. Per anni non seppe neanche dove fosse stato imprigionato. Finché fu fatta circolare la voce che Timo era pazzo. Ad un pazzo si può concedere molto, non è responsabile di quello che dice, anche se la sua è la saggezza nella follia, come quella di Re Lear. Ad un pazzo si può anche ridare la libertà vigilata, controllata da spie infiltrate al servizio di Timo ed Eeva.
Schlüsselburg
Quando ritorna a Võisiku, Timo è irriconoscibile. Gli hanno spezzato i denti, il suo fisico è ammalato. Non il suo spirito, non la sua mente, però. Timo è, come è sempre stato, come vuole essere, “un chiodo di ferro nel corpo dell’Impero”. Timo gioca a fare il pazzo, ma è integro, continua a credere nelle idee che lo hanno mandato a Schlüsselburg. Rifiuterà anche la possibilità di fuggire all’estero: un chiodo di ferro non può essere rimosso.
    La storia di Timo von Bock ci viene raccontata nel suo diario da Jakob, il fratello di Eeva, l’uomo che Timo ha strappato dalla terra facendone una persona colta. Sradicata, però. Mentre Eeva si adegua per amore (come si fa a non amare un uomo come Timo?), Jakob avvertirà sempre un disagio, non si sentirà più a suo posto nella casa dei genitori e non riuscirà neppure, però, a farsi una nuova cerchia di amici. Resterà leale a Timo ma con una certa qual diffidenza, quasi ritenesse anche lui che i suoi grandi ideali utopici fossero una pazzia.
Università di Tartu
     Ha avuto coraggio, Jaan Kross, a scrivere di Timo von Bock negli anni ‘70. Mentre l’Estonia e tutti gli stati baltici facevano parte dell’Unione Sovietica, era come se non fossero passati centocinquanta anni, come se ci fosse ancora lo zar ad esercitare il suo dominio con il pugno di ferro, come se la voce di Timo risuonasse con la stessa pericolosa potenza.

    Assolutamente da leggere.


domenica 7 febbraio 2016

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” 1932

                                     Voci da mondi diversi. Area germanica


          la Storia nel romanzo
          riletture

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”
Ed. Giunti, pagg. 480, Euro 6,59, ebook Euro 1,49



        “I Trotta erano un recente lignaggio”. Inizia così “La Marcia di Radetzky” di Joseph Roth, uno di quei capolavori che non conoscono il passare del tempo, anzi, che sembrano più belli quando noi, che invece sperimentiamo lo scorrere del tempo, li rileggiamo a distanza di anni. Forse proprio perché siamo cambiati, e marciamo nella direzione in cui va la storia dei Trotta, non più al ritmo baldanzoso della marcia di Radetzky, la musica che echeggia trionfante in tutta la prima parte del libro, ma tendendo l’orecchio al rintocco lugubre delle campane che suonano per la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, per quella del sottoprefetto Francesco von Trotta, per l’erede Francesco Ferdinando assassinato a Sarajevo, per i giovani che stanno morendo in guerra (è il 1916), per tutti noi se pensiamo ai versi di John Donne, non chiederti per chi suona la campana, per un mondo che sta scomparendo dietro la cortina di pioggia che pare cadere implacabile e monotona, da un certo punto della narrazione in poi.
    I Trotta erano, in origine, una famiglia di contadini di Sepolje, in Slovenia. Poi, durante la battaglia di Solferino, nel 1859, il luogotenente di fanteria Trotta aveva salvato il giovane imperatore, gettandosi su di lui e restando ferito al suo posto. Era stato premiato con il titolo nobiliare e l’occhio benevolo di Francesco Giuseppe non avrebbe mai perso di vista la famiglia von Trotta, anche quando l’ormai anziano imperatore non riusciva più a ricordare perché mai i von Trotta avessero l’impudenza di insistere per essere ricevuti da lui, perché sembravano avere il diritto di aspettarsi qualcosa da lui. Aveva incominciato il capostipite, l’eroe di Solferino, a chiedere un’udienza per lamentarsi di come i testi scolastici di storia avessero travisato e distorto il suo famoso atto di coraggio. Dopo di lui- che scompare presto dalla scena del romanzo- sarà per il nipote di questi, Carlo Giuseppe, che l’imperatore dovrà intervenire, coprendone i debiti perché non venga intaccato l’onore dei von Trotta, che è poi una sorta di lascito dello stesso imperatore.
Hofburg, Vienna

    La saga dei von Trotta, attraverso tre generazioni che coprono l’arco di vita di Francesco Giuseppe, è l’epopea dell’Austria Felix, l’accompagna dal suo trionfo al suo declino, la rispecchia nei suoi protagonisti. Si sottolinea spesso la somiglianza del sottoprefetto Francesco con l’imperatore, somiglianza non solo  fisica ma anche nel suo essere tutto d’un pezzo, nel nascondere i sentimenti sotto l’aria burbera e lo sguardo senza ombre (sappiamo quanti drammi privati dovette affrontare anche l’apparentemente impassibile Francesco Giuseppe). Se Francesco von Trotta è quasi un doppio dell’imperatore e rappresenta il fulgore dell’impero, Carlo Giuseppe è lo scivolare nell’obsoleto, i suoi vizi- resta invischiato in questioni di donne, cede al bere, e poi al gioco-, il distacco dalla realtà nell’autoesilio ai confini, le dimissioni dall’esercito, sono segnali di cedimento. Aumentano le indicazioni di grossi rivolgimenti nella società (le prime proteste ‘dal basso’), prosegue il decadimento morale di Carlo Giuseppe che culmina con l’ingente debito da pagare. Sono i due grandi vecchi a salvarlo: la scena del sottoprefetto che rispolvera il frac nero dalle sfumature verdastre per l’usura per andare a Schönbrunn a chiedere aiuto all’imperatore per suo figlio è tragica e grandiosa. L’integrità dell’uno di fronte alla magnanimità dell’altro, il vecchio mondo dignitoso che si affaccia sulle rovine.
Schönbrunn
    E poi la fine, le morti che si susseguono, una dopo l’altra ad anticipare la fine dell’Impero e il sorgere dei nazionalismi. Ed è straziante sentire il sottoprefetto Francesco comunicare la morte del figlio a tutti quelli che incontra- “Mio figlio è morto!”, per ben sei volte nella stessa pagina- perché è contro natura che un figlio muoia prima del padre, qualunque fosse la sua vita e il suo comportamento. Il romanzo che era iniziato con una vita salvata termina nel lutto e nel cordoglio.
    Chi lo ha letto molti anni fa (come me), lo rilegga. Chi non lo conosce ancora, deve assolutamente leggerlo. La mia copia è una vecchia edizione con traduzione di R. Poggioli del 1953. Mi è stato detto che la nuova traduzione dell’edizione Adelphi è molto bella (se riuscite a trovarla). L’edizione che ho indicato io è di puro riferimento.