lunedì 10 marzo 2014

Natalia Ginzburg, "Lessico famigliare" 1963

                                                                              
 
                               audiolibro
                               in breve

Natalia Ginzburg, “Lessico famigliare” letto da Margherita Buy
Ed. emons audiolibri, CD Mp3, versione integrale, durata 6 ore e 35 minuti, Euro 16,90

     “Lessico Famigliare” ha vinto il premio Strega nel 1963, l’anno in cui è stato pubblicato la prima volta. Io devo averlo letto quell’anno stesso, o l’anno seguente. Il romanzo di Natalia Ginzburg è tra quelli che- molto bello nel mio ricordo- ho messo nella lista dei ‘da rileggere’, assolutamente, per verificare come ha retto a distanza di tempo, se e come avrei cambiato in qualche maniera il mio giudizio. Però non so se, sospinta dall’invincibile curiosità per quanto di nuovo viene scritto, per la ricchezza di traduzioni di romanzi che ci avvicinano mondi lontani, avrei trovato così presto il tempo per fermarmi e rileggerlo. Mi è arrivato tra le mani l’audiolibro, “Lessico famigliare”, letto da Margherita Buy: una duplice scoperta straordinaria. Ho scoperto che il libro non è solo molto bello ma bellissimo. E che ‘rileggerlo’ ascoltandone la lettura fatta da una grande attrice che modula voci diverse, lo rende ancora più bello.      


    Il libro di Natalia Ginzburg è troppo noto perché ne scriva una recensione. E’ un’autobiografia ‘parlata’ della famiglia Levi- padre, madre e cinque figli, di cui Natalia è la più piccola- dagli anni ‘20 agli anni ‘50. C’è la voce di Natalia dietro le piccole e grandi vicende famigliari, dietro i ricordi minuti della vita quotidiana, dei litigi tra fratelli, delle gite ‘forzate’ in montagna, degli amici che frequentano la casa Levi, e poi la guerra e l’antifascismo, la persecuzione degli ebrei e gli arresti, il confino, il dopoguerra. Intanto i ragazzi Levi si sono sposati, la sorella di Natalia ha sposato in prime nozze Adriano Olivetti, lei, Natalia, sposa Leone Ginzburg che muore in carcere nel 1944. Ma di tutto, di avvenimenti e persone, si parla con un tono lieve, perché il legame famigliare è fortissimo e dà la forza per andare avanti, perché nessuno di loro- neppure lo scrittore Cesare Pavese- è ancora famoso, nessuno è circondato dall’aura di leggenda che arriva dopo la morte, a distanza di tempo. 

Domina la figura del padre- solo la mamma sembra capace di addomesticarlo, già chiamandolo “Beppino”, deviando le sue sfuriate, addolcendo i suoi malumori. Giuseppe Levi, scienziato, medico, insegnante di Rita Levi Montalcini e di Renato Dulbecco, che resterà sempre nella mente dei suoi figli e dei lettori per le sue colorite espressioni, quelle che rendono unico il lessico di “Lessico famigliare”. E tuttavia il lessico di famiglia non è solo il linguaggio (questo libro, così 'parlato', è veramente perfetto per un audiolibro), ma è anche la corrente di pensiero, l'ideologia, l'intreccio di sentimenti, l'atmosfera intera che circonda questa famiglia per molti versi esemplare.                                                                                                                                                          


la scrittrice Natalia Ginzburg. Sopra, a destra, lo scrittore Cesare Pavese
                                     

domenica 9 marzo 2014

Sepp Mall, "Ai margini della ferita"


                                                                        fresco di lettura


Sepp Mall, “Ai margini della ferita”
Ed. Keller, trad. Sonia Sulzer, pagg. 192, Euro 14,50
Titolo originale: Wundränder


     “Leggiamo per non essere soli”, ha detto il personaggio di qualche libro che non ricordo. Vero. Ma leggiamo anche per sapere, per vivere altre vite diverse dalla nostra, per pensare altri pensieri.
“Ai margini della ferita” di Sepp Mall ci trasporta in Alto Adige, rimasto Südtirol per gli abitanti in grande maggioranza tedeschi. Un Alto Adige che non è quello idilliaco dei picchi innevati delle montagne e delle cassette di fiori alle finestre. E’ l’Alto Adige degli attentati del 1961- e scopriamo quanto poco sappiamo, o meglio, quanto poco abbiamo riflettuto sulla Storia di questa regione di confine, regalata all’Italia alla fine della prima guerra mondiale senza tener conto del diritto all’autodeterminazione proclamato dopo il crollo dell’impero asburgico, mantenuta forzatamente tranquilla nel periodo tra le due guerre ed esplosa per la prima volta con un attentato nel 1956 a cui seguirono altri, culminanti nel divampare dell’odio della ‘notte dei fuochi’ tra l’11 e il 12 di giugno del 1961.
    Sepp Mall non fa riferimento esplicito ad alcun attentato- si accenna a tralicci fatti saltare, al tentativo di distruggere il monumento che raffigura un alpino in una piazza. Ma le due storie, che si sviluppano separatamente, si sfiorano senza intrecciarsi e si riuniscono con lievità alla fine, sono raccontate dal punto di vista di un ragazzino e di una giovane donna. Lui perché è poco più di un bambino, lei perché è appena venuta ad abitare in città- nessuno dei due è consapevole di quello che sta accadendo. Lui sa che suo padre è stato arrestato, lei deve accettare che il fratello vada ad abitare per conto suo, ma né l’uno né l’altra collegano i due fatti con quello di cui hanno solo un sentore vago. E l’abilità dello scrittore è proprio in questo, nel costruire un’atmosfera di tensione occulta, nel creare un divario tra chi insorge e la maggioranza silenziosa.                   

    “Il ragazzo disse che suo padre si era dissolto nel nulla, così da un giorno all’altro”- è l’inizio della prima storia, quella del ragazzino che sogna di andare allo stadio di San Siro per vedere giocare Mazzola e poi viene a sapere che suo padre è a Milano, sì, ma in carcere. A lui, tutto sommato, fa perfino comodo che il padre, così severo, non sia più in casa. Così come fa comodo a sua sorella che amoreggia con un soldato italiano. Quando il padre verrà rimandato a casa e sentirà il nome ‘Salvatore’, andrà su tutte le furie.
Gli italiani che compaiono nel romanzo di Sepp Mall sono dei poveracci, sono ragazzi spediti all’estremo Nord dall’estremo Sud, sono quanto di più mediterraneo si possa immaginare, con le ascelle chiazzate di sudore, la carnagione scura e i capelli ricci. Sono altrettanto inconsapevoli della realtà storica della regione in cui si trovano quanto lo sono il ragazzo e la sorella del giovane balbuziente che finalmente trova un ruolo importante per se stesso e poco importa se è strumentalizzato, se qualcuno approfitta della sua ingenuità e ignoranza. Dagli italiani si deve stare alla larga, nel romanzo di Sepp Mall. Quando, per mancanza di soldi, il ragazzo si trasferisce ad abitare nel rione chiamato Harlem (e non a caso), vuol dire che la sua famiglia è caduta proprio in basso: chi mai andrebbe ad abitare in uno di quei casermoni dove vivono gli italiani?

      Harlem è il posto più merdoso che ci si possa immaginare, disse sua sorella. Ci abitano solo gli italiani, là. I morti di fame e gli italiani.
   Ah, così, disse Paul, però non ti dispiace pomiciare con uno di loro.
  Riuscì a malapena a schivare un calcio.
  Come se non fosse vero, disse lui.
  Non puoi capire, sibilò Maria, sei ancora troppo stupido. Quella con Salvatore è tutta un’altra cosa.

     Il finale è nell’ombra, è il lettore ad illuminare le scene, a capire che cosa sia successo, a mettere insieme i pezzi, come fossero quelli di un corpo dilaniato da un’esplosione. Le due tragedie avvicinano il ragazzo Paul e Johanna che aveva sempre protetto l’amato fratello minore (“Qualche volta incespico anch’io, proprio come lui”, erano state le parole di apertura della sua storia) e noi abbiamo letto la Storia vista ‘dall’altra parte’, due storie su cui fermarci a riflettere.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

lo scrittore Sepp Mall          

    



sabato 8 marzo 2014

Nadeem Aslam, "Note a margine di una sconfitta"

                                                           Voci da mondi diversi. Asia

                                                                        fresco di lettura


Nadeem Aslam, “Note a margine di una sconfitta”
Ed. Feltrinelli, trad. Delfina Vezzoli, pagg. 387, Euro 19,50
Titolo originale: The Blind Man’s Garden



     Nadeem Aslam è tornato a parlare dell'Afghanistan nel nuovo romanzo "Note a margine di una sconfitta”, dopo averne già fatto l’ambientazione del precedente “La veglia inutile”. E- per rimarcare una sorta di continuità- c’è anche un personaggio, quello dell’americano David, che riappare fuggevolmente nel romanzo appena pubblicato, nonché la citazione del poeta Wamak Saleem, un omaggio dello scrittore al suo proprio padre che aveva dovuto rinunciare ad ogni ambizione letteraria (durante un’intervista di anni fa Nadeem Aslam mi disse che avrebbe inserito sempre, in ogni suo libro, lo pseudonimo usato dal padre).
Sembra che l’Afghanistan sia per Aslam, nato in Pakistan ed emigrato con la famiglia in Inghilterra quando aveva 14 anni, un pensiero costante. Più che un pensiero. Un rovello, il dolore di una ferita, come quello delle due dita amputate al protagonista Mikal per togliergli la possibilità di premere il grilletto di un'arma. E forse dovremmo essere assillati da questo pensiero anche noi, posti davanti alla domanda di uno dei personaggi, “perché non dici che il vostro paese ha avuto una parte nel distruggere il nostro?". Pochi occidentali hanno voglia di rispondere.          
  

     Il romanzo inizia dopo l'11 settembre. Inizia dopo i bombardamenti di Kabul nell'ottobre del 2001, quando l'America lanciò l'operazione Enduring Freedom che aveva il sapore di una crociata- non è un caso che, in questo libro ricco di riferimenti alla cultura del mondo occidentale e a quella del mondo islamico, si parli delle crociate, della cacciata dei musulmani dalla Spagna (e non solo), a ricordare che il fanatismo religioso è un male di sempre e non è un’invenzione del secolo XXI. Inizia in una cittadina pakistana dal nome fittizio di Heer e prosegue alternando il duplice sfondo del Pakistan e dell'Afghanistan, perché il giovane studente di medicina Jeo decide di dare il suo contributo medico alla guerra e parte per Peshawar. Lo accompagna il fratello adottivo Mikal, che Jeo non rivedeva dal tempo del suo matrimonio: Jeo non lo sa, ma Mikal era ed è tuttora innamorato della donna che poi è diventata la moglie di Jeo, progettava di fuggire con lei,  non lo ha fatto. Qualcuno manovrerà in modo che i due giovani si uniscano forzatamente alla Jihad, Mikal sarà preso prigioniero da un signore della guerra e poi venduto agli americani, Jeo non ritornerà più a Heer.

L’Afghanistan è stato liberato e i cittadini liberi di Kabul stanno distribuendo dolci e fiori di plastica ai soldati americani. I negozi di musica stanno riaprendo, ma mentre gli uomini si tagliano la barba, le donne scelgono di rimanere nascoste nei loro burka per il momento. E Tara sa che sono sagge. Nel corso della sua vita adulta non c’è stato giorno in cui non abbia sentito di una donna uccisa con un proiettile o un rasoio o una corda, affogata o strangolata con il proprio velo, sepolta viva o bruciata viva…


     Due luoghi e due filoni che si completano a vicenda in questo romanzo. Il Pakistan serve come preparazione a quanto avviene in Afghanistan, è come se una coltre di nubi si addensasse sul Pakistan, presagio della tempesta che si scatena in Afghanistan. Qui, in Afghanistan, si muore in maniera atroce ogni giorno, e le vittime sono spesso donne, bambini, vecchi che nulla hanno a che fare con la guerra, oppure ragazzi arruolati con il miraggio del martirio glorificante. Là, a Heer, l’anziano Rohan, padre di Jeo, si aggira per il suo giardino che trabocca di fiori e di odori- un’oasi di pace che pare irreale. Anche perché la scuola fondata da Rohan, basata su un’utopistica speranza di ospitare studenti di ogni fede religiosa, ha cambiato direttiva, forse Rohan non potrà più abitare nella casa annessa alla scuola e, inoltre, sta perdendo la vista. Rohan cieco è come Omero, come Tiresia. Rohan cieco acquista una saggezza che non aveva, vede i suoi errori passati e si macera nel rimorso dell’intransigenza nei confronti della moglie fino all’ultimo respiro di lei, e la cecità gli risparmia gli orrori del presente. In Afghanistan seguiamo Mikal prigioniero, assistiamo alle torture e ci addentriamo negli sporchi giochi della guerra. In Pakistan i personaggi femminili ci aprono uno squarcio sulla condizione delle donne nell’Islam, sulla limitatezza della loro vita, sulle pene riservate a quelle che non si comportano secondo la legge islamica, o anche solo vengono sospettate di una condotta immorale. Quando lo scenario è l’Afghanistan, lo stile dello scrittore è crudamente realista, quando è il Pakistan, c’è un tocco di fantasioso, qualcosa che sa perfino di realismo magico, con personaggi come il venditore di indulgenze di uccelli o l’uomo carico di catene di cui ogni anello è una richiesta di espiazione. 


    “Note a margine di una sconfitta” è un romanzo tormentato opera di uno scrittore che si tormenta. Perché Nadeem Aslam appartiene a quella cultura e, tuttavia, vede quel mondo con gli occhi di chi si è allontanato. Come dice uno dei suoi personaggi, non tutti i musulmani sono dei fanatici. E perciò Aslam non può fare a meno di esprimere una velata condanna verso gli eccessi, verso il terrorismo che in questo momento è una risposta estrema all’ingerenza dell’Occidente, e soprattutto verso la durezza nei confronti delle donne, punite anche solo per indossare dei gioielli sotto il burqa.
   
la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

 Lo scrittore Nadeem Aslam
                                                   

mercoledì 5 marzo 2014

Giornata europea dei Giusti- 6 marzo 2014- Tributo a Gino Bartali

         il libro ritrovato

Nato nel 1914 e morto nel 2000, Gino Bartali è stato un ciclista su strada, vincitore di tre Giri d'Italia (1936, 1937, 1946)  e di due Tour de France (1938 e 1948).
Oggi, però, nella Giornata europea dei Giusti, voglio ricordarlo come un eroe silenzioso su due ruote per aver dato il suo contributo nel salvare degli ebrei durante gli anni di guerra. Nel 2013 è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme.
I fratelli Aili e Andres McConnon hanno ricostruito la sua vita in un libro molto bello, "La strada del coraggio".




                                                                                   



Aili e Andres McConnon, "La strada del coraggio" 2013

                                                                                 
                       il libro ritrovato



Aili e Andres McConnon, “La strada del coraggio”
Ed. 66thand2nd, trad. Marco Bertoli, pagg. 340, Euro 18,00
Titolo originale: Road to Valor: A True Story of World War II Italy, the Nazis and the Cyclist Who Inspired a Nation

  
     “Chi salva una vita salva il mondo intero”, si legge nel Talmud. E, secondo il Talmud, ci sono in ogni generazione 36 uomini ‘Giusti’ da cui dipende il destino dell’umanità-  dopo la seconda guerra mondiale il termine Giusti tra le Nazioni è stato adottato per indicare i non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare anche un solo ebreo dalla furia nazista. E’ sorto così, nel 1962, il Giardino dei Giusti di Gerusalemme in cui si pianta un albero di carrubo a ricordo eterno di un Giusto. Dal 23 settembre di quest’anno, il 2013, ci sarà un nuovo albero- o una scritta su un muro in mancanza di spazio- in memoria di Gino Bartali che, fino ad ora, è stato per i più il campione del ciclismo italiano, due volte vincitore del Tour de France e a dieci anni di distanza, nel 1938 e nel 1948.           

   E’ con un certo stupore che vediamo due nomi stranieri sul libro che ci racconta la storia di questo nostro eroe in incognito. Sono due fratelli canadesi, Aili e Andres McConnon, che hanno scritto “La strada del coraggio” e ci spiegano, nella postfazione, come siano venuti a sapere di Gino Bartali nel 2002, quando Andres, seguendo una giornata del Tour, aveva deciso di fare delle ricerche sui personaggi più famosi di questa competizione, colpito dallo sforzo fisico che i ciclisti dovevano sostenere.               

   Ai giovani di adesso il nome di Gino Bartali dirà poco. Non così a chi ha vissuto gli anni del dopoguerra, quando le occasioni di divertimento erano scarse e il passaggio dei ciclisti lungo il percorso del Giro d’Italia (o anche soltanto per la gara della Milano-Sanremo) era uno spettacolo atteso: l’atmosfera vibrava di un entusiasmo elettrizzante mentre si tifava per quegli uomini che sfrecciavano sudati in bicicletta. Si aspettava a lungo sul ciglio della strada, i bambini giocavano alle spalle dei genitori, si raccontavano gli ultimi pettegolezzi sui due grandi rivali, Bartali e Coppi. Su Bartali che iniziava ad essere vecchio per il ciclismo, che rispondeva malamente ai giornalisti, che era stato soprannominato ‘Ginettaccio’, che era amico di De Gasperi e dei preti. Su Coppi che era più giovane, che scalpitava nel ruolo di gregario, che aveva un’amante, la famosa Dama Bianca (erano i tempi in cui si finiva in prigione per adulterio). Si parlava di queste cose, di maglia gialla e di maglia rosa, di cronometri e di cadute, e si taceva sull’altra faccia del corridore Ginettaccio, sul suo non essere un baciapile, sull’aver vissuto mettendo in atto i principi della religione che professava. Perché non si sapeva nulla. Perché il vero eroe non si vanta delle sue imprese. Gino Bartali aveva detto al figlio Andrea, “il bene si fa ma non si dice e sfruttare le disgrazie degli altri per farsi belli è da vigliacchi”. La grandezza di Gino Bartali è racchiusa in questa frase. Negli anni più bui della guerra il cardinale Elia Dalla Costa, amico di Bartali, aveva chiesto al corridore se era disposto a fare da messaggero ‘alato’ in una rete clandestina di soccorso per i perseguitati dai fascisti e nazisti: si trattava di portare da Firenze ad Assisi, nascosti nella canna della bicicletta, fotografie e materiale per preparare documenti d’identità falsi per coloro che erano costretti a lasciare il paese o che dovevano viverci sotto altre spoglie. Gino era sposato, aveva un figlio. Il cardinale lo aveva avvisato del rischio che correva, se fosse stato scoperto. Come non ammirare un uomo che sceglie quello che è giusto fare, accada quello che deve accadere? 

    A tutti costoro, spiegò il cardinale, servivano cibo, riparo e documenti contraffatti, e voleva che Gino lo aiutasse. Avrebbe potuto diventare uno dei messaggeri della rete, con il compito di consegnare documenti e altro occorrente in Toscana e nei dintorni. Descritto così, sembrava un compito cucito addosso a Gino. Per gran parte della guerra aveva percorso le strade toscane come portaordini militare in bicicletta, e durante le sue frequenti licenze aveva continuato ad allenarsi e a gareggiare. Se c’era uno che conosceva quelle strade e aveva un buon alibi per percorrerle, quello era Gino Bartali.

     Il libro dei McConnon è appassionante. Segue le tappe della vita del corridore dalla sua infanzia (ah, i tempi in cui la bicicletta era il sogno di ogni bambino!), la passione per il ciclismo e le sue evidenti doti per questo sport, le prime gare, il dramma della morte del fratello, le corse più impegnative, le aspirazioni, le vittorie e le sconfitte. Gino Bartali ritorna in vita nelle pagine del libro dei McConnon che riescono a darci un ritratto completo dell’uomo (Bartali che si innamora, Bartali che prega un Dio in cui crede, Bartali padre), del ciclista con tutti i dettagli delle gare e dei preparativi necessari per queste, e, nello stesso tempo, tracciano un quadro della politica italiana di quegli anni (l’assassinio di Matteotti, Mussolini e la guerra, l’attentato a Togliatti e gli scontri che seguirono). Perché un Giusto tra le Nazioni deve essere un uomo completo che vive nel suo tempo e non sa che così facendo vivrà anche in eterno.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

gli scrittori Aili e Andres McConnon     

    

Rosa Liksom, "Scompartimento n.6"

                                                                         fresco di lettura
                                                                         vento del Nord


Rosa Liksom, “Scompartimento n.6”
Ed. Iperborea, trad. Delfina Sessa, pagg.240, Euro 15,00
titolo originale: Hytti nro 6
     
       Ci sono due mitici treni nell’immaginario di ogni appassionato viaggiatore, due treni su cui salirebbe a bordo senza biglietto e senza bagaglio, se ne avesse l’opportunità. Due treni con due mete diverse, quasi opposte, che diventano metafora di altro, il tutto circonfuso da un alone di misteriosa avventura- l’Orient Express e la Transiberiana. Il primo che promette colori e sole e donne e minareti e cibi speziati, il secondo che lascia intravvedere un brullo paesaggio di steppa, il biancore della neve sul terreno e nel cielo, solitudine e vodka per riscaldarsi.
     Nel romanzo della scrittrice e giornalista finlandese Rosa Liksom saliamo a bordo della Transiberiana a Mosca e scendiamo ad Ulan Bator, ai confini della Cina. Entriamo nello scompartimento numero 6 e, istintivamente, siamo la giovane donna finlandese che si trova a viaggiare con un unico compagno, un russo quarantenne. Dovremo sopportare la sua compagnia fino alla fine, dovremo restare ad ascoltarlo, dovremo respirare i suoi effluvi di sudore, di aglio e di vodka. E’ lui, Vadim, a parlare sempre. Rude, volgare, sboccato. La ragazza si limita ad ascoltarlo, non può fare a meno di sentire quello che dice, anche se a volte, per paura o per disgusto, esce dallo scompartimento. Ritorna sempre indietro, che altro può fare? In un certo senso è prigioniera dell’uomo- siamo negli anni ‘80, la situazione della giovane finlandese è emblematica di quella dei popoli dell’Unione Sovietica ormai vicina al crollo?

    Vadim racconta di sé, si apre a poco a poco, finisce anche per suscitare la nostra compassione. La sua storia incomincia quando era un bambino e aveva sentito la madre promettere al padre che si sarebbe sbarazzata della sua scomoda presenza. Era fuggito da casa e aveva iniziato una vita di vagabondo insieme agli altri ragazzini orfani che dormivano nei corridoi della metropolitana di Mosca. Ha ammazzato, è stato in prigione, si è sposato, ha un figlio, ha avuto innumerevoli donne- ma lui naturalmente non si esprime in questi termini corretti. Di tanto in tanto sollecita la ragazza a ‘dargliela’, che le costa? Lei si ritrae inorridita.
Non sentiamo quasi mai la voce della ragazza, ‘sentiamo’ i suoi pensieri, i suoi ricordi, la storia del suo incontro con Mitka, appena arrivata a studiare all’Università di Mosca da Helsinki. Mitka che è finito in un ospedale psichiatrico dopo aver usato la scusa dell’insanità mentale per non essere mandato a combattere in Afghanistan, che è diventato pazzo per davvero là dentro.

 La ragazza passava con lo sguardo dal pavimento alla nuvola immobile sull’orizzonte. Non aveva mai incontrato un russo del genere. O forse sì, ma aveva preferito dimenticarlo. Nessuno le aveva mai parlato in quel modo. Eppure riconosceva in quell’uomo, nella sua rozzezza, nel modo di strascicare le parole, nel sorriso, nel suo tenero sguardo sprezzante, un che di familiare.

   Oltre a Vadim e alla ragazza, c’è un altro personaggio che si affaccia con regolarità sulla soglia dello scompartimento numero 6, la donna capo-carrozza che sappiamo essere una donna dal nome, Arisa, ma che ha perso qualunque femminilità, se mai l’ha avuta- immagine di tutte le donne russe che, grazie al diritto di parità, hanno sempre svolto lavori maschili e con piglio maschile, necessario peraltro. Arisa sorveglia, strapazza l’uomo che continua a bere vodka e altri liquori che sono quasi alcol puro, porta innumerevoli tazze di tè.
                                                   

E poi c’è il treno, la leggenda. Che si ferma nelle varie stazioni, a volte anche per un paio di giorni- sembra quasi che debba riposare anche lui. La ragazza scende, va a dormire in un qualche albergo, si aggira per le strade di queste città che paiono senz’anima, con enormi edifici dall’aria squallida, mentre la temperatura si abbassa e l’aria gela i polmoni. C’è la vasta madre Russia infine, anafettiva come la madre di Vadim.
   Questo non è solo un viaggio attraverso un paesaggio geografico. E’ un viaggio nell’animo umano, nello squallore e nel deserto dell’anima, nei dolori che segnano il percorso della vita, nella solitudine che tuttavia non è irrimediabile. Perché, contro ogni aspettativa, uno strano legame di amicizia si crea tra il russo e la finlandese, quasi che ognuno ceda qualcosa di sé per avvicinarsi all’altro. E alla fine, non si vede l’ora di tornare a Mosca, al fulcro dell’Unione Sovietica. “A Mosca! A Mosca!” sono le parole che terminano il libro e noi pensiamo a “Le tre sorelle” di Cechov, il grande autore che già il titolo e la traccia della follia ci avevano suggerito (“Corsia n.6” è una famosa novella di Cechov).
   Rosa Liksom ha vinto il Finlandia Prize 2011 con “Scompartimento n.6” ed è stata in lizza per il Premio Médicis per Stranieri 2013.

la recensione e' stata pubblicata su www.wuz.it

la scrittrice Rosa Liksom          

     











martedì 4 marzo 2014

All'Ovest niente di nuovo - 1930, il film tratto dal romanzo di Remarque



                                                                       dal libro al film

Il film del 1930, "All'ovest niente di nuovo", tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque con la regia di Lewis Milestone vinse un premio Oscar come miglior film e un altro per il miglior regista. E tuttavia la sua proiezione fu boicottata ovunque perché il film fu considerato ingiurioso per la Germania- Goebbels stesso organizzò tafferugli di protesta. Pure il libro fu proibito nello stesso anno (1930) e dato alle fiamme.