mercoledì 5 febbraio 2020

Maxim Biller, “Sei valigie” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                    Diaspora ebraica
     Storia di famiglia

Maxim Biller, “Sei valigie”
Ed. Sellerio, trad. G. Agabio, pagg. 161, Euro15,00

      Che cosa contengono le sei valigie del titolo del romanzo autobiografico di Maxim Biller, nato a Praga nel 1960 da genitori russi ebrei ed emigrato con loro in Germania nel 1970? Sono le sei valigie della famiglia Biller composta dal nonno (il tate in Yiddish), la nonna e  i quattro figli, gli ebrei erranti? O sono le valigie che contengono i segreti dei sei capitoli in cui si divide il libro?
Perché questo è un romanzo che ruota intorno ad un segreto, alla domanda per cui l’io narrante (che non è affatto il personaggio principale) cerca una risposta: chi è responsabile della morte del tate, arrestato all’aeroporto di Mosca per contrabbando di valuta e giustiziato poco dopo? Chi lo aveva tradito? Uno dei quattro figli? Forse Dima che, all’inizio del romanzo, torna a casa rilasciato dopo cinque anni di prigione perché si era fatto beccare anche lui con valuta straniera e pronto ad emigrare in Germania? Oppure era stato Lev, il primo dei fratelli a fuggire a Ovest con 40.000 dollari che il tate gli aveva dato e che lui avrebbe dovuto dividere con i fratelli? Lev che da anni non voleva aver più alcun contatto con la famiglia? Oppure era stata la nuora Natalia, che si era accontentata di sposare Dima ma avrebbe voluto sposare il padre di Maxim? Era ed è bella Natalia, era sopravvissuta ad Auschwitz, era diventata una regista famosa. E la madre di Maxim ne era gelosa. Circolavano tante voci su Natalia.

    E poi, forse, dopotutto, il segreto è solo un pretesto ed è il tempo in cui vive questa famiglia il vero protagonista del romanzo. Perché il segreto e la tragica morte del tate sono una conseguenza di questo tempo, di un regime totalitario che instilla la diffidenza, che incoraggia la delazione, che compra i cittadini, con la paura, con il denaro, con le promesse di vita migliore.
E “Sei valigie” è la storia di una famiglia russa e ebrea, ricca di aneddoti che saltano fuori- per così dire- dalle sei valigie, in un lessico famigliare ‘segreto’ e divertente, in una sequenza temporale non lineare ma che si sposta avanti e indietro, con fatti che si svolgono a Mosca, a Praga, ad Amsterdam, Berlino, Zurigo, con una lontana eco che arriva dal Brasile dove è emigrato lo zio Vladimir. A volte i fatti raccontati si ripetono, ma è il punto di vista, ovvero il narratore, che è cambiato e i dettagli non sono sempre uguali. Tutti intelligenti, i quattro fratelli Biller, tutti somiglianti al tate (anche lo scrittore gli assomiglia)- una famiglia “tipica del villaggio ebraico, avida, brutale, sentimentale, paranoide” (lo dice Lev), dove tutti “sono sempre stati così stupidi da credere che il denaro possa salvare la vita, l’anima e tutti gli imperi”. Eppure qualcosa di straordinario questa famiglia deve averlo, se i due esponenti più giovani, quello che era un bambino all’inizio del libro (e che ora vive a Berlino) e sua sorella Jelena (che abita in Inghilterra), sono diventati entrambi scrittori e hanno dedicato entrambi un libro ai ricordi di famiglia.

      Tragico e buffo, ironico e divertente, tutto è incerto, tutti sono sospettati, tutto è il contrario di tutto in questo libro dove quello che importa è sopravvivere. E c’è qualcosa dei personaggi brechtiani (Maxim, l’io narrante, deve fare un compito su Brecht quando va in vacanza dallo zio Dima), qualcosa dell’ingenuità e della furbizia del buon soldato Sc’veik (non è un caso che questo sia il libro che il padre di Maxim sta traducendo impuntandosi su due parole, odore marcescente, che non riesce ad esprimere adeguatamente in russo, attirando su di loro la nostra attenzione) in questo romanzo che è uno spicchio di Storia nella storia di una famiglia.

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