martedì 7 marzo 2023

Jonathan Freedland, “L’artista della fuga” ed. 2023

                         Jonathan Freedland, "L'artista della fuga"

                                              seconda guerra mondiale

                                                           Shoah


Jonathan Freedland, “L’artista della fuga”

Ed. Neri Pozza, trad. L. Clausi, pagg. 409, Euro 20,00

 

    È più facile macellare degli agnelli che dare la caccia ai cervi.

Sono parole che troviamo sulla copertina de “L’artista della fuga”, sono parole dette da Walter Rosenberg diventato poi Rudolf Vrba ed esprimono quello in cui credeva- se solo si fosse riuscito ad infrangere quella strategia su cui si basavano i rastrellamenti e le deportazioni degli ebrei, tesa a mantenere calme quelle persone che dovevano credere fino alla fine che gli sarebbero stati dati altri alloggi, che dovevano spogliarsi e fare la doccia dopo quel lungo viaggio, che era bene piegassero e riponessero in ordine i loro abiti per ritrovarli più facilmente dopo che si fossero lavati, se si fosse detto chiaramente quello che invece li aspettava, che andavano a morte certa, ecco, avrebbero iniziato a gridare, a scappare, avrebbero creato disordine, non sarebbe stato facile portarli via come pecore al macello. Perché inseguire dei cervi in fuga è più difficile.

Walter Rosenberg

    Nato a Topol’čani, in Slovacchia, Walter aveva diciannove anni quando fu deportato, prima in un campo di transito per arrivare poi ad Auschwitz. E nell’aprile del 1944 riuscì a fuggirne insieme all’amico Alfred Wetzler. Un’impresa che ha dell’incredibile, ma è vera. Dalla parte di Walter c’è la giovinezza, un fisico robusto, una certa dose di fortuna, una capacità innata di saper cogliere dalle situazioni quello che può tornare utile, di ascoltare e imparare dalle esperienze altrui. Un ruolo importante nella programmazione della fuga lo aveva avuto il suggerimento di un prigioniero russo: il tabacco russo, la machorka, impregnato di benzina emanava un odore da cui i cani rifuggivano. Inserendo frammenti di questo tabacco tra le assi di quello che i due amici avevano individuato come nascondiglio ideale, i cani sguinzagliati dalle SS dopo l’allarme per la loro fuga sarebbero stati depistati. Successe proprio così. Walter e Fred riuscirono a resistere immobili nel nascondiglio per i tre giorni e le tre notti delle ricerche e poi…la fuga per la libertà, irta di pericoli e di agguati, ma pur sempre la libertà. Walter e Fred non miravano soltanto a salvare se stessi. Avevano visto i preparativi che si stavano facendo per accogliere gli ebrei ungheresi e credevano, con l’idealismo della giovinezza, che, se avessero svelato al mondo il segreto così ben protetto di quello che accadeva veramente ad Auschwitz, qualcosa si sarebbe messo in moto, il genocidio sarebbe stato fermato. La realtà con cui si scontrarono fu ben diversa.

Rudolf Vrba

     Il libro inizia con la fuga di Walter e di Fred per poi tornare indietro all’infanzia di Walter, alle prime leggi che limitavano la vita quotidiana delle comunità ebraiche, un primo tentativo di fuga oltre confine, il viaggio sul treno merci, le esperienze di Walter nel campo, la fortuna di guarire dall’epidemia di tifo, di essere assegnato al Canada dove si smistavano i beni con cui le vittime erano arrivate. Eppure fu proprio al Canada che l’immane proporzione di quello che stava accadendo gli si rivelò appieno.

Con la straordinaria memoria che aveva, Walter elaborò un sistema per fissarsi in mente il numero dei convogli, dei prigionieri, dei cadaveri portati nel crematorio. Quando, raggiunta finalmente e in maniera avventurosa la Slovenia, la testimonianza sua e di Fred Wetzler avrebbe occupato più di trenta pagine.

    L’accoglienza che i due fuggitivi e il loro racconto ebbero è un altro capitolo. Ed è doloroso. Incredulità, immobilità, mille pretesti per non diffondere la realtà come Walter e Fred si sarebbero aspettati. E in definitiva solo gli ebrei di Budapest in gran parte furono salvati, gli altri continuarono a salire come agnelli sui treni della morte.

Rudolf Vrba con le figlie

   Il libro di Jonathan Freedland segue anche il ‘dopo’ della vita di Walter che ormai ha cambiato nome per sempre- sarà Rudolf Vrba. Si sposerà, avrà due bambine, diventerà professore, si separerà dalla moglie per risposarsi molti anni più tardi con una donna molto più giovane, quando già era emigrato negli Stati Uniti. Il suo carattere però era cambiato, nonostante la sua forza interiore non era solo il numero tatuato sulla sua pelle il segno lasciato da Auschwitz.

    Un libro importante per non dimenticare.

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venerdì 3 marzo 2023

Colm Tóibín, “Il Mago” ed. 2023

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

     biografia romanzata


Colm Tóibín, “Il Mago”

Ed. Einaudi, trad. Giovanna Granato, pagg. 512, Euro 24,00

     Erano stati i figli a dargli quel soprannome, il Mago. Perché amava fare dei giochetti di prestigio con loro quando erano piccoli e perché aveva scritto la novella “Mario e il Mago”, una storia tragica che finisce con l’assassinio dell’illusionista, una chiara allusione ad un dittatore ciarlatano che fu adattata prima per il teatro con la sceneggiatura di Luchino Visconti e poi per il grande schermo.

    Colm Tóibín, che già ci ha dato la biografia di un altro grande scrittore, Henry James, è l’autore di questa biografia romanzata di Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929. E la biografia di un uomo nato nel 1875 e morto nel 1955 sarà per forza di cose un grande affresco, la storia di un uomo e la Storia non solo della Germania, ma di tutta l’Europa. Il declino della famiglia di un uomo- il padre di Thomas Mann era senatore e titolare di una ditta di export-import di granaglie a Lubecca- diventa emblematico del declino della Germania che trascina l’intera Europa con sé.

Thomas Mann con la moglie Katia

     “Il Mago” si annuncia come un libro affascinante e per molti versi lo è. C’è sempre un filo di arroganza da parte dello scrittore che si immedesima nella persona di cui scrive, parlando con la sua voce e impossessandosi dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, ma, se accettiamo che quella che stiamo leggendo è una biografia romanzata e ci immergiamo nell’atmosfera in cui visse lo scrittore, l’impressione è quella di esserci calati in un romanzo dello stesso Mann e che lui sia il protagonista del suo romanzo. Perché è vero che ogni scrittore scrive di un se stesso trasfigurato e nel matrimonio del padre e della madre dello scrittore noi ritroviamo la coppia dei genitori del protagonista de “I Buddenbrook”, il libro che rese immediatamente famoso Thomas Mann e che attirò l’attenzione dei lettori su Lubecca, la città anseatica che ben esprimeva il divario tra la natura commerciale e quella artistica, quasi che le navi stesse che attraccavano al porto fossero nello stesso tempo miniera di ricchezze e desiderio di altri mondi.

Casa di Mann a Lubecca

    La madre brasiliana, quanto più possibile lontana dal carattere teutonico della famiglia del marito, il padre, il fratello Heinrich (diventerà famoso per il romanzo “L’angelo azzurro”, prenderà posizioni politiche diverse da Thomas), le sorelle morte giovani e tragicamente, gli altri fratelli e poi l’incontro con la ragazza che diventerà sua moglie, i loro sei figli- diventano tutti i protagonisti di questo romanzo e noi lettori impariamo a conoscerli bene, meglio di quanto riusciamo a conoscere Thomas Mann che resta sempre un personaggio un poco sfuggente. Forse non è un caso che riveli così tanto di sé nelle sue opere, in Aschenbach che si innamora del giovanetto Tadzio a Venezia o nel musicista che fa il patto con il diavolo nel “Doctor Faustus”, o in Hans Castorp ne “La Montagna Incantata” o in quel primo romanzo breve che aveva suscitato lo sdegno del suocero perché il tema era l’incesto tra due gemelli- e sua moglie Katia aveva un gemello, Klaus, a cui era legatissima. Quello del desiderio incestuoso e dell’attrazione verso i ragazzi giovani è un tema ricorrente in questa autobiografia, l’autore fa riferimento ai diari dello scrittore e noi ci sentiamo quasi dei voyeur chiedendoci se sia lecito spiare nella vita e nelle pulsioni più segrete di qualcuno che temeva proprio questo, che altri mettessero mano su quelle pagine destinate solo agli occhi di chi le aveva scritte.

Morte a Venezia

    Mann aveva visto subito il pericolo del futuro quando Hitler era apparso sulla scena. E tuttavia- anche dall’esilio in America in cui con Tóibín lo seguiamo- indugiò prima di prendere posizione. Temeva forse che i suoi romanzi non avrebbero più venduto in Germania? In America, dapprima a Princeton e poi a Los Angeles, lo aspettavano tempi difficili. Fu difficile per lui e Katia ambientarsi, imparare l’inglese che non fu mai per lui una seconda lingua- la sua patria era il tedesco-, e poi c’erano i problemi dei figli, di quello scapestrato di Klaus, il secondogenito geniale, omosessuale e morfinomane, della sfrontata primogenita Erika che aveva sposato il poeta inglese Auden, omosessuale pure lui, per avere la cittadinanza inglese. E poi la diffidenza, il sospetto intorno a loro, tedeschi in America che venivano diffidati dal pronunciarsi a favore dell’entrata in guerra dell’America.

    Ritornare in Germania dopo la guerra- non per restarci, quello mai, gli sarebbe stato impossibile vivere tra coloro che avevano in qualche modo supportato la folle dittatura di Hitler- volle dire vedere la distruzione, le macerie ovunque, volle dire non riuscire a capacitarsi di come avesse potuto la Germania di Bach e di Rilke precipitare così in basso, volle dire essere testimoni di come un intero paese- il suo- fosse finito, proprio come i Buddenbrook nel suo romanzo di mezzo secolo prima.

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mercoledì 1 marzo 2023

Uwe Timm, “Come mio fratello” ed. 20023

                                           Voci da mondi diversi. Germania

                                    seconda guerra mondiale

     La casa editrice Sellerio ha ristampato questo libro molto bello, già pubblicato una ventina di anni fa da Mondadori. Vale la pena di leggerlo e di rileggerlo. Pubblico qui la mia recensione del 2005, uscita a suo tempo sul sito www.stradanove.net

 

 


Uwe Timm, “Come mio fratello”

Ed. Sellerio, trad. M.Carbonaro, pagg 224, Euro 14,00

 

     Sembra quasi che ci sia un’urgenza di parlare, di ricordare, di mettere insieme i frammenti del passato prima che sia troppo tardi, perché, se è un passato di sessanta anni fa, sono scomparsi quasi tutti i suoi protagonisti e non manca molto tempo prima che scompaia anche chi è diventato erede delle loro storie. E’ per questo, forse, che c’è una fioritura di nuovi libri sulla seconda guerra mondiale, soprattutto illuminanti un’altra Germania, vedi “Dresda” di Edward Taylor (Mondadori) che ricostruisce i giorni del bombardamento che rase al suolo la “Firenze sull’Elba”, o “Il cospiratore” di Wibke Bruhns (Longanesi), che narra la storia di suo padre, condannato a morte per aver preso parte all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944.

     In “Come mio fratello” è la breve vita di suo fratello che Uwe Timm  esamina, rileggendo le sue lettere e il suo diario di guerra. Poche lettere al padre e alla madre, il diario brevissimo di un soldato bambino, dal 14 febbraio al 6 agosto 1943. Il 19 settembre Karl Heinz era stato ferito, gli avevano amputato entrambe le gambe, era morto un mese dopo. Aveva solo diciotto anni, Karl Heinz, quando si era arruolato nelle Waffen SS e Uwe era un bambino di tre anni. Come Wibke Bruhns ne “Il cospiratore”, anche Uwe Timm vuole cercare di capire perché sia successo quello che è successo, in Germania e nella sua famiglia.


E il procedimento è lo stesso: bisogna riandare alla prima guerra mondiale, per immedesimarsi nell’atmosfera degli anni ‘30, quando Hitler era salito al potere trascinando le folle dietro di sé. L’attenzione dello scrittore si sposta di continuo dal passato del padre e della madre a quello del fratello e della sorella (la primogenita, profondamente segnata dal disinteresse del padre nei suoi confronti, in quanto figlia femmina), e ritorna con insistenza alle pagine del diario, con un quesito assillante: a quali operazioni aveva preso parte Karl Heinz in Russia? Che cosa aveva visto e come lo aveva vissuto? Possibile che in quelle frasi smozzicate non ci fosse nessuna riflessione sulle imprese delle SS? Era una deformazione bellica vedere nel soldato russo solo “un boccone” per la sua mitragliatrice? Che diverso destino avrebbe avuto se si fosse arruolato nella Wehrmacht?

E poi, in un salto in avanti nel tempo, Uwe Timm ricorda gli anni dell’immediato dopoguerra, quando tutta la Germania era un cumulo di macerie, i discorsi degli adulti, il coro dei “non sapevamo niente”, l’antiamericanismo del padre. E di nuovo il diario: ci sono frasi che Uwe sa a memoria, come quella che suo fratello ha scritto nell’ultima pagina, “Qui chiudo il mio diario perché trovo assurdo fare un resoconto delle cose orribili che a volte succedono.”  E’ come se Uwe Timm volesse con tutte le sue forze credere in una reazione etica da parte del fratello- e ad un tratto si rende conto che il solo fatto di tenere un diario era stato un segnale di ribellione, perché severamente proibito. E anche l’ufficiale che aveva rimandato a casa gli effetti personali di Kark Heinz aveva infranto le regole, perché doveva ben saperlo. Piccoli indizi per “salvare” una parte della Germania.

     Un libro sofferto che scava nel senso di colpa di tutto un popolo.



domenica 26 febbraio 2023

Caroline Laurent, “Le rive della collera” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. Francia

        romanzo storico

       love story

Caroline Laurent, “Le rive della collera”

Ed. e/o. trad. Giuseppe Allegri, pagg. 343, Euro 19,00

 

   Isole Chagos, nell’Oceano indiano, a Sud delle Maldive e a nord-est dell’isola di Mauritius. Insieme a Mauritius facevano parte del Territorio britannico dell’Oceano Indiano. Quando Mauritius diventò indipendente nel 1968, la Gran Bretagna mantenne la sovranità sulle isole dandole in locazione agli Stati Uniti che vi installarono una base navale deportando gli abitanti. Nacque una controversia e nel 2019 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ingiunse al Regno Unito la restituzione delle Chagos a Mauritius.

    Il romanzo della scrittrice franco-mauriziana Caroline Laurent prende l’avvio dal 1967 per rivelarci il dramma dietro decisioni politiche che non prendevano in alcuna considerazione gli esseri umani che tali decisioni avrebbero riguardato. Nel 1966 un alto funzionario del Foreign Office britannico diceva, “L’oggetto dell’operazione è occupare qualche pietra che rimarrà nostra…non dovranno esserci indigeni a parte i gabbiani”. Parole di un cinismo sconvolgente.


    Marie-Pierre Ladouceur si innamora subito del mauriziano Gabriel quando lo vede sbarcare sull’isola per iniziare il suo lavoro come aiutante dell’amministratore coloniale. Non potrebbero essere più diversi. Lei ha la spontaneità, la gioia di vivere, la passionalità di chi è cresciuto in piena libertà. E’ scura di carnagione, è procace, è bella, ha già una figlia. Lui ha una pelle color caffelatte, è timido e gentile, elegante, con un profilo da uccello, non ha mai avvicinato una donna.

     La prima parte del libro ha la leggerezza di tutte le storie d’amore, ha il colore di un’isola sospesa tra mare e cielo, ha il folclore di un popolo che vive nel giardino dell’Eden. Le difficoltà che si insinuano in questa storia vengono dall’esterno, dall’ipocrisia di chi pensa sia improponibile il legame con una îlois, da chi sparla osservando che il piccolo Joséphin ha la fronte e gli occhi di un uomo che è stato l’amante di Marie. E però niente tocca la felicità della coppia, niente diminuisce l’amore di Gabriel per quel bambino che è suo figlio perché la paternità non è solo biologica.


      Poi il fulmine a ciel sereno. I chagossiani devono lasciare l’isola. Così, in quattro e quattr’otto. Hanno mezz’ora di tempo per fare fagotto prima di essere imbarcati per l’isola di Mauritius. Deportati. Le condizioni a bordo della nave sembrano quelle degli schiavi, ma la schiavitù è stata abolita più di un secolo prima, siamo nella seconda metà del ‘900 e tutto è così disumano da parere impossibile.

    La seconda parte, ambientata a Mauritius, è fatta di miseria, di baracche per alloggi, di lavori di fortuna, di fame, di follia, di morte. Di estraniamento da Gabriel, colpevole di aver saputo e taciuto, legato da un giuramento.

    E poi- e questa è Storia- inizia la presa di coscienza del sopruso e dell’illegalità, l’inizio del movimento per rivendicare Diego Garcìa per i chagossiani. Ci sarà uno sciopero della fame, la narrativa acquista punti di vista diversi perché sono passati gli anni e il bambino Joséphin è diventato un uomo e ha una sua voce. La conclusione- quella ufficiale- la conosciamo, quella dei personaggi è privilegio dei lettori scoprirla.


    “Le rive della collera” è un libro molto bello che lascia un segno profondo. Caroline Laurent ha saputo coinvolgerci, insegnandoci un frammento di Storia di cui eravamo all’oscuro: soltanto lo scorso anno i chagossiani hanno potuto rimettere piede a Diego Garcia e non ancora per rimanerci. Chi era ancora in vita dei duemila che erano stati deportati ha trovato case in rovina. La loro isola, diventata base ideale per i bombardieri americani, era irriconoscibile. Prima o poi se ne andranno, gli americani. Dopo vent’anni di bombardamenti su Afghanistan e Iraq, adesso gli Stati Uniti possono contare su altre basi in Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi.

   Nella postfazione la scrittrice dice che sua madre, una mauriziana come sua nonna e la bisnonna e la bis-bisnonna, le raccontava questa storia- una tragedia insulare. Una storia vera.

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venerdì 24 febbraio 2023

Camilla Ghiotto, “Tempesta” ed. 2023

                                                                         Casa Nostra. Qui Italia

                                                     romanzo di formazione

Camilla Ghiotto, “Tempesta”

Ed. Salani, pagg. 352, Euro 18,00

     Era il nome di battaglia di suo padre, Tempesta. Suo padre era stato partigiano e non ci sarebbe niente di strano se l’età di lei, la figlia, fosse quella che ci si potrebbe aspettare da qualcuno nato nel dopoguerra. E invece no, perché Camilla, figlia di Tempesta alias Renzo Ghiotto, ha diciassette anni quando suo padre, novantaduenne, muore.

 “Tempesta” è un libro autobiografico, dunque, anzi doppiamente autobiografico con una narratrice in prima persona- Camilla- e un narratore in terza persona, Renzo Ghiotto stesso nelle pagine del suo diario. Ed è anche un romanzo di una doppia formazione- quella di Camilla, che diventa grande scoprendo il padre, e del padre, il ragazzo che sale sui monti a diciotto anni per combattere i fascisti e, quando scende da quei monti perché la guerra è finita, è un uomo.

    Ci è capitato spesso di incontrare coppie in cui l’uomo è di parecchio più grande della sua compagna (meno spesso l’opposto, anche se ne abbiamo un esempio tra i nostri vicini francesi) e di riflettere su come funzioni un rapporto tra due persone con un’età così diversa. Molto raramente, quasi mai, abbiamo pensato a che cosa provi un bambino a cui gli amichetti chiedono se è suo nonno l’uomo che lo ha abbracciato davanti alla porta della scuola o dell’asilo. E Camilla si vergogna, Camilla risponde che sì, è suo nonno, Camilla chiede alla mamma (aveva vent’anni quando aveva conosciuto lui che ne aveva cinquanta) se il padre può andare a dormire dalla nonna la sera che la sua amica sarà sua ospite.

Renzo Ghiotto

È vecchio, Tempesta, c’è poco da fare. Cammina con un bastone, gli trema la mano quando mangia. Poi, però, parla davanti alla folla riunita nella piazza di Vicenza per il 25 aprile ed è capace di commuovere, di infuocare gli animi. Camilla spera che i compagni di scuola pensino che il loro cognome uguale sia una coincidenza, sì, è orgogliosa di lui ma è dibattuta nel suo intimo. E poi suo padre muore e Camilla sente il bisogno di capirlo, di sapere di lui, di rivivere il suo passato.

     C’è uno stacco netto tra le pagine in cui la ragazza “si confessa” e quelle del diario di Renzo Ghiotto. Ci sarebbe piaciuto che ci fosse un legame maggiore, come un commento a lato da parte della figlia, tra le due storie e invece le pagine del diario ci riportano a ottanta anni fa, con un salto temporale così brusco da farci sentire spaesati. È proprio l’impressione che deve avere provato la figlia- era veramente un altro mondo quello in cui un ragazzo di diciotto anni (l’età di lei, Camilla!) era stato torturato, era fuggito dall’arruolamento in Marina, aveva imbracciato le armi perché una cosa gli era ben chiara: doveva difendere la libertà. A Malga delle Fossette Renzo Ghiotto tornava ogni anno con la moglie e la figlia, quasi in pellegrinaggio, per ricordare- l’agguato dei tedeschi, gli spari, i compagni morti e feriti.


    Quando Camilla riprende la voce, è come se, solo ora che lui non c’è più per fare da interlocutore e per rispondere alle sue domande, lei mettesse a fuoco il passato di suo padre, solo ora si chiede se lei ne sarebbe capace, di patire il freddo, la fame, la paura, per essere coerente con le sue idee.

    Ci sono due gioventù a confronto, in “Tempesta”. Non c’è nostalgia per un tempo che non c’è più ma la volontà di trarre una lezione da quel passato, di perpetuare un insegnamento, di mantenere in vita, nell’unica maniera possibile, chi la vita l’ha lasciata. Un libro sofferto e coraggioso.

 Molto bella la copertina, con il copricapo che Renzo amava indossare e che sembra la prua di una nave con le due figurette di padre e figlia. Niente a che fare con il Titanic.

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martedì 21 febbraio 2023

Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis, “Comandante” ed. 2023

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

       seconda guerra mondiale

Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis, “Comandante”

Ed. Bompiani, pagg. 160, Euro 16,00

      Non accade spesso che prima si giri un film e dopo venga scritto un libro sulla vicenda del film, che prima si scriva una sceneggiatura e dopo di questa il romanzo. È quello che è successo per “Comandante”, il film diretto dal regista Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino nel ruolo di protagonista che uscirà nelle sale nella seconda metà di quest’anno. In una breve introduzione Sandro Veronesi racconta come è nato questo libro scritto a quattro mani e ispirato alla figura di un uomo eroico veramente esistito.

Lo aveva nominato l’Ammiraglio Pettorino, Comandante della Guardia costiera, in un discorso fatto nella tragica estate del 2018 quando un’ondata xenofoba si era rovesciata sull’Italia e alla Guardia costiera si era impedito di salvare i migranti che annegavano. L’Ammiraglio Pettorino aveva ricordato la luminosa figura del Comandante Salvatore Todaro che nel 1940 aveva disatteso gli ordini dell’Ammiraglio tedesco Karl Dönitz salvando l’equipaggio della nave belga affondata dal suo sottomarino nell’oceano Atlantico. Salvatore Todaro si era preso tutta la responsabilità di quanto aveva fatto e, alla richiesta di una spiegazione, aveva risposto, “Perché noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà e noi queste cose le facciamo.” Perché la guerra è la guerra, ma il mare è il mare, e un uomo in mare non è più un nemico ma un naufrago. Il mare ha la sua legge e la sua morale.


    Chi era questo Salvatore Todaro, personaggio da “Cuore” di De Amicis? Ad inizio di questo romanzo corale, ricco di voci e di persone, ce ne parla la moglie. Da lei sappiamo che il marito era stato gravemente ferito durante un’esercitazione da cui era uscito con danni irreversibili alla spina dorsale- il suo torace era imprigionato in un busto di ferro. Immaginate: era nato nel 1908, aveva 32 anni all’epoca dei fatti, sarebbe morto due anni dopo al largo di Tunisi durante il bombardamento aereo che colpì la nave su cui era imbarcato. 32 anni e dolori costanti alla schiena, non era il giovane sprezzante del pericolo perché ancora convinto di essere invincibile. Aveva una maturità, una capacità di prendere decisioni e assumersene le responsabilità che ci appare impensabile per i suoi coetanei di oggi.


   Salvatore, nomen omen. Il sommergibile di Todaro era passato attraverso le forche caudine dello stretto di Gibilterra e navigava nell’Atlantico. Si era profilata all’orizzonte la forma di una nave mercantile che viaggiava al buio, scortata da una nave inglese. È una nave belga, di un paese neutrale, perché ha tutte le luci spente? Cannoneggiano loro per primi. Il sottomarino di Todaro affonda la nave. È a questo punto che Todaro diventa un eroe. Per l’ordine di tirare a bordo i naufraghi, e poi quello di trainarli sulle scialuppe fino alle isole Azzorre, sfidando il pericolo di incontrare una nave nemica (come avviene) senza potersi inabissare.

    Pensiamo ai versi di Walt Whitman, “o Capitano, mio Capitano”, mentre, uno dopo l’altro, prendono la parola il marconista, l’aiutante di bordo dal volto sfigurato per un incidente che lo affratella al Comandante, il motorista-corallaro, il triestino che ha con sé il suo violino, il cambusiere, le donne che sono rimaste a terra ad aspettarli, un microcosmo che parla dialetti diversi incomprensibili tra di loro. Una cosa li accomuna, su una cosa si intendono tutti- il rispetto e l’ammirazione per lui, il Comandante, la loro piena fiducia nelle sue decisioni anche se non le capiscono del tutto, anche se forse non le condividono. Perché risparmiare la vita a chi, anche ora, anche adesso che la loro presenza sul sottomarino mette a rischio la vita di tutti, tende loro un agguato, comportandosi da nemico?


  Regista e scrittore riescono perfettamente, pur nell’economia delle pagine, a renderci la personalità distinta dei vari militari. Riconosciamo le loro voci, ricostruiamo, pezzo dopo pezzo, la storia di ognuno di loro E quella del loro Comandante, il protagonista assoluto.

     Da leggere. Perché siamo italiani. Per ricordarci che ci sono dei valori e delle leggi che superano la contingenza del momento, che siamo uomini.

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lunedì 20 febbraio 2023

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente” ed. 2023

                                   Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente”

Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 407, Euro 16,00

 

   È morta l’ex Presidente della Comunità Valenciana. Vita Castellá è morta in un albergo a Madrid dopo aver bevuto una tazzina di caffè al cianuro. La cameriera che le aveva portato il caffè di notte dice di aver lasciato la tazzina fuori della porta per rispondere ad una chiamata al cellulare e di averglielo poi servito anche se si era raffreddato.

    Vita era stata un personaggio molto controverso. Amava il potere, questo era chiaro. E gestiva questo potere in maniera personale, elargendo privilegi, concedendo favori e appalti. La rete di corruzione aveva finito per imprigionare la città di Valenza, arricchendo una vasta cerchia di persone. Ci sarebbe stato un processo- c’era qualcuno che aveva paura che Vita facesse nomi, che sollevasse il coperchio del vaso di Pandora?

    Il nuovo romanzo di Alicia Giménez-Bartlett inizia subito con un morto- ne seguiranno molti altri. La novità de “La presidente” è che la protagonista non è più l’ispettrice della polizia di Barcellona Petra Delicado che ci aveva anche raccontato la sua vita fittizia nel libro “Autobiografia”. È stata sostituita da ben due ispettrici, due giovani sorelle appena uscite dall’Accademia di Polizia- Berta e Marta Miralles. Sono loro a doversi occupare del caso di Vita Castellá. MA c’è puzza di bruciato nella loro nomina. Due inesperte investigatrici per l’assassinio di un personaggio così importante?


    Il fatto è che ufficialmente è stato dichiarato che Vita è morta d’infarto. Questa è la versione che sia il ministro sia il capo della polizia hanno dato alla stampa. Perché questa menzogna in attesa che il caso (e se è stato infarto non è neppure un caso) venga archiviato? E comunque, dato che un’inchiesta della polizia è inevitabile, la soluzione furba è affidare le indagini a due pivelline. Non conoscono di che cosa sono capaci Berta e Marta…

     Ci sono solo due anni di differenza di età, potrebbero sembrare gemelle ma i loro caratteri sono diversissimi. Berta è reduce da una delusione amorosa, è la più razionale, seria, ligia al dovere. Marta è frizzante, leggera, prende meno seriamente il lavoro anche se poi si mostrerà competente e pronta di riflessi. E comunque hanno fiuto, non si accontentano di scaldare la sedia come il loro superiore si auspicava, non badano a infrangere norme della polizia, mentono sul loro operato ai loro superiori- d’altra parte, questi non mentono a loro?

    C’è un terzo personaggio che affianca le sorelle Miralles nelle indagini ed è l’addetto stampa della ex Presidente, un ometto che- come Berta- soffre per una delusione amorosa (il suo compagno lo ha lasciato) e che si mette a loro disposizione in maniera un poco dilettantesca.


   Dal vaso di Pandora scoperchiato esce di tutto, l’immagine di quella doppia Valencia, la città antica e quella nuovissima intorno al famoso Acquario, ne esce sporcata. E tuttavia non possiamo dire di essere soddisfatti al termine della lettura. Forse ci eravamo affezionati a Petra e non siamo pronti a lasciarci conquistare dalle due sorelle, però ci sembra che si calchi troppo sulle loro caratteristiche, facciamo fatica a prendere sul serio un’investigatrice che, mentre è in servizio, entra a provarsi abiti da Zara e ha un flirt con un possibile testimone. Abbiamo capito che Marta ha un carattere giocoso che serve per differenziarla dalla sorella, ma a volte ci sembra troppo sfacciatamente ‘non poliziesco’.

Le schermaglie verbali che avevano reso famosi il duo Petra-Firmìn sono qui sostituite da quelle delle due sorelle, quasi Marta coprisse il ruolo che era stato del simpatico ‘secondo’ di Petra. E, in aggiunta ai vari elementi che rendono anomalo questo romanzo poliziesco, anche il ruolo ben poco professionale attribuito all’ometto che era stato a servizio della Presidente ci pare poco probabile.