Tolkien non era ancora stato tradotto in italiano. L'attore che impersona Frodo sul grande schermo non era ancora nato. Leggevo in inglese "Il signore degli anelli", c'era un temporale, era saltata la luce. Ricordo di avere acceso una candela ed aver proseguito la lettura: per me quell'immagine- io che leggo a lume di candela- è diventata il simbolo della mia passione. Io leggo, sempre, ovunque. E amo parlare di libri, per farli amare dagli altri.
domenica 25 giugno 2017
lunedì 19 giugno 2017
Daisy Goodwin, “Victoria” ed. 2017
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
romanzo storico
love story
Daisy Goodwin,
“Victoria”
Ed. Sonzogno, trad. A. Di Luzio, pagg. 432, Euro 19,50
Non è mai stato un personaggio attraente
e simpatico, Vittoria, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e
Imperatrice d’India. Forse perché l’immagine più diffusa di lei la ritrae già
anziana, con i suoi eterni abiti neri- il lutto che non smise mai di portare
dopo la morte dell’amatissimo consorte Principe Alberto- e tendiamo a pensare
che sia sempre stata vecchia, anche perché è vero che è stata vecchia a lungo.
Aveva solo 18 anni quando salì al trono nel 1837 e regnò per 63 anni. Anche
lei, come la regina che tanto ammirava, Elisabetta I, diede il nome ad
un’epoca- l’età vittoriana, segnata da progressi sociali ed economici ma anche
caratterizzata dalla ‘prudery’ che la distingueva. Ed ecco che la biografia
romanzata di Daisy Goodwin ci fa conoscere un’altra Vittoria, giovane,
palpitante, appena salita sul trono, impreparata a reggere il peso della corona
(figurativamente e letteralmente: la misura della corona dovette essere ridotta
perché non le cadesse fin sul naso), desiderosa di dimenticare l’infanzia
infelice nella reclusione di Kensington con una madre iperprotettiva e
ambiziosa.
Tutti gli occhi sono puntati su Vittoria,
quando diventa regina. Tutti pronti a cogliere il minimo errore di questa
ragazzina minuta, alta poco più di un metro e mezzo, con grandi occhi azzurri, che
non sa niente di niente. Tutti pronti a sbalzarla dal trono, a dichiararne
l’incapacità a regnare per debolezza d’intelletto (come suo zio), ad
affiancarle un reggente (sua madre e il suo consigliere sarebbero felici di
assumersi l’incarico). E invece lei la spunta su tutti. Con l’aiuto inestimabile
del primo ministro Lord Melbourne. I problemi sono tanti- la guerra con
l’Afghanistan, il movimento dei cartisti, la povertà diffusa, le condizioni
poco salubri delle abitazioni londinesi nei quartieri più miseri. Vittoria ha
dignità regale, ha forza di carattere, puntiglio, curiosità, la voglia di far
vedere che lei sarà capace di emulare la grande regina Elisabetta I. Nessuno
può manipolarla e prendere decisioni al suo posto. A volte sembra una bambina
che gioca a fare la regina e a dare ordini. Per fortuna Lord M. (come lo chiama
lei) è al suo fianco per suggerire, non per ordinare- ha trovato la maniera
giusta per mettersi al servizio della sua sovrana.
![]() |
| Lord Melbourne |
Lord M., un nomignolo che rivela il legame
affettuoso che a poco a poco si instaura fra la diciottenne Vittoria e il
quarantenne William, visconte di Melbourne, primo Ministro ed esponente dei
Whig. Il romanzo di Daisy Goodwin esplora il sentimento fra la giovane regina e
il ‘suo’ Ministro, una forte attrazione reciproca più che giustificata da
entrambe le parti- lei che non aveva mai avuto un padre e si sentiva protetta e
guidata da quest’uomo forte, intelligente e affascinante, lui che era rimasto
vedovo dopo un matrimonio burrascoso con una donna che lo aveva lasciato per
correre dietro al poeta Byron e che ora vedeva in Vittoria una compagna
innocente e ingenua, una fanciulla che lo guardava con occhi adoranti. Tutta la
corte era testimone dell’infatuazione della regina. Bisognava trovare un marito
per Vittoria, per scongiurare il peggio. E Alberto di Sassonia Coburgo, cugino
di Vittoria e suo coetaneo, era il candidato ideale.
Il seguito, la storia d’amore durata tutta
la vita, con nove figli a testimoniare quella che venne definita un’ossessione
tra i due sposi, è noto, più che la ‘cotta’ giovanile della regina. Il romanzo
della Goodwin (da cui è stato tratto uno sceneggiato televisivo di successo) è
un libro di storia in rosa, una
piacevolissima lettura per chi non cerca in queste pagine quello che non è
intenzione della scrittrice scrivere. E’ un libro scritto da una donna per
delle donne che ameranno leggere di una donna che è stata una grande regina,
rivivendo l’atmosfera del tempo, godendo dei dettagli di abiti ed acconciature
e gioielli, apprezzando i cenni storici, i riferimenti a Dickens (“Oliver
Twist” era appena stato pubblicato) o a musicisti in voga, aggirandosi nei
corridoi di Buckingham Palace e osservando l’inizio della costruzione del Big
Ben.
per contattarmi: picconem@yahoo.com
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venerdì 16 giugno 2017
Patrice Nganang, “Mont Plaisant” ed. 2017
Voci da mondi diversi. Africa
romanzo storico
FRESCO DI LETTURA
Patrice Nganang, “Mont
Plaisant”
Ed. 66thand2nd, trad. M.Balmelli, pagg.
419, Euro 20,00
‘Leggo per non essere solo’, ‘leggo per
vivere le vite degli altri oltre alla mia’, ‘leggo per sapere con chi condivido
lo spazio nel mondo’, e chissà quante altre motivazioni si possono trovare per
la lettura. Prendete in mano il romanzo “Mont Plaisant” dello scrittore
camerunense Patrice Nganang, sfogliate le prime pagine e vi troverete immersi
in una cultura e in un mondo che quasi di certo non conoscete, affascinante
come tutto quello che ha il carattere della novità, non facile da comprendere
perché ci mancano le nozioni base per seguire appieno i racconti che si
srotolano illustrandoci la storia del Camerun tra le due guerre mondiali, in un
misto di grande Storia e piccole storie, di nozioni reali e voli favolistici
tra magia e diceria e leggenda che, passando di bocca in bocca, è diventata
realtà.
| Yaoundé |
La voce della grande Storia è quella di
Bertha, studentessa negli Stati Uniti ritornata nel suo paese per fare una
ricerca sulle origini del nazionalismo camerunense. Quando sente il suo nome-
lo stesso della donna che le ha fatto da madre- la vecchissima Sara esce dal
mutismo in cui si è chiusa da tempo immemorabile e le racconta la storia della
sua vita, che poi non è solo sua ma coinvolge quella di molti altri. Del
sultano Nioya, prima di tutti, uomo illuminato amante delle arti e delle
scienze, inventore di un suo proprio alfabeto. A nove anni Sara era stata
destinata a diventare una delle tante mogli del sultano (681 per l’esattezza) e,
invece, era stata presa sotto l’ala protettrice della matrona Bertha che aveva
visto in lei qualcosa che le ricordava suo figlio, le aveva rasato i capelli,
l’aveva vestita da maschio e le aveva dato il nome di Nebu, come il figlio
morto. Era il 1931 e si avvicinava la seconda guerra mondiale. Ecco che le due
Storie, quella degli archivi e dei documenti si intreccia con quella orale che
deve essere fermata su carta per poter essere tramandata, perché anche questa
ha il suo inestimabile valore.
![]() |
| Foumban. Palazzo reale |
Il colonialismo e le sue colpe, la cultura bamoun e il suo declino, il potere e l’arte, l’amore e il sesso, la gelosia e il tradimento, la suggestione dell’Europa e l’oscurità dello schiavismo, squarci di scene in Germania che anticipano la politica razzista di Hitler, schieramenti diversi nel Camerun, ritorsioni e vendette- c’è veramente tanto nel romanzo di Patrice Nganang, si rischia di essere travolti ed è meglio abbandonarsi al flusso narrativo e lasciarsi incantare dalla capacità affabulatrice dello scrittore. Perché, anche se ogni tanto dobbiamo prendere un respiro e ci sentiamo confusi, siamo però sempre consapevoli che questo è un libro importante, una finestra su un altro mondo.
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mercoledì 14 giugno 2017
Bodo Kirchhoff, “L’incontro” ed. 2017
love story
romanzo 'on the road'
FRESCO DI LETTURA
Bodo Kirchhoff, “L’incontro”
Ed. Neri Pozza, trad. R. Cravero,
pagg. 202, Euro 16,00
Ci sembra di capire tutto subito, appena
iniziamo a leggere “L’incontro” dello scrittore tedesco Bodo Kirchhoff. Lui,
Julius Rheiter, non più giovane, si è occupato di libri tutta la vita. E’ un
editore in pensione. Lei, Leonie Palm, ha superato la mezza età, aveva un
negozio di cappelli (chi indossa più un cappello degno di questo nome ormai?
Non ci sono più facce da cappelli- dice lei). Una sera Leonie suona il campanello
della porta di Rheiter, vorrebbe parlargli. Non lo dice subito, ma è lei che ha
scritto il libriccino che Rheiter stava sfogliando. Succede tutto molto
velocemente. Iniziano a parlare, decidono di andare a fare un giro con
l’automobile di Leonie, magari di andare a veder sorgere il sole. Però ci
vorranno ore prima che sia l’alba, perché non spingersi oltre, perché non
arrivare fino in Italia dove Leonie non è mai stata?
Due persone sole si incontrano. Hanno la
vita alle spalle, un viaggio in auto, di notte, invita alle confidenze, che
però escono smozzicate. Un frammento della vita di Rheiter e un mozzicone di
quella di Leonie. Se Leonie ha scritto quel libro che Rheiter si è portato
dietro all’ultimo momento, è autobiografico? Parla di una ragazza che si è
lasciata morire, sdraiata al freddo accanto ad un lago. La figlia di Leonie? A
questo dramma della vita di lei corrisponde un dramma che forse fino ad ora
Rheiter non aveva mai voluto considerare- un bambino che non era mai venuto al
mondo, rifiutato da lui e dalla donna che poi lo aveva lasciato. Parole nella
notte, ed è più facile parlare con chi non si conosce, al buio. Incominciamo a
capire che c’è più di un viaggio in questo insolito romanzo on the road.
Insolito perché non c’è
l’ebbrezza della spavalda avventura giovanile, al suo posto c’è la
consapevolezza che tutto quello che si sta facendo, quell’avanzare verso nuove
mete senza un programma preciso, potrebbe essere l’ultima possibilità che
abbiamo. E allora c’è un filo di tristezza e di rimpianto. E’ un viaggiare in
avanti girandosi ogni tanto indietro, per non ripetere errori già fatti. E’ un
triplice viaggio per entrambi, per Rheiter e Leonie- quello sull’autostrada che
li porterà fino in Sicilia superando una meta prefissata dopo l’altra, come si
trattasse di una corsa ad ostacoli, quello della conoscenza reciproca (con
esito prevedibile) e quello della conoscenza di sé che finirà per allontanarli.
E scopriamo anche che ‘l’incontro’ del titolo forse non si riferisce solo a
quell’incontro iniziale fra l’editore e la cappellaia- ci sono altri due
incontri che trasformano interamente il romanzo, dando tutt’un altro
significato alla definizione stessa ‘on the road’.
Sono veramente ‘on the road’, hanno mangiato la polvere della strada i
profughi che sbarcano sulle coste della Sicilia, sono sopravvissuti ad
esperienze terribili, altro che le allegre avventure dei soliti viaggiatori. Se
in passato Rheiter e Leonie hanno affrontato il problema della sopravvivenza-
al disinteresse di un padre letterato, alla fine di rapporti con compagne o
marito, alla morte di una figlia adulta e di una non nata, alla chiusura di un
negozio o di una casa editrice-, ora si devono confrontare con il vero problema
della sopravvivenza, della lotta quotidiana per vivere, per cavarsela. Come
reagiscono, Rheiter e Leonie, all’incontro con la ragazzina vestita di uno
straccio rosso in cui Leonie, in una qualche maniera, rivede sua figlia, e poi
con un terzetto di nigeriani- marito, moglie e un neonato- che aiutano provvidenzialmente
Rheiter?
Dopo l’amore tardivo, descritto con molta
delicatezza e un pizzico di humour, dopo gli squarci di abbagliante bellezza
che si aprono sul paesaggio italiano- la luce, il colore, l’azzurrità del mare-
in contrasto con il freddo grigiore tedesco, la tragedia di altri irrompe nella
vita dei due protagonisti obbligandoli ad uscire dal loro egocentrismo, a porsi
delle domande, a cercare di ritagliarsi un minuscolo ruolo in quello che sta
accadendo ogni giorno nel mondo.
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martedì 13 giugno 2017
Petros Markaris, “La lunga estate calda del commissario Charitos” ed. 2007
Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
cento sfumature di giallo
il libro ritrovato
Petros Markaris, “La lunga estate calda del commissario Charitos”
Ed. Bompiani, trad. Andrea Di
Gregorio, pagg. 375, Euro 17,50
Dei terroristi si sono
impossessati di un traghetto per Creta, tra i passeggeri c’è la figlia del
commissario Kostas Charitos con il fidanzato. Mentre tutta la Grecia segue con ansia la
vicenda sugli schermi televisivi, Charitos deve occuparsi di una serie di
omicidi ad Atene. Sembrano opera di un maniaco, le vittime appartengono tutte
al mondo della pubblicità. Finché iniziano ad arrivare i messaggi
dell’assassino e, parallelamente, le richieste dei terroristi. Un finale che
prova che il passato non muore mai.
INTERVISTA A PETROS MARKARIS, autore de “La lunga estate calda del
commissario Charitos”
Deve essere la qualità della luce, o forse
la brillantezza dei colori, o il profumo dell’aria del luogo in cui vivono- ci
deve essere qualcosa che fa sì che i commissari dei romanzi di indagine
poliziesca scritti da autori dell’area mediterranea siano così diversi dai loro
colleghi scandinavi o dell’Europa centrale. La prima differenza che balza agli
occhi è che, tranne l’eterno fidanzato Montalbano, sono tutti felicemente
sposati e con figli, l’ateniese Kostas Charitos di Markaris, il triestino di
adozione Proteo Laurenti di Veit Heinichen, il veneziano Guido Brunetti di
Donna Leon. Mentre sono divorziati il Wallander di Mankell e il Van Veeteren di
Nesser o il cupo ispettore Rebus di Ian Rankin. E poi, per quanto si tratti sempre
di morti e di assassini, l’atmosfera è meno buia, meno sinistra, sempre in
qualche modo alleviata dalla serenità dell’ambiente famigliare, addolcita dai
pranzi cucinati dalle mogli, diversificata dalle preoccupazioni offerte dai
figli.
E tuttavia nel nuovo e atteso romanzo di Petros Markaris è proprio l’ansia
divorante per la sorte della figlia Caterina, tenuta in ostaggio dai terroristi
che si sono impadroniti del traghetto El
Greco, che spacca in due l’ispettore Kostas Charitos, diviso tra il
desiderio, che è una necessità quasi fisica, di essere là, al porto di Creta, a
seguire impotente da lontano quello che accade a bordo della nave, e il dovere
che gli impone di restare ad Atene dove agisce uno strano assassino che sembra
sdoppiarsi: un corpo da body-building vestito di nero, che si muove su una Harley
Davidson e uccide con una Luger del 1942, e una voce da vecchio con dentiera
che usa parole desuete come “pederasta”, “gagà” e “deretano”, e che dice di
essere l’assassino dell’ “azionista di riferimento”. Puntano sul ricatto i
terroristi sul traghetto, un morto al giorno se non verranno ottemperate le
loro richieste, e sono ricattatorie pure le lettere che riceve la testata di un
giornale e che impongono la sospensione di ogni pubblicità.
Come abbiamo già visto nei precedenti
romanzi, Petros Markaris ha la capacità di stimolare il lettore proponendo dei
retroscena insoliti per i crimini su cui indagare, in questo caso le guerre
vecchie e recenti dell’area balcanica e l’ipnotizzante pubblicità, così
invasiva e costante che abbiamo smesso di farci caso e che, però, è
assolutamente indispensabile per far girare il mondo dei soldi. Ma è attraverso
il personaggio di Kostas Charitos che le tematiche vengono filtrate, è in lui,
l’uomo medio che ha fatto sacrifici per far studiare l’unica figlia, che guida una
scassatissima Mirafiori, che ha scelto di entrare in polizia perché l’alternativa
era zappare la terra, che il lettore riconosce se stesso e quelle che
potrebbero essere le sue reazioni. Perché, dietro al sequestro della nave e
agli ostaggi freddati, dietro ai due omosessuali e alla giornalista morti con
un colpo in testa perché facevano pubblicità, c’è il problema della violenza
contro cui Caterina, la figlia di Kostas, si scontra per la prima volta con una
consapevolezza diversa mentre viene trattenuta come ostaggio perché figlia di
un poliziotto: c’è differenza tra la violenza della polizia e quella dei
terroristi, o degli assassini? Che sua figlia possa solo dubitare di lui e
della sua integrità, è un pensiero che sconvolge Kostas, e lo porta a riandare
al passato nero della giunta militare, per far sapere in qualche modo a
Caterina che no, suo padre non ha mai usato violenza, anzi, che ha cercato di
fare del suo meglio laddove il Bene non esisteva.
Leggere un libro di Petros Markaris è
sempre un piacere- si girano le pagine perché si è incuriositi dalla trama, ci
si sorprende a ridere delle battute di Kostas, si sorride dei continui
battibecchi con la moglie Adriana, ci si affaccia sulle acque blu del Pireo, si
impreca con Kostas per il traffico congestionato di Atene. Aspettando il
prossimo romanzo.
Stilos ha intervistato lo
scrittore che è nato a Istanbul nel 1937, figlio di padre armeno e madre greca.
Lo spunto dei suoi romanzi è sempre sorprendente ed originale. In
questo nuovo romanzo gli spunti sono due: quale dei due le è venuto per primo
in mente? Quello dei terroristi o quello delle stelle della pubblicità?
Lo spunto iniziale è stato quello della
pubblicità, anche se non immediatamente con la figura dell’assassino. Mi è
venuto in mente come conseguenza di un grosso scandalo politico- era il 2004,
il partito di centro-destra aveva vinto le elezioni e aveva dovuto fronteggiare
la situazione per cui tutti i media, specialmente i canali televisivi, erano
alleati del precedente governo. Per cercare di rovesciare la situazione avevano
pensato di varare una legge per cui chiunque detenesse una quota anche dell’1%
di un canale televisivo sarebbe stato considerato come azionista di riferimento
e non poteva accettare commesse pubbliche. Ora i canali televisivi appartengono
per lo più ad aziende di opere pubbliche; l’idea era di costringere queste aziende
a cedere sul mercato la loro quota di partecipazione, così sarebbe stata
comperata da quelli al governo. Ma l’Unione Europea ha messo il veto per mesi e
si è andati avanti all’infinito con la questione. Allora ho pensato che, dopo
tutto, il vero controllo dei media non è nelle mani di chi ha l’1 o il 2%, ma
in quelle delle compagnie di pubblicità. Sono loro a decidere tutto, che hanno
il coltello per il manico e davanti ad un rifiuto delle loro richieste non
mettono la pubblicità. I media dipendono dalle compagnie di pubblicità.
Per quello che riguarda il
secondo filone, dei terroristi sul traghetto- il romanzo inizia con un grande
evento, doppiamente grande per Kostas, perché ha la soddisfazione che sua
figlia si laurea e lui ha anche finito di mantenerla agli studi. E ho pensato
che era necessario che succedesse qualcosa di tragico per bilanciare questo
evento felice. Era il periodo in cui ci fu l’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid, e così ho
avuto l’idea del terrorismo. Poi ci furono gli attentati di Londra, e io mi
sono detto, ‘non ho più niente di cui scrivere’, e continuavo a parlarne con
mia figlia e con il mio editore…E mi è venuta l’idea del traghetto. Senza dire
nulla della trama e senza svelare che cosa ci sia dietro, mi preme dire che i
riferimenti politici sono veri, è vera la figura del vecchio, è vera la lettera
dell’arcivescovo e così pure la decisione del corpo di polizia di cui si parla
nel libro.
Il libro inizia con la domanda che il professore rivolge a Caterina che
sta discutendo la tesi, se la privazione della vita come risultato di un
attacco terroristico sia giuridicamente uguale alla privazione della vita come
risultato di un crimine che abbia per scopo un furto, ad esempio. Domanda
perfetta per una storia di delitti: tutte le morti hanno lo stesso valore?
Per me è lo stesso, nel senso che uccidere
è sempre male, non importa per quale motivo si uccida. Non esiste alcuna scusa,
non c’è alcuna giustificazione. Sono contro ogni tipo di terrorismo- sia
italiano o tedesco, sia sotto la forma delle Brigate Rosse o del terrorismo
islamico. Uccidere non è la soluzione, non si arriva a nulla uccidendo. Nel
romanzo ci sono due tipi di terrorismo, uno moderno ed uno antico che ha un
obiettivo più specifico. E il vecchio che incarna questo secondo tipo di
terrorismo disprezza gli altri che agiscono sul traghetto.
C’è un’altra domanda importante nel romanzo e riguarda la violenza: la
violenza è sempre la stessa, da qualunque parte venga?
Sì, la violenza è uguale, non si può combattere la violenza con altra
violenza, non combatti contro la violenza creando la violenza. Ci deve essere
una linea tra la violenza e la tortura organizzata e l’istituzione che protegge
l’integrità della gente: quando il governo tollera la violenza, anche chi governa
si mette sullo stesso piano. Succede dove la violenza è istituzionalizzata o
tollerata: è la differenza tra il vivere in una democrazia o tra i talebani.
C’è poi il tema ricorrente del ricatto: pensa che il ricatto- ad ogni
livello, politico o affettivo- sia un segno di vigliaccheria e di debolezza?
Penso che il ricatto sia la via più breve
per raggiungere cose che non sono raggiungibili. Per i terroristi è la cosa più
facile, minacciare di uccidere un ostaggio al giorno se le loro richieste non
vengono soddisfatte. La stessa cosa avviene per la polizia, per costringere
qualcuno a testimoniare. E’ la via più breve e illegale per raggiungere quello
che si vuole.
Kostas si lamenta spesso dello strascico dei giochi olimpici: i
vantaggi dell’essere il paese ospitante sono finiti insieme ai giochi? O ci
sono stati anche dei veri svantaggi come conseguenza?
Il vantaggio è stato che la Grecia ha avuto successo
per la brillantezza dell’organizzazione. Dobbiamo considerare che in Grecia
tutto è sempre un miracolo. La
Grecia è molto male organizzata, non ha solide strutture, non
ha una pianificazione efficace. Allora tutta questa debolezza dipende in
qualche modo dal miracolo, nel caso si riesca a concludere qualcosa. Quando
alla fine tutto funziona, gli stranieri dicono, ‘è un miracolo’. Il male dei
miracoli è che finiscono presto. Sono stati spesi un mucchio di soldi per
costruire delle arene enormi perché si voleva impressionare i visitatori, è
vero, ma anche perché gli appalti erano maggiori per costruzioni maggiori. Ora
nessuno vuole queste strutture gigantesche, nessuno le vuole comperare, i costi
di mantenimento sono alti, cadono a pezzi, sono abbandonate. Nel romanzo si
parla di una zona che si è trasformata in alloggi economici di albanesi e
zingari, sì, potrebbe essere una soluzione- ma noi paghiamo ancora il debito.
Un’altra cosa di cui Kostas si lamenta sono le “eurette”: quali sono
state le conseguenze dell’introduzione dell’euro in Grecia? C’è stato un
aumento dei prezzi come in Italia?
In Grecia con l’euro è successo come ovunque, i prezzi sono aumentati in
maniera spropositata. Però se non fossimo entrati in Eurolandia, la dracma sarebbe
crollata. L’euro è molto più stabile e anche più costoso. Per tutti i greci è
diventata abitudine cambiare mentalmente il prezzo in euro in quello corrispondente
nelle vecchie dracme per rendersi conto di quanto costi qualcosa. Il vantaggio
è che i greci non hanno alcun senso del denaro e così i politici se la sono
cavata. Ma i greci fanno fatica a mantenere il livello di vita che avevano
prima, nelle famiglie si deve lavorare in due e poi c’è il problema degli
interessi di credito, dei prestiti e dei mutui.
Di recente, in Italia, ci sono state delle discussioni sui giornali sul
termine politicamente corretto da usare per gli omosessuali. Le parole usate
nel romanzo sono divertenti e non proprio corrette, c’è persino l’adattamento
del vocabolo ‘finocchio’ in ‘finocchicidio’. Non c’è in Grecia l’ossessione per
il politicamente corretto?
Come scrittore vivo in un ambiente in cui gli omosessuali- o i gay che
dir si voglia- sono molto numerosi. Ho molti amici gay. Ma, fuori della cerchia
degli artisti o dei letterati, le parole usate per gli omosessuali sono
offensive e per questo ho messo nel romanzo delle vittime omosessuali, per
questo ho usato volutamente un certo linguaggio “scorretto”, per mostrare il
pregiudizio su queste persone.
Il passato riaffiora in molti suoi romanzi: quale consapevolezza hanno
i giovani di come fosse la vita in Grecia anche solo 30 anni fa?
Nessuna, definitivamente nessuna. Da noi
non è successo come è successo in Germania o altrove, dove si è chiesto a
quelli della passata generazione che cosa avessero fatto durante la guerra. Noi
Greci non abbiamo elaborato il passato, per quello insisto su questo tema nei
miei romanzi e in questo in particolare. Dobbiamo affrontare il passato, e
invece nessuno lo fa, neppure gli scrittori lo fanno ed è ancora peggio. E’
necessario un lavoro storico organizzato per affrontare il passato, della
guerra civile, della giunta. Adesso forse questo lavoro sta iniziando, ma molto
lentamente.
Caterina ha terminato gli studi, la Mirafiori pare fermarsi
definitivamente da un momento all’altro…andrà in pensione il commissario
Charitos?
Ah, la Mirafiori ! Non so proprio
che cosa fare con la
Mirafiori ! Ma no, Kostas Charitos non andrà ancora in
pensione.
recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos
per contattarmi: picconem@yahoo.com
lunedì 12 giugno 2017
Andrea Camilleri, “La rete di protezione” ed. 2017
Casa Nostra. Qui Italia
cento sfumature di giallo
FRESCO DI LETTURA
Andrea Camilleri, “La rete di protezione”
Ed. Sellerio, pagg. 288, Euro
14,00
E’ incredibile. Andrea Camilleri
ha fatto ancora centro. Incredibile perché Camilleri è come l’araba fenice, si
pensa che abbia raccontato tutte le storie che poteva raccontarci su Vigata e
il commissario Montalbano, che non possa fare a meno di accusare una certa qual
stanchezza, e invece ecco che, puntuale, esce un suo libro che ci cattura fin
dalla prima pagina. Camilleri è un maestro nell’inventare nuove situazioni, ha
un orecchio attento alle novità e un fiuto che coglie le tendenze del momento.
I suoi romanzi sono sempre anche qualcos’altro oltre ad un’indagine poliziesca,
sono un’indagine nei cambiamenti della nostra società osservati da un angolo
della Sicilia, un microcosmo di cui ormai conosciamo bene gli abitanti, che
sono i personaggi della serie che ha per protagonista Salvo Montalbano.
In “La rete di protezione” il grande
evento è l’arrivo di una troupe televisiva svedese a Vigata. Devono girare una ficzion con una storia ambientata negli
anni ‘50 e il paese viene ribaltato per riportare indietro il tempo e rendere
le riprese il più possibile uguali al vero. Scompaiono insegne al neon,
riaprono vecchi negozi, le comparse locali vestono seguendo la moda degli anni
ormai lontani. Per ricostruire le strade e la vita degli anni ‘50 si è fatto
uso di pellicole amatoriali tirate fuori da scatoloni accantonati ed è proprio una
serie di vecchi filmini girati da suo padre che incuriosisce l’ingegnere capo
del Comune, Ernesto Sabatello. Per sei anni di seguito, dal 1958 al 1963, nello
stesso giorno di maggio e alla stessa ora, suo padre aveva ripreso un muro
bianco. Per scoprirne il perché Sabatello consegna pellicole e proiettore a
Salvo Montalbano. Questa strana indagine su qualcosa di inesistente (dopo
tutto, non si sa neppure su che cosa si stia indagando) si affianca presto ad
un’altra di tutt’altro genere. Mimì Augello aveva accennato al suo capo di
episodi incresciosi di bullismo avvenuti nella scuola del figlio tredicenne
Salvuzzo. Per coincidenza (ma è proprio una coincidenza?) due individui
mascherati irrompono nella classe IIIB (quella di Salvuzzo, per l’appunto),
fanno un proclama generico contro le ingiustizie, sparano due colpi
intimidatori in aria e fuggono via, inseguiti da Mimì che era andato a parlare
con il professore. Un’azione terroristica? Né lo strano discorso che hanno
fatto né il modus operandi dell’azione corrispondono.
L’abilità di Andrea Camilleri è nel
tessere i fili delle sue trame e far tornare sempre i conti, alla fine. Sia la
storia del passato- perché c’è una dolorosa storia famigliare nascosta dal muro
bianco inquadrato nei filmini dell’ingegnere Sabatello- sia quella del presente
che rivela la solitudine e la fragilità dei nostri giovani, hanno a che fare
con ‘la rete di protezione’ del titolo che è anche, fuori della metafora, la
rete arancione di protezione che la troupe televisiva ha steso intorno alla
casa di Montalbano, quando sono state fatte riprese sulla sua verandina.
E, in
definitiva, è lo stesso Salvo Montalbano ad offrire un’ulteriore protezione ai
personaggi coinvolti, con l’empatia e la generosità che conosciamo. Ci piace il
modo che ha Andrea Camilleri di far invecchiare con naturalezza il protagonista
dei suoi romanzi. E Montalbano invecchia bene, anche se il suo rapporto con
l’eterna fidanzata a Boccadasse non è mai approdato a nulla ed è sempre
piuttosto frustrante per Livia, anche se, quando parla con i giovani studenti che
usano un linguaggio che lui non conosce, che fanno volare con destrezza le dita
su quegli strumenti tecnologici con cui lui non ha dimestichezza (straordinaria
la scena di Catarella che mostra insospettata abilità al computer),gli viene una fitta di malinconia nel pensare al figlio che non ha avuto, al possibile figlio adottivo François apparso nei primi romanzi, anche se, per non fronteggiare il passato, non vorrebbe incontrare una donna che ormai è nonna ed è stata una sua ‘fiamma’ (anche lui potrebbe essere nonno), anche se temiamo che finisca con ingrassare perché ci sembra che mangi troppo. Montalbano invecchia bene perché non perde l’umorismo, la carica di affetto umano, la capacità di comprendere gli errori e di non infierire, se non serve a nulla.
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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