domenica 19 febbraio 2017

Jadwiga Maurer, “Controfigure” ed. 2012

                                   Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
          Shoah
          il libro ritrovato

Jadwiga Maurer, “Controfigure”
Ed. Giuntina, trad. Laura Quercioli Mincer, pagg. 211, Euro 14,00

Titolo originale: Sobowtóry Opowiadania zebrane

Al di sopra dei frammenti di discorso si sentiva lo sventagliare della camicia azzurra di Władek. Lo guardavo e sentivo chiaramente che stavamo scivolando insieme sul fondo del tempo. Così tante cose ci univano, noi che vivevamo ancora ma in realtà non c’eravamo più. Nessuno dei vivi ci conosceva più, nessuno si ricordava più di noi. Ma troverete informazioni che ci riguardano nelle pagine dei saggi di storia polacca.

    Tra i tanti libri che escono puntuali, ogni anno a gennaio, per il Giorno della Memoria (ricorrenza istituita nel 2000 per ricordare le vittime del nazionalsocialismo e del fascismo), “Controfigure” di Edwiga Maurer occupa un posto particolare. Nel racconto intitolato “Enclavi”, che fa parte della raccolta, la scrittrice, parlando di sé e di quelli della sua generazione che erano bambini durante la guerra, dice: “Ora, nel cinquantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, mi accorsi che non erano scherzi. Ci trovavamo sulla linea del fronte.” Quello che Edwiga Maurer vuol dire è che sono morti, o sono prossimi a morire perché molto anziani, tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza atroce dei campi di sterminio nazista, quelli che potevano dire ‘io c’ero’ mettendo a zittire chi era riuscito, in qualche maniera, ad evitare il peggio. Come Edwiga Maurer stessa, nata nel 1932, che era stata nascosta in un convento di suore dove aveva imparato il catechismo insieme alle bambine cattoliche. Ecco, ora che le generazione più vecchie sono scomparse, la linea del fronte si è fatta più vicina; la guerra, che era loro proprietà esclusiva, adesso è dei più giovani, la testimonianza tocca a loro, è loro responsabilità.
ghetto di Varsavia
Ma questo fa sì che i racconti di Edwiga Maurer siano diversi dalla narrativa della memoria. Perché non si parla mai direttamente della Shoah e dei campi di concentramento, anche se mai ci viene permesso di dimenticarcene- sono nello sfondo, nello sferragliare dei treni che passano e di cui si dice, ‘portano via gli ebrei’, così come si potrebbe dire che trasportano cassette di arance, sono nei braccialetti che le donne mettono al polso per nascondere il tatuaggio del numero, nei morti suicidi (e pensiamo a Primo Levi), nell’ossessione per l’aspetto fisico (da che cosa si riconosce un ebreo? il colore dei capelli è importantissimo), infine nella sensazione- anzi, nella certezza- che il mondo sia debitore agli ebrei.

     Di che cosa il mondo sia debitore agli ebrei affiora nella serie di racconti ambientati nel campus universitario americano dove approda il personaggio che riflette, almeno in parte, la scrittrice stessa. Gli ebrei polacchi si aspettano che gli venga dato il visto di immigrazione, una borsa di studio, un posto di lavoro, un alloggio. E gli studenti delle storie che si svolgono a Monaco di Baviera non sono molto diversi. Sia negli Stati Uniti sia a Monaco formano quasi degli enclavi, come quelli dei pellerossa d’America o dei neri di Harlem a cui la scrittrice infatti paragona gli ebrei. A Monaco sono un Gruppo che si ritrova nella mensa universitaria. Sembrano esistere in quanto Gruppo, tanto che la scrittrice si domanda che ne sarà di lei il giorno che, uno dopo l’altro, se ne andranno via tutti. E’ un Gruppo impermeabile a chi ne è fuori- i tedeschi sono tollerati, non si parla di loro con odio ma i rapporti di amicizia sono impensabili. Nonostante che uno dei professori cerchi insistentemente una ‘riconciliazione’ che non ci può essere. Quando una ragazza del Gruppo sposa un tedesco, viene esclusa, dimenticata.
   I primi tre racconti parlano della bambina che era Jadwiga, rifugiata dapprima a Cracovia già Judenfrei, ripulita dagli ebrei che una degli insegnanti definisce ‘un corpo estraneo’, e poi nel convento in Slovacchia. C’è una compagna di classe di Jadwiga che pone domande scomode: che senso ha imparare i dogmi della religione quando, nel bel mezzo di una guerra atroce, la Chiesa non fa assolutamente nulla? E tuttavia ci sono un vescovo e un sacerdote che aiutano gli ebrei; c’è un polacco che si dà da fare per farli passare in Ungheria…

    Ovunque c’è, non vista, la morte: gli ebrei che le sono sfuggiti possono anche pensare che non verranno più afferrati dalle sue grinfie e invece no. Come nella variante polacca della Morte che aspetta il giardiniere a Samarcanda, la Morte può coglierti a Roma- e il fuggitivo della storia non sapeva che la taverna in cui alloggiava si chiamava, appunto, ‘Roma’.

   Semplicità e profondità, realismo quotidiano e lampi di poesia in queste storie raccontate da una ‘controfigura’ che ha raccolto la torcia della memoria.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 18 febbraio 2017

Ahmet Altan, “Scrittore e assassino” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
          cento sfumature di giallo
           FRESCO DI LETTURA

Ahmet Altan, “Scrittore e assassino”
Ed. e/o, trad. Barbara La Rosa Salim, pagg. 374, Euro 15,73

     Ho appena ucciso una persona.  E’ la confessione che ci fa subito, all’inizio del romanzo, il protagonista, uno scrittore di cui non verrà mai detto il nome. E’ seduto su una panchina, guarda la città che dorme e anche quello che ha appena fatto ha i contorni vaghi, come nel sogno che la città sta sognando. Né la città né il paese dove si svolge la vicenda hanno un nome- sono un qualunque luogo in Turchia (e potrebbero essere un qualunque luogo in qualunque altro paese dell’area mediterranea). Ma come è possibile che lo scrittore sia arrivato  a tanto? Chi ha ucciso e perché? Che cosa nasconde l’aria di pace sonnolenta del paese in cui si è trasferito in cerca di ispirazione?
    Il romanzo di Ahmet Altan, scrittore e giornalista turco attualmente in carcere con la vaga accusa di aver mandato “messaggi subliminali” prima del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, è un mix di generi- c’è il mystery che ci lascia in sospeso fino alla fine sull’identità della sua vittima, c’è una storia d’amore insolita perché nasce chattando in rete, c’è una faida tra due partiti nel paese fra gli ulivi dove gli omicidi sono all’ordine del giorno, c’è un’aria di leggenda intorno ad un tesoro nascosto sotto una chiesa, e infine c’è una serie di romanzi, uno dentro l’altro. Lo scrittore protagonista (sconosciuto ai più, peraltro) sta cercando di scrivere un romanzo, la donna di cui si innamora gli suggerisce idee, quasi volesse lei stessa scrivere un romanzo, e infine è Dio stesso- con cui il protagonista colloquia come se Dio fosse un suo collega- che scrive di continuo un grande romanzo sulle vicende umane.

    E’ un personaggio ambiguo, questo protagonista che si innamora a prima vista della donna che ha incontrato all’aeroporto, che instaura un rapporto con lei passando attraverso il sesso virtuale prima di arrivare ad una conclusione normale, che pensa a lei ma guarda le gambe della domestica che gli pulisce la casa, che chiama una prostituta e si lascia pure sedurre da una maliarda madre di famiglia. Tutti gli sguardi del paese si appuntano su di lui, appena arriva nel paese e vi affitta una casa- non solo quelli delle donne (ah, queste donne che sembrano oscillare tra due mondi, quello di un passato che le vede suddite e quello di un futuro di lasciva libertà), ma anche quelli degli uomini. Lo scrittore è sconcertato, gli ci vuole un po’ per capire le correnti di rivalità e di inimicizia fra le due fazioni, è sconvolto quando assiste al primo omicidio e si rende conto che è l’unico a stupirsi, cerca invano di destreggiarsi e di sottrarsi alle richieste degli uni e degli altri che vorrebbero che parteggiasse per loro.
La sua è un’ambiguità che si rispecchia negli altri personaggi- nella donna, nel sindaco del paese che è stato (e continua ad essere) il primo amore della donna che ora chiede allo scrittore di sposarla, nella maliarda che si serve di caramelle gommose come un segnale amoroso- e perfino nell’atmosfera di un luogo ricco di incanto (gli uliveti, la chiesetta, l’antica moschea) che però si trasforma in cupa minaccia quando qualcuno appicca il fuoco agli ulivi e turba la quiete della chiesa alla ricerca del tesoro favoleggiato, e morti si aggiungono ai morti.

    “Scrittore e assassino” si presta a varie letture. Le più intriganti sono quella del romanzo metafisico che trasforma lo scrittore nel protagonista del romanzo scritto da Dio, ponendo quindi il quesito del libero arbitrio, e quella in cui possiamo cercare indizi della storia moderna della Turchia, eternamente in bilico tra oriente e occidente, tra antichi e nuovi comportamenti.




venerdì 17 febbraio 2017

Riccardo Chiaberge, “Salvato dal nemico” ed. 2004

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
           seconda guerra mondiale
           il libro ritrovato

Riccardo Chiaberge, “Salvato dal nemico”
Ed. Longanesi, pagg. 304, Euro 14.00


    La vita riserva delle sorprese incredibili. Siamo soliti dire, “è stato un caso”, e poi chissà se è vero che è stato un caso, chissà se è vero che esistono le coincidenze. Per caso Ettore Monticone, il protagonista del romanzo “Salvato dal nemico” di Riccardo Chiaberge, incontra Brigitte durante un viaggio a Tokyo dove entrambi sono inviati dai loro giornali per il Vertice mondiale sul clima. Abbastanza prevedibile che ci sia una storia d’amore tra i due che proseguirà a distanza, lei in Germania, lui in Italia, tra telefonate e e-mail. Ma la storia di questo incontro fortuito del 1997 serve per raccontare quella di un altro evento che si potrebbe definire casuale per mancanza di una spiegazione, ma che non può affatto essere stato tale: il padre di Ettore era stato l’unico ostaggio a non essere fucilato dai nazisti nei giorni di Pasqua del 1944, a Cunassa, vicino a Torino. La narrazione procede su due piani, con la vicenda del presente, un poco più esile ma importante per la sorprendente soluzione finale, e quella del passato, ad iniziare dal 1885 con la storia dei nonni e poi della giovinezza dei genitori di Ettore, del loro incontro, dell’amore di Pietro Monticone per la giovanissima Alida. Ci sono anche le lettere che i due fidanzati si sono scambiati: sono datate 1938 e sono le pagine del libro che più di ogni altra ricreano un tempo che non esiste più, perché non ci si ama più come allora, non si usano più le stesse parole, non si affida più alla carta il sentimento, non ci si strugge più per una lontananza superata in un attimo da una chiamata col cellulare o da un SMS che giunge in una frazione di secondo e altrettanto velocemente scomparirà.
La guerra, i bombardamenti su Torino, le ansie di Pietro per la moglie e i bambini, il rifugio a Cunassa e poi l’8 settembre, l’esercito allo sbando, le bande dei partigiani, le rappresaglie dei tedeschi. I documenti della strage dimenticata di Cunassa vengono alla luce solo nel 1994, quando il procuratore militare di Roma apre “l’armadio della vergogna” con i settecento fascicoli occultati di crimini nazisti in Italia. Si chiamava Manfred Scheel il tenente delle Waffen-SS che aveva dato l’ordine di fucilare i 51 civili presi come ostaggi nel paese dopo l’assalto ad un camion da parte dei partigiani. Ed era stato lui che aveva anche dato l’ordine di risparmiare Pietro Monticone.
E il figlio Ettore fa ricerche negli archivi, interroga chi trova ancora in vita, e, come ci si può aspettare, la memoria individuale è diversa per ognuno, e la storia dei patteggiamenti con i partigiani, con ancora l’intervento del caso che fa forare una gomma, fa prendere la strada sbagliata all’auto degli intermediari facendoli arrivare quando l’ultimatum è già scaduto, non è la stessa secondo lo schieramento politico di chi la racconta. E sempre, dietro le domande, il dubbio che rode Ettore: suo padre è stato salvato perché era un collaborazionista? Da una parte della frontiera c’è un figlio che cerca la colpevolezza del padre e dall’altra quello che cerca di scagionare il suo- è colpevole chi esegue un ordine?    

la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it






Riccardo Chiaberge, "Salvato dal nemico" Intervista 2004

                                            Casa Nostra. Qui Italia


INCONTRO CON RICCARDO CHIABERGE, autore di “Salvato dal nemico”

La storia di una strage taciuta per tanti anni, nel libro di Riccardo Chiaberge “Salvato dal nemico”, storia di un paese e di una famiglia- quella dell’autore- sullo sfondo della Storia d’Italia negli anni più drammatici della guerra, il 1943 e il 1944. Abbiamo ascoltato lo scrittore parlare del suo romanzo, rispondendo alle domande.

Ci sono due metafore che percorrono tutto il romanzo, quella del clima e quella del ghiacciaio.
     Sì, i due personaggi, Ettore Monticone e Brigitte, entrambi giornalisti, si incontrano ad un congresso sui cambiamenti del clima, sui rischi del riscaldamento della terra: è una metafora della guerra, qui si combatte un confronto tra interessi economici e c’è in gioco la salvezza del pianeta. In più, si rovesciano le parti: in questa guerra i tedeschi, con Brigitte che è dei Verdi, sono gli angeli vendicatori, mentre gli americani sono i devastatori dell’ambiente. All’inizio, nell’incontro di Tokyo, Ettore è piuttosto scettico riguardo alla problematica del riscaldamento globale, poi cambia idea e, nella scena finale di loro due sul ghiacciaio, sembra che si arrenda all’evidenza del cambiamento del clima, pur conservando un atteggiamento di rassegnazione. Lo vede come una deriva difficilmente arrestabile e il ghiacciaio diventa una metafora del nostro rapporto con la memoria: il ghiacciaio conserva tutto, sembra l’incarnazione di una divinità che ogni tanto restituisce qualcosa che aveva nelle sue viscere, delle reliquie del passato che tornano a galla. E’ come un grande frigorifero che conserva le nostre memorie.


Il tema della memoria e il problema che essa pone, perché esiste una memoria individuale e una memoria storica. Esiste una memoria individuale?
    Questo è il punto centrale che emerge quando l’io narrante si confronta con i testimoni e ne viene fuori che il racconto dello stesso fatto storico può assumere coloriture diverse. Il confronto con queste testimonianze pone proprio questo interrogativo: è possibile una memoria condivisa o si tratta sempre di una memoria individuale che appartiene ad ogni famiglia secondo l’esperienza che hanno vissuto? Subentra dunque il giudizio storico, anche se le memorie individuali vanno rispettate.

Parliamo dei testimoni, Baldo, Leandro, e poi di quelli che sono veramente esistiti.
     Leandro è un personaggio chiave, perché prestava il suo camion ai partigiani: la figlia diceva che subiva queste imposizioni, altri dicevano che collaborava, ma questa era un’ambiguità diffusa, era una situazione così difficile, l’appoggio ai partigiani aumentava man mano che i paesi erano più vicini alle montagne. Baldo ha le idee chiare: era nell’esercito e l’8 settembre lui decide: di fronte ai tedeschi che prendono prigionieri i soldati italiani, lui sceglie la lotta clandestina- incominciavano a formarsi le prime bande. Baldo non ha una coscienza politica chiara, lo fa per istinto, solo dopo l’incontro con il commissario politico maturerà una convinzione. Sul momento la sua scelta è istintiva e casuale. Ho cercato di far capire che, in un momento tragico e convulso, per la popolazione martoriata dalla guerra le scelte individuali erano dettate dal caso o dalla necessità. Le altre due figure chiave, quella di Gagliardi e di Paschero, sono due testimoni veramente esistiti, anche se con altri nomi. Gagliardi è il comandante dei partigiani che l’io narrante ha avuto il privilegio di incontrare- un privilegio perché ormai è breve il tempo in cui ci saranno ancora dei testimoni in vita. E’ un personaggio che ha un ruolo importante, perché è la figura di mediazione che ha cercato di evitare l’esito barbaro, di convincere i compagni ad accettare l’ultimatum dei nazisti, lo scambio con i prigionieri tedeschi e i militi di Salò. Lo scambio poteva essere fatto, non era ancora chiaro a tutti quali fossero le intenzioni del nemico, solo il fratello di Gagliardi, che aveva assistito agli eccidi dei civili nei Balcani, metteva in guardia sulla loro brutalità. In questo dibattito drammatico si persero ore preziose. Per una serie di piccole catastrofi, una gomma che si buca, una strada sbagliata, i mediatori arrivano in ritardo, quando l’eccidio è già compiuto.


Che cosa ne pensa Ettore o Chiaberge, dell’uomo che ha compiuto questo eccidio? C’è una responsabilità individuale o istituzionale?
     Scheel era giovane, aveva 26 anni. Non rispettò l’ultimatum, si lasciò trascinare dal superiore capo della gendarmeria di Torino che voleva l’esecuzione di questo ordine. La figura di Manfred Scheel è quella di un mediocre, la banalità del male, è un burocrate del crimine che non se la sente di ribellarsi agli ordini. Aveva anche un altro referente, un generale della Wehrmacht, che invece gli raccomandava prudenza. Il generale della Wehrmacht si era formato prima dell’avvento del nazismo al potere, ed è importante, perché noi tendiamo ad avere idee monolitiche e invece ci sono anche gli individui che si staccano dalla massa, c’è stato anche il nazista che ha fatto una soffiata ai partigiani. Ci sono dei giusti che cercarono uno spiraglio di umanità.

 La storia del romanzo segue un doppio registro, tra passato e presente. La tedesca Brigitte ha un figlio che le causa un po’ di problemi, un ragazzo sbandato, insofferente.
     Il personaggio di Werner è indicativo di un problema generazionale, come c’è un problema dei tedeschi sessantottini che hanno subito il processo della memoria, il processo di espiazione della generazione che doveva espiare le colpe dei padri, la generazione che ha rimosso tutto questo e ha spostato il suo orizzonte di impegno- si occupano delle piogge acide, del nucleare, non ne vogliono più sapere del nazismo. La generazione successiva è nata in famiglie tolleranti e liberali ed è alla ricerca della propria identità, cerca una maniera di esprimere la propria ribellione, proprio come ha fatto quella precedente.

Ci sono stati dei libri che l’hanno influenzata, mentre scriveva il suo romanzo?
     Per quello che riguarda la parte tedesca c’è poco, la letteratura tedesca ha rimosso questa fase storica, il periodo in cui i tedeschi erano vittima dei bombardamenti, della prigionia, del processo di denazificazione. Recentemente autori come Böll, Sebald, hanno parlato delle sofferenze dei civili. Tra gli italiani bisogna parlare di Fenoglio- anche se, per carità, non oso mettermi vicino a lui.

Il nome del paese, Cunassa, è preso da Senofonte…

    Sì, anche se devo dire che l’ho trovato per caso sul dizionario enciclopedico che si consulta quando si è alla ricerca di qualche nome, e l’ho scelto perché è la crasi di due luoghi a me familiari. Per combinazione è anche il luogo di cui parla l’Anabasi di Senofonte. Mi ha incuriosito questa assonanza, il luogo della battaglia tra Artaserse e Dario, della guerra fratricida.


recensione e intervista sono state pubblicate su www.lettera.it



     

martedì 14 febbraio 2017

Xiao Bai, “Intrigo a Shanghai” ed. 2013

                                                      Voci da mondi diversi. Cina
        cento sfumature di giallo
         il libro ritrovato


Xiao Bai, “Intrigo a Shanghai”
Ed. Sellerio, trad. Paolo Magagnin, pagg. 641, Euro 16,00

       Era nota come la “Parigi d’Oriente”, la Shanghai degli anni ‘30 del ‘900. Perché era la più occidentale delle città cinesi, divisa com’era in tre parti, una riservata agli abitanti cinesi mentre le altre due erano la Concessione Internazionale e la Concessione Francese- aree date in affitto rispettivamente a inglesi e americani la prima e ai francesi la seconda, fortemente commercializzate e oggetto di speculazioni economiche. E proprio per questo, per il giro di soldi e per il numero di locali di ogni tipo, era anche la città dei divertimenti, dell’eleganza, della bella vita degli europei che si erano trapiantati lì.
    La Shanghai del romanzo dello scrittore quarantenne cinese che ha adottato lo pseudonimo di Xiao Bai non ha quasi nulla che faccia pensare a Parigi. Piuttosto alla Chicago di Al Capone o alla Los Angeles di cui abbiamo letto nei libri di Ellroy, con inseguimenti e rapimenti, uomini tenuti prigionieri e torturati per estorcere informazioni, spie e doppiogiochisti, sparatorie e morti.
Nel 1931, quando inizia “Intrigo a Shanghai”, circolano solo voci sul pericolo di un’occupazione da parte del Giappone che ha già invaso la Manciuria. Alla fine del gennaio del 1932 i giapponesi occuperanno di fatto Shanghai. L’azione del libro, che si svolge dal maggio 1931 al febbraio del 1932, copre quella manciata di mesi sull’orlo del baratro. “Intrigo a Shanghai”, tuttavia, è prima di tutto un romanzo, con personaggi da romanzo e con una trama che scatta quando il piroscafo Paul Lécat attracca nel porto di Shanghai. A bordo ci sono quattro dei protagonisti: il fotografo Xiao Xue e la sua amante russa Therese, l’alto funzionario del partito nazionalista Cao Zhengwu e la moglie Leng Xiaoman. Poco dopo lo sbarco Cao Zhengwu viene assassinato dentro l’automobile su cui viaggia. Tra quelli che lo attendevano a terra, Gu Fuguang, leader rivoluzionario e capo dell’Organizzazione che mira a smantellare le Concessioni, e il giornalista Li Baoyi sono solo due dei nomi che ritorneranno più frequentemente in questo libro affollato di personaggi (per fortuna c’è un elenco dettagliato all’inizio) facenti parte della Polizia francese o inglese, del corpo diplomatico, di società segrete della malavita.
Molto spesso questi personaggi hanno più di un nome, quasi in corrispondenza con i loro diversi ruoli o ‘maschere’- qual è il vero nome della sensuale Therese che ha più di un amante e che nasconde un traffico d’armi sotto l’innocuo commercio dei gioielli? Anche il fotografo Xiao Xue, con la sua doppia identità dovuta al padre francese e alla madre cinese, ha altri nomi, Xue Weishi o Weiss Hsueh, così come è innamorato di due donne e, pur essendo reclutato come informatore dalla polizia francese, fa il doppiogioco senza voler credere che le donne che lui ama possano essere coinvolte in trame così pericolose e ambigue.
E tuttavia è Shanghai stessa ad essere la prima protagonista del romanzo di Xiao Bai, con il suo dedalo di strade strette, gli alberghi, le syheyuan, cioè le tipiche case cinesi disposte intorno ad un cortile interno, la sua atmosfera fluttuante, soggetta alla diversità degli abitanti.

     Non è un caso che il protagonista di uno degli ultimi capitoli sia un cameraman che si trova accidentalmente a riprendere- nella scena culmine del libro- la sparatoria fatale all’incrocio di due Concessioni, perché è lo stile stesso di Xiao Bai che assomiglia a quello cinematografico: ogni capitolo è un’inquadratura diversa con dei protagonisti diversi che si alternano e capita che la stessa scena venga inquadrata più volte da una differente angolatura, rendendo l’idea di un altro punto di vista. E la cinepresa indugia su dettagli, si muove adagio, accelera quando la scena- e avviene spesso- si fa convulsa.
Un libro per chi vuole ampliare i suoi orizzonti- anche storici- senza correre il rischio di annoiarsi.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



     

Pascal Khoo Thwe, “From the land of green ghosts” ed. 2003




                                                     Voci da mondi diversi. Asia
                                                                     autobiografia
     il libro dimenticato


Pascal Khoo Thwe, “From the land of green ghosts”
Ed. Flamingo, pagg. 296, Euro 5,58
Edizione italiana: “Il ragazzo che parlava con il vento”- ed. Piemme, trad. Fazzini, pagg. 390, Euro 7,00

     Ha qualcosa di straordinario il racconto della vita di Pascal Khoo Thwe, nato nel 1967 in un villaggio di quello che oggi è il Myanmar ed allora si chiamava Burma. Pascal Khoo Thwe è cattolico, se fosse buddista ci sarebbe da pensare sul suo karma per interpretare le vicende di cui ci dice lui stesso nel libro autobiografico “From the land of green ghosts” (solo dopo averlo terminato di leggere e aver cercato notizie sull’autore, ho scoperto che la casa editrice Piemme ne aveva pubblicato la traduzione con il titolo “Il ragazzo che parlava con il vento”). Perché tutto- la futura salvezza di Pascal- era iniziato quando, lavorando in un ristorante cinese di Mandalay, Pascal Khoo Thwe si era intrattenuto con una coppia di turisti inglesi. Lui aveva parlato del suo amore per la letteratura inglese, della sua scoperta di Joyce, di come gli fosse piaciuta la novella “Evelyne” nei “Dubliners”, di come lui e gli altri studenti si passassero l’un l’altro l’unica copia del libro. Dopo era venuto un amico dei turisti inglesi in cerca del cameriere che amava Joyce, era John Casey, un professore di Cambridge con cui Pascal rimarrà in contatto. Tanto da scrivergli dalla giungla dove si nascondeva durante la dittatura della giunta militare per sfuggire alla durissima repressione messa in atto contro gli studenti che avevano chiesto maggiore libertà e un governo democratico.
John Casey riuscì- con grandi difficoltà- a far uscire Pascal da Burma attraverso la frontiera con la Thailandia e a farlo arrivare in Inghilterra dove Pascal avrebbe studiato a Cambridge. La ruota del destino doveva compiere ancora un piccolo giro prima che il cerchio si chiudesse: arrivato da poco in Inghilterra, Pascal fu invitato ad una mostra in una piccola galleria d’arte privata e si trovò davanti ad un busto in bronzo di sua nonna. Incredibile. Più incredibile di qualunque incontro casuale. Nel 1930 la nonna di Pascal Khoo Thwe era stata portata in Inghilterra ed esibita come un fenomeno da baraccone- apparteneva, come Pascal, all’etnia Padaung le cui donne sono conosciute come “le donne giraffa” per il collo allungato dalla spirale di anelli che incominciano a mettere fin da quando sono bambine.

      Leggere “From the land of green ghosts” ci impone uno sforzo dell’immaginazione per ricordarci che il mondo di cui l’autore ci sta parlando non è confinato in un passato remoto ma in quello abbastanza recente che fa parte dei nostri ricordi. Che però non hanno nulla in comune con quelli di Pascal. Tutta la prima parte del libro ci riporta agli anni della sua infanzia in un villaggio lontano dalla civiltà in cui però erano arrivati dei missionari italiani che battezzavano i bambini dando loro nomi italiani. Pascal descrive nel dettaglio le usanze di vita quotidiana, l’atmosfera imbevuta di magia, di leggende, di storie mitiche per spiegare la realtà della natura, la durezza di un’esistenza priva di qualunque agio. Seguiamo poi Pascal negli studi che lo portano lontano da casa, a Mandalay, in una consapevolezza sempre maggiore delle restrizioni sulla libertà imposte dalla dittatura del generale Ne Win.
Le vicende personali di Pascal- l’amore, la scomparsa della sua ragazza, la chiusura dell’università- sono strettamente intrecciate a quelle di Burma (diventata Myanmar nel 1989), con il fermento di rivolta, l’arresto dell’amatissima Aung San Suu Kyi, figlia dell’altrettanto amato Aung San, primo ministro del primo governo della Birmania indipendente assassinato nel 1947. La giungla, infine. I nascondigli, le fughe, gli attacchi violenti di malaria, la consolazione della lettura (incredibile, in quelle condizioni, ancora più incredibile che potessero venirgli recapitati libri e lettere da parte di John Casey), lo sconvolgente spettacolo dei cadaveri abbandonati un po’ ovunque.


    Pascal Khoo Thwe ha scritto questo libro in inglese e non possiamo non ammirare la forza di volontà, la costanza e la tenacia con cui l’autore ha perseguito questo risultato- dalla terra dei fantasmi verdi, dei nat   (gli spiriti che sono in ogni cosa), della giungla dove ancora si può venire morsi da un serpente, di una stroncante dittatura, all’Università di Cambridge, padroneggiando un’altra lingua e un’altra cultura distanti anni luce dalla sua.





lunedì 13 febbraio 2017

Alberto Fuguet, “I film della mia vita” ed. 2004

                                   Voci da mondi diversi. America Latina
   la Storia nel romanzo
   il libro ritrovato

Alberto Fuguet, “I film della mia vita”
Ed. Marcos y Marcos, trad. Alessio Cazzaniga, pagg.346, Euro 14,50


     La vita come un film nel rievocare i film che hanno segnato la vita del protagonista e i terremoti come pietre miliari, sia in quanto megaeventi collettivi che colpiscono tutti, sia da un punto di vista personale, come scosse che cambiano il corso ordinario dei giorni. Sono questi i due filoni lungo cui si dipana il romanzo “I film della mia vita” del cileno Alberto Fuguet, con due punti di partenza che poi si ricongiungeranno alla fine: il sismologo Beltràn Soler Niemeyer, in viaggio di lavoro verso Tokyo, riceve la telefonata della sorella che gli annuncia la morte del nonno Teodoro durante il terremoto del Salvador del gennaio 2001. E, in viaggio, Beltràn incontra una donna a cui scriverà raccontando di sé attraverso i film che più gli sono piaciuti.
Ogni capitolo un film, e naturalmente una parte della memoria è una memoria ricostruita, perché il primo film che ricorda è “Nata libera”, quando lui, nel 1966, aveva solo due anni e i suoi genitori lo avevano portato ad un drive-in. La prima parte del libro costruisce la storia di una famiglia cilena emigrata in California. I film punteggiano la crescita di Beltràn, da quelli di Disney a Woodstock, mentre i nonni vengono in visita e emigrati politici in fuga da Allende cercano alloggio in casa loro, il padre di Beltràn assomiglia sempre di più a Steve McQueen, la nonna Guillermina sgozzerebbe Allende con un coltello da cucina mentre il nonno Teodoro, sismologo, pensa solo ai terremoti, gli amici di Beltràn lo invidiano perché ha Yul Brynner come zio e poi, proprio il giorno in cui la sorellina è stata morsicata da un cane, arriva la notizia che Allende è morto e il governo militare ha assunto il controllo del paese. Possono tornare in Cile.
Pinochet
Ma le parole della mamma, “Questa ferita non si cicatrizzerà in fretta”, non si riferiscono solo allo squarcio sulla guancia della bambina. Erano partiti per il Cile per starci tre mesi, nel 1974, e non erano più tornati negli Stati Uniti. Se tutta l’infanzia di Beltràn in America è avvolta in un alone dorato, l’arrivo a Santiago è un brusco cambiamento: soldati dappertutto, l’aria puzza, fa freddo ed è il freddo della povertà. Ancora un film per rendere l’idea del Cile sotto Pinochet: la Santiago del 1974 è come Manhattan distrutta in “2002: i sopravvissuti”. L’orrore dello sradicamento è minore quando succede l’inverso, quando il paese dove arrivi ti offre di più di quello da cui sei partito, e ci vuole tempo per abituarsi. Quello che sembrava esotico, materiale per dei bei racconti al ritorno in California, diventa qualcosa di difficilmente sopportabile quando si sa di dover restare.
John Travolta ne "La febbre del sabato sera"
La scuola, gli amici, la prima ragazza, e il padre che lascia la famiglia la sera in cui c’è la prima de “La febbre del sabato sera”, nel 1978, la famiglia che si disgrega. Ci vorrà l’ultimo terremoto, quello che ha ucciso il nonno Teodoro, per farli rincontrare. Un libro malinconico, a tratti divertente, che ci incuriosisce cercando tra i film se qualcuno appartenga anche alla nostra memoria, che procede a sequenze quasi cinematografiche dipingendo due mondi e due società in forte contrasto.


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