Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
reportage
Barbara Demick, “Nulla da invidiare”
Ed.
Iperborea, trad. Valentina Ricci, pagg. 409, Euro 20,00
Dopo trentacinque anni di occupazione
giapponese, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, la Corea fu
liberata- le truppe sovietiche occuparono il Nord, mentre quelle americane
occuparono il Sud. Il confine provvisorio per dividere le due zone di influenza
fu tracciato lungo il 38° parallelo e nel 1948 sorsero la Repubblica Popolare
Democratica di Corea a Nord, con regime comunista, e la Repubblica di Corea a
Sud che si ispirava alle dottrine capitaliste. Nel 1950 le truppe nordcoreane
invasero il Sud per unificare con la forza il paese e, mentre la Cina
appoggiava il Nord, gli Stati Uniti intervennero per difendere il Sud. La
guerra terminò con un armistizio nel 1953 e attualmente le due Coree sono
separate dalla Zona Demilitarizzata. Attualmente la Corea del Sud è una
Repubblica presidenziale democratica retta dal Presidente Lee Jae-myung, mentre
la Corea del Nord è uno Stato socialista governato come una dittatura
totalitaria dinastica e il leader supremo è Kim Jong-un.
Kim Jong-un
Una foto satellitare notturna delle due Coree mostra un’ampia area buia a Nord e milioni di lucine al Sud. Manca l’elettricità nella Corea del Nord, il paese è uno spazio nero, un buio che diventa metaforico per l’oscurità in cui è avvolto il paese- quello che sappiamo noi, all’esterno, è basato sui racconti di chi è riuscito a varcare il confine, e loro, quelli che vivono là, sono totalmente all’oscuro di quanto accade ‘fuori’. Soltanto alcuni, che, di nascosto e correndo grandi rischi, riescono ad ascoltare la radio, sono venuti a conoscenza della menzogna su cui sono costruite le loro vite. Tutto ciò che il capo supremo ha sempre detto sulla Corea del Sud, sugli Stati Uniti, sugli altri paesi capitalisti è falso. Ma la realtà è talmente al di fuori della loro immaginazione che gli riesce difficile crederci.
Anche
se un mare di fuoco ci assale, noi dolci bambini non dobbiamo temere./ Nostro
padre è qui./ Non abbiamo nulla da invidiare al mondo.
Sono le parole della canzone che viene insegnata ai bambini a scuola. È un lavaggio del cervello per far sì che la gente si convinca di vivere nella migliore società possibile. Kim Il-sung, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 1948 al 1994, voleva costruire gente migliore oltre a costruire un nuovo paese. A tale scopo aveva ideato un suo sistema filosofico, il juche, ‘autosufficienza’. I coreani erano il popolo eletto, non dovevano fare affidamento sulla Cina o il Giappone o la Russia. La volontà individuale doveva essere sottomessa a quella collettiva, era necessario seguire un leader assoluto e supremo- quel leader era, naturalmente, Kim Il-sung. C’era qualcosa di diverso, tuttavia, tra il culto della personalità che è proprio di tutti i dittatori e quello a cui ambiva Kim Il-sung. Lui capiva la forza della religione e aveva favorito il sorgere di leggende su di lui che sembravano un adattamento di ciò che viene narrato nei Vangeli. Anche nei quadri che obbligatoriamente erano appesi in ogni casa (spolverati con uno straccio che veniva regalato e destinato solo a quell’uso) Kim Il-sung era ripreso accanto al figlio Kim Jong-il- erano Dio padre e il figlio Gesù.
Barbara Demik ha passato sette anni a Seul raccogliendo le testimonianze di nordcoreani che erano riusciti a superare il confine. Quello che rende il suo libro un racconto non solo istruttivo e interessante, ma anche appassionante e coinvolgente, è la sua scelta di trasformare i testimoni- Mi-ran (la ragazza che aveva vissuto una storia d’amore che non aveva speranze di concludersi), la dottoressa Kim che aveva visto morire di fame così tanti piccoli pazienti, la signora Song che era abile nell’inventare nuove ricette con i pochi ingredienti disponibili, l’orfano Hyuk (piccolo per statura e con la testa grossa per denutrizione), Jun-sang (il ragazzo che aveva osato dare un bacio sulla guancia di Mi-ran dopo anni che uscivano insieme di notte per non essere visti)- in protagonisti, in veri e propri personaggi di cui seguiamo le vicende in quella prigione a cielo aperto in cui avevano vissuto prima di maturare la decisione di evadere a qualunque costo. Ognuno di loro ha la sua storia, ognuno aggiunge un tassello alla ricostruzione di un’esistenza fatta di paura continua, paura di delazioni per ogni minima infrazione a regole di comportamento che vanno dalla lunghezza dei capelli alla proibizione di precoci legami amorosi, da qualunque tipo di commercio personale (ordine che verrà ignorato quando aumenterà la penuria di alimenti) a, naturalmente, qualunque contatto con l’estero, sia pure attraverso letture. Se la descrizione delle condizioni di vita quando iniziò a mancare l’elettricità e poi l’acqua e poi i farmaci negli ospedali è penosa, quella della carestia e della fame e di quello che la fame spingeva a fare negli anni ‘90 è addirittura sconvolgente.
Si apre un altro mondo ai nostri personaggi
dopo la fuga, dapprima verso la Cina e poi verso la Corea del Sud. Un mondo di
meraviglie, è come se avessero dormito o avessero vissuto nel peggiore degli
incubi fino a quel momento, capiscono di essere stati ingannati fino ad adesso.
E l’adattamento non è né facile né indolore. Cambiano, tutti loro. Quando
Jun-sang si riunisce a Mi-ran, la trova sposata, la trova diversa.
Un libro da leggere. Per sapere. Per capire.





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