Lei ha detto di aver scritto e pubblicato questo libro anni fa. Lo ripropone adesso, con delle modifiche. Quando è stato pubblicato la prima volta? Aveva un altro titolo? E ci sono differenze sostanziali tra la vecchia stesura e questa?
È vero, ho scritto questo libro più di
vent’anni fa e ho trovato un editore nel 2007, lo stesso che ha voluto
fortemente ripubblicarlo. È uscito nelle librerie un anno dopo, con un altro
titolo. Tuttavia, il romanzo è stato sottoposto da parte mia a una revisione massiccia,
con diversi cambiamenti, in alcuni aspetti piuttosto profondi. La spina dorsale
è rimasta intatta; ho cambiato, però, l’impostazione e alcune sfumature che
riguardano la strategia dell’indagine. Togliendo alcuni capitoli e passaggi che
appesantivano la storia e aggiungendone altri, ho cercato di dare alla narrazione
un tono e un peso diversi rispetto a quella precedente. Con questo voglio dire
che anche chi ha letto la prima versione ritroverà la “vecchia” storia,
ringiovanita grazie a un restyling molto attuale, apprezzandone- spero- il
lavoro fatto.
Che cosa l’ha spinta a ‘ripescarlo’? una situazione politica o, più in generale, un’atmosfera simile tra allora e adesso?
Un
po’ tutte e due. Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, il mio editore,
che ha sempre creduto nelle potenzialità della storia, dopo aver visto un
documentario sull’11 settembre mi propose di riprendere in mano il romanzo e
renderlo attuale, attingendo naturalmente alla mia esperienza di autore
accumulata negli anni. Sicuramente questo rappresenta uno degli aspetti, che
possiamo definire romantico”, legati alla decisione di riproporlo. Ma,
prendendo atto della situazione delicata e, in alcuni casi, grave che sta attraversando
il mondo intero- specialmente il Medio Oriente- ecco che questa storia ritorna
più che mai attuale. Al di là dell’affetto che mi lega a questo romanzo, ho
cercato naturalmente di farlo con un tono mirato e preciso, senza perdere di
vista la sua identità originaria.
I ‘pericoli’, se vogliamo chiamarli
così, che si evidenziano in questo thriller tesissimo provengono dalla mafia
ucraina e da un’interpretazione estremista della religione musulmana. Iniziamo
dalla mafia ucraina: ha sostituito sul campo quello che era stato il dominio
della mafia italiana? Ci sono delle differenze tra le due mafie?
Una
domanda intelligente e ben fatta. Direi che i pericoli arrivano sempre dalle
cattive intenzioni. Tutti e tre gli aspetti appena citati rappresentano un
pericolo rincorrente per la società. Non so dirti se la mafia ucraina, russa,
messicana o chicchessia abbia sostituito sul campo quella italiana- sarei la
persona meno indicata per farlo-, ma sta di fatto che tutte le organizzazioni
criminali hanno un solo scopo: arricchirsi attraverso il crimine. Mentre
l’estremismo religioso nasce da una convinzione malata e da una fede inculcata
e plasmata in modo sbagliato, ben lontana dalla vera religione e dagli
insegnamenti dei testi sacri.
Credo che Lei, essendo albanese, abbia
una conoscenza ravvicinata della religione musulmana e dei conflitti causati
dall’estremismo religioso, come ci insegna la Storia dei Balcani. Mi pare che,
nel suo libro, Lei evidenzi le due facce dell’Islam- o sbaglio?
la distruzione del ponte di Mostar 30 anni fa
A essere
sincero, io sono ateo. Tuttavia, nutro un profondo rispetto per chi è
religioso. Conosco bene la religione musulmana perché in Albania è quella
dominante rispetto alle altre. L’estremismo religioso, invece, l’ho studiato e
l’ho conosciuto attraverso la stampa e la televisione; più di ogni altra cosa, attraverso
la pagina oscura che racconta i conflitti balcanici degli anni ‘90. Non l’ho
vissuto direttamente, perché nel mio Paese le religioni vivono in perfetta
armonia. Si uniscono persino in matrimonio, mantenendo ognuno la propria
religione e rispettando quella dell’altro. Direi che ogni religione, o quasi,
ha due facce. La storia ci insegna che ci sono due modi di vivere e
interpretare la religione: quello pacifico e spirituale e l’altro fondamentalista
e radicale, ispirato a motivazioni politiche ed estremiste
Quante guerre si sono fatte, nella
Storia, in nome della religione- anche i cristiani hanno avuto la loro parte, e
non da poco. Eppure, come dice il titolo del libro, “Dio non uccide”. Di che
cosa si tratta allora? Di una interpretazione dei testi piegata all’intento di
mascherare una violenza insita nella natura umana?
Come
ho detto sopra, la religione è fatta di testi sacri, che lasciano una traccia
da seguire, ma che, a loro volta, vengono interpretati a seconda di chi li
legge e dei propri interessi. Quanto al titolo del libro, direi che è ispirato
proprio alle due facce dell’Islam. C’è un Dio che guida l’individuo moralmente,
insegnandogli la lotta spirituale contro i propri difetti e la convivenza secondo
le leggi civili. E poi, secondo i fondamentalisti islamici, c’è un Dio che
rifiuta le leggi umane, applica i testi sacri in modo dogmatico e cerca di imporre
la “legge islamica” esclusivamente attraverso il jihadismo: una sanguinosa
lotta contro l’Occidente e musulmanesimo moderato. Ma Dio, quello vero, non
insegna e nemmeno vuole che si uccida in nome suo.
Le pagine di apertura del libro sono molto significative- il bambino Mark che ammira lo yataghan nel museo, lo stesso yataghan che gli verrà regalato e che verrà da lui usato. Di che cosa diventa un simbolo lo yatagan?
Il bambino
Mark- il personaggio principale del romanzo-, beh, un po’ mi ci vedo in lui. E
il personaggio di Jaçe, il vecchio che lo accompagnava al museo, era il mio caro
nonno paterno: colui che mi ha cresciuto e di cui sento sempre il bisogno di
far rivivere la presenza nei miei romanzi, un modo per averlo sempre vivo
accanto a me. Quindi la pagina di apertura racconta un episodio vero, romanzato
da quel bambino quando diventò un uomo, l’uomo che avrebbe voluto che suo nonno
gli regalasse un pezzo di quel museo, come ricordo materiale della sua infanzia
serena e piena di sogni, coccolata e protetta dal quel “vecchio che parlava
poco e diceva tutto”, che però non vide mai suo nipote diventare uomo. Cosa
simboleggia lo yàtaghan per Mark? Ciò che mio nonno è stato per me: luce,
guida, ispirazione, redenzione. Per dirlo alla Kafka: la misura di tutte le
cose.
La trama ci porta a riflettere sul tema
della giustizia. Mi sono chiesta se il modo di agire di Mark risponda al codice
albanese del kanun.
Sì, è un
romanzo che racconta e fa riflettere sulla giustizia, quella personale,
solitaria, lontana dai canoni della rettitudine perché bramata a lungo, perseguitata
ogni minuto e ogni secondo, fino al suo compimento. Perché l’uomo, in sé, se
gli vengono toccate quelle corde che gli spezzano l’anima in due, allora è
pronto a fare altrettanto con l’autore di quella vile azione. Tuttavia, il modo
di agire di Mark nel romanzo non è una risposta al codice del Kanun, bensì una
caratteristica dell’uomo albanese. C’è un antico detto della mia terra che recita:
“Non si tocca ciò che un albanese ha più caro, altrimenti conoscerai il suo
lato peggiore, quello che nemmeno lui sa di avere”.
bomba in metropolitana
Termino le mie domande con quella che è
una duplice riflessione che forse non richiede commenti (e però li chiedo a
Lei)- da un attentato in Russia ad uno in America, da un capo all’altro del
mondo la violenza non ha confini, così come il diffondersi della corruzione
senza limiti, anche dove sarebbe lecito per un cittadino riporre la fiducia.
Di questi
tempi la “fiducia” è una parola che tanto viene usata, ma poco praticata nel
suo vero significato. Perché la fiducia viene concessa dall’uomo semplice, ma
ha bisogno di essere alimentata dagli uomini veri, e non da mercanti di armi,
che scambiano le anime delle persone per litri, a barile.




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