lunedì 12 giugno 2017

Petros Markaris, "Si è suicidato il Che" ed. 2005

                                     Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
      cento sfumature di giallo
       intervista
       il libro ritrovato

Petros Markaris, “Si è suicidato il Che”
Ed. Bompiani, trad. Andrea Di Gregorio, pagg. 422, Euro 17,00

E’ una trovata geniale, quella dello scrittore greco Petros Markaris nel suo nuovo romanzo “Si è suicidato il Che”: il commissario Kosta Charitos non indaga su degli omicidi, ma su dei suicidi. Un Kosta Charitos convalescente, depresso e annoiato, tanto che legge i giornali oltre all’amato dizionario, e si guarda un notiziario dietro l’altro alla televisione, controllato dall’asfissiante moglie Adriana che gli fa mangiare brodini e gallina lessa. Ma noi lettori abbiamo tirato un sospiro di sollievo, perché il romanzo precedente, “Difesa a zona”, terminava con Kosta gravemente ferito e portato d’urgenza in ospedale. Kosta è in congedo, dunque, e vede in diretta il suicidio in televisione di un noto imprenditore, Iason Favieros. Strana combinazione, poco dopo la morte di Favieros esce una biografia su di lui, e poi c’è un altro suicidio, anche questo in diretta televisiva, di un uomo politico- e un’altra biografia. Che tempismo. La terza volta arriva prima la biografia a Charitos stesso, seguita dal suicidio spettacolare di un giornalista. I morti sono più o meno coetanei e hanno un passato simile: ribelli contro la dittatura, incarcerati e torturati dall’ESA, successo economico o politico dopo il cambiamento di regime.
Una sinistra che ha perso il mordente, insomma, che finge di stare con i lavoratori ma si intasca buona parte delle sovvenzioni, che compra case fatiscenti a prezzo stracciato e le rivende al doppio agli immigrati. C’è di che suscitare le ire xenofobe dei nazionalisti di destra del gruppo Filippo il Macedone che rivendica i suicidi come omicidi pilotati. Ancora una volta Petros Markaris ha scritto un romanzo che approfitta del genere poliziesco per indagare in ben altro che i casi delle vittime, portando alla luce corruzione e connivenza, rivelando il razzismo che esplode sempre nel momento in cui la lotta per il posto di lavoro si fa accanita e si presenta qualcuno disposto a lavorare in nero per due soldi, obbligandoci a guardare indietro e a domandarci dove siano finiti gli ideali- possibile che siano diventati solo merce di consumo, ridotti alla faccia del Che su una maglietta rossa? Il tutto in uno stile minimalista, pervaso di un umorismo sorridente, con un personaggio che è il poliziotto più simpatico dell’area mediterranea. Stilos ha intervistato Petros Markaris.


 La Grecia è l’ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino, quest’anno. Lei, però, è un greco molto internazionale: è nato a Istanbul, suo padre era armeno e sua madre greca, ha frequentato una scuola tedesca e poi ha studiato a Vienna, ha tradotto in greco Brecht e Goethe, parla molte lingue straniere. Quando ha deciso di stabilirsi in Grecia e di scrivere in greco?
     C’è stato un periodo nella mia vita in cui ero perfettamente trilingue: quando sono andato a studiare a Vienna parlavo il greco, il turco e il tedesco. Ed è a Vienna che ho deciso che avrei scritto in greco, perché quella era la mia madrelingua, in casa parlavamo in greco e quella era la lingua a cui mi sentivo più vicino. Era la scelta giusta. Il passo seguente è stato decidere di andare a vivere in Grecia perché era là che si parlava la lingua moderna, di tutti i giorni, e di conseguenza, una cosa dopo l’altra, ho preso là la residenza, mi sono fatto una famiglia e degli amici.

Suo padre era armeno: dove si trovava la famiglia di suo padre all’epoca del genocidio, nel 1915?
     La mia famiglia abitava a Istanbul, ma anche mia nonna era greca, come mia madre, e veniva da una piccola e poverissima isola della Grecia. Mio nonno ha avuto sentore di quello che stava per succedere e ha portato là tutta la famiglia, salvandola dalla strage.

Lei ha scritto anche per il teatro, che cosa le ha fatto scegliere di scrivere romanzi di genere poliziesco, come è nato il personaggio di Kosta Charitos?
     La verità sulla nascita di Kosta Charitos è che non sono stato io a crearlo: è stato lui che è venuto da me. Era il 1992 ed ero impegnato nella sceneggiatura di una serie per la televisione, “Anatomia di un delitto”. Una serie che ha avuto un successo clamoroso, doveva durare un anno ed è andata avanti per due. Avevo scritto così tanto che mi era venuta a noia, ma ho raggiunto un compromesso con la rete televisiva, far finire un’altra serie ancora in gennaio invece di farla durare un terzo anno intero. Mi riusciva difficile scrivere, mi sembrava di non avere più idee, e poi mi è venuta questa illuminazione: una famiglia, genitori e un figlio o una figlia. Si trattava di una famiglia piccolo borghese, senza interessi particolari. Ma mi sembrava banale: teatro, cinema, letteratura si occupano di piccoli borghesi. Il problema era che il capofamiglia non aveva intenzione di lasciarmi in pace: per due mesi ho continuato a vedermelo lì, davanti a me, ogni mattina. Ho pensato che una persona così molesta non poteva essere che un dentista o un poliziotto. I dentisti- senza offesa- non sono interessanti dal punto di vista della letteratura, e così Kosta Charitos è diventato un poliziotto. Il genere poliziesco mi è sempre piaciuto, sono un grande lettore di libri gialli.

Visto che è un amante del genere e un esperto, pensa che si possa parlare di un noir mediterraneo in opposizione al noir dei paesi del Nord Europa o ai polizieschi inglesi?
    Certamente sì, e la prima cosa che distingue i noir mediterranei è la passione per la buona cucina: Pepe Carvalho ama cucinare, Montalbano di Camilleri conosce tutte le migliori trattorie, il rapporto di Kosta Charitos con la moglie è basato sulla cucina, il Montale di Izzo sembra sia diverso, ma nei noir di Izzo c’è il profumo del pesce di Marsiglia che aleggia ovunque. Tutti questi personaggi hanno la “sindrome della madre”: vengono da famiglie in cui la madre stava ancora a casa a cucinare. La verità è che è tutta colpa dell’emancipazione della donna, che ha distrutto la buona cucina. Prendiamo il commissario Wallander di Mankell: mi spiace per lui che non sa neppure che cosa mangia, al massimo un sandwich, ma in Svezia l’emancipazione della donna è arrivata prima. E poi, seconda cosa, il crimine in Italia, Spagna, Grecia, fa parte della realtà, ma non è brutale. In Mankell, o in Nesser, il crimine fa parte della psicologia delle persone, è brutale perché questa gente ha abolito la tortura, ma gli assassini torturano le loro vittime. C’è un approccio diverso al delitto. In Inghilterra è successa un po’ la stessa cosa, siamo passati dalla grande tradizione del giallo inglese con un enigma da risolvere a quello più violento e brutale di Ian Rankin.


I suoi lettori non possono perdonarle di averli tenuti in ansia per due anni: temevamo che Kosta morisse. Quando ha terminato “Difesa a zona”, sapeva già che si sarebbe ripreso o non aveva ancora deciso del suo futuro? E pensa poi di farlo morire, a un certo punto?
    Anche i miei lettori tedeschi hanno avuto lo stesso problema. Mi continuavano a chiedere, “è vivo?”, e io ci scherzavo sopra, rispondendo, “quando sono partito da Atene, ho telefonato in ospedale e mi hanno detto che è ancora in coma”. Sì, io sapevo che sarebbe sopravvissuto, mi dispiaceva che morisse. Proprio per questo penso che finirà per andare in pensione, non sarà ucciso.

Questa volta ha messo una ragazza a investigare, vicino a Kosta, scegliendo la coppia uomo-donna invece di quella tradizionale dei due uomini. Lo ha fatto per avere un secondo personaggio femminile in opposizione a Adriana?
    Koula è presente anche negli altri due romanzi, come segretaria. Tutti i lettori pensavano che fosse la tipa carina ma stupida, e io volevo provare che non è vero, che è molto intelligente, anche se non le piace leggere, e che ha un buon istinto. Volevo capovolgere i personaggi e creare una figura in opposizione non a Adriana ma a Caterina: a Koula piace cucinare, vuol trovarsi un marito, è del tutto diversa dalla figlia di Kosta.

In questo nuovo romanzo Lei tratta di un argomento molto attuale- i giochi Olimpici e quello che c’è dietro. I noir di oggi aprono gli occhi dei lettori su quello che accade dietro la scena.

     Fino alla fine del secolo XIX, anche agli inizi del secolo XX, c’era il romanzo sociale, il romanzo borghese, che trattava di problemi sociali. E’ un tipo di romanzo che scompare dopo la seconda guerra mondiale, soppiantato da un romanzo in cui è più importante il personaggio, la realtà psicologica del personaggio. Nel mondo moderno ci sono molti più tipi di crimini che in passato e il romanzo poliziesco prende il posto del romanzo sociale nell’illustrare questa nuova realtà. Sono romanzi polizieschi che non si accontentano più di porre degli enigmi da risolvere, ma si interessano alla realtà, diventano il nuovo romanzo sociale.

Il problema dell’occupazione in Grecia e del lavoro sottopagato agli immigranti: quando è iniziato tutto questo?
    Nel 1990, con la caduta del muro di Berlino. Cambiò il regime in Albania, gli albanesi iniziarono a venire a piedi- letteralmente- in Grecia. Questa nuova realtà della Grecia si è ripetuta in parte anche in Bulgaria e Romania, e ha portato della mano d’opera a buon mercato. Era tutta gente che poteva guadagnare di più che in patria, per quanto fossero sottopagati ed erano gran lavoratori. Naturalmente questo scatenò le discussioni sul fatto che gli immigranti portavano via il lavoro ai greci, ma diciamo la verità: i greci non farebbero mai questi lavori pesanti a questo prezzo. Questa gente è capace di lavorare dodici ore al giorno, sia il marito sia la moglie, per guadagnarsi da vivere. Mi spiace molto che la Grecia, che era un paese di emigranti, proprio come l’Italia meridionale, sia così poco comprensiva verso i problemi di queste persone- trovo questo razzismo addirittura rivoltante.

Nel romanzo si parla del gruppo “Filippo il Macedone” che mi pare simile alla Lega qui in Italia. Ha un gran seguito?
     E’ un movimento di nazionalisti di estrema destra che vorrebbe semplicemente cacciare via tutti gli immigrati. Sì, hanno dei seguaci ma, fortunatamente, il nostro sistema politico non incoraggia i partiti piccoli che vengono incorporati in quelli grossi. In questo caso il vantaggio è che questo partito è incorporato al centro destra e può venire controllato.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos

                                                                                       

    

sabato 10 giugno 2017

Veit Heinichen, “La giornalaia” ed. 2017

                                         Voci da mondi diversi. Area germanica
      Casa Nostra. Qui Italia
      cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Veit Heinichen, “La giornalaia”
Ed. e/o, trad. Monica Pesetti, pagg. 320, Euro 18,00

     Un flash-back iniziale. Trieste 1991. Un’esplosione al Porto Vecchio. Salta in aria uno yacht e muore il mitico ladro gentiluomo, Diego Colombo, immigrato dall’Argentina per non essere arruolato nella guerra delle Falklands, specializzato in furti di opere d’arte. Testimone oculare, la guardia di finanza Lino La Rosa. Un giovane Proteo Laurenti raccoglie le deposizioni sul posto. E però il mare non restituirà mai il corpo di Diego Colombo, alimentando la leggenda su di lui.
     Venticinque anni dopo il magazzino della GelFish, al Porto Vecchio, subisce un furto. Non di pesce, come il nome potrebbe lasciar supporre, ma di quadri. Quadri in un magazzino per il pesce? E quadri famosi, per giunta. Klimt, Modigliani, Caravaggio, Morandi. Non solo. La modalità del furto sembra avere la firma di Diego Colombo e allora si scatena una ridda di quesiti, vengono rispolverate voci e pettegolezzi. E’ morto veramente, Diego Colombo? Proteo Laurenti è il primo ad avere dei dubbi. Conosce molto bene Teresa, moglie di Diego, la giornalaia del titolo. Una donna non giovanissima ma ancora procace, con i suoi vestiti attillati e la scia di profumo Cartier. Nel 1991 era incinta del primo figlio di Diego, dopo ha avuto altri due figli di cui non ha mai rivelato chi fosse il padre. C’è da farsi delle domande, tuttavia, perché hanno la stessa faccia dell’uomo che dovrebbe essere morto.  

     Il nuovo romanzo di Veit Heinichen è ricco di personaggi, di vicende, di escursioni nel mondo dell’arte e nella storia di Trieste- sia quella ufficiale sia quella nascosta-, di gustosi piatti di pesce e di bicchieri di vino. A Veit Heinichen piace il genere umano, piace mangiare e piace bere, lo si percepisce da come ne parla, con uno stile che non è mai distaccato, che ci rivela le sue simpatie e le sue antipatie. Perché ci sono diversi gradi di colpevolezza. Diego Colombo, a cui la polizia dà la caccia, non è come il corrotto Lino La Rosa che ha sempre tratto profitto dal suo incarico per ricattare gli evasori fiscali e che tuttora è un essere spregevole, anche se condannato a muoversi su una sedia a rotelle dopo essere stato investito dall’auto di Teresa. Un incidente? Lei non aveva mai fatto mistero del fatto che avrebbe preferito fosse morto perché aveva imbrogliato il marito. Anche la figlia di La Rosa lo vorrebbe morto, nonostante gestiscano insieme una casa di riposo per anziani (poveri vecchi! derubati da vivi e da morti con furti a volte spettacolari) e un’impresa di slot machines. Teresa, Daria La Rosa, la segretaria Marietta- le donne di Veit Heinichen si fanno ricordare. Daria per le sue frustrazioni, per la sua asprezza e per il suo cagnolino bianco, e Teresa e Marietta perché- seno abbondante che attira gli sguardi, bottoni della camicetta slacciati ad arte per far occhieggiare la biancheria- ci ricordano le dive italiane degli anni ‘50, le donne-femmine del Mediterraneo.


    Lo sguardo di Veit Heinichen non si ferma lì. Lo scrittore è un privilegiato che ha un angolo privilegiato come punto di osservazione- uno straniero che vive da molti anni nella città confine di Trieste, che riesce ad avere sufficiente distacco per vedere le magagne del Bel Paese, quell’economia ombra che intesta imprese a figure ombra, che porta capitali all’estero, che evade il fisco, che resta indifferente o addirittura ostile davanti alle file di profughi in coda per avere il permesso di soggiorno, “il concentrato di miseria che l’occidente democratico aveva provocato negli altri continenti in decenni di arroganza e di cieco sostegno alle dittature”. L’impressione è di una ricchezza che emigra per sottrarsi agli immigrati. 
Proteo Laurenti sul piccolo schermo
E tuttavia, al di là delle critiche ammantate a volte di grottesco, al di là dell’avvincente trama di un’indagine che insegue un fantasma e il suo doppio, c’è la simpatia che lo scrittore tedesco prova per questo nostro paese che riesce a bilanciare le sue nefandezze con il calore umano dei singoli e con il gusto della vita.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


per contattarmi: picconem@yahoo.com

giovedì 8 giugno 2017

Morten Strøksnes, “Il libro del mare” ed. 2017

                                                     vento del Nord
             FRESCO DI LETTURA


Morten Strøksnes, “Il libro del mare”
Ed. Iperborea, trad. Francesco Felici, pagg. 315, Euro 17,50

   Il fascino del Nord. Da sempre- lo sottolinea lo scrittore norvegese Morten Strøksnes, autore de “Il libro del mare”- il grande Nord ha esercitato un fascino speciale. Il Nord è avvolto nel mito, “perché è un luogo oltre l’orizzonte, solo la fantasia metteva limiti alle sue rappresentazioni.” Quando pensiamo a paesaggi nordici immaginiamo nebbia, mare di ghiaccio. Pensiamo all’Ultima Thule di Virgilio, il poeta mediterraneo per eccellenza, un paese favoleggiato perché sconosciuto, perché, in un clima così diverso, doveva essere l’opposto del mondo blu di Virgilio. Pensiamo a profondità sconosciute ricolme di vita, di esseri che forse sono ancora vicini al mondo primigenio. E’ a uno di questi esseri, lo squalo della Groenlandia, che Morten Strøksnes e il suo amico pittore vogliono dare la caccia. Con una lunghezza che può raggiungere i sette metri e il peso di una tonnellata, lo squalo della Groenlandia è l’animale vertebrato dalla vita più lunga: 400 anni. Non ci resta che imbarcarci con loro sul gommone e seguirli in questa avventura.

      Si sa che i pescatori devono essere pazienti, ma in questo caso è necessario pazientare anche per aspettare le condizioni atmosferiche giuste prima di salpare per la caccia allo squalo- non ci deve essere vento nelle acque del Vestfjord, al largo delle isole Lofoten e Vesterålen. Morten Strøksnes vive a Oslo e aspetta la telefonata dell’amico Hugo per prendere il primo aereo e raggiungerlo sull’isola di Skrova dove si erge il famoso faro rosso a strisce bianche. E non pensate che lo squalo si faccia catturare facilmente. Ci sarà più di una partenza, più di una caccia. Che importa? perché Morten Strøksnes è un flâneur del mare- intesse la sua storia con la descrizione realistica della spedizione con Hugo in mare aperto da cui poi divaga, raccontandoci altro. E che altro!

    Apprendiamo più o meno tutto sullo squalo della Groenlandia, poi, ecco che affiora un capodoglio e allora impariamo altro su di lui- realtà scientifiche si mescolano a leggende e a quanto ne hanno raccontato grandi scrittori: si può parlare di caccia alla balena senza citare Moby Dick e il capitano Achab? Tutti i cacciatori di grandi animali marini hanno in sé qualcosa di Achab, se non il suo desiderio di vendetta. E tutti gli avventurieri del mare hanno qualcosa del capitano Nemo, curioso e assetato di conoscenza. Quale incontro marino ha dato origine alle storie sui selkies, gli uomini foca, o al Draug, lo spettro marino premonitore di morte con la testa che è un grappolo di alghe, o al Kraken, la mitica piovra gigantesca? Navigando tra isole o lungo la costa settentrionale (lunga è questa terra/ e quasi tutto è nord, dice una poesia) risaltano i colori delle case e il nostro scrittore/guida ci racconta dei problemi che la modernizzazione ha portato ai villaggi che vivevano della pesca e poi di quanto sia pericoloso il mestiere della pesca. Una vecchia canzone di Skrova dice, “il mare può dare, ma il mare anche prende, e in tomba di alghe l’equipaggio è restato”.
     Fa parecchi viaggi, lo scrittore, tutti tentativi di pescare lo squalo che sfugge, ed è sempre ospite di Hugo, il pittore delle luci del Nord. E non è facile vivere a così stretto contatto su un’isola che sembra un paradiso, una fuga lontano dalla vita convulsa, ma può trasformarsi in una prigione che ti fa desiderare compagnia. E allora si litiga per nulla e poi si fa la pace e si aspetta che cali il vento per rimettere in mare la barca.

   Bisogna lasciarsi trascinare dalla corrente, leggendo “Il libro del mare”. Pronti ad immergerci negli abissi e a scoprire una vita insospettata, e a risalire in superficie, a guardarci intorno, ad ammirare le luci e i colori, ad ascoltare piccole storie private di pescatori, ad imparare metodi di pesca, ad assaggiare le lingue di merluzzo, a rileggere con Strøksnes pagine antiche che parlano di mare e fauna marina.
    Chi ama il mare non può non restare affascinato da questo libro. E chi ama la montagna scoprirà altri orizzonti, vorrà forse ascoltare il suono del mare del Nord in una mite notte d’estate, quel suono così speciale da essere indicato con una parola speciale: sjybårdurn.








mercoledì 7 giugno 2017

Stephen Carter, "L' imperatore di Ocean Park" ed. 2002

                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      cento sfumature di giallo
      il libro ritrovato

Stephen Carter, "L' imperatore di Ocean Park"
 Ed. Mondadori, pagg. 776, Euro 19,50

      Il giudice federale Oliver Garland, confidente di due presidenti degli Stati Uniti, candidato alla corte suprema, è morto. Infarto. La figlia Mariah sospetta che sia stato assassinato. O per lo meno, che l' infarto sia stato indotto. Durante il funerale il figlio Talcott viene avvicinato da un amico del padre che gli chiede di fargli avere immediatamente le disposizioni del giudice, appena Talcott le avrà tra le mani. Ma quali disposizioni? Talcott non ne sa niente. Eppure sembra che siano in parecchi a volere quelle disposizioni. Viene trovato il cadavere del sacerdote che ha officiato il funerale - è stato atrocemente torturato prima di essere ucciso. Altre due persone verranno trovate morte, con le dita delle mani mozzate, mentre Talcott stesso viene pedinato, malmenato e infine anche gravemente ferito. Il mistero viene rivelato in un confronto finale mentre infuriano gli elementi, in una tempesta catartica. Oliver Garland non era un giudice qualunque: era Il Giudice, era un gigante, era il più grande artista della giustizia. Poi c' era stato un primo crollo, quando la figlia Abby era morta investita da un pirata della strada. Il Giudice aveva iniziato a bere. Si era ripreso, prima che la sua carriera venisse distrutta interamente in un processo da incubo quando aspirava alla corte suprema. Ma che cosa era successo? Sembrava che avesse cercato la sua rovina. La chiave è in un problema scacchistico che il Giudice ha lasciato da risolvere proprio a Talcott.
Ed è Talcott a raccontare la storia, a scavare nel passato di suo padre indagando anche su se stesso, sul suo rapporto tormentato con la bella e ambiziosa moglie e delineando nello stesso tempo un quadro della fascia privilegiata della "nazione più scura". E' l' élite di colore, quella a cui appartengono i Garland. I neri che abitano nella Gold Coast, in una zona di Washington dove hanno creato una comunità idilliaca nel mezzo della segregazione razziale. Eppure, non importa dove siano riusciti ad arrivare le menti brillanti di questa élite, la vita per loro è sempre una partita a scacchi in cui è il pezzo bianco ad avere la prima mossa e a dare scacco matto al nero. E' questo il problema scacchistico che il Giudice voleva risolvere in un' altra maniera. La risposta è nelle ultime pagine.
Un bel romanzo, scritto da un autore che sa costruire un romanzo. La cornice è quella del thriller, i capitoli terminano spesso - secondo la lezione del grande Dickens - in un momento di suspense, ogni personaggio ha uno spessore accattivante. L' elemento di maggiore interesse è lo sfondo. Se "Radici" di Alex Haley era stata l' epopea nera nella ricerca di un' identità in un passato sulle coste dell' Africa, il libro di Carter traccia una linea che, con una frase del Giudice, separa quel passato da un presente che non prende neppure in considerazione "il povero negro" in una società di colore che afferma con orgoglio la sua capacità di portare avanti il gioco sull' enorme scacchiera degli Stati Uniti.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos





martedì 6 giugno 2017

Rosa Teruzzi, “La fioraia del Giambellino” ed. 2017

                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
         cento sfumature di giallo
         FRESCO DI LETTURA 

Rosa Teruzzi, “La fioraia del Giambellino”
Ed. Sonzogno, pagg. 171, Euro 11,90

     Che piacere incontrare di nuovo Iole, Libera e Vittoria, le donne di tre generazioni che abbiamo conosciuto come protagoniste de “La sposa scomparsa”, primo romanzo di una serie della scrittrice milanese Rosa Teruzzi. Prendo in mano il nuovo libro, “La fioraia del Giambellino”, e so già che mi aspetta una lettura molto gradevole, divertente, un po’ gialla e un po’ rosa, con personaggi simpatici sullo sfondo di una Milano che ha il suo incanto.
    Iole (la nonna stravagante, ex sessantottina che si fa ancora le canne e inneggia al libero amore), la figlia Libera (capelli rossi come quelli di Julianne Moore, suo marito Saverio, un poliziotto, è stato ucciso mentre faceva indagini su una cosca mafiosa, lei ora confeziona originali bouquet da sposa) e Vittoria (venticinque anni, poliziotta sulle orme del padre, un legame d’amore improbabile con un pregiudicato) vivono in quello che era un casello ferroviario sul Naviglio. A quanto pare ci sono sempre due indagini che scorrono parallele nei romanzi di Rosa Teruzzi- una tremendamente seria che tocca da vicino Libera e Vittoria ed è il caso ‘freddo’ insoluto dell’assassinio di Saverio, e l’altra che perde un poco della serietà che ogni mystery ha perché sono Iole e Libera, delle dilettanti, che svolgono un’indagine a cui la polizia non avrebbe prestato la minima attenzione. Il caso ‘minore’ si presenta, come nel libro precedente, sull’onda della notorietà che Libera ha acquisito grazie ad un articolo su un giornale che parla, per una volta, non dei suoi bouquet che portano fortuna ma del successo della sua precedente indagine.

  La ragazza che si presenta al casello ha un’aria triste nonostante l’abito fiorito. Sta per sposarsi e no, non vuole un bouquet ma sapere chi è suo padre: sua madre si è sempre rifiutata di dirglielo. Sua madre è un tipo solitario e senza amicizie, non hanno mai abitato in uno stesso posto a lungo, le ha detto di essere cresciuta in orfanotrofio. Che speranza ha Libera di poterla aiutare? Iole insiste perché accetti (per lei è un gran divertimento, curiosa com’è) e qualcosa in Libera- una certa affinità con la ragazza che vuole sapere la verità, proprio come lei vorrebbe sapere la verità sulla morte del marito- la spinge infine a dire che farà qualche ricerca, senza illudersi, però, sul successo dell’impresa.
    C’è una novità anche per l’indagine più importante, quella che tocca da vicino Libera e Vittoria: non è forse entrata in polizia, Vittoria, per scoprire di più? e adesso, da una tasca di una vecchia camicia di Saverio viene fuori un biglietto con una calligrafia femminile. Poche parole per un appuntamento. Martedì 25, alle sette, nel parcheggio. Un appuntamento con la morte.

   Il finale dell’indagine ‘minore’ non è una gran sorpresa per chi è esperto del genere ed è abituato a fiutare i piccoli indizi disseminati lungo la narrazione, ma chi cerca la sorpresa? Si gode di altro, leggendo il romanzo di Rosa Teruzzi. Di quel mix di leggerezza e profondità che è la sua cifra narrativa, delle battute di quella vecchia ragazza di Iole, impenitente sciupamaschi che spinge la figlia a prendere una decisione fra i due uomini che le girano intorno, dei rossori di Libera, così timida con gli uomini (una reazione alla sfacciataggine della madre che le ha confessato di non poterle dire chi sia suo padre, semplicemente perché non lo sa) e così creativa ad usare il linguaggio dei fiori, della durezza della giovane Vittoria, obbligata a destreggiarsi fra mamma e nonna, delle pennellate di parole che ci dipingono il cielo di Milano dopo la pioggia insolita di agosto, ‘così bello quando è bello, così splendido, così in pace’, e i tramonti che sfumano sulla chiesa di San Cristoforo sul Naviglio.

    Resta in sospeso, a stuzzicare la nostra curiosità, invece, l’indagine sulla morte di Saverio: che ci sia un traditore fra i colleghi della polizia? Aspettiamo il seguito.

la recensione sarà pubblicata sul sito www.stradanove.net
Rosa Teruzzi sarà presente a Tempo di Libri con Barbara Bellomo sabato 10 marzo 2018


lunedì 5 giugno 2017

Michel Bussi, “Ninfee nere” ed. 2016

                                                   Voci da mondi diversi. Francia
        cento sfumature di giallo
        il libro dimenticato

Michel Bussi, “Ninfee nere”
Ed. e/o, trad. Bracci Testasecca, pagg. 394, Euro 13,60

  Giverny. Chi non conosce Giverny? Ci ha vissuto il pittore Claude Monet, ne ha fatto la sua fonte di ispirazione, ha immobilizzato il paese nel tempo perché nulla venisse alterato nel suo sguardo sullo stagno con le ninfee. Negli ultimi trent’anni della sua vita Claude Monet dipinse soltanto ninfee. Sono 250 le tele con le ninfee dipinte da Monet, si dice che fossero anche di più. Un’ossessione dai colori pallidi.
    Michel Bussi ambienta a Giverny il suo intrigo ‘giallo’ che si rivelerà essere la storia di un’altra ossessione. I tredici giorni dello svolgimento finale dell’azione sono nel 2010, ma tutto ha inizio in un passato più lontano, nel 1937 o forse addirittura più indietro ancora nel tempo, quando Monet dipingeva le sue ninfee e i protagonisti non erano ancora venuti al mondo.
Perché Monet è una leggenda vivente a Giverny, i bambini partecipano ogni anno ad un concorso e chi lo vincerà potrà andare a studiare pittura in una qualche famosa scuola all’estero, lontano da questo piccolo paese che finisce per essere soffocante e claustrofobico. E’ così, soffocante e claustrofobico, che lo avverte la bella maestra Stéphanie dagli occhi color malva, una delle protagoniste del romanzo di Bussi che inizia con un andamento favolistico, presentando tre donne che vivono a Giverny- una cattiva, una bugiarda e una egoista. “La prima aveva ottant’anni ed era vedova. O quasi. La seconda ne aveva trentasei e non aveva mai tradito il marito. Per il momento. La terza stava per compierne undici e tutti i ragazzi della scuola erano innamorati di lei.”

    Stéphanie è la seconda, quella che non ha mai tradito il marito e che, però, ci fa pensare a Madame Bovary, con i suoi sguardi ammaliatori e la voglia di andarsene via, di lasciare il marito e salire sulla moto dell’ispettore Laurenç che è chiaramente innamorato di lei. Può un ispettore lasciarsi coinvolgere così personalmente dalla moglie dell’uomo sospettato di aver ucciso un noto oftalmologo che abita a Giverny ed è amante dell’arte? Perché è su questa morte in riva al fiume che Laurenç Serénac sta indagando insieme al suo aiuto Sylvio Benavides, il suo doppio e il suo opposto, felicemente sposato e in attesa di un figlio, pacato, calmo e razionale nell’elaborare le ipotesi sull’identità dell’assassino.
La prima, la donna cattiva che veste sempre di nero e abita nel vecchio mulino, è quella che racconta la storia, è l’occhio che osserva e che sembra una di quelle streghe di altri tempi che sono capaci di predire il futuro. Quando è lei a prendere la parola, sostituendosi alla narrazione dello scrittore onnisciente, ci coglie una certa qual inquietudine, ci sembra di essere avvolti in una rete di mistero.
La terza è una bimba con le trecce al vento che non sa chi sia suo padre e che ha una predisposizione straordinaria per la pittura: è lei che potrebbe vincere il premio e andare a studiare lontano, dimenticando che sarebbe un atto di egoismo. Tutti i geni sono egoisti, pensano solo a se stessi e alla loro arte- Monet insegna.

    Leggiamo “Ninfee nere” e non ci rendiamo conto del sortilegio che Michel Bussi sta gettando su di noi con una storia che si sposta tra un passato in cui, nel 1937, un ragazzino è morto in un modo quasi analogo a quello su cui Laurenç Sérénac sta indagando adesso, e il presente del 2010 quando sembra che qualcuno voglia accumulare prove contro il marito della affascinante maestra Stéphanie, con un cane che passa gioioso da un filone all’altro, sempre uguale. La rete dell’incantesimo tessuta da Bussi ricopre l’intero paese, la sua magia riporta in vita Claude Monet, le sue abitudini e le sue ninfee, forse Giverny è il luogo adatto per le ossessioni, possono esserne i fiori fluttuanti l’oggetto, oppure una donna. E allora il romanzo di Michel Bussi non è più soltanto un mystery o la storia di un’indagine, ma anche una distorta storia d’amore.




domenica 4 giugno 2017

Ngṹgῐ wa Thiong’o, “Un chicco di grano” ed. 2017

                                                        Voci da mondi diversi. Africa
       la Storia nel romanzo
       FRESCO DI LETTURA

Ngṹgῐ wa Thiong’o, “Un chicco di grano”
Ed. Jaca Book, trad. Marco Grampa, pagg. 312, Euro 18,00


     La data della prima pubblicazione di “Un chicco di grano” dello scrittore kenyota Ngṹgῐ wa Thiong’o è il 1967. Allora lo scrittore si faceva chiamare James Ngṹgῐ e aveva scritto il libro in inglese. Dopo essere stato imprigionato per la sua opposizione nei confronti del governo, ritornò al suo nome e alla sua lingua (quella dell’etnia kikuyu) e scelse l’esilio insegnando in varie università americane. Solo nel 2004 ha rimesso piede in Kenya. La casa editrice JacaBook ha appena ristampato il romanzo di Ngṹgῐ wa Thiong’o che era stato per anni introvabile- un peccato, perché è un libro molto bello e molto importante.
    L’inizio non è facile, non lo è spesso, nei grandi libri. In quello di Ngṹgῐ wa Thiong’o la prima difficoltà è quella di orientarsi tra i vari personaggi: siamo sconcertati dai tanti nomi, in più non abbiamo i mezzi per capire se Mugo sia un uomo (lo è) e se Mumbi sia una donna (lo è), confondiamo Kihika con Karanja, sospiriamo di sollievo quando appaiono nomi inglesi come Thompson o Robson, ci vuole un po’ prima che mettiamo a fuoco il tempo in cui si svolge l’azione. “Un chicco di grano” copre un decennio di storia del Kenya vista da un villaggio e il tempo si sposta tra il passato del periodo dell’Emergenza (1953, con il movimento dei ribelli Mau Mau) e il presente del 1963- mancano quattro giorni all’Uhuru, l’Indipendenza dall’Inghilterra, e tutti e tutto, nel passato e nel presente, convergono verso quel 12 dicembre 1963 quando Jomo Kenyatta diventò il primo presidente del paese, dopo aver conosciuto la prigione, accusato di comandare le fila dei guerriglieri Mau Mau.

    Ci sono eroi, grandi e piccoli, veri e falsi, ci sono persone comuni che non hanno la stoffa per fare grandi scelte coraggiose, ci sono donne che non hanno neppure la possibilità di scegliere, ci sono gli inglesi arroganti e sprezzanti, odiati da tutti, nel romanzo di Ngṹgῐ wa Thiong’o. La colonizzazione del Kenya è un capitolo di storia che non fa onore agli inglesi. Per Kihika (l’eroe ucciso nei giorni dell’Emergenza) la politica è vita. “E’ un uomo chi lascia che un altro gli porti via la terra e la libertà? Lo schiavo ha una vita?”, chiede Kihika. Perché questo è quello che fecero gli inglesi dai primi del ‘900. Si presero le terre dei kikuyu utilizzando i neri per coltivarle, usando maniere brutali per sfruttare questa manodopera a costo zero. I personaggi parlano spesso di un ‘giuramento’ e delle maniere forti usate dagli inglesi per far confessare che avevano prestato il giuramento e avere i nomi di chi altro lo avesse fatto.
Il movimento dei Mau Mau, sorto nel 1951, era una specie di società segreta di tipo militare con lo scopo di contrastare il colonialismo e i membri giuravano di ‘combattere per le terre che sono state prese dall’uomo bianco’. Anche Gikonyo aveva prestato il giuramento ed era passato attraverso sette campi di concentramento per sei lungi anni di prigionia. Era sopravvissuto pensando al ritorno da sua moglie al villaggio. E però l’aveva trovata con un bambino legato sulle spalle- chiaramente non era figlio suo. Le storie si intrecciano, le vicende private indissolubilmente legate a quelle pubbliche, un personaggio che si contrappone ad un altro, c’è un tradimento in amore, un tradimento nella vita pubblica, un tradimento della lealtà dovuta ad un paese - il rivale in amore di Gikonyo è un uomo che ha deciso di collaborare con gli inglesi per salvarsi, e Mugo, l’uomo che tutto il villaggio esalta come un eroe perché è intervenuto in difesa di una donna mentre questa veniva frustata, è così integro come sembra? Chi è il traditore che ha denunciato il nascondiglio di Kihika ricercato dagli inglesi? E’ l’uomo che sarà ucciso durante le celebrazioni dell’Uhuru?

    Se il lettore ha fatto fatica sforzandosi di capire, se ha dovuto interrompere la lettura per cercare in internet qualche illuminazione sulla storia del Kenya (evviva internet, evviva la curiosità), la ricompensa è, però, grande, alla fine. Perché sentiamo che dovevamo sapere e adesso ci sembra di non sapere abbastanza e vorremmo sapere di più.