martedì 7 ottobre 2025

Nini Wiedemann, "Al di là delle frontiere" ed.2004

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

                                                         seconda guerra mondiale

             love story

INTERVISTA A Nini Wiedemann, autrice di “Al di là delle frontiere”

Ed. Tropea, pagg. 217, Euro 15,00

 

Ha due sottotitoli, il romanzo “Al di là delle frontiere” di Nini Wiedemann di cui abbiamo visto di recente l’adattamento cinematografico in televisione con l’interpretazione di Sabrina Ferilli: “Una storia d’amore e di guerra” e “Una storia vera”. E così questa storia, che avrebbe gli elementi per essere un romantico feuilleton, acquista tutto un altro significato e un altro valore, come storia d’amore che supera le barriere, quelle geografiche di due paesi, Italia e Germania, prima alleati e poi nemici, quelle delle incomprensioni degli altri, quelle delle difficoltà oggettive e logistiche. Per concludersi bene- e se non fosse “una storia vera”, come dimostra anche il cognome tedesco della scrittrice, non potremmo perdonare un finale così rosa da sembrare impossibile. Il nome da ragazza di Nini Wiedemann è Angela Ghiglino e abitava con la famiglia a Pietra Ligure quando incontrò il capitano Hans Wiedemann, del comando tedesco di Albenga. Era già il quarto anno di guerra, dopo l’8 settembre gli uomini di casa si erano rifugiati sulle montagne e ad Angela, sospettata di aiutarli, era arrivato un mandato d’arresto da parte del federale di Savona. Si era salvata accettando il lavoro che degli amici le avevano procurato, come interprete del capitano Wiedemann.


La cosa più difficile, per Angela, è dissociare l’immagine del tedesco, che è il nemico, da quella dell’uomo sensibile, gentile e colto che si trova a combattere una guerra di cui ha orrore e vergogna. In un racconto in terza persona che cerca di evitare le trappole dell’emozione, Nini Wiedemann ricorda le tappe dell’attrazione e poi dell’amore che diventa per entrambi una difesa contro lo scempio della guerra- gli inglesi bombardano Pietra Ligure, Hans Wiedemann riceve l’ordine di recarsi a Montecassino e Angela lo segue. Lo seguirà anche nella ritirata lungo la penisola, difesa con rozza tenerezza dall’attendente siberiano di Hans, su fino al Veneto, dove i tedeschi minano la laguna per fermare l’avanzata degli alleati. E sarà qui che il ruolo di Angela acquisterà un’importanza nazionale, ma Hans non è il debole che agisce per amore di una donna. Hans è l’uomo che ha il coraggio di riconoscere il valore della disobbedienza a cui niente nella sua formazione lo ha preparato, che c’è la libertà di disobbedire a un ordine assurdo e folle.  Firmerà la resa, dando l’ordine di liberare i campi minati e consegnandosi prigioniero insieme a i suoi uomini. Stilos ha incontrato la signora Wiedemann a Pietra Ligure, dove vive di nuovo da una quindicina di anni, per parlare con lei della sua straordinaria storia d’amore durante la guerra.

 Sono passati 60 anni dai fatti che Lei racconta, come mai viene pubblicato solo ora il libro sulla sua storia?

    Perché sono stata in Germania per quarant’anni, avevo iniziato a scrivere il libro in tedesco, poi ho capito che non andava bene: parlo il tedesco, ma non ho mai studiato la grammatica e ho deciso che il libro doveva essere scritto in italiano. L’idea di scrivere il libro mi era venuta perché volevo lasciare a mio figlio un ricordo, volevo che sapesse che cosa suo padre ed io avevamo fatto. Mio marito Hans Wiedemann è morto in un incidente d’auto nel 1964 e io sono tornata a vivere in Italia alla fine degli anni ‘80. Ho scritto il libro e lo feci pubblicare in poche copie, per mio figlio e degli amici, dalla Loggia dei Lanzi di Firenze. E’ stato il conte Vianelli, di cui parlo nel libro e con cui sono rimasta in contatto, che ne ha parlato con un giornalista del Gazzettino di Venezia e da lì si è messo in moto tutto quanto: sono stata contattata da un giornalista di Roma, sono stata intervistata in televisione per la ricorrenza del 25 aprile del 1998, e poi c’è stato il film e ora l’edizione del libro pubblicato da Tropea.

 Lei ha dei ricordi molto precisi di quegli anni: ha fatto delle ricerche per controllare le date e gli avvenimenti degli anni di guerra?

     Sì, i fatti li conoscevo, però ho fatto ricerche sui libri di storia, sono stata aiutata da un professore di storia di Ceriale e anche il generale La Penta di Torino mi ha fornito informazioni e date sulla guerra. Ho anche telefonato al sindaco di Cavarzere, dove mio marito aveva firmato la resa, per avere la copia di quel documento, e sono stata invitata a Chioggia dove ero già stata ospite del vescovo per un mese dopo la liberazione, quando mio marito è partito per la prigionia e per me era troppo pericoloso ritornare in Liguria senza una scorta.

 Perché ha scelto di raccontare la sua storia in terza persona?

    Perché mi pareva di autoglorificarmi, se avessi scritto in prima persona. Non volevo adularmi. Parlavo di fatti che forse mi facevano onore e per modestia preferivo parlare in terza persona: non è nella mia natura mettermi in mostra e io sono rimasta quella di sempre.


 Non si parla mai della Liguria degli anni di guerra, soprattutto della Liguria di Ponente. Eppure so che sono stati tempi durissimi, che non c’era niente da mangiare.

      E’ vero che sono stati tempi durissimi e che non c’era niente da mangiare. Noi eravamo una famiglia di gioiellieri e avevamo la possibilità di portare dell’oro ai contadini in cambio di qualcosa da mangiare, ma c’era proprio poco. Si faceva la fame, neanche con i buoni si riusciva ad avere qualcosa. E bisognava cercare di far arrivare del cibo anche ai partigiani sulle montagne, mio fratello, mio cugino, dei nostri amici erano con i partigiani. E abbiamo anche subito dei bombardamenti: Pietra Ligure è stata distrutta dal bombardamento di cui parlo nel libro. Infatti le riprese del film sono state girate in Romagna, perché qui c’è troppo cemento, tutto è stato ricostruito.


 Che cosa è stato più difficile per lei? La lotta interna per accettare questo amore o farlo accettare agli altri?

    Entrambe le cose hanno suscitato contrasti fortissimi in me. Per tradizione il tedesco era il nemico. Quando ero bambina, mia nonna mi diceva: “ se non stai buona chiamo i prussiani.” Non amavo i tedeschi. Poi, nel viaggio in treno da Roma verso casa dopo l’8 di settembre, ho visto sparare a un ragazzo, ho assistito alla violenza dei tedeschi. Ho combattuto questo amore, e anche mia madre mi diceva, “è impossibile, non puoi amare un tedesco”. Io provavo rancore nei suoi confronti, neppure io sarei voluta andare a lavorare come interprete al comando tedesco, ma l’alternativa era finire nelle prigioni politiche di Savona. Eppure mi sono innamorata. Perché Hans era un uomo magnanimo, generoso, neutrale, non aveva niente contro il popolo italiano. Quando l’ho conosciuto bene, mi sono resa conto che era un uomo meraviglioso, con dei valori che non credevo i tedeschi potessero avere. Quello che all’inizio era un sentimento di attrazione si è trasformato in un grande amore. Però c’erano gli altri: non venivo accettata, vedevo il disgusto, l’ira negli occhi degli altri. Quando le case venivano requisite e io entravo sorridendo e cercando un contatto con loro, loro giravano la testa dall’altra parte. Ne ho sofferto molto e ho cercato in tutti i modi di aiutarli perché capissero che non li avevo mai traditi. Non potevo sopportare questo disprezzo, io non avevo mai tradito. Sì, mi ero salvata e mi ero innamorata, ma non avevo mai tradito la mia gente.

 L’hanno capita nella sua famiglia?

      Mia madre non voleva neppure che facessi l’interprete. “Allora vado in prigione”, le ho detto. Ma quando sono venuti i fascisti per arrestarmi, è stata lei stessa a mostrare il documento in cui risultava che lavoravo per il comando tedesco. Da allora piano piano ha capito. Io ho nascosto a mia madre il mio amore per Hans, ma lei se n’è accorta. Era mia madre e sapeva leggere le mie espressioni- mi ha detto, “ti sei innamorata”, e io ho risposto, “sì”, non potevo mentire. Ha pianto  e mi ha detto, “capisco il tuo amore, ma per noi è inaccettabile. Lo capisco e sei mia figlia.” Anche per lei è stata una tremenda lotta interiore. Temevo che mia sorella e mio fratello non mi avrebbero più voluto vedere, e per un po’ è stato così. Mia sorella era incinta e io ho detto a Hans che volevo esserle d’aiuto e portarle da mangiare: Hans ha organizzato tutto lui, anche se per lui era rischiosissimo. Ha fatto riempire un camioncino, guidava il suo attendente russo, abbiamo detto che andavamo a procurarci frutta e verdura dai contadini nell’entroterra e poi abbiamo lasciato dai contadini i viveri per i partigiani.


 Ci saranno stati molti momenti in cui ha avuto paura, quali sono stati i peggiori?

     Ho sempre avuto paura, ma volevo stare con Hans: se moriva lui al fronte, morivo anch’io. Il momento peggiore è stato quando gli inglesi hanno attaccato durante la pausa, vicino alla casamatta- io ero fuori che mangiavo una mela acerba, avevo fame. Vicino a me c’era il tenente Schmidt che è stato sventrato. Io sono stata ferita da una scheggia ma ero ricoperta dalle budella del tenente e sono svenuta, più che per il male, per la paura e per lo shock di quel momento.

 Ho trovato molto bello il personaggio del russo Ivan che le faceva da scorta.

    Era un uomo speciale, un burbero buono. Era un siberiano mastodontico, sembrava un orso che ringhiava, ma aveva un cuore d’oro, aveva la dolcezza negli occhi. Anche quando gridava e io gli dicevo, “ma perché fa così, Ivan?”, i suoi occhi ridevano. Gli alleati non hanno rispettato gli accordi presi con mio marito, e i russi del suo battaglione, compreso Ivan, sono stati consegnati a Stalin- saranno morti tutti.


 E dopo? So che è un’altra storia, ma che cosa è successo dopo?

     Si intitola proprio così il libro che sto finendo in questi giorni: “E dopo…e dopo”. Dirò solo che dopo continua la mia ricerca di Hans che è stato mandato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, è stato liberato quasi subito ed è andato a Francoforte, ma non poteva muoversi di lì. Ci siamo rincontrati nel 1946.


L'intervista e la recensione sono state fatte nel 2004 e sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos".

Le fotografie sono tratte dal film

 

                                                                                              

lunedì 6 ottobre 2025

Veronica Santoro, “L’interprete” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

       seconda guerra mondiale

Veronica Santoro, “L’interprete”

Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 464, Euro 18,05

 

    Verona 1943.

È sempre stato un crocevia, Verona. Tanto più nel 1943, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre, la situazione si era ribaltata in Italia, i vecchi alleati erano diventati i nuovi nemici, decisi a combattere fino allo stremo quei voltafaccia degli italiani, a smettere di tergiversare e portare a termine la soluzione finale degli ebrei anche in Italia dove finora avevano goduto di una certa protezione.

   Nel primo capitolo del romanzo di Veronica Santoro veniamo introdotti ai personaggi principali che, in certo qual modo, rappresenteranno le diverse posizioni di fronte al conflitto- il generale Hauer, l’SS-Haupsturmführer Thomas von Peters, il preside di liceo Enrico Zorzi e sua figlia Delia.

    Von Peters è un bel giovane, ma alcuni dettagli del suo comportamento, il suo pallore, il suo stringere i pugni, il silenzio che segue la sua dichiarazione di aver servito nelle Einsatzgruppen a Cracovia, ci fanno pensare che abbia un tormento interiore, che non provi alcun orgoglio per l’efficienza distruttrice che dovrebbe tornare utile al generale a Verona.


   Enrico Zorzi è venuto a presentarsi per offrire la collaborazione sua e della figlia- parlano entrambi un ottimo tedesco, possono fare da interpreti, Delia può essere assunta come segretaria. Zorzi si vanta di essere stato un fascista della prima ora e c’è qualcosa di odiosamente servile nel proporsi come aiuto agli occupanti. Peggio, perché non offre solo la sua di collaborazione, ma anche quella della figlia, una ragazza molto bella completamente soggiogata dal padre. Naturalmente Enrico Zorzi non fa parola del figlio che invece si è unito ai partigiani- Carlo, appena diciassettenne, ha il coraggio di fare quello che il padre, per opposti ideali, e la sorella, per vigliaccheria, non faranno, e possiamo indovinare fin da adesso quella che sarà la sua fine.


     Sembra così lontana nel tempo, adesso, quella guerra che volevamo credere avrebbe messo fine a tutte le guerre (ma non crediamo sempre così, dopo ogni guerra?) e il libro di Veronica Santoro ce la riporta nel presente- tra il 1944 e il 1945 Verona fu pesantemente bombardata con un totale di circa 10.000 tonnellate di bombe sganciate da americani e inglesi, suona spesso la sirena di allarme nel romanzo, la gente ha paura, paura di tutto, delle bombe, del rimbombo minaccioso degli stivali tedeschi, degli arresti e delle torture di cui si sparge la voce, della possibilità che gli venga confiscata la casa (il fatto che Delia e il padre continuino ad abitare nella loro villa rivela il privilegio concesso ai collaborazionisti), paura delle delazioni e dei rastrellamenti (gli ebrei sono scomparsi, anche la famiglia che abitava vicino agli Zorzi, anche la ragazza che era amica di Delia), la paura arriva anche nell’ospedale psichiatrico dove, inaspettatamente, è ricoverato qualcuno che von Peters si impegnerà a salvare (sappiamo che fine abbiano fatto gli ammalati di mente con l’Aktion T4 nella Germania nazista), paura per chi ha un figlio, un fratello, un marito o un amante tra i partigiani.


   Insieme a storie di tradimenti, di squallide denunce, di spionaggio, di internamenti (non dimentichiamoci del campo di transito di Fossoli), c’è anche una storia d’amore, forse prevedibile ma non per questo meno possibile. Un amore difficile che, però, può ‘salvare’ sia lui che lei- lui perché ha l’opportunità di riscattare il suo passato, anche se in minima parte, lei perché può compensare la sua mancanza di coraggio, la sua incapacità di prendere una posizione. E poi, come accade nei romanzi ambientati in tempi di guerra, l’amore offre uno spiraglio di speranza, è la controparte dell’odio e della morte.

    Il romanzo- ce lo dice la stessa scrittrice nella postfazione- è ispirato ad una storia vera di cui è venuta a conoscenza e mi ha fatto ripensare a quella, simile, di Nini Wiedemann, la ragazza ligure che si innamorò del capitano a cui faceva da interprete. Raggi di luce nel buio della guerra.



   

 

mercoledì 1 ottobre 2025

Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi” ed. 2025

                                               Voci da mondi diversi. Giappone



Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi”

Ed. Mondadori, trad. G. Giordano, pagg. 203, Euro 20,00

   Ha qualcosa di magico, la parola giapponese ‘kintsugi’. E il kintsugi, anzi, l’arte del kintsugi, è magica. È l’antica tecnica con cui si riparano gli oggetti rotti saldandone i pezzi con una lacca speciale che poi viene ricoperta di polvere d’oro o d’argento. È una esaltazione dell’imperfezione, la si sottolinea senza nascondere nulla, abbellendola, dando all’oggetto nuova vita che si ricollega, però a quella passata.

   E allora non può che essere magico il romanzo di Sanae Hoshio che ha più di un livello di lettura.

   Il primo livello è il più facile- è la storia di tre donne della stessa famiglia, nonna, madre e figlia. Sono tre donne sole, la nonna perché è rimasta vedova (c’era stato un periodo in cui aveva molto sofferto, quando si era accorta che il marito la tradiva), la madre perché ha divorziato (per lei il lavoro era importante ma era troppo difficile conciliarlo con una famiglia senza la collaborazione del marito) e la figlia perché ha solo 16 anni e si trova davanti alla difficile scelta di una facoltà. Le storie private di queste tre donne potrebbero essere banali anche se il nostro interesse è risvegliato dalla condizione femminile rispecchiata dalle tre donne in tre epoche diverse- la nonna non ha potuto dedicarsi alla laccatura, come facevano gli uomini della sua famiglia, semplicemente perché apparteneva al sesso femminile, sua figlia non ha avuto dal padre il permesso di continuare a studiare perché, secondo lui, le donne che studiano non trovano marito, solo la giovane Mao respira il soffio della libertà ed è fortunata perché un ventaglio di possibilità si apre davanti a lei, scopre che c’è perfino una facoltà dell’artigianato.


    C’è però il secondo livello di lettura che è, forse, più lento ma affascinante perché ci introduce nel mondo dei laccatori facendoci apprezzare la pazienza, la serenità di quel lavoro manuale che non tiene conto del tempo e che, insieme, assicura una eternità di tempo agli oggetti che vengono riparati. L’arte del kintsugi va contro tutte le regole del mondo moderno, contro la perfezione ad ogni costo, contro l’automatismo, contro le mode fuggevoli. Sono tante le cose che non conoscevamo, dagli alberi della lacca e il modo di estrarre la lacca dalla corteccia alla maniera di riassemblare i cocci di vasi e scodelle, alla scelta del colore che meglio si addice alla riparazione, quello che aggiungerà qualcosa alla bellezza dell’oggetto.


    E c’è infine un terzo livello di lettura, quello che aggiunge un altro significato al kintsugi- anche noi essere umani abbiamo molto spesso bisogno di essere riparati, anche i nostri sentimenti o i nostri rapporti di amicizia o sentimentali. Tutti noi possiamo uscire da una crisi che ci ha infranto nel corpo o nell’animo, non uguali a prima, rappezzati ma migliori.


Dare lunga vita ad un oggetto è come dare lunga vita a un sentimento- il fermaglio di lacca che è stato regalato alla nonna da un giovane amico e che lei ha sempre conservato ne è il simbolo. La nonna ha avuto la sua vita, il fermaglio di lacca rosso è rimasto nascosto in un cassetto ma, in qualche modo, le ha dato la forza di andare avanti. È il passato che vive nel presente.

    “La casa del kintsugi” è un libro che consiglio a tutti quelli che amano il Giappone, o che sono interessati al Paese del Sol Levante e vogliono capirlo meglio.

purtroppo non ho trovato su internet una fotografia della scrittrice

    

sabato 27 settembre 2025

V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Sri Lanka

                                               guerra civile in Sri Lanka  



V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti”

Ed. Neri Pozza, trad. Luig M. Sponzilli, pagg. 384, Euro 19,00

 

     Jaffna. Sri Lanka. 1981.

Ho conosciuto il mio primo terrorista quando stavo decidendo di diventarlo anch’io.

   È questa la frase di apertura di questo romanzo tragico e bellissimo, storia di una famiglia, storia di una guerra civile che durò 25 anni, Storia di un intero paese.

   L’io narrante è Sashi, sedici anni da compiere, quattro fratelli di cui tre più grandi, un’ammirazione sconfinata per il fratello maggiore che studia medicina (come già il nonno), un inizio di amore per K., l’amico dei fratelli che, proprio all’inizio, interviene prontamente per lenire il dolore di una scottatura che Sashi si è procurata versandosi addosso accidentalmente dell’acqua bollente, il sogno che sta per realizzarsi di studiare anche lei medicina, come il fratello, come K.

   Sono pagine spensierate, le prime del romanzo. Parlano di amicizie, di libri letti e condivisi, di studi in biblioteca, di amore fraterno, di un padre che è spesso lontano da casa per lavoro, di una madre che prepara i piatti preferiti dei figli, di successo e insuccesso negli esami, di sogni per il futuro.


Poi…il ‘luglio nero’ del 1983 segna l’inizio della guerra civile tra singalesi e tamil, una guerra che non risparmierà nessuno, che spezzerà le famiglie, che causerà lutti e dolore. Il fratello maggiore di Sashi è il primo a morire, il suo corpo non verrà mai restituito. Altri due fratelli si uniranno alle Tigri in una spirale di violenza da ambo le parti, il fratello minore è contrario al movimento, anche perché si macchia di crimini tanto quanto i soldati del governo di Colombo. E Sashi, che ha iniziato gli studi di medicina con due insegnanti carismatici, non sa resistere alla richiesta di K. di prestare aiuto nell’ospedale da campo delle Tigri, curando ‘terroristi’ (quanto è inadeguata questa parola- terroristi o ribelli o partigiani?) e civili. La situazione sembra peggiorare ancora quando intervengono le forze ‘di pace’ indiane.


    L’apice di questa storia di persone e di un paese viene raggiunto quando K. si offre (o viene scelto?) per uno sciopero della fame e chiede a Sashi di assisterlo. Vedere chi si ama morire lentamente senza poter intervenire, perché questi così ha chiesto, è straziante. A che è servito poi? Forse solo ad incoraggiare Sashi a scrivere, insieme alla dottoressa che è diventata sua amica, dei rapporti che documentano quanto è accaduto e sta accadendo, perché il mondo sappia la verità, scomoda per tutti, soprattutto per le Tigri. E allora la vita stessa di Sashi è in pericolo. Dopo che due figli sono già morti per la causa, dopo che un terzo ha abbracciato ideali estremi ed è come perso per la famiglia, sua madre non può perderne altri- accetteranno Sashi e il fratello minore di fuggire all’estero mettendosi in salvo?


   La narrativa di “Miei fratelli perduti” ha un tono diretto, realista, e il romanzo è una perfetta combinazione di Storia vera e finzione. E’ un libro duro, dolorosamente terribile, impossibile interromperne la lettura se non per lasciar sedimentare i sentimenti che ha causato in noi lettori. Indimenticabile.

    “Miei fratelli perduti” (Brotherless Night) ha vinto il Premio per la Narrativa Femminile del 2024 (Women’s Prize for Fiction).



mercoledì 24 settembre 2025

Cristian Perfumo, “I delitti del ghiacciaio” ed. 2025

                                                        Voci da mondi diversi. Argentina

cento sfumature di giallo

Cristian Perfumo, “I delitti del ghiacciaio”

Trad. Silvia Rogai, pagg. 435, Euro 17,99 (edizione kindle 3,99)

 

     Patagonia, estremo sud dell’America Latina. Una delle escursioni preferite dai turisti è andare, a bordo di un catamarano, in vista del ghiacciaio Viedma. Uno spettacolo grandioso, mozzafiato. Una parete alta 50 metri, una massa di ghiaccio abbagliante che si estende per 70 km.

I movimenti di un ghiacciaio sono imprevedibili e, durante una di queste escursioni, dopo che un lastrone di ghiaccio è caduto in mare, appare una macchia scura nel biancore accecante. Un corpo umano, imprigionato in una gelida tomba.

Si vedrà poi che i cadaveri sono due, che uno dei due è morto con un proiettile nel ventre e l’altro per un trauma cranico. La loro morte risale a trent’anni prima- chi erano?


    Cambio di scena. Barcellona. Il giovane Juliàn riceve un’eredità inattesa. Il fratello di suo padre, che lui non ha mai conosciuto, gli ha lasciato un terreno a Le Chaltén, in Patagonia. Suo padre non vuole parlare di questo fratello con cui ha litigato e troncato ogni rapporto. E Juliàn parte per la Patagonia e…sorpresa: non ha ereditato solo del terreno che ha acquistato valore negli anni, ma anche un albergo costruito su quel terreno, chiuso da trent’anni. Non è finita. Con l’albergo ha ereditato anche il cadavere quasi mummificato di un uomo sdraiato su un letto in una delle stanze. Anche questo sconosciuto è stato assassinato, anche lui, come gli altri due prigionieri del ghiaccio, porta un anello a forma di testa di lupo con l’incisione, all’interno, della frase “Lupus occidere vivendo debet”.


     Il romanzo dello scrittore argentino Cristian Perfumo, il primo che ha per protagonista la criminalista Laura Badía, è un thriller incalzante che lascia con il fiato in sospeso, che, con il suo duplice filone, ci trasporta dall’ Argentina alla Spagna, mentre la trama si sdoppia tra presente e passato, rivelando segreti che smentiscono le nostre supposizioni, che ci sorprendono. La trama è, nello stesso tempo, semplice e complessa. La semplicità è nella banalità di un male sempre attuale, la complessità è nelle conseguenze che il male scatena, coinvolgendo più persone oltre a chi è stato direttamente la vittima.

monte Fitz Roy

    E poi lo stile di Cristian Perfumo è estremamente piacevole- i dialoghi sono ricchi di humour, i personaggi sono vividi, infine i paesaggi, be’, i paesaggi sono di una bellezza spettacolare. Per nostra fortuna Google ci offre le immagini che non possiamo fare a meno di cercare e che corrispondono a quelle che le descrizioni dell’autore ci hanno fatto balenare.

    Un ottimo thriller.



 

martedì 23 settembre 2025

Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni” ed. 2025

                                                             Voci da mondi diversi. Nigeria



Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni”

Ed. Einaudi, trad. Giulia Boringhieri, pagg. 495, Euro 22,00

 

Nigeria.                   

Chiamaka, Zikora, Omelogor, Kadiatou.

Quattro donne. Quattro figure femminili esplorano il loro essere donna in una realtà che, tuttavia, ruota ancora intorno all’uomo, lo vogliano o no.

    Il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie non è un romanzo, se per romanzo intendiamo una narrativa che segue le vicende dei personaggi dall’inizio alla fine. Non c’è una sola storia e neppure una protagonista principale, perché non lo è neppure Chiamaka che ha due sezioni a lei dedicate, in apertura e in chiusura.

Ognuna delle donne è la protagonista di una parte a lei intitolata, ma tre di loro sono amiche, anzi Omelogor è cugina di Chiamaka, e tutte appaiono, più o meno marginalmente, in ogni parte.

Sono tutte e tre ricche e colte, non più giovanissime, sono donne in carriera. Solo Kadiatou non appartiene al loro mondo. È cresciuta in un villaggio ed è emigrata in America con la speranza di offrire una vita migliore alla figlia, ha fatto vari lavori, parrucchiera specializzata a fare le treccine, donna delle pulizie in un albergo, domestica e cuoca in casa di Chiamaka.


   Chiamaka, la prima delle tre amiche che conosciamo, è bellissima, viziata dal padre, viaggiatrice che scrive reportage vivaci e leggeri dei luoghi che visita, di una intelligenza curiosa. È lei, scrittrice di viaggi, che ci conduce nel viaggio della vita, sua e delle altre quattro, e lo conclude alla fine. È a lei che dobbiamo il titolo “L’inventario dei sogni” perché, chiusa in casa durante il lock-down dovuto alla pandemia del Covid, ricorda gli uomini di cui è stata innamorata, facendo quasi un inventario- di uomini e di sogni, di quello che aveva sperato, del futuro immaginato. Delle sue speranze. Ricorda gli incontri, l’innamoramento, l’entusiasmo, le delusioni. Uomini diversi, dal diverso colore della pelle, conosciuti in paesi diversi. Tutte storie finite, anche quella che sembrava essere con l’uomo giusto, anche quando era arrivata alla vigilia delle nozze.

   Il matrimonio e i figli- queste rimangono le questioni aperte di queste donne che sembrano vivere al limite tra modernità e tradizione. Sono donne spregiudicate e moderne che sentono però il peso della cultura in cui sono cresciute, che non cessa di ricordare loro che l’orologio biologico ticchetta inesorabilmente, che forse- come una zia suggerisce a Omelogor- sarebbe bene pensare almeno ad adottare un bambino, perché- che senso ha la vita altrimenti?


   Omelogor, un master in pornografia, un blog di consigli per gli uomini, ha trovato come dare un senso alla sua vita, al di fuori del matrimonio. Come maga della finanza nigeriana ha accesso a molto denaro e decide di seguire l’esempio di Robin Hood. Lei, però, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ruba ai ricchi per aiutare le donne a diventare piccole imprenditrici.

   Solo Zikora diventa madre, quando non ci sperava più. Nella vergogna che prova ad essere una madre single, però, riaffiora il peso di quella cultura che accetta la maternità solo in una coppia sposata.

   La storia di Kadiatou si differenzia dalle altre ed è lei il personaggio che amiamo di più, forse perché la sentiamo indifesa in un mondo di squali. Vittima di aggressione sessuale da parte di una persona molto in vista, un ‘intoccabile’ cliente dell’albergo, Kadiatou è sconvolta, divisa tra la preoccupazione di perdere il lavoro, la vergogna e la volontà di denunciare la violenza subita.

Siamo in America- le dicono tutti- il colpevole sarà punito, ci sono le prove. Eppure, anche se siamo nella terra della libertà, quante calunnie, quanti fraintendimenti voluti, quante distorsioni della verità, per salvare un ‘intoccabile’. Chi è lei che osa accusarlo? Solo una povera negra bugiarda immigrata dalla Guinea.


   Avevo aspettato con ansia di leggere il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie perché avevo amato i suoi romanzi precedenti. Mi ha deluso. Lo sfondo nigeriano delle storie e dei personaggi, che si muovono tra Lagos e gli Stati Uniti, salva delle vicende piuttosto banali, e perfino lo stile brillante della scrittrice non riesce a farci evitare la noia che a tratti proviamo durante la lettura.



domenica 21 settembre 2025

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere” ed. 2025

                                                  Voci da mondi diversi. Francia

      saga

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere”

Ed e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 496, Euro 19,50

 

    Una fattoria nel Morvan, nel Nord della Francia.

    Una famiglia in cui tutti gli uomini hanno il nome di un albero. Perché, che cosa è un albero, quali idee richiama alla nostra mente? Radici profonde, simbolo di vita e della famiglia, con quei rami che protende verso il cielo, nell’ambizione di un futuro migliore.

     C’è un vecchio padre che non si muoverà mai dalla fattoria, mentre il suo primogenito parte per quella che sarà chiamata la Grande Guerra da cui tornerà ferito nel corpo e nell’anima. Era sposato da poco, Anzème, quando era partito, al suo ritorno aveva trovato un figlio e però il fratello minore non c’era più- si era arruolato, gli avevano detto, e di lui non si era più saputo nulla. La madre, però, scompariva ogni giorno nel bosco- che segreto nascondevano gli alberi del bosco? Un segreto che inizia una scia di violenza che farà sì che, alla fine, l’ultimo dei Balaguère, Olivier, scrivendo il libro che dedica al figlio, si domandi se anche la propensione alla violenza si tramandi nel sangue, come fosse una sorta di gene ereditario. Perché la violenza è l’anello che congiunge una generazione all’altra, può essere un atto accidentale, come il colpo di fucile sparato da un bambino che danneggerà non solo il padre ferito al ginocchio ma anche suo figlio Aloe che cresce con il peso di un peccato non suo e disprezzato da suo padre, per di più.


   Se la guerra del nonno era stata quella del ‘14-‘18 e quella di suo padre la seconda guerra mondiale, quella di Aloe è forse ancora peggio perché viene mandato (lui che ci vede poco e che ama studiare e leggere) a combattere in Algeria, in una guerra che non approva, anzi, in una guerra in cui lui simpatizza con il nemico. Non è facile per Aloe riconoscere e accettare che l’amicizia che lo lega al suo insegnante non è solo amicizia come aveva pensato perché la sua casa era diventata per lui un rifugio e i libri che leggevano e commentavano insieme erano un’ancora di salvezza nello squallore della vita alla fattoria. E, tuttavia, Aloe si sposa, per convenienza, per mettere a tacere le male lingue, perché, tutto sommato, torna comodo anche alla sua sposa. Verrà il momento in cui, però, Aloe decide di dare una svolta alla sua vita, lascia la fattoria, fa ‘coming out’ a Parigi e poi riapparirà nella vita del figlio Olivier che racconta tutto questo e altro, altro ancora, al figlio Saule, perché poi tutto termina nella fattoria dove tutto era iniziato.


     In un romanzo che copre la storia di quattro generazioni in quasi un secolo c’è di tutto, le due guerre mondiali e la guerra di Algeria, il muro di Berlino e Chernobyl, le canzoni delle varie epoche e la nuova sconvolgente malattia che pare colpisca solo gli omosessuali, la nuova legge sull’aborto…solo leggendo lo scorrere del tempo in un romanzo ci si rende conto di quanti cambiamenti si siano susseguiti, di quante novità siamo stati spettatori inconsapevoli dell’importanza di quello che stava succedendo.

Il rovescio della medaglia di un romanzo fiume è la mancanza di spessore dei personaggi. Leggiamo quello che fanno, quello che gli capita, quello da cui vengono travolti, ci appassioniamo alle loro vicende, li vediamo resistere a tutte le bufere, ma non afferriamo mai veramente la loro interiorità. E tuttavia questa è una bella saga, un bel libro non impegnativo da leggere in vacanza.