venerdì 19 gennaio 2024

Beatrice Salvioni, “La malnata” ed. 2023

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

          romanzo di formazione

Beatrice Salvioni, “La malnata”

Ed. Einaudi, pagg. 248, Euro 17,50

 

     Le prime pagine del romanzo opera prima di Beatrice Salvioni annunciano la fine- sulle rive del Lambro una ragazzina giace a terra, un ragazzo la schiaccia col suo peso, dall’acqua esce un’altra ragazza, pronta ad aiutare l’amica. Il corpo del giovane si accascia senza vita. Devono nascondere il cadavere. Come si è arrivati a questa violenza?

    Monza. 1936. L’autunno dell’anno precedente Mussolini aveva lanciato la Campagna d’Etiopia (chiamata anche Abissinia da una delle popolazioni)- megalomania, sogni di grandezza, desiderio di proclamare la superiorità della civiltà fascista, possibilità di spingere un’emigrazione verso ‘un posto al sole’, erano questi i moventi dietro la guerra.


La voce narrante di questa storia dell’Italia agli albori del fascismo è Francesca, bambina sulle soglie dell’adolescenza, figlia unica di genitori della media borghesia. Suo padre ha un cappellificio, è un uomo di poche parole, il suo silenzio lascia pensare a opinioni contrarie a quelle correnti, chiude gli occhi davanti alla palese scappatella della moglie, pensa ai guadagni che gli porterà la guerra. La madre è severa e bada alle apparenze- sua figlia deve comportarsi da ‘signorina per bene’. Quanto a lei, scompare da casa per ore intere e, quando ritorna, ha i capelli in disordine. Soltanto la domestica tuttofare manifesta il suo affetto per Francesca, il dettaglio commovente in cui, nella stanza da bagno, spiega a una bambina spaventata come usare per le perdite di sangue le strisce di stoffa che la madre le ha cacciato lì senza una parola, dice tutto sul suo cuore grande.

   E poi c’è la Malnata, la vera protagonista del romanzo, la ragazzina a cui guarda Francesca con ammirazione e invidia. Perché la Malnata non ha niente di quello che ha Francesca (i suoi abiti sono poco più che stracci, la sua famiglia è sulla soglia dell’indigenza) e tuttavia ha quello che Francesca non ha- libertà. Libertà di pensiero, di comportamento, di giochi, di compagnie. Francesca la guarda sempre giocare in riva al Lambro insieme a due ragazzi. Che cosa darebbe per unirsi a loro! E un giorno scende anche lei in riva al fiume. Per Francesca la Malnata ha un nome, si chiama Maddalena. Francesca non crede alle dicerie- che l’angioma che le corre sulla guancia sia il tocco del diavolo, che porti disgrazia a chi le si avvicina, che abbia causato la morte del fratellino e del padre.


    Diventano amiche, la Malnata e Francesca, per quanto le separi un abisso, per quanto impossibile possa sembrare. Francesca mente, Francesca esce di casa di nascosto, Francesca sfida le proibizioni. E apre gli occhi, inizia a vedere le cose in maniera diversa, la guerra non è un divertimento, i ‘signori’ della cui conoscenza sua madre si vanta non sono gente perbene. Francesca impara, che gli uomini fanno promesse che non mantengono, che si prendono quello che vogliono da una ragazza e poi la gettano via come merce avariata, che gli stessi che inneggiano alla guerra si sentono autorizzati ad usare la violenza soprattutto su chi è più debole.

   La fine del romanzo, in giorni come questi in cui l’Italia è scioccata da un ennesimo femminicidio, è importante e salvifica- dalla Malnata Francesca impara ad avere il coraggio della denuncia, di gridare forte, di farsi sentire.

 Con uno stile scorrevole ed accattivante, un romanzo di formazione a tratti ‘scontato’ ma che si legge bene.

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mercoledì 17 gennaio 2024

Ben Pastor, “La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora” ed. 2023

                                                                      cento sfumature di giallo

                                                  seconda guerra mondiale


Ben Pastor, “La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora

Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito, pagg. 403, Euro 16,00

 

     Lo aspettavamo. È tornato Martin, a pochi giorni di distanza dalla festività di san Martino, che sarebbe anche stato il suo compleanno, 110 anni per la precisione, come ci ricorda la sua autobiografia fittizia a fine libro.

“La finestra sui tetti” non ci fa incontrare Martin riprendendo la storia della sua vita a Salò, dove lo abbiamo lasciato nel 1944. Non è un epilogo, purtroppo dovremo restare con il fiato in sospeso per sapere che ne sarà di lui, se riuscirà a sfuggire alla Gestapo, se riuscirà a sopravvivere alla guerra, quali decisioni dovrà prendere. Il titolo del libro appena pubblicato da Sellerio procede con ‘e altri racconti con Martin Bora’. È una raccolta di racconti, dunque, stralci di vita di Martin raggruppati in due gruppi per due tempi diversi. Il primo vede Martin sul fronte orientale, nel secondo Martin si è spostato in Italia. C’è un nodo centrale in ognuno dei due tempi, qualcosa che, in maniera diversa, ha cambiato radicalmente la vita di Martin Bora. Stalingrado nelle storie sul fronte orientale, l’agguato dei partigiani che ha lasciato Martin menomato in quelle sul fronte italiano.


    Gli amici di Martin, noi lettori, sappiamo che c’è sempre un filone ‘giallo’, un’indagine di cui Martin si incarica, in tutti i romanzi. C’è sempre un morto su cui si indaga, uno su migliaia di altri morti intorno a cui non c’è nessuna indagine da fare, uccisi dalla guerra. È come se si volesse mantenere un bagliore di giustizia in un mondo in cui la giustizia pare essere scomparsa.

Le indagini di Bora sono per lo più un filone esile- si tratti dell’omicidio di una strega-prostituta in Ucraina,


di due vecchietti a Praga che scavano una fossa nel buio (pochi giorni dopo ci sarà l’attentato a Heydrich, il boia di Praga, l’organizzatore della Soluzione Finale), del maestro che denuncia il figlio, del delitto passionale nel veronese, del gioielliere ucciso per una spilla ‘nodo d’amore’, dello strano vecchietto che passa le giornate sempre sullo stesso treno- e il nostro interesse non è rivolto alla loro soluzione, piuttosto alle riflessioni di Bora, ai cambiamenti che lui stesso rileva su se stesso e sui suoi ideali.
Heydrich

Martin non è più il ragazzo che è partito baldanzoso per prendere parte alla guerra in Spagna nel 1937. Della Spagna affiora il ricordo costante di Remedios, la donna che gli ha fatto scoprire l’amore, il nome femminile che ricorre più spesso, insieme a quello della moglie Benedikta, Remedios che gli ha insegnato ad amare Benedikta. Aveva ragione il suo patrigno, però, riguardo a Benedikta. Il ricordo da struggente di nostalgia nei primi quattro racconti diventa amaro negli ultimi quattro. Doveva forse aspettarsi quello che sarebbe accaduto tra di loro, dopo che lei lo aveva supplicato di non tornare a Stalingrado, dopo che aveva smesso di scrivergli quando lui aveva perso la mano nell’agguato e non era più ‘integro’. Racconto dopo racconto, è un Martin sempre più disilluso, sempre più triste quello che continua a compiere il suo dovere, ponendosi sempre più domande sul significato di quello che accade, su come si possa restare umani in un mondo disumano, come si possa restare vivi quando si è visto tanta morte. E poi il rovello, il tormento che non gli dà pace, la morte del fratello- ne è lui responsabile, in qualche misura?

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domenica 14 gennaio 2024

Stefano Amato, "L'ultima candela di Krujë"- Intervista 2024

 

     

                                  


Sono stata in Albania, la scorsa primavera. Non per fare un soggiorno al mare ma per un tour che mi ha portato dal Nord al Sud del paese, con una guida preparata, bravissima. Davanti alla finestra della mia stanza, nell’albergo di Tirana, c’era la statua equestre di Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Non sapevo nulla di lui quando sono arrivata, ne ho sentito parlare ogni giorno durante il viaggio e ne ho capito l’importanza per gli albanesi. Era una figura quasi mitica, un eroe. Quando è uscito il libro di Stefano Amato, ho pensato subito che dovevo leggerlo, che era un segnale per approfondire la conoscenza della storia di un paese che mi aveva incantato.

A che cosa è dovuta la forza con cui resiste il mito dell’eroe Scanderbeg? La necessità di un popolo di identificarsi con un eroe? Il ricordo di un pericolo del passato che deve servire come monito per il futuro?

    Dipende dal punto di vista. Ho scritto il romanzo da italo-albanese e non so se sia lo stesso punto di vista degli albanesi di Albania. Anche da noi c’è un forte legame storico con Scanderbeg, è un elemento che ha aiutato i profughi a mantenere la loro identità, un riscontro con le capacità che Scanderbeg ha avuto come principe del principato di Castriota, come diplomatico per i suoi contatti con gli aragonesi e un esempio per i profughi che sono arrivati dall’Albania. E sì, certamente, per gli albanesi è un monito- l’Albania è sempre stata minacciata dalla Turchia e poi dall’Unione Sovietica.


Che cosa l’ha spinto a ‘ripescare’ la figura di questo eroe?

     Più che ‘ripescare’ avevo voglia di cucire la storia dei miei antenati, degli albanesi che sono arrivati in Calabria, a Frascineto dove sono cresciuto.

Frascineto

Da bambino si parlava albanese e nessuno me ne spiegava il motivo, provavo curiosità per la storia della mia famiglia e per i motivi per cui gli italo- albanesi erano legati alla loro identità. Crescendo mi sono appassionato a questa storia e poi sono stato influenzato da Carmine Abate, dal suo libro “Le stagioni di Hora”. Volevo capire come era avvenuto l’esodo albanese in Italia e come si è tramandata la storia di Scanderbeg. Mi ha portato ad immaginare come potesse essere stato per una ragazzina che vive la fuga dall’Albania  e, per raccontarlo, sono partito dal mito di Scanderbeg.

In tutte  le statue e i dipinti che ho visto, Scanderbeg è un uomo imponente. Mi ha incuriosito il suo elmo: perché è sormontato da una testa di capra?

    Penso che si possa spiegare con uno degli aneddoti che si raccontano su Scanderbeg, riportato dallo storico ottocentesco Noli- durante una battaglia a Kruje Scanderbeg, per spaventare i nemici, mandò avanti un gregge di capre con delle torce accese legate sulla testa.


La bandiera dell’Albania, molto scenografica, ha un’aquila con due teste che guardano in direzioni opposte. Che cosa simboleggiano le due aquile?

     L’aquila bicipite viene dall’impero bizantino ed è stata ripresa dall’Albania quando era già turca. Le due teste rivolte in direzione opposta possono significare lo sguardo verso due aree geografiche diverse oppure il doppio potere, laico e religioso. E poi dobbiamo ricordare che il nome Albania viene dal nome Arberor che aveva nel Medio Evo. In epoca moderna è chiamata Stiperia, cioè terra delle aquile.

La seconda parte del libro sposta l’ambientazione del romanzo in Italia, più precisamente nella Calabria Citra- una denominazione che peraltro non conoscevo. Prima di tutto mi ha colpito la somiglianza tra le scene degli albanesi nel 1500 e quelle che sono ancora negli occhi di tutti, del 1991- la fuga e l’esilio sono delle costanti. Nella mente delle due protagoniste l’Italia rappresentava la pace, la fuga dalla guerra. Non era poi molto diverso da quello che rappresentava per gli albanesi di 500 anni più tardi.

     Sicuramente. A differenza però dall’emigrazione degli anni ’90 c’era un accordo politico tra il Regno Aragonese e Scanderbeg- il re Ferrante mandava aiuti militari e in cambio gli albanesi conquistavano le terre occupate dai turchi per darle al regno di Napoli. Gli immigrati albanesi erano malvisti, venivano chiamati con un termine cattivo, ‘i cagnoli’, i branchi di cani. C’è una predisposizione innata negli uomini a giudicare negativamente chi parla un’altra lingua o professa un’altra religione.

Lei è cresciuto nella comunità arbëreshë. Vorrei che ce ne parlasse. È una comunità chiusa? È numerosa? Parlano ancora albanese? Sono tante domande…


    Oggi no, non è una comunità chiusa, oggi tutto è diverso, rispetto anche ai racconti di mia nonna che è nata nel 1940 e di mia mamma che è del 1960. Mia nonna parlava solo in albanese e un poco in dialetto calabrese. Facevo fatica a capirla. Fino al secondo dopoguerra era una comunità chiusa, arretrata, basti pensare che il metano per il riscaldamento è arrivato solo nel 2000. Incredibile. La mia generazione però – io sono nato nel 1987- è diversa. Siamo cresciuti con la RAI e con la televisione. Era cambiato l’obbligo scolastico e l’italiano era diventata la prima lingua. L’obbligo scolastico e la televisione hanno fatto la differenza. E poi, dal secondo dopoguerra è iniziata una emigrazione verso la Svizzera e la Germania e la popolazione si è ridotta. Sono zone depresse e molti vanno via, anche io sono andato via per lavoro.

Si sono integrati? I matrimoni sono solo tra albanesi o sono misti?

    In passato i matrimoni erano solo tra arbëreshë, c’era diffidenza verso gli italiani che venivano chiamati ‘latini’- adesso con il termine ‘latini’ ci si riferisce agli stranieri. C’era una diffidenza etnica verso le persone della Calabria. Poi, gradualmente, sono diventati comuni i matrimoni misti.

Che religione professano?

      Per quello che riguarda la religione, apparteniamo alla Chiesa Uniate che segue il rito greco-bizantino, con vescovi eletti dal Papa. È simile alla chiesa ortodossa, segue il calendario greco-bizantino, i preti possono sposarsi, l’iconostasi è davanti all’altare, la ricorrenza dei morti viene celebrata nella settimana prima della Quaresima, però riconosce come capo il Papa di Roma.


Ci sono altre comunità arbëreshë nel Sud Italia?

    In provincia di Cosenza ci sono 36 comunità, ce ne sono altre in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e in Campania- sono i discendenti dei primi immigrati. Nel ‘700 si stabilirono altre comunità in Abruzzo e in Molise. Nel Nord arrivarono dopo, in provincia di Piacenza..

Nella cultura albanese c’è una cosa che mi affascina, una cosa di straordinaria importanza- la besa. Basta pensare che, per via della besa, durante la seconda guerra mondiale l’Albania, unico tra i paesi europei, non ha consegnato i suoi 2000 ebrei ai nazisti. Può parlarcene?

    La Besa- la traduzione in italiano sarebbe ‘Promessa’, ma ha un significato più viscerale, la Besa è la parola data. Ha mantenuto il significato come ‘patto di sangue’, è una promessa che prevede rispetto della persona e, se la promessa non viene mantenuta, difficilmente ci si riappacifica. In passato si arrivava anche ad azioni violente. Ha qualcosa in comune con il codice d’onore del Sud dell’Italia. La Besa è istituzionalizzata dal kanun, il Codice. Si vuol sottolineare l’impegno che si prende con qualcuno e dipende dal valore che si dà alle promesse. Ha avuto valore per creare un ordine sociale. Nel passaggio dall’impero bizantino all’impero ottomano definire le regole sociali fu di vitale importanza: la promessa in momenti di incertezza sociale è basilare.

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sabato 13 gennaio 2024

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

                                  Voci da mondi diversi. Albania

                                                     romanzo storico

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë”

Ed. Neri Pozza, pagg.233, Euro 18,00

 

     1450. Krujë, la vecchia capitale dell’Albania, situata in una splendida posizione, come una vedetta sulle montagne. C’è tuttora, il castello di Krujë, restaurato e sede di un museo dedicato all’eroe nazionale, Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Figlio del principe Giovanni Kastriota, dopo che questi fu sconfitto dagli ottomani Gjorgi venne mandato come ostaggio alla corte del sultano. Dopo averne conquistato la benevolenza, ricevette il nome di Alessandro (in turco Iskander) e il titolo onorifico di Beg insieme alla nomina di governatore di Krujë- da qui Iscanderbeg o Scanderbeg. Un eroe che è diventato un mito, un uomo carismatico di gran valore, possanza fisica, coraggio, che dedicò tutta la sua vita a combattere i turchi, costante minaccia per il suo paese.

    Sono vent’ anni di guerra continua, quelli del principe Scanderbeg. Ed è durante un sanguinoso attacco a Krujë che nasce una bambina, Hënëza. Nasce per restare subito orfana ed essere affidata alle cure di una serva a servizio di Scanderbeg e della principessa sua consorte.

Krujë

    Stefano Amato, cresciuto nella comunità arbëreshë in provincia di Cosenza, ricostruisce per noi il passato dell’Albania, il paese che si affaccia sull’Adriatico, proprio di fronte a noi, e che ha avuto legami stretti con gli Aragonesi del Regno di Napoli.

    C’è una doppia trama nel romanzo. Una, più prettamente storica che anticipa e prepara quella più personale che ci porta in Italia, in un esilio che ci ricorda da vicino quello più recente del 1991.

Si combatte sotto la guida di Scanderbeg, i giovani partono per la guerra da cui torneranno in pochi, a Krujë restano le donne, giovani madri rimaste vedove, e gli orfani. Scanderbeg avrà un figlio maschio che ritroveremo alla fine in Italia, fuggito anche lui in esilio lasciando a Hënëza, sua compagna di giochi, una preziosa spilla con l’aquila a due teste, simbolo dell’Albania.


    La seconda storia è una vicenda d’amore in tempo di guerra. Il giovane di cui Hënëza è innamorata non si può sottrarre alla chiamata per difendere il suo paese- dopotutto anche quella è una decisione dettata dall’amore. Difendendo il suo paese, difende anche la fanciulla che ama. La quale, però, non aspetterà il suo ritorno. È la madre adottiva a decidere per lei, si unirà a quelli in fuga verso l’Italia usando dei sotterfugi che lascio al lettore scoprire.

     Inizia così la seconda vita della bella Hënëza, una vita di sradicamento e di perdita dell’identità e della propria lingua- quello che più o meno avviene a tutti i profughi che hanno abbandonato tutto nella speranza di una vita migliore.


    Ed è nella Calabria Citra che si stabilisce una piccola comunità albanese, dapprima invisa agli abitanti del posto e dei signori di quella terra che arrivano poi a capire come volgere a proprio vantaggio quello che sentono come un pericolo, un’invasione di persone rozze, barbare, che parlano una lingua incomprensibile. Certi modelli di comportamento si ripetono nei secoli, così la paura per “l’estraneo” e la diffidenza per tutto quello che non si conosce e che si avverte come diverso da noi.

    Gjorgi Kastriota Scanderbeg non è un eroe molto conosciuto, anche se una sua statua equestre si erge a Roma in piazza Albania e strade  e piazze sono a lui intitolate in parecchie città italiane. Eppure vale la pena di farlo uscire dall’ombra, di ricordare il suo valore  e le sue imprese, di restituire a tutti gli albanesi, quelli in patria e quelli emigrati in Italia, l’orgoglio per una figura di grande valore. Ecco perché leggere il libro di Stefano Amato.

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A breve seguirà l'intervista con lo scrittore.



 

 

 

giovedì 11 gennaio 2024

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo” ed. 2023

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

         guerra dei Balcani

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo”

Ed. Neri Pozza, trad. Alba Bariffi, pagg. 228, Euro 18,00

     1992. Sarajevo. Era stato il primo segnale di allarme. “Le sono entrati in casa”- l’aveva informata la vicina di sua madre in una telefonata di primo mattino. “Criminali, teppisti, Dio sa chi.” E Zora Kočovič era salita su un tram insieme al marito per andare a controllare. Era vero, due uomini e una donna si erano appropriati dell’appartamento di sua madre, momentaneamente vuoto perché la madre era ospite a casa loro. Si sentivano giustificati perché il governo aveva detto che tutti gli appartamenti abbandonati erano di proprietà pubblica. Zora era riuscita a mandarli via e aveva fatto cambiare serratura. Ma questo era solo l’inizio, poi erano venute le barricate, la divisione della città, il luccichio delle armi in cima alla montagna che sovrastava Sarajevo, la mole dei carri armati che sembravano giocattoli. Ma non lo erano. La figlia di Zora viveva con il marito in Inghilterra, suo marito e sua madre sarebbero andati da lei. Zora sarebbe rimasta. Era una pittrice di fama, aveva ottenuto di usare uno studio all’ultimo piano della Viječnica- la biblioteca nazionale con la splendida cupola di vetri azzurrini-, insegnava pittura. Dipingeva, Zora. Aveva l’ossessione dei ponti, stava lavorando su una grande tela che rappresentava il ponte delle Capre, fuori Sarajevo. Non poteva allontanarsi, i suoi quadri erano lei, Sarajevo era lei. Era cresciuta in quella città che era un esempio della pacifica convivenza di religioni e di nazionalità. Quella bufera sarebbe passata.


    E invece iniziò l’assedio, il 5 aprile 1992, 1425 giorni di assedio, fino al 29 febbraio 1996, il più lungo dell’epoca moderna. 11000 i morti. E l’anno peggiore fu proprio il primo, quando avevano iniziato a scarseggiare i generi alimentari, quando l’elettricità era stata tagliata, e poi l’acqua. Per non parlare dei cecchini, delle granate e delle bombe. E infine del gelido inverno, più freddo di qualunque altro inverno nel passato, mentre la gente viveva in case sventrate, con coperte tese a sostituire i vetri infranti.

    È questa la storia che Priscilla Morris ci racconta ne “Le farfalle di Sarajevo”. Nella nota finale dice di essersi ispirata alla vita del suo prozio, pittore paesaggistico il cui studio, nella Biblioteca Nazionale, andò a fuoco nell’incendio del 1992, e anche ad eventi della vita di suo padre, a come era riuscito a fare uscire i suoceri dalla città assediata, dopo che il loro appartamento era stato bombardato.


Continuare a vivere nella città assediata significa non arrendersi al nazionalismo, continuare a dare vita a Sarajevo. Chi abbandona la città si sente un traditore. Zora vuol restare, sa di fare la sua parte andando ogni mattina a dare lezione, dipingendo un grande albero sulla parete della sua stanza insieme alla piccola Una. E se, pur amando il marito, la paura e la solitudine la spingono verso un altro uomo- che altro resta se non l’amore e l’amicizia, in tutta quella distruzione?

    Cede anche Zora, ad un certo punto. Cede dopo aver superato i due momenti cruciali di quei mesi- la morte di un edificio che conteneva la cultura della Bosnia e la morte di una bambina, la vittima innocente, il futuro della Bosnia.


   Un libro dolorosamente intenso, di quella bellezza tragica che solo certi periodi di Storia vera possono avere, attraversato da lampi di poesia nella descrizione dei quadri di Zora o in quella delle ceneri che si sollevano dai libri divorati dalle fiamme sulla città come tante farfalle nere. La bellezza lieve delle farfalle. Il nero della morte.

    Bellissimo. 

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martedì 9 gennaio 2024

Matiei Vişniec, “Il venditore di incipit per romanzi” ed. 2023

                                                        Voci da mondi diversi. Romania



Matiei Vişniec, “Il venditore di incipit per romanzi”

Ed. Voland, trad. Mauro Barindi, pagg. 354, Euro 19,00

 

    Raccogliamo l’invito al gioco di Matiei Vişniec e incominciamo dalla fine, dalle parole che chiudono il libro ma che potrebbero essere un incipit intrigante: No, la morte non dovrebbe lasciare finestre aperte al suo passaggio. E il romanzo che immaginiamo potrebbe essere uno dei tanti romanzi contenuti nel libro dello scrittore e drammaturgo rumeno, quello che lui definisce ‘il primo romanzo scritto post-mortem’. Per sapere in che modo possa succedere che un romanzo sia scritto da qualcuno che è morto, dobbiamo leggere il libro, seguire tutte le sue tracce. Un indizio sull’autore del libro che viene dall’aldilà? Quello che esordisce dicendo, Sono morto da tre anni (altro ottimo incipit, peraltro). Perché, come dice il venditore di incipit, la prima frase di un romanzo deve essere un dito che preme un grilletto, il deflagrare di un incendio interiore. Gli esempi di inizi fulminanti saranno, ne “Il venditore di incipit”, una carrellata che ci farà sorvolare tutta la storia della letteratura, spaziando da “Don Chisciotte” a Hemingway, dalla “Montagna incantata” a Kobo Abe, da Céline a Zafòn, da Camus a Joyce, chiarendo- se ce ne fosse bisogno- quanto sia importante e decisiva la frase di apertura di un romanzo, attribuendo ad alcune di queste frasi un valore simbolico per un’intera epoca.


    Si chiama Guy Courtois l’uomo che dice che la sua agenzia ha fornito incipit di romanzi da 300 anni. Guy come Guy de Maupassant (l’incipit di ‘Bel Ami’ è famoso), Courtois che significa ‘cortese’ in francese. E Guy Courtois porge il suo biglietto da visita ad uno scrittore in crisi. Incomincia un carteggio tra i due, uno dei tanti filoni da seguire in questo romanzo pirotecnico, in questa esplosione di storie, in questo puzzle letterario, in questa matrioska di libri.

     Lo scrittore M (iniziale di Matei Vişniec, ma anche quella che caratterizza quasi tutti i personaggi di Samuel Beckett, altro scrittore con un carosello di storie in “Malone muore”) scrive un romanzo su un personaggio X che si sveglia colpito dall’interno da una esplosione di silenzio. Il suo sarà un romanzo distopico sull’Assenza, sulla improvvisa scomparsa di esseri umani e animali, su una città deserta in cui si aggira X mentre tutti gli orologi sono fermi sulle 6,37. Nel susseguirsi fantasmagorico di trame leggeremo stralci di un romanzo autobiografico che inizia con: Non è facile avere un fratello maggiore considerato da tutti un genio, e che poi ritroveremo raccontato da un altro punto di vista, il fratello maggiore stesso, il genio Victor (quale nome più appropriato per un primogenito?), così come pure in quello che sarà un romanzo americano, resteremo in sospeso leggendo un’altra traccia di romanzo americano, un tipico romanzo ‘on the road’ con Ken (si chiama così anche il compagno della bambola Barbie, prettamente americana) e Betty (e ci si chiede, può esistere un romanzo alla Kerouac sulle strade della Romania? Impensabile, il fascino andrebbe perso), e poi ci sarà la storia d’amore in versi con la signorina Ri, e la serie di sogni (pensiamo a Borges per cui il sogno è un vero genere letterario) e infine il romanzo dettato dall’Intelligenza Artificiale, spersonalizzato, disumanizzato.


     Un luogo che ricorre nel libro di Matei Vişniec è quello in cui nell’immaginario si incontrano gli scrittori, da sempre. Può essere il Caffè Odeon di Zurigo dove si ritrovano i fantasmi degli scrittori che lo hanno frequentato, o i due famosi caffè di Piazza san Marco, il Quadri e il Florian, oppure il Caffè dei Timidi uscito dall’immaginazione di chi non è capace di relazionarsi agli altri, oppure- e qui si tocca il tasto politico e della memoria dell’autore stesso- il Ristorante degli Scrittori della Casa Monteoru di Bucarest, un Amarcord conflittuale tra incontri con nomi famosi della scena letteraria rumena ed esplorazione di scantinati dove membri della Securitate ascoltavano e registravano quanto veniva detto al piano di sopra. È questo lo scenario giusto per raccontare un paradossale sciopero del silenzio degli scrittori rumeni che si sentono sminuiti, non considerati, delusi dalla mancata attribuzione di un premio Nobel.

Casa Monteoru

    Attingendo a famosi esempi di meta romanzo- “Se una notte di inverno un viaggiatore” di Calvino, ma anche Borges o Sterne- Matei Vişniec ci consegna un libro che è un’esaltazione della lettura, un libro scoppiettante, divertente, una sfida per il lettore a riconoscere le tracce, a seguirle nel labirinto di storie nuove e diverse, a pensare ai quesiti nascosti, ad ascoltare, come fanno i clienti della libreria Verdeau, la musica dei libri. Sì, perché è vera musica quella che esce dalle pagine vergate dalla scrittura, musica che va al cuore prima ancora che alla mente.

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lunedì 8 gennaio 2024

Assenza

 


    Sono appena rientrata da una lunga degenza in ospedale per rottura femore. Mi spiace non aver potuto avvisare. Cercherò di recuperare, pubblicando appena possibile, le recensioni che già avevo pronte e quelle delle letture che hanno alleviato le mie sofferenze. A presto.