martedì 4 marzo 2014

Erich Maria Remarque, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" 1929

                                                              prima guerra mondiale

                           il libro ritrovato


Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”
Ed. Einaudi, trad. S. Jacini, pagg. 248, Euro 9,00

  Due cose mi hanno colpito, leggendo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque subito dopo aver terminato “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu. L’uguaglianza delle esperienze e la differenza di consapevolezza politica. Perché, in “Niente di nuovo sul fronte occidentale, non si discute mai di strategie belliche, mai si mettono in dubbio gli ordini o si parla dei superiori. Soltanto una volta i ragazzi parlano- o meglio, chiacchierano- della guerra. Sono discorsi da ragazzini, che hanno la profonda saggezza dell’innocenza- che cosa vuol dire che una nazione ne attacca un’altra? Che cosa è una nazione? Loro non hanno niente contro i francesi. Ma ci sono otto anni di differenza tra l’Emilio che viene mandato a combattere sull’Altipiano e il diciottenne Paolo (Erich Paul Remark è il vero nome dello scrittore tedesco) che lascia la scuola per arruolarsi insieme ad altri sei compagni, infuocati dalle parole di un insegnante (lo rincontreranno, Paolo e un altro ex studente, questo insegnante, dopo un paio di anni di guerra e si divertiranno a sue spese, essendo superiori a lui di grado). Otto anni che spiegano questa mancanza di consapevolezza e che, d’altra parte, rendono ancora più dolorosa la somiglianza delle esperienze. Sono partiti per una grande e gloriosa avventura, gli studenti diciottenni. Incontreranno forse l’avventura, che però non sarà né grande né gloriosa. Non è glorioso morire per la patria a diciotto anni, sventrati da una granata.                                                           

    E’ diverso il paesaggio della guerra di Paolo da quello del Carso di Emilio- Paolo è nelle piatte Fiandre ma piove all’infinito, come sul Carso. La vita nelle trincee è uguale, uguale il misero rancio, uguali i pidocchi, la paura, il freddo, il sentire il cambiamento inesorabile che l’essere continuamente esposti alla morte opera dentro di loro.

Alberto trova la formula: “E’ la guerra che ci ha reso inetti a tutto”.
Ha ragione: non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d’assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretto a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.

Quello di cui Paolo e i compagni sono ben consapevoli è che per loro la vita non riprenderà più come prima. La loro sarà una generazione perduta che non riuscirà a riinserirsi nella società. Avranno visto cose di cui nessuno vorrà sentire parlare e che loro stessi forse non vorranno neppure ricordare. Succede a Paolo, la prima volta che si reca a casa in licenza. Gli offrono da bere, gli chiedono com’è la situazione al fronte- ah, sì, lo sanno che è tremenda. Stop. Non si può, non si deve dire altro. Si potrebbe anche essere accusati di disfattismo. Non si può dire che di una compagnia di 150 uomini ne sono rimasti trenta. Non si può fare la battuta che alla fine della guerra non ci sarà più nessuno in Germania, visto che ora mandano a combattere anche i bambini di quindici anni. 

   Una sola cosa bellissima ha trovato Paolo in questi anni di guerra- e lo ha mantenuto in vita. Il cameratismo con i compagni, un sentimento nato dal condividere tutto, neppure paragonabile all’amore. Le pagine in cui Paolo cerca di tirare su il morale di uno dei compagni che giace in un letto di ospedale da campo e sta morendo, sono toccanti. Così come sono strazianti quelle in cui trasporta a spalle l’amico ferito e, quando arriva alle infermerie, gli dicono che è morto.
    Il libro si chiude in una giornata così calma e silenziosa che il bollettino del Comando è stringato: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Eppure un ragazzo è morto. Nessuno si è accorto che una zolla di terra è stata lavata via dal mare e l’Europa è più piccola (sono le parole di John Donne).
Pubblicato nel 1929, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” è sempre un libro bellissimo.

lo scrittore Erich Maria Remarque     


    

lunedì 3 marzo 2014

Daša Drndić, “Trieste”

                                                                                            in altre lingue
                                                                                                        


Daša Drndić, “Trieste”
Ed. MacLehose Press, pagg. 368, versione inglese

    “Dietro ogni nome c’è una storia”. C’è una storia che non sappiamo dietro ognuno dei 9000 nomi elencati in 45 pagine nel libro della scrittrice slava Daša Drndić intitolato “Trieste”. 9000 storie che non sapremo mai perché questi sono i nomi degli ebrei italiani che hanno trovato la morte nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale. Per le 9000 storie che non conosciamo, Daša Drndić ce ne racconta una in questo suo libro che è in parte Storia vera, in parte finzione narrativa, un libro straordinario che non può non colpire l’animo dei lettori, come le lucine del Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme, come quei nomi che risuonavano nell’oscurità sacrale dell’Atrio dei Nomi, un libro composito che racconta in maniera distaccata e in terza persona la piccola storia della famiglia Tedeschi di Gorizia inserendola nella Storia più ampia d’Europa, osservata tuttavia da un angolo, quello dell’Italia orientale dove, nella risiera di San Sabba, a Trieste, i tedeschi avevano installato il maggior campo di concentramento e smistamento su suolo italiano. 


     Le vicende della famiglia Tedeschi, in fuga come l’ebreo errante da Trieste all’Albania e poi a Napoli e poi di nuovo a Gorizia e a Milano e ancora Gorizia (alcuni di loro addirittura a Salò), sono inframmezzate da pagine di tutt’altro tenore mentre l’atmosfera si incupisce- testimonianze rese da superstiti durante i processi contro i criminali di guerra, le auto-giustificazioni degli accusati, schede anagrafiche dei nazisti con i dettagli su quello che facevano ‘prima’, sulle sentenze (sempre inadeguate), sulle scappatoie trovate per eludere la pena (complici la Chiesa e la Croce Rossa), su come, in maniera quasi incredibile, troppi criminali si siano rifatti una vita- il caso più clamoroso è quello del presidente austriaco Kurt Waldheim, addirittura segretario delle Nazioni Unite per due incarichi consecutivi, dal 1971 al 1981. Ci sono anche fotografie, di luoghi e di persone. E arriviamo a Kurt Franz, il giovane biondo soprannominato Lalka che in polacco vuol dire ‘bambola’. Kurt Franz e la microstoria drammatica a rappresentare le storie di cui non sapremo mai nulla. 

     Haya Tedeschi si innamora del bel Kurt che la corteggia. Resta incinta. Kurt scompare- l’apparenza inganna, lei non sa niente di lui, Kurt Franz viene inviato a comandare il campo di Treblinka. Nasce un maschietto, Antonio. Quando ha sei mesi, Antonio viene ‘rubato’.
“Trieste” incomincia con l’anziana Haya che ancora non si è rassegnata e continua a sperare di ritrovare il figlio, soprattutto da quando sono stati aperti gli archivi che contengono i dati del programma Lebensborn con cui Hitler intendeva aumentare il numero dei bambini ariani- futuri giovani soldati dalle fattezze puramente tedesche. E la narrativa, nell’ultima parte del libro, passa alla prima persona con il protagonista che ha creduto per mezzo secolo di essere Hans Traube e ha scoperto, alla morte della madre adottiva, di essere Antonio Tedeschi. “C’è una storia dietro ogni nome”: che faccia ha il figlio di un assassino?, si chiede Hans/Antonio, come si chiedono i più sensibili tra i figli dei carnefici. E seguono altre storie (di figli che si stabiliscono in Israele, di figli che sposano ebrei, di figli che si prendono sulle spalle le colpe dei padri- una è la storia di Helga Schneider che ben conosciamo). Il finale è una riscrittura della “Terra desolata” di T.S. Eliot:

Ci faremo strada in una Terra Desolata e io le dirò
         Penso che siamo nel vicolo dei topi
        Dove i morti hanno perso le ossa,
e lei chiederà
       Che farò io adesso? Che farò?
       Correrò fuori così come sono, e camminerò in strada
       Con i capelli sciolti, così.
       Che cosa mai faremo?
Io dirò
       Faremo una partita a scacchi.

 “Trieste” non è ancora stato pubblicato in italiano. So che è in corso di traduzione: è un libro da non perdere.
   

La scrittrice Daša Drndić                         


   



sabato 1 marzo 2014

Alessia Gazzola

                                                                                                       
                                                                    un autore



Nata a Messina nel 1982, Alessia Gazzola è medico specialista in medicina legale. Il suo primo romanzo, “L’allieva” (2011), l’ha resa famosa. La protagonista Alice Allevi ritorna negli altri romanzi, “Un segreto non è per sempre” (2012) e ne “Le ossa della principessa” che è appena stato pubblicato. “Sindrome da cuore in sospeso” è il prequel de “L’allieva”, dove si racconta come e perché Alice abbia intrapreso gli studi di medicina legale.

Alessia Gazzola- "Le ossa della principessa"

                                                                       cento sfumature di giallo
                                  fresco di lettura
                                               


Alessia Gazzola, “Le ossa della principessa”
Ed. Longanesi, pagg. 346, Euro 14,96

      Mi piace il personaggio di Alice Allevi. Mi piace lo stile di Alessia Gazzola. Non mi piace il genere ‘rosa’ e , in linea di massima, non mi piacciono neppure i romanzi che mescolano i generi. Eppure pregusto la lettura di ogni nuovo libro della giovane scrittrice siciliana, perché so che sarà un giallo-rosa traboccante di humour, divertente, originale, soprattutto intelligente. E poi, anche se i temi di fondo- le motivazioni dei crimini su cui si trova ad indagare la zelante e maldestra Alice- sono quelli del giallo tradizionale, Alessia Gazzola li rielabora, arricchisce la vicenda con inserti di altre vicende che servono come specchi per moltiplicare l’immagine.
     “Le ossa della principessa” prende l’avvio da due fatti: è scomparsa Ambra Negri Della Valle, la specializzanda perfetta, rivale in amore e in carriera di Alice, la donna che è tutto ciò che non è Alice, e, in un’area finora disabitata vicino a Roma viene ritrovato un cadavere ridotto a scheletro, rannicchiato in posizione fetale, accanto ci sono una moneta del 2005 e una coroncina, di quelle che le bambine si mettono in testa per giocare alla regina. Quando un nome verrà dato a quei resti, si scopre che appartengono a Viviana Montosi, una giovane archeologa che era stata compagna di scuola ed amica di Ambra. Possibile che sia una semplice coincidenza?
   Una storia del passato e una storia del presente- una contrapposizione di tempi che riflette la tempesta dei sentimenti della nostra Alice che sappiamo da sempre in bilico tra l’attrazione verso l’aitante Claudio Conforti e l’altrettanto aitante Arthur, entrambi elusivi, entrambi distratti dalla passione per il lavoro e da infatuazioni più o meno passeggere per altre donne. In una qualche maniera Viviana, di cui ci pare di sentire la voce nelle pagine in cui apprendiamo degli scavi a Gerico, nel 2005, è un doppio di Alice- anche lei soffre per un amore non facile, il tenebroso Daniel, inglese come Arthur, figliastro del professore che dirige gli scavi, così come Arthur è figlio del Boss della Facoltà presso cui Alice si sta specializzando, anche Viviana è generosa ed irruente, leale ed onesta a fianco di colleghe che la invidiano per le sue attitudini, perché sembra essere la favorita del professore.                   

Viviana ha fatto scoperte importanti, insieme a Daniel, un cranio con le conchiglie sugli occhi e lo scheletro di una donna- c’è qualcosa di commovente in quelle ossa mute, qualcosa di così speciale che fa sì che Viviana immagini siano i resti di una principessa. Ed ecco un altro specchio che rimanda un’altra immagine sfocata, di tempi immensamente più lontani di quel 2005 in cui Viviana è stata uccisa.

       Viviana dovette concentrarsi per riconoscere quello che stava affiorando dai granelli del tempo. Erano ossa umane, apparentemente composte in una sepoltura magnificente, quella riservata a membri dell’aristocrazia. Un corpo minuto, una collana al collo.
    Viviana non poteva essere certa, ma la suggestione la fece sognare e provò un’emozione fortissima quando si disse che quelle erano ossa speciali.
   Le ossa di una principessa.

      Alice sarà anche maldestra e poco precisa, Claudio Conforti può anche continuare a ripeterle che quella del medico legale non è una professione che le si addice, però ha un intuito eccezionale. E’ la dote che le riconosce l’ispettore Calligaris che ha imparato a fidarsi di lei e che la vuole al suo fianco nelle indagini. In questo intuito noi riconosciamo un’empatia verso gli altri che ce la fa amare. Così come amiamo la sua genuinità, la sua autoironia, la sua totale mancanza di sofisticazione. E ci piace la cura del linguaggio di Alessia Gazzola, il suo modo di incastrare l’una dentro l’altra diverse narrative, l’umorismo elegante delle sue pagine.

la recensione è pubblicata su www.stradanove.net

la scrittrice Alessia Gazzola     


    

Alessia Gazzola, "Sindrome da cuore in sospeso" 2012

                                                                        cento sfumature di giallo

   
               in breve


Alessia Gazzola, “Sindrome da cuore in sospeso”                                         
Ed. Longanesi, pagg. 143, Euro 9,86

       Una volta tanto, sono contenta di non essere riuscita a leggere un libro al momento ‘giusto’, subito dopo la sua pubblicazione. Perché ho appena terminato “Le ossa della principessa”, il nuovo romanzo di Alessia Gazzola della serie che ha come protagonista Alice Allevi, specializzanda in medicina legale, e, come mi succede spesso quando un personaggio mi è simpatico, facevo fatica a distaccarmi da Alice, mi dispiaceva salutarla fino al prossimo incontro in un nuovo libro. Ed ecco, invece, la possibilità di ritrovarla in “Sindrome da cuore in sospeso”, il prequel che non mi era capitato tra le mani appena pubblicato.
    Ecco Alice, dunque, un’Alice inedita di ventitre anni che è piena di dubbi sulla strada da intraprendere. Con un fratello che sospetta essere ‘gaio’ (come dice la nonna), Alice non osa deludere le aspettative dei genitori, eppure non ce la fa proprio ad affrontare quotidianamente il dolore degli ammalati. Succede qualcosa che la aiuterà a scegliere: muore la badante russa della nonna, le hanno sparato in fronte. Il medico legale che viene ad esaminare il corpo è Claudio Conforti, il bel Claudio un po’ strabico che inizia subito a bistrattare la giovane Alice. E tuttavia Alice ne è affascinata, tanto da presentare domanda di iscrizione all’istituto di anatomopatologia.                  
    


     Chiudo la vetrinetta e, in una maniera che non mi è ancora del tutto chiara, succede qualcosa di irreparabile. Una catastrofe, la cui portata mi è resa evidente dal grido di un Nooo! Da moviola del dottor Conforti.
  Mortimer scivola via dalle mie mani, come fosse dotato di vita autonoma.
  Rovina sul pavimento dove, con precisione premeditata, si spacca in due metà esatte.

    Anche se con qualche forzatura, anche se le scene con la nonna e le altre vecchiette di Sacrofano ci ricordano, al femminile, i romanzi di Marco Malvaldi, “Sindrome da cuore in sospeso” è una lettura piacevolissima, frizzante come quella delle storie seguenti di Alice Allevi. C’è il filone giallo (una storia dolorosa come possono esserlo quelle dei disperati che abbandonano il mondo che conoscono per venire in cerca di lavoro, una storia di donne che non può non farci male), e c’è il filone rosa, con le schermaglie tra Alice e il dottor Conforti tra cui non è ancora successo niente, facciamo la conoscenza della giapponesina che condividerà la casa con Alice (anche lei un’immigrata, ma quanto diversa dalla povera badante), ridiamo delle disavventure di Alice che mettono in mostra quanto sia maldestra (adorabilmente maldestra, in maniera consolante, la sentiamo ‘una di noi’), apprezziamo per la prima volta il suo intuito poliziesco (la nonna si vanta che lo ha ereditato da lei).
    E infine possiamo accomiatarci da lei, con la sensazione soddisfatta di quando ci capita di sfogliare un album di vecchie fotografie che ritraggono un qualche amico come era ‘prima’ che lo incontrassimo.

La scrittrice Alessia Gazzola              
                      





Alessia Gazzola, "Un segreto non è per sempre" 2012

               cento sfumature di giallo
               il libro ritrovato



Alessia Gazzola, “Un segreto non è per sempre”
Ed. Longanesi, pagg. 412, Euro 17,60



     Peccato che lo scorso anno, scrivendo de “L’allieva”, primo romanzo di Alessia Gazzola, abbia già usato l’aggettivo superlativo ‘ottimo’. Perché, come dire che il nuovo libro appena pubblicato, “Un segreto non è per sempre”, è ancora migliore del primo? E non è poco, trattandosi di un secondo libro dove il rischio di una caduta è maggiore, con i critici pronti a fare a pezzi il neo-scrittore.
    Il caso su cui indagare, in “Un segreto non è per sempre”, è più complesso di quello de “L’allieva” e la narrativa è più articolata, con abbozzi di più di un romanzo dentro il romanzo.
    Alice Allevi, la protagonista specializzanda in medicina legale che già conosciamo, viene incaricata di fare una perizia insieme a due colleghi. Si tratta di un caso di interdizione. I tre figli maschi dell’anziano scrittore Konrad Azais vogliono far interdire il padre per mettere le mani sull’eredità. Perché Konrad Azais ha manifestato chiaramente la sua intenzione di lasciare quasi tutto ad una sconosciuta. Konrad Azais è eccentrico, bizzoso e lunatico, ma non è affatto folle o incapace di ragionare. Dalla sua parte ha la figlia con cui vive, il marito di questa e la quindicenne nipotina. Anche Alice è convinta che il vecchio abbia piena padronanza di se stesso- che poi sia simpatico, è un’altra faccenda. Il suo collega pensa altrimenti, condizionato dal medico di parte.
Ma…Konrad Azais muore. In apparenza si tratta di suicidio, visto che c’è un foglio da lui scritto in cui sembra accomiatarsi da tutti. E però, questo estremo saluto in cui annuncia: ‘a voi, figli miei, non arriverà alcuna eredità’, risale a qualche anno prima. Che strano suicidio, poi. Come si ucciso? L’autopsia non rivela traccia di medicinali né di altre sostanze. Che si tratti di morte naturale? O di un omicidio? Tuttavia, ancora il quesito: come sarebbe stato ucciso? Alice Allevi si sente profondamente coinvolta- perché ha provato un’istintiva simpatia per la figlia di Azais, perché le piace la maniera in cui ha arredato la casa, perché prova compassione per la nipotina prediletta del vecchio Azais che è stata la prima ad accorgersi della morte del nonno e si è chiusa nel mutismo da quel momento. Alice si sente coinvolta perché è fatta così: questa è Alice Allevi, impulsiva, generosa, pasticciona, ficcanaso, con un intuito che anche l’ispettore di polizia ha imparato ad apprezzare. E sarà Alice, quindi, a dare un apporto determinante alla soluzione del mistero.

Chiudo Sorella, amante ancora in preda all’estasi e lo ripongo su una mensola.
     E’ un libro di un’intensità stratosferica, che mi ha travolta corpo e mente. Googlo Olivier Volange e divoro tutto ciò che lo riguarda, con il cervello in fermento.
   La versione di Clara non mi convince. La somiglianza tra i libri di Azais e quelli di Volange può essere giustificata dicendo che Olivier copiava Konrad, sì, ma…E se invece fosse tutto il contrario? Questo spiegherebbe il lascito ad Amélie: una sorta di risarcimento a fronte di un’usurpazione. Perché se così fosse, Konrad avrebbe emulato lo stile di Olivier, ma ottenendo maggiore successo. 

    Credo che qualunque lettore si possa innamorare di Alice Allevi. Perché è bella e intelligente. Ho scritto ‘bella’ per primo perché la bellezza ha la sua parte ad un approccio iniziale e per non dare l’impressione (errata) della studiosa fredda impegnata in un macabro corso di studi. Alice si procura il primo famoso romanzo di Azais, e lo giudica un capolavoro. Come mai le opere seguenti non sono state alla stessa altezza?   

Quando, durante le indagini, si imbatte nel nome dell’amico con cui Azais condivideva l’alloggio (e la donna, per un certo periodo) a Parigi, Alice riesce a scovare anche una vecchia edizione del libro che quello aveva scritto. E, siccome gli Azais sono una famiglia di scrittori, si interesserà poi anche dei romanzi di uno dei giovani Azais. Nonché di quelli del genero di Azais. Letture secondarie dentro la lettura principale, commentate da Alice con il solito brio. E qui viene fuori la bravura di Alessia Gazzola. Confesso che, da quando ho letto “Possessione” di Antonia Byatt (moltissimi anni fa), ho una predilezione per questo genere di narrativa che ne contiene delle altre che sembrano talmente ‘vere’ da indurre il lettore a fare ricerche su Google per saperne di più. Ci vuole cultura, inventiva e intelligenza per scrivere un romanzo a strati.
Nel romanzo di Alessia Gazzola gli strati sono molti e vari: quello più propriamente letterario, quello della medicina legale, quello della saga degli Azais con i loro segreti, quello della vita privata di Alice- la sua amicizia con la ragazza giapponese che vive con lei, l’amore per Arthur (si lasciano), l’attrattiva e forse l’amore per il collega Claudio. Un ben riuscito mix di generi, dunque, con una protagonista che è una versione mediterranea di Kay Scarpetta (più giovane, più simpatica e spiritosa), una Bridget Jones con una professione agli antipodi di quelle delle eroine della chick-lit, o letteratura per pollastrelle che dir si voglia.
    Non potendo dire altrimenti, devo ripetermi: questa è un’ottima seconda prova.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
     
La scrittrice Alessia Gazzola                 


Alessia Gazzola, L'allieva 2011


          cento sfumature di giallo

          il libro ritrovato


Alessia Gazzola, “L’allieva”
Ed. Longanesi, pagg. 369, Euro 18,60



     E’ giovane. E’ simpatica. E’ laureata in medicina e sta facendo la specializzazione in Medicina Legale. Condivide un appartamentino con la giapponese Yukino, a Roma per motivi di studio. Ha un fratello fotografo (lei sospetta che sia gay- non lo è), dei genitori che lei va a trovare regolarmente. E’ un poco innamorata del bel Claudio Conforti, il genio dell’Istituto di Medicina Legale. Che non la degna di uno sguardo, salvo che per fare dell’ironia su di lei. Perché lei è distratta, si tira indietro davanti a compiti spiacevoli, una volta ha lasciato cadere a terra il prezioso teschio che il grande capo, il Boss, il Supremo (così lo chiama lei, piena di vera ammirazione), usa durante le lezioni- e il teschio si è fracassato, naturalmente. Il massimo della sua sbadataggine è quando smarrisce il cadavere adagiato sulla barella che deve spingere da un’ala all’altra dell’istituto…


“Sapevo già che lei è distratta. Un po’ dormiente. Ha commesso errori irripetibili. Ha sbagliato a compilare documenti, ha letteralmente frantumato dei reperti, si è tirata indietro di fronte a esumazioni. Ma che fosse capace di smarrire una salma, non l’avrei mai creduto possibile. Lei è riuscita in qualcosa di unico, Allevi: nessuno che io conosca, anzi, forse nessuno al mondo ha mai raggiunto tali vette di inettitudine. Perdere un cadavere…”


Si chiama Alice Allevi ed è la protagonista del romanzo “L’allieva”, ottima opera prima di Alessia Gazzola, lei stessa specializzanda in Medicina Legale. Una che sa di che cosa sta scrivendo, e non solo per sentito dire, insomma. Ci conquista subito, la voce narrante di Alice- quando Arthur, il giornalista di cui si innamora (ricambiata), la chiama scherzando, Alice in Wonderland, ‘Alice nel paese delle meraviglie’, l’allusione al personaggio di Carroll ci sembra perfettamente appropriato per lei che avanza nei corridoi dell’istituto rischiarandoli con il suo brio, la sua freschezza, persino con la sua insicurezza e voglia di piacere.  

    Tutto incomincia quando Alice entra in un negozio per acquistare un abito adatto per la festa di beneficenza organizzata dai medici. E’ incerta su quale scegliere. Un’altra cliente del negozio, una ragazza bruna e bellissima, la spinge a comprare un vestitino nero. E, poco dopo, Alice non può fare a meno di ascoltare una breve conversazione telefonica della sconosciuta. Quando, proprio la sera della festa e a seguito di una chiamata della polizia, Alice accompagna Claudio Conforti ad un sopralluogo, per lei è una terribile sorpresa scoprire che la giovane donna che giace a terra morta è la stessa che le ha consigliato l’abito che ora  sta indossando. A quanto pare si tratta di shock anafilattico: Giulia Valenti era allergica al paracetamolo. Di certo si era iniettata qualcosa d’altro. Era sola? Pare difficile, visto che una siringa viene rinvenuta nel cassonetto in strada. Si è trattato di un incidente? Suicidio? Omicidio? Alice si sente inquieta pensando alla telefonata che ha sentito…
     La trama scorre veloce, forse sarebbe meglio che Alice non si occupasse del caso, perché si sente stranamente coinvolta, per la casualità del suo incontro con Giulia il giorno prima della sua morte. La sorella maggiore di Giulia sembra sfruttare l’interesse di Alice, spingendola a fare analisi del dna di persone della sua famiglia senza che questi sappiano nulla di ciò- qualcosa di illegale per cui Alice corre il rischio di essere radiata dall’ordine. Eppure Alice non sa sottrarsi alla richiesta, anche perché il solo fatto di essere capace di cavarsela da sola è di conforto per lei, che- come le è stato più volte ripetuto- potrebbe non essere ammessa all’anno seguente della specializzazione. E finisce per provare che ha avuto un ottimo intuito, anche se nessuno voleva darle retta.

E’ frizzante, la narrativa di Alice Allevi/Alessia Gazzola. Perché mescola il filone ‘giallo’ con quello rosa (non un rosa stucchevole) degli amori di Alice e con quello più serio delle ricerche anatomopatologiche- sempre ravvivato, questo, dai battibecchi e dalle rivalità interne dell’istituto, nonché dalle gaffes divertenti di Alice che ce la rendono ancora più teneramente simpatica. Un finale dal gusto un po’ amaro che è un omaggio ad una sinistra intelligenza.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

La scrittrice Alessia Gazzola